Monthly Archives: settembre 2018

Wednesday Warriors #4 – Da Spider-Man a Heroes in Crisis

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #1 di Tom King e Clay Mann

Crisis è il termine con cui la DC Comics, durante la sua lunga storia editoriale, ha “marchiato” i suoi eventi più importanti e significativi. Se nel 1985 Crisis on Infinite Earths ha definito i confini di tutti i mega-crossover cosmici a venire, Heroes in Crisis si discosta dalla magniloquenza tipica di questo genere per avvicinarsi maggiormente, per tono e ritmo, a un’altra Crisi, meno celebre, tanto amata dai lettori italiani quanto invisa al fandom statunitense: Identity Crisis di Brad Melzer e Rags Morales.

La premessa di tutta la serie è antitetica all’esplorazione psicologica canonica del fumetto supereroistico; da Stan Lee ad Alan Moore la domanda che ci siamo sempre posti è stata: “cos’è che spinge un uomo a indossare una maschera?”
Tom King ribalta il paradigma e invece si chiede: “qual è l’effetto della maschera sull’uomo che la indossa?”
In qualità di ex-agente della CIA lo scrittore conosce bene il fenomeno del disturbo da stress post-traumatico che colpisce chi vive delle situazioni di conflitto o catastrofiche. Riportando la problematica al mondo dei supereroi si traduce nella realizzazione di un Santuario, un centro di recupero costruito da Superman, Batman e Wonder Woman allo scopo di aiutare e riabilitare gli eroi (e i criminali) in crisi, vittime delle conseguenze dal loro stile di vita estremo.
Ma qualcosa è andato terribilmente storto.

La cifra di questa serie non va quindi ricercata tanto nelle roboanti splash-page ricche di azione ed esplosioni cosmiche quanto nella riflessività e nei dettagli. In questo senso l’attenzione che Clay Mann dedica alla costruzione delle vignette, contrappuntate anche da un paio di immagini dal forte impatto visivo, quasi grandguignolesco, conferiscono alle tavole un andamento ricco di gravitas, tragico, che ben si sposa con il racconto che King incanala su tre differenti binari: i flashback nel Santuario, caratterizzati dalla griglia a nove vignette che è ormai un marchio di fabbrica dello scrittore, la terribile scoperta di Superman & soci, descritta tramite campi lunghi e inquadrature angolate e drammatiche, e il racconto dello scontro tra Harley Quinn e Booster Gold, dal taglio più supereroistico.
Il primo capitolo di Heroes in Crisis si presenta quindi come una lunga e approfondita esposizione, avara di spiegazioni e più attenta alla costruzione del pathos che non all’intreccio in sé, un pilot (per dirlo con i termini cari al linguaggio delle serie TV) che finisce troppo presto e che lascia i lettori con il desiderio di sapere quello che è successo e quello che succederà.

Bam’s Version

JUSTICE LEAGUE DARK #3 di James Tynion IV e Alvaro Mártinez.

Con un colpo di bacchetta magica, il primo arco narrativo di Justice League Dark raggiunge la sua conclusione. Avevamo lasciato il collaudato duo Tynion IV / Mártinez colto alla sprovvista dall’arrivo dell’Uomo Sottosopra, nemesi nuova di zecca, terrificante figura che richiama entità horror moderne come Slenderman o il Crooked Man della saga The Conjuring: questo mostruoso ambasciatore del terrore risulta perfetto non solo nel design, ma anche nella sua viscida e inquietante presenza scenica.
Così come fu per Detective Comics, Tynion IV non ama prendere le cose alla leggera e le sua “resa dei conti” si trasforma in una gioia per gli occhi, spettacolo arcano che coinvolge tutte le parti in causa, da un gargantuesco Swamp Thing ad un John Costantine notevolmente potenziato; la minaccia dell’Uomo Sottosopra funge da perfetto escamotage per rivelare il futuro snodo di trama legato a Wonder Woman e a unire ancora di più i membri fondamentali della Lega Oscura. In tutto questo turbinio di rivelazioni ed action magica, da non ignorare anche l’ottimo utilizzo di Zatanna Zatara come voce narrante e il sempre più importante ruolo di questa famiglia nelle gerarchie occulte del DC Universe.

AMAZING SPIDER-MAN #6 di Nick Spencer, Humberto Ramos e Steve Lieber.

Con il sesto numero di ASM, Nick Spencer decide di rallentare e, messosi alle spalle Tri-Sentinelle, döppelganger e cambi di status quo, può dare ampio spazio alla sua vena umoristica. Humberto Ramos, veterano sul Ragno, e Steve Lieber, che con lo scrittore creò la splendida Superior Foes Of Spider-Man, lo accompagnano in questo scorcio nella vita di Peter Parker, sempre più infastidito dal nuovo coinquilino, Fred Myers alias Boomerang.
Le dinamiche a “la Strana Coppia” calzano a pennello: Spencer sa benissimo come caratterizzare questi due personaggi e, soprattutto, come continuare a muovere la trama principale in un numero senza action.
La reintroduzione del Bar Senza Nome e di un sottobosco di criminali di serie C permette esilaranti interazioni tra Parker e le sue più ridicole nemesi, mossa decisamente azzeccata. L’utilizzo di Boomerang come controparte e “spalla” del nostro Ragno sembrava una mossa azzardata e dettata dai lavori precedenti dell’autore, ma Spencer sta dimostrando come anche i suoi fan-favorite possano contribuire ad arricchire il Fresh Start dell’Uomo Ragno.

JUSTICE LEAGUE ODYSSEY #1 di Joshua Williamson e Stjepan Sejic.

È finalmente arrivato il momento di partire verso le stelle: quasi cinque mesi dopo il cross-over No Justice, Justice League Odyssey supera il muro dei ritardi e complicazioni editoriali e si unisce, finalmente, alle due League già in corso d’opera. Joshua Williamson costruisce il suo incipit proprio da No Justice, puntando l’occhio al Settore Fantasma, pianeti precedentemente intrappolati da Brainiac che sono stati liberati tra le stelle dell’Universo DC. Insieme a loro, popolazioni, culture, profezie, dei e mostri…e una voce, lontana, un’eco che richiama il gruppo di eroi a riunirsi e partire verso il centro della galassia.
Stjepan Sejic corre decisamente troppo, una velocità e superficialità figlia dell’ansia da deadline & consegna, un peccato perché vedere nuovi aspetti cosmici dà a questo #1 una buona dose di intrigo e curiosità; Williamson ha un buona base di personaggi ma c’è ancora troppo poco per giudicare la riuscita del progetto.

Intervista a Claudia Flandoli: dalla biologia ai fumetti

Copertina di "Comics&Science: The Women in Math" dedicato al rapporto fra le donne e la matematica.Abbiamo intervistato Claudia Flandoli, biologa e disegnatrice, che ha lavorato anche con Comics&Science nell’ultimo numero uscito, quello su Donne e Matematica, con una divertente storia sull’E.G.M.O. La recensione di questo, e degli altri numeri, la trovate ovviamente sul nostro sito.

  • Ciao Claudia, dicci qualcosa di te.

Ho 30 anni e vivo a Cambridge da quattro. Ho paura dei cani e l’hobby del cucito.

  • Sei stata immersa nella scienza fin da bambina. Anche io sono un fisico, e forse il buttarsi su mondi fantastici può essere un modo per fare da contraltare all’estremo realismo delle scienze, specie quelle dure… Per poi accorgersi, almeno nel mio caso, che alla fine la scienza torna sempre. E in qualche modo anche i fumetti 🙂 Ti sei data ai fumetti anche un po’ per reazione? Oppure la passione per la scienza e l’arte sono andate di pari passo?

Più la seconda credo. Fino all’università sono stata solo una lettrice (dei fumetti, soprattutto di comic strips), poi un giorno ho incontrato in rete i fumetti di Elisabetta Decontardi, in arte Deco, che scrive la striscia Inkspinster. Me ne sono innamorata a tal punto che ho iniziato a immaginarmi la mia quotidianità con lo stesso stile narrativo. Pian piano l’ho messo su carta e poi su Internet spronata da un amico che credeva molto in me. Raccontare la scienza è venuto naturalmente, studiavo Biologia e quindi parlavo anche di quella. Anche oggi non le vedo come due entità separate, la biologia mi affascina e mi piace raccontarla.

  • In una recente intervista hai parlato del tuo entusiasmo nel disegnare la matematica intendendo, ad esempio, lo studio di funzione. Quindi è assolutamente vero che la rappresentazione grafica è indispensabile alla scienza. Non solo il piano cartesiano, penso a Feynman, alla struttura 3D delle proteine e delle molecole… Cosa ne dici? Pensi che in qualche modo il rapporto tra scienza e fumetto sia solo una evoluzione di questa necessità?

Vedere (anche solo nella mia testa) le cose che studiavo era il primo passo per comprenderle e digerirle. Non credo di essere sola in questo, una volta che si può immaginare quello che si è letto lo si può vedere da più prospettive e capirne i meccanismi, ad esempio quelli molecolari. Credo che il fumetto possa aiutare a dare una prima rappresentazione, poi chi legge elaborerà il contenuto in maniera tutta personale.

  • Nel tuo sito, nella parte intitolata science illustrations c’è qualche esempio di struttura secondaria delle proteine o di altre illustrazioni (a sfondo biologico, fisico, ecc). Quanto ti senti illustratrice scientifica, avendo anche lavorato con Zanichelli? Da sempre grandi illustratori si sono dedicati al lavoro su scienza e tecnologia, basti pensare alle illustrazioni dell’Enciclopedie. Ti senti un po’ sulla falsariga di questa tradizione? A cosa è dovuto questo legame che si sta stringendo sempre di più?

Ho iniziato grazie alla mia tesi di Laurea Magistrale, quando ho sviluppato un codice visivo per la rappresentazione tridimensionale delle proteine. Ho scelto questo progetto per finire i miei studi unendo tutti i punti del mio percorso di formazione. Un professore della mia università mi ha segnalata a Zanichelli che mi ha chiamata una settimana dopo la laurea. Non avevo pensato di intraprendere questa strada, ma perché no? Ho disegnato con loro un libro di biologia per le superiori e improvvisamente avevo un portfolio ricco di illustrazioni scientifiche che potevo mandare a istituti di ricerca e riviste. A oggi faccio questo genere di lavoro con ricercatori qui di Cambridge, mi piace perché mi mantiene in contatto con il modo in cui si studia la biochimica.

  • Abbiamo intervistato recentemente anche Bruno Codenotti, con il quale hai lavorato da poco. Come ti sei trovata con lui? Ci racconti qualche aneddoto?

Bruno è una persona divertente e pazientissima, è un piacere lavorare con lui. Ha un po’ avuto la sfortuna di essere uno dei primi a lavorare con me, beccandosi tutta la mia timidezza e ritrosia a parlare in pubblico. Adesso sono un po’ (poco) più abituata, ma la prima volta che abbiamo presentato il libro mi sono nascosta dietro al proiettore e mi sono rifiutata di parlare: insomma, faceva prima a portare un cartonato della mia faccia con sé, sarebbe stato più di compagnia!

  • Nell’intervista con Alice Milani su Comics&Science avete parlato dei rispettivi genitori (quelli della Milani li ho avuti anche come docenti oltre venti anni fa, n.d.r.). Hai mai proposto, ad esempio, a tuo padre o ai suoi colleghi, di lavorare insieme a un progetto? Cosa dicono degli scienziati così “duri” di questa commistione fra scienza e disegno? Magari vi invidiano anche un po’…

Chissà! So che alcuni colleghi/amici dei miei genitori leggono i miei fumetti, anzi sono stati fra i primi lettori fedelissimi, che si compravano tutto quello che pubblicavo. Però non ho mai lavorato con loro, io tendo a proporre poco anche perché di matematica non saprei cosa suggerire, e di biologia scrivo per conto mio (anche se non mi dispiacerebbe lavorare con scienziati a qualche progetto!).

  • La divulgazione scientifica è diventata cruciale in un mondo in cui diventa sempre più necessario rendere la complessità alla portata di tutti. Pensi che ci sia una sorta di semplificazione eccessiva nel passare per i fumetti? O che effettivamente aiutino a stimolare la curiosità?

Io credo che la divulgazione abbia il ruolo di dare un’idea della meraviglia che sta dietro a certi concetti scientifici. Non si può pretendere che spieghi quanto un libro di testo, perché non viene fruita a una scrivania con un evidenziatore in mano. Intendo che per acquisire la complessità bisogna studiare, e studiare richiede una concentrazione e uno sforzo diverso dalla lettura sul divano. O almeno, questo è vero per me! Quindi – secondo me – la divulgazione deve farti scoprire che esistono questi concetti e darti un’idea di cosa trattano e di che cosa comportano, dare spunti di riflessione, farti vedere le cose da un altro punto di vista. Andare troppo nel dettaglio sarebbe come farti immergere in pochi secondi a 300 metri sotto l’acqua, ti parte un embolo di sicuro.

  • Ho la sensazione, a volte, che il fumetto, per quanto più rapido della parola scritta, sia un linguaggio ancora troppo “lento” per i giovani di oggi. Quali sono le tue sensazioni? Adolescenti e giovani si lasciano attirare dai fumetti in generale e in particolare dai fumetti scientifici?

Forse sono troppo romantica, ma penso che i giovani d’oggi siano come i giovani di ieri, solo con un mondo diverso attorno. E quindi credo che ci siano ragazzi e ragazze che hanno voglia di leggere fumetti e altri che preferiscono fare altre cose o apprendere in modo diverso. Ma questo è stato vero sempre, non penso sia frutto del mondo odierno.

  • Il tuo blog in realtà parla della tua vita, poco di scienza… ( ti nascondi dietro ai tuoi personaggi anche se c’è una bellissima foto di te e Alice Milani a Milano al CampusParty). È davvero un “diario di viaggio”. La scienza, dopo gli studi di biologia, sembra quasi uscita dalla tua vita quotidiana… È diventata una cosa di lavoro? Al di là del lavoro sui fumetti a sfondo scientifico, quanto la scienza è ancora parte della tua vita?

Mi diverte questa domanda perché racconta più di come vengo percepita dall’esterno che di come mi vedo io! Non ho un modo cosciente di rapportarmi con la scienza, ma di intendere lo scrivere fumetti sì. Per mio interesse leggo/guardo spesso cose di scienza, su riviste, libri, canali youtube, però per parlarne io in prima persona queste cose le devo studiare, e il mio blog lo faccio nel tempo libero, mi prenderebbe troppo tempo scriverci di scienza: per fare un articolo di cose scientifiche studio per giorni su quell’argomento, e anche lo storyboard deve essere strutturato bene per spiegare le cose in passaggi chiari. Insomma, il mio blog è un po’ la versione fumettistica dello stravaccarsi sul divano, lo faccio per divertirmi e per rilassarmi, e quindi racconto di cose che mi succedono e che penso possano divertire anche chi capita sulla mia pagina.

  • Esperienze come quelle del CampusParty sarebbero state impossibili senza questo connubio tra scienza e disegni, sei d’accordo?

Più che d’accordo. In realtà ho il dubbio che senza aver studiato biologia non avrei mai iniziato a lavorare, sicuramente mi ha dato una nicchia in cui svilupparmi in cui avevo poca concorrenza.

  • Storie a fumetti “non di scienza”. Quale ti è piaciuto disegnare di più? Quali argomenti e quali storie vorresti affrontare? Quali sono i progetti nell’immediato?

Considero l’ultimo fumetto fatto per Comics&Science non di scienza vera e propria, è più una storia di quattro amiche, e mi sono divertita tantissimo a scriverla e a disegnarla. Continua a divertirmi il fumetto che scrissi per Donna Moderna sulla regina Elisabetta e i miei post del blog di quando ancora stavo facendo la tesi.

Mi piacerebbe un giorno scrivere storie per ragazzi. Da bambina leggevo tantissimo, e ancora ricordo quanto mi facevano sognare le storie in cui mi immergevo. Quindi vorrei sapere inventare mondi in cui altri ragazzi possano voler vivere nella loro testa.

  • Quali sono i tuoi “scienziati” preferiti? E i tuoi “fumettisti”?

Mi emoziona la storia di Mary Anning, perché ha avuto delle intuizioni incredibili di paleontologia. Come abbia fatto a capire cosa stava trovando rimane per me un mistero. Poi mi sta simpatico Mendel: me lo immagino sereno e paciocco a seminare le sue piante e a rivoluzionare il modo in cui ci conosceremo.

Di fumettisti che mi ispirano e invidio e odio perché sono più bravi di me ne ho troppi: Watterson, Beaton, Fior, Ziche, Boulet, Lust, Zerocalcare, Vives, Collins, Bagieu, Pearson, Sattouf, Pedrosa, e tanti altri.

  • Marzullianamente: quale domanda ti aspettavi e che non ti abbiamo fatto? (anche perché l’intervistatore non è che sia proprio esperto) Rispondici anche, of course…

Non avevo aspettative per la verità, ma credo che tu mi abbia chiesto un po’ di tutto!

  • Beh, sei già stata nelle Marche, visto che hai studiato a Urbino. Noi siamo un po’ più a SUD, ma ti aspettiamo, di certo per parlare di Scienza a fumetti 🙂

Certamente!!

Un grazie di cuore a Claudia Flandoli e un “a presto” per chiacchierare ancora!

Universo DC di Seth Fisher

Il mondo di Seth è uguale e diverso dal nostro. O meglio lo era, fino al 2006, anno in cui ha raggiunto con molta probabilità le sue creazioni fuori di testa, i suoi personaggi perennemente dall’aria assonnata e malinconica, le creature da trip sotto acidi e gli ambienti alieni anche se così familiari.

Seth Fisher infatti era un disegnatore (o sognatore) statunitense, con uno stile peculiare, se non abbastanza unico, che lo rendeva riconoscibilissimo in mezzo a decine di altri.

Nella sua breve carriera ha disegnato degli autentici gioiellini che sono raccolti in Universo DC di Seth Fisher, appunto, edito da Lion e uscito da un paio di mesi in fumetteria.
C’è però da segnalare la mancanza dei suoi lavori in Vertigo e i numeri di Legends of the Dark Knight da lui disegnati.

Il volume contiene due storie della Doom Patrol (13 e 14), Green Lantern: WillWorld e Flash: Time Flies.

Cosa salta subito all’occhio? Che gli sceneggiatori, rispettivamente Arcudi, De Matteis e Rozum, sembrano fare di tutto per esaltare le doti del nostro Seth (in particolare Rozum e De Matteis, mentre Arcudi si tiene sul modo più classico di narrare).

Soprattutto in Willworld, una storia incentrata su Hal Jordan più che Lanterna Verde, De Matteis spinge sul surrealismo, mescolando teste volanti, alieni, soprannaturale, fantasia, west, mistero e perfino un pizzico di metanarrazione, sul finale. Come detto però, ciò che fa fare il salto di qualità è Fisher.

I suoi mondi sono colorati e al limite del cartoonesco, ma in un certo senso tremendamente seri. I personaggi interagiscono in modo realistico, corrono pericoli, si feriscono e muoiono.

Per loro, che vivono in quei posti assurdi è tutto normale. Non c’è nulla di cui stupirsi. Siamo noi lettori che, disabituati al fantastico e al Sense of Wonder, non facciamo che vedere buchi di sceneggiatura e ricercare seriosità ovunque. Ma gli autori lo sanno! In almeno un punto e abbastanza esplicitamente ce lo fanno notare, prendendosi gioco di questa “pretenziosità”.

La storia su Flash, tra le tre presentate è certamente la più debole. Interessante è tutta la “lore” di questo mondo futuristico in cui Flash si trova costretto ad agire, ma per il resto è tutto fuorché memorabile dal punto di vista della semplice scrittura.

A rendere il tutto più prezioso o quantomeno godibile è ancora una volta il nostro Seth, che tratteggia un futuro molto più vicino ad un Fantasy che a ciò cui di solito siamo abituati.

I colori super accesi e i design incredibili danno l’idea di un mondo alieno ed estraneo, come in effetti potrebbe risultare agli occhi di una persona che vive ai giorni nostri la tecnologia di un immensamente lontano futuro.

Infine, la Doom Patrol di Arcudi: questa è la parte che più è valida e meglio ha resistito al passare del tempo.

Arcudi, mai troppo celebrato, tesse una trama dallo stile retrò in cui, per una volta, è Fisher che si deve adattare ai toni da “serie regolare”.  E nemmeno qui sfigura, anzi. Benché non ci siano proprio tutti i personaggi che hanno contribuito a rendere questa squadra grande, Robot Man e soci non sfigurano.

Non mancano i momenti divertenti, riflessivi e di azione. Con un pizzico di malinconia che da sempre accompagna Cliff Steele.
Anche qui trama semplice, ma con un bel twist che la fa risollevare quando si potrebbe finire nel già visto.

Come detto, i disegni non seguono il canovaccio delle due precedenti avventure, presentate in questo volume, anzi.

Però Fisher ci mette del suo. Soprattutto sul vero protagonista di questa storia: Robot Man. Il volto meccanico diventa quasi di plastica mentre le rughe compaiono e scompaiono sul metallo arancione, a mostrare ogni possibile emozione umana.

In sintesi, questo è un volume che chiunque sia appassionato non solo di fumetto, ma anche di illustrazione dovrebbe avere. Riunisce il talento di quello che sarebbe potuto diventare davvero un maestro nel mainstream supereroistico col suo tratto inconfondibile e alcune storie di buon livello.

 

Universo DC di Seth Fisher

Editore: RW LION
Collana: UNIVERSO DC DI SETH FISHER
Serie: DC UNIVERSE LIBRARY
Prezzo: € 17,50

Musashi: il samurai, l’uomo, il mito

Musashi, l'Età dell'Acquario

Musashi Miyamoto è uno dei personaggi più affascinanti e amati della storia giapponese. Il romanzo storico di Eiji Yoshikawa, dei primi anni del ‘900, intitolato appunto Musashi, è tra i più ricercati e pubblicati in patria, perché racconta la vita, romanzata, di questo samurai solitario e del suo Bushidō. A Musashi si è ispirato Takehiko Inoue per il suo Vagabond, cha racconta la vita di Takezo, dalla sua infanzia ribelle all’ombra di un padre troppo rigido, alla sua sfida personale di diventare “il più forte di tutti” e di come nel tempo questa esigenza cambi e si trasformi attraverso la filosofia e l’arte.

In realtà ben poco si sa della vita di Musashi, che di per sé è già un “nome d’arte”: non si sa con esattezza dove sia nato, ma si sa che suo padre era davvero ritenuto uno spadaccino estremamente abile, restando un punto di scontro nell’animo del figlio, e che il suo nome inizia a diventare noto dopo la battaglia di Sekigahara, che determinerà la vittoria del clan Tokugawa e la sua ascesa al potere. Musashi combatté a soli sedici anni in questo scontro, ma dalla parte avversa ai vincitori, quindi per questo fu mal visto e ricercato per molti anni.

Le uniche informazioni relativamente certe sulla sua vita le abbiamo grazie al libro scritto di suo pugno, Il libro dei cinque anelli, che è stato trasposto in fumetto e pubblicato in Italia dalle Edizioni L’età dell’Acquario e di cui abbiamo parlato qui. La stessa casa editrice ha pubblicato anche Musashi, la storia della vita di questo straordinario samurai, che si ispira al libro The Lone Samurai, scritto da William Scott Wilson, e basata sul racconto autobiografico dello stesso Musashi.

Nel fumetto a parlare però non è lo spadaccino, ma il figlio adottivo Miyamoto Iori, che davanti al monumento commemorativo innalzato nei pressi di Kokura, località dove Musashi è morto, racconta la vita di suo padre, senza celare le ombre e le incertezze che a essa sono legate. Egli racconta di come la sua celebrità sia dipesa dagli scontri vittoriosi contro coloro che erano ritenuti i più forti samurai del tempo, e di come abbia vinto non solo con la forza, ma soprattutto con astute strategie che si basavano sulla psicologia dell’avversario.

Musashi, l'Età dell'Acquario

Il volume dunque si presenta come un resoconto riassuntivo delle imprese più memorabili di Musashi e della sua evoluzione umana, tratteggiando il profilo di una personalità stupefacente, dotata sul piano fisico ma anche intellettivo di talenti e molteplici virtù, ricordando infatti di come lo spadaccino fosse ammirato anche come poeta, scrittore, filosofo, pittore, scultore, calligrafo e costruttore. Brevemente vengono anche introdotti i personaggi che ha incontrato o con cui si è scontrato, altrettanto degni di nota e meritevoli di stima.

Dunque, se si è curiosi di conoscere la vita e la personalità di Musashi, questo fumetto è consigliabilissimo, ma se oltre ai fatti si desidera anche capire la portata storica e umana di questa figura si può rimanere un po’ delusi. La sceneggiatura di Sean Michael Wilson infatti non approfondisce molto la psicologia e le motivazioni della gesta del samurai, in parte anche per la scelta del racconto posteriore ed esterno agli eventi. La narrazione affidata a Iori infatti è flemmatica, senza picchi, in un certo senso molto giapponese e in linea con la modestia che un figlio deve mostrare parlando della vita di un padre, ancora di più se questi viene considerato ammirevole o discutibile.

Musashi, l'Età dell'Acquario

Al lettore però resta la voglia di capire meglio e saperne di più. Un esempio su tutti, nel racconto dello scontro di Musashi contro i cento (così si narra) allievi del dojo Yoshioka in cerca di vendetta per la sconfitta dei loto maestri, non si sente nessun pathos, nessuna epicità, ma invece fu proprio durante questo scontro per la sopravvivenza di uno contro “cento” che Musashi diede vita alla sua arte, il Niten Ichi-ryu,  cioè lo stile dei “Due cieli in uno”, perché di fronte alla forza del numero degli avversari lo spadaccino per la prima volta combatté con entrambe le mani, impugnando una spada lunga e una corta.

Questo aspetto è del tutto ignorato nel racconto, mentre si sottolineano le linee d’ombra presenti nei suoi scontri, tutti brevissimi, in cui, soprattutto in quello celeberrimo contro Kojiro Sasaki, oppositori hanno supposto scorrettezze usate in nome della vittoria.

Anche il disegno affidato a Michiru Morikawa soffre di questa mancanza di accuratezza: a partire dagli sfondi, che sono sempre piuttosto approssimativi, l’uso dei retini anche per esprimere il movimento, al posto delle linee grafiche, e la caratterizzazione dei personaggi che manca di epicità. Musashi non riesce a emergere sugli altri, la sua figura non risulta carismatica né elaborata per essere risaltata. Inoltre le scene di combattimento, e gli scontri, risultano poco chiare e frettolose, tanto che il lettore deve intuire cosa è successo, più che restarne impressionato.

Non bisogna comunque confondersi: Musashi non è una brutta opera o mal congeniata, è anzi utile per conoscere il personaggio, la sua celebrazione, la sua umanità; ma per chi ha già letto il romanzo a lui dedicato o conosce già la sua storia, aggiunge poco, e lascia deluso chi si aspetta una glorificazione della gesta e del nome di un samurai tanto amato.

Insolubilia: un paradosso a fumetti

Il termine insolubilia nel Medioevo indicava i paradossi logici (le cose non risolvibili, appunto) in particolare quelli collegati al paradosso del mentitore, che era ben noto fin dall’antichità.

Quindi protagonista del primo lavoro a fumetti (in qualche modo) adulto di Bruno Codenotti è proprio il paradosso detto dell’impiccagione imprevedibile. Così noto da essere associato al conquistatore spagnolo Francisco de Orellana.

In effetti il ricercatore del CNR, che abbiamo recentemente intervistato, si occupa da tempo di divulgazione nel campo della logica matematica. E ha sempre utilizzato il linguaggio delle nuvole parlanti.

Ma nelle opere precedenti, il centro è stato sempre la divulgazione. I fumetti erano un supporto, per quanto fondamentale. Adattissimo per alleggerire la lettura e rendere più comprensibili i problemi logici e le loro soluzioni.

Lo abbiamo visto anche nelle recensioni dei lavori di Codenotti con Claudia Flandoli.

In questo caso la storia è in tutto e per tutto un breve graphic novel (venti tavole disegnate in tutto). Anzi quasi un graphic stageplay.

Codenotti fa interpretare l’insolubilia da una piccola compagnia teatrale, i cui componenti si confondono con i personaggi che interpretano. Al punto di avere gli stessi nomi.

E la data dell’impiccagione del paradosso è invece un deus ex machina che deve comparire durante la rappresentazione teatrale. Un personaggio misterioso che, comparendo casualmente in seguito a un rintocco di campana, darà le istruzioni agli attori su come terminare la rappresentazione. Il regista e autore ne sostiene l’impredicibilità: non scriverà sul copione quando deve comparire….

Ma proprio rifacendosi al paradosso, gli attori si rendono conto in realtà che l’arrivo del personaggio misterioso è invece prevedibile.

La storia stessa di sviluppa come un lavoro teatrale, diviso in prologo, quattro scene ed epilogo. In ciascuna scena si ha una parte importante: l’idea, la proposta, la discussione sul paradosso, la messa in scena.

In mezzo, nella terza scena, l’imponderabile. Gli attori hanno scritto a loro volta un copione, con la soluzione del paradosso, che però viene portato via dal vento, per cui l’unico testo rimane quello del regista. Stefania, Emilio e Gisella non possono mostrare il loro copione al regista prima del palcoscenico.

Nell’ultima scena assistiamo alla rappresentazione di Insolubilia, che è anche il titolo della piece. Un lavoro in cui tutti i protagonisti/autori incrociano contraddizioni, incomunicabilità, sorpresa, verità, decisioni e le loro conseguenze.

E quando compare in scena il regista (che peraltro è l’unico senza nome in tutta la storia) nelle vesti del personaggio misterioso, la logica di Stefania, che aveva spiegato il paradosso, sembra essere perdente.

Così il regista si lancia nella citazione di Nietzsche, un maestro del sospetto. Nel 1873 nel suo Su verità e menzogna in senso extramorale, aveva scritto:

Che cos’è dunque la verità? un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.
E il regista rappresenta proprio il Nietzsche che sostiene l’impossibilità di pianificare ogni cosa, per cui la verità è un’illusione e la logica di Stefania è in realtà fallace.

Ma la logica (rappresentata in questo caso da Stefania, che si è tirata dietro anche gli altri attori) non può arrendersi così facilmente. Così nell’epilogo c’è la sorpresa (che ovviamente non vi sveliamo).

Il lavoro di Codenotti è per forza di cose talvolta verboso. Alcuni passaggi devono per forza di cose essere ricchi di dialogo, dalle spiegazioni dei passaggi logici, alle discussioni sull’opera, alla stessa rappresentazione sul palco.

Però è in buon equilibrio con le tavole prive di parole, che staccano. Inoltre il grande formato e le caratteristiche di sceneggiatura e disegno rendono leggibili anche i lunghi parlati.

La parte grafica è opera di Michele Avigo, che ha cominciato come illustratore (nel suo vecchio sito qualche lavoro). Ha realizzato altri due lavori per Segni d’Autore, il primo con Codenotti (che è al terzo collaboratore grafico, dopo Eros Pedrini e Claudia Flandoli).

Il tratto è piacevole, leggero, colorato ad acquerello. In alcuni passaggi la precisione è migliorabile e le azioni sono poco dinamiche, ma non è certo questa la finalità.

La caratterizzazione, anche grafica, dei personaggi, è riuscita. Al di là dei quattro protagonisti non ne compaiono altri, tranne un cane e un bambino nel terzo atto. Il pubblico del teatro è privo di fisionomia.

L’uso del colore è altrettanto riuscito. Bella la trovata di riportare le pagine a quadretti con gli appunti di Stefania per spiegare il paradosso. Molto suggestivi i paesaggi e l’ambientazione nel paesino arroccato su una collina, che sembra di per sé un palcoscenico, mentre Emilio costruisce nella piazza centrale quello che poi verrà usato dalla compagnia.

La gabbia delle pagine è molto larga (3-5 vignette). Questo, come già notato, alleggerisce i ricchi dialoghi.

Come detto in altre occasioni, il fumetto dà l’occasione di presentare un tema matematicamente non elementare, proponendo citazioni e percorsi. Certamente per risolvere gli insolubilia occorrerà approfondire anche la parte teorica, ma un’idea quest’opera ce la lascia.

Fino al finale a sorpresa, che rimette in discussione tutto e stimola a cercare in tutta la storia le parole chiave da analizzare.

 

Insolubilia
21 x 29,7 cm, 32 pagine a colori
Brossura con alette, cucitura a filo refe
11,90 euro
Segni d’Autore

Dopo Feynman, Hawking

Avevano cominciato a pensarci nel 2012, un anno dopo aver pubblicato la biografia di Richard Feynman, e parlandone proprio con il fisico inglese scomparso esattamente sei mesi fa, il 14 marzo scorso.

Ottaviani ha raccontato che erano andati (lui, con il disegnatore Leland Myrick) nello studio di Hawking a Cambridge e avevano parlato della cosa, trovando pieno appoggio.

Era poi stato annunciato nel 2013 e avrebbe dovuto vedere la luce nel 2016, tanto che erano pronte anche alcune tavole di presentazione, ma evidentemente è servito qualche tempo in più per rifinire il tutto.

Jim Ottaviani lo ha comunque confermato sulla sua pagina Facebook e LiveScience ha riportato la notizia.

Il lavoro uscirà in inglese il 2 luglio 2019, pubblicato da First Second.

In Italia la biografia di Feynman è stata pubblicata da BAO, e poi riproposta nella serie I grandi della scienza a fumetti nel 2017  da Le Scienze.

 

Wednesday Warriors #3 – Da The Wild Storm al Ritorno di Wolverine

 

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

JUSTICE LEAGUE #8 di James Tynion IV e Mikél Janin.

Ritorna al centro del palcoscenico la Legione del Destino, protagonista di questo ottavo numero di Justice League. Dopo il gran finale di arco narrativo nello scorso numero, James Tynion IV sposta nuovamente l’attenzione del lettore: Luthor resta il nemico pubblico #1 per la Justice League e le sue azioni stanno togliendo equilibrio alla bilancia di forze in gioco. Il ritorno di uno storico personaggio della continuity DC viene ben integrato con la trama principale della serie, l’esplorazione della Totalità e il suo significato in ottica multiversale, mentre il diavolo custodito nel cuore della Hall Of Doom sembra pronto a contrattare la sua vasta conoscenza con una terrificante promessa.
Tynion IV sa perfettamente gestire egocentriche e lugubri personalità come Luthor, Joker, Sinestro e Grodd allo stesso momento, dando voce ai personaggi senza far pestare i piedi; Mikél Janin si conferma artista notevole, sempre pulito e con una maestrale gestione della tavola.
Anche se protagonista di poche pagine, i due numeri pubblicati finora hanno messo in luce la Legione del Destino quanto la sua controparte eroica, rimarcando sempre di più il concetto principale di questa run firmata Scott Snyder, il flusso e lo scontro di forze equivalenti insito nell’Universo DC.

 

VENOM #6 di Donny Cates e Ryan Stegman.

Si ami o si odi il personaggio, c’è da ammetterlo: il lavoro di Cates & Stegman è stato enorme, audace e per certi versi rivoluzionario. L’autore ha scavato per tirare fuori una ret-con figlia di Jason Aaron e del suo primo Thor, coraggiosa ma vera boccata d’aria fresca per Eddie Brock & simbionte, finalmente usciti da un tunnel di mediocrità chiamato Mike Costa.
Il sesto numero della serie spinge sull’accelleratore prima dello stop: Venom e “Rex” si trovano a dover affrontare il terrificante Knull, Primo Dio dell’Abisso, unendo le proprie capacità in un mix di violenza aliena e armi da fuoco terrestri. Stegman, anche in questo numero in stato di grazia, ci tiene a rimarcare al lettore quanto sia in debito con gli anni ‘90, esplodendo in un tripudio di spade, bombe a mano, fucili e simbiotico liquido nero. Il risultato dello scontro, orchestrato e coreografato senza pecche, diventa importantissimo e cambia nuovamente le logiche del rapporto ospite / simbionte: Eddie sembra davvero non avere pace, ma data la sua natura “eroica” di questa serie, riuscire a creare empatia verso questo bastardo sembra essere perfettamente nelle corde di Cates.

THE WILD STORM #17 di Warren Ellis e Jon-Davis Hunt.

Il viaggio attraverso l’America di John Lynch non é ancora concluso: il progetto Thunderbook, ormai sotto copertura e fuori dai suoi radar da tempo, è nel mirino delle Operazioni Internazionali e, nella guerra contro Skywatch, potrebbero rivelarsi l’arma vincente. È una corsa contro il tempo e Warren Ellis lo sa benissimo.
Accompagnato da un Jon-Davis Hunt in splendida forma e sempre più padrone della pagina e delle sue vignette con il proseguire della storia, l’autore divide questo diciassettesimo numero di The Wild Storm in due parti; come accennato, alle prime dieci pagine il compito di introdurre un nuovo membro dell’ex Thunderbook, Stephen Rainmaker. Anche in questa occasione, i dialoghi e le parole usate mescolano familiarità tra i personaggi ma anche distacco emotivo, paura, dissenso, giocando sempre con la tensione tra Lynch e i suoi “figli”.
Quasi a sorpresa, la seconda parte dell’albo si prende la libertà di mostrarci il secondo, inquietante confronto vis-a-vis con i terrificanti Daemon, la razza di alieni ancestrali che ha deciso di riportare l’equilibrio in un mondo ormai fuori scala, incapace di ritrovare un bilanciamento. In una storia che non sembra avere una netta divisione tra eroi e villain, i Daemon sono certamente alcune delle figure più maligne introdotte da Ellis finora.
The Wild Storm continua a essere una delle letture migliori del mese in DC, un thriller fanta-politico che non sembra avere nulla a che fare con le figure ipertrofiche dalle quali prende ispirazione.

Gufu’s Version

RETURN OF WOLVERINE #1 di Charles Soule e Steve McNiven

A quattro anni dalla sua morte torna Wolverine, quello vero, non un clone, non una sua versione futuristica, non un figlio ecc… ma proprio il Logan morto in Death of Wolverine, e a farlo tornare sono proprio gli artefici della sua morte: Charles Soule e Steve McNiven.
Sebbene in questo primo albo venga detto relativamente poco, la storia risulta di facile approccio anche a chi è a digiuno della recente cronologia di Wolverine, segno che si tratta di un progetto determinato a richiamare all’ovile i fan storici del mutante canadese.
Cosciente dei punti di forza storici del personaggio Soule reintroduce il mistero nella vita di Logan: troviamo il nostro eroe coperto di sangue, in un laboratorio semidistrutto situato chissà dove, confuso, con ricordi frammentari e con un nuovo avversario, Persephone, anch’essa misteriosa. Lo scrittore rifugge dall’uso della classica narrazione per didascalie introspettive, trademark del personaggio sin dalla gestione di Claremont, per sperimentare un dialogo tra le varie personalità – o versioni –  di Wolverine descrivendo una sorta di schizofrenia che offre una serie di prospettive interessanti.
Il punto forte dell’albo è sicuramente la resa artistica, Steve McNiven si esibisce in una serie di virtuosismi che puntano a riproporre lo stile di Barry Windsor Smith riuscendo a catturarne l’eleganza pur essendo evidente che il disegnatore si trovi in una fase intermedia della sua sintesi nella ricerca di uno stile più personale.
Ad azzoppare parzialmente il lavoro di McNiven ci pensano purtroppo gli inchiostri discontinui di Jay Leinstein, capace di valorizzare il tratto nelle prime pagine e di renderlo goffo e grezzo alla fine dell’albo, e i colori di Laura Martin, troppo scuri e pesanti che forse tendono a coprire il lavoro dettagliato fatto sulle linee.

MISTER MIRACLE #11 di Tom King e Mitch Gerads

Penultimo capitolo di quello che è, qualitativamente parlando, probabilmente il punto più alto della carriera di Tom King fino a oggi, complice anche l’incredibile lavoro di Mitch Gerads capace di sfruttare al meglio un vincolo apparentemente castrante come quello della griglia fissa a nove vignette.
I due autori riescono a convogliare i propri talenti in uno stile che coniuga dramma e humor – esemplare in questo senso la pagina in cui Darkseid mangia le verdure -, epicità e quotidianità, capace di coinvolgere e appassionare fino all’ultima vignetta. L’albo si chiude con un twisted turn degno di M. Night Shyamalan, che tutti, più o meno, ci aspettavamo ma che ci lascia comunque curiosi sugli sviluppi possibili dell’ultimo capitolo.

 

PEARL #2 di Brian Michael Bendis e Michael Gaydos

In questo secondo capitolo vengono confermate le impressioni, buone e cattive, date dal primo albo: Brian Michael Bendis sviluppa una sceneggiatura attorno a un soggetto essenziale teso principalmente a sottolineare e valorizzare l’abilità compositiva e virtuosa di Michael Gaydos. I punti forti dell’albo risultano infatti essere quelli in cui l’artista viene maggiormente lasciato libero di sfogare la propria verve senza vincoli narrativi di sorta: le spread page in cui vediamo la protagonista intenta nel suo lavoro di tatuatrice sono indubbiamente le più appaganti di tutto l’albo.
La trama, imperniata su Yakuza e omicidi, è probabilmente l’elemento meno interessante, un mero pretesto per un’esposizione fatta di pop-art e dialoghi brillanti figli dell’indiscusso talento da paroliere dello scrittore. Mestiere e sapiente gestione del ritmo però non bastano però a coprire la sostanziale assenza di una vera sostanza, un’inconsistenza narrativa di fondo. Probabilmente il quadro generale sarà più apprezzabile una volta che la serie verrà raccolta in volume.

Bruno Codenotti. Dalla matematica ai fumetti

Bruno Codenotti è già stato sulle pagine del nostro sito, abbiamo recensito un paio dei suoi lavori, in particolare quelli disegnati da Claudia Flandoli.

Così, anche dopo aver visitato il suo sito abbiamo avuto l’opportunità di rivolgergli qualche domanda, e non ce la siamo lasciata scappare.

  • Ciao Bruno puoi presentarti?
    Sono nato nel 1959 a Brescia, ho frequentato il Liceo Scientifico a Desenzano del Garda e poi mi sono spostato a Pisa per studiare Informatica. Dopo la laurea, sono entrato nel CNR e da allora ho lavorato al CNR a Pisa, con frequenti e lunghi soggiorni negli Stati Uniti, dove ho fatto ricerca e insegnato.
  • Quali sono stati e quali sono attualmente i tuoi principali interessi nella ricerca scientifica?
    Ho fatto ricerca in algoritmica e complessità computazionale, due branche dell’Informatica teorica. Dal 2012 mi occupo quasi esclusivamente di divulgazione scientifica.
  • Portare a fumetti un settore come quello in cui lavori credo sia una sfida particolarmente interessante perché non si tratta di raccontare la vita di uno scienziato o di rappresentare eventi naturali. Spesso ho notato che hai usato il fumetto per rappresentare esempi pratici di logica e matematica applicandola alla vita reale. Quale pensi che sia il modo migliore di parlare di matematica e logica a fumetti?
    Innanzitutto devo fare presente che tutti i miei libri  sono nati da conferenze che ho tenuto soprattutto nelle scuole secondarie. Di volta in volta, a seconda del tema, cercavo il modo più adatto di proporre i problemi con l’ausilio di supporti grafici. Per questo, fin dall’inizio delle mie attività divulgative, ho cercato di collaborare con illustratori. In generale non credo ci sia il modo migliore. Ogni argomento fa storia a sé e, caso per caso, si cerca di trovare le forme espressive più adatte.
  • Se non sbaglio, mi hai detto in una conversazione che negli ultimi sei anni ti sei occupato principalmente di divulgazione a fumetti. Non è raro che degli scienziati si dedichino alla divulgazione scientifica, ma perché un dirigente di ricerca del CNR decide di farlo attraverso i fumetti? Da dove è partito questo lampo?
    Dalle conferenze fatte nelle scuole e dalla constatazione che attraverso il fumetto riuscivo a tenere l’attenzione dell’uditorio, anche su temi riguardo ai quali i ragazzi avevano pregiudizi…
  • Ti sei lasciato influenzare da qualche scienziato o scrittore italiano o straniero che si occupa di fumetti? Quali sono le opere e gli autori, se ce ne sono, che ti hanno maggiormente colpito in questo campo?
    Il divulgatore che mi ha influenzato di più è senz’altro il grande Raymond Smullyan (deceduto nel 2017 N.d.R.), un maestro nel costruire situazioni paradossali che mettevano a dura prova il senso comune. È da lui e dal suo lavoro che ho in seguito sentito l’importanza di integrare le spiegazioni matematiche con illustrazioni e/o fumetti.
  • I libri che hai scritto sono passati da libri riccamente illustrati a libri che contengono una vera e propria componente fumettistica. Come e perché si è evoluta questa scelta?
    Non c’è stata una vera e propria evoluzione. Piuttosto, come dicevo prima, una ricerca delle soluzioni grafiche più adatte all’argomento che avevo di fronte e al desiderio di trasmetterlo nel modo migliore possibile.
  • Hai lavorato con diversi disegnatori. Claudia Flandoli, che è anche biologa; Michele Avigo, che è un letterato, ed Eros Pedrini. Quali differenze hai trovato? Come mai hai cambiato? È stata una scelta tecnica o si sono create semplicemente collaborazioni diverse?
    Al centro c’è sempre stato un progetto, l’esigenza di trasmettere qualcosa. Le collaborazioni sono nate in modi diversi, ma sempre con l’idea di un confronto costante con l’illustratore. Non sono state scelte, ma situazioni concrete, da cui sono nate collaborazioni.

  • I rapporti tra scritto e fumetto nei libri con Claudia Flandoli sono diversi nei due libri che avete fatto insieme. Ho apprezzato molto Archimede aveva molto tempo libero perché la storia continua che si alterna con il testo divulgativo; è una modalità che non avevo mai trovato e che mi ha colpito molto. Allo stesso modo, gli spot di Io penso che tu creda che lei sappia con l’alternarsi di personaggi e situazioni diverse, è altrettanto divertente. Come sono nate queste idee? C’è stato un confronto con gli esecutori grafici anche durante l’ideazione del libro e la stesura dei testi?
    Il tema dell’infinito matematico è ostico. Per questo è nata l’idea, merito di Claudia Flandoli,  di intrecciarlo con una storia a fumetti che alleggerisse e allo stesso tempo desse ulteriore intuizione dietro i temi trattati testualmente. D’altro canto, Io penso che tu creda che lei sappia tratta temi di epistemologia interattiva e presenta numerosi aneddoti. In quel caso, la difficoltà sta spesso nell’entrare nell’argomento, per cui ci è parso più adatto a questo tema, l’idea di introdurre col fumetto ogni singolo aneddoto.
  • Che rapporti trovi tra i paradossi logici e quelli grafici? Potrebbe essere interessante un parallelismo, mi viene in mente Escher…
    Sono linguaggi diversi con cui esprimere gli stessi concetti. La presentazione grafica è più immediata, naturalmente….
  • Quali possono essere altri campi della matematica che possono facilmente e produttivamente essere convertiti in fumetto?
    A mio parere, non si tratta tanto di campi della matematica, ma piuttosto di concetti matematici. Un caso su cui sto riflettendo ultimamente è quello della probabilità, che è fonte di molti aneddoti e paradossi e nel quale l’uomo non ha spesso intuizioni corrette… Sto progettando di fare qualcosa su questo in futuro….
  • Chi ti parla è un fisico, anche se ora il mio lavoro è diverso. Mi sono appassionato ai fumetti proprio all’Università, e mi sono dato la “giustificazione” che, vivendo a contatto profondo con le leggi della realtà, in qualche modo si senta una spinta verso il fantastico e la fantasia. Che ne pensi? O non c’è bisogno di “giustificare” il passaggio dalla scienza al disegno?
    Secondo me non servono giustificazioni. Il fumetto, con la sua immediatezza, avvicina alla scienza, toglie timori, può fare appello all’intuizione…. L’importante è che il lavoro scientifico a fumetti sia il frutto di una collaborazione vera tra disegnatore e scienziato. Solo così l’integrazione può essere efficace. 
  • Un timore, in questa società che semplifica tutto, e in cui chiunque legga un minimo su un argomento si ritiene immediatamente un esperto, è che il fumetto scientifico generi questo tipo di confusione. Leggendo ad esempio Archimede aveva molto tempo libero mi sento autorizzato a parlare da esperto di infinito (matematico).  Invece dovrebbe essere il “lancio” per soddisfare qualche curiosità, e magari spingere ad approfondire su testi più maturi. Pensi sia un rischio reale? Come va affrontato (se secondo te c’è un modo per affrontarlo)?
    Il rischio c’è, è presente e inevitabile. Io vedo queste attività come un seme che viene gettato. C’è modo e modo di semplificare, c’è modo e modo di presentare un argomento scientifico al grande pubblico. Questo è un aspetto. L’altro è che, come dici anche tu, cercare di stimolare la curiosità. Solo la curiosità può spingere ad approfondire….
  • A luglio è uscito Insolubilia. Quali sono i prossimi lavori in cantiere?
    In cantiere ci sono varie cose…. Un libro, con Michele Avigo, su un crittografo italiano del 1500, una rivisitazione di Attraverso lo specchio di Lewis Carroll che sto scrivendo con un Grande Maestro di scacchi, Michele Godena, e con le illustrazioni di Claudia Flandoli, un libro sulle idee di fondo dell’Informatica, che sto scrivendo con Mauro Leoncini…. E altro ancora….

Ringraziamo Bruno Codenotti, in attesa dei prossimi lavori che potrete seguire certamente sulle pagine del nostro sito.

Batman: vita con Alfred – I Giudici

È arrivato il momento di annunciare i quattro membri che compongono la giuria del nostro concorso di illustrazione Batman: Vita con Alfred

Come di consuetudine la giuria sarà composta da figure di spicco del panorama fumettistico nazionale e internazionale affiancate a eccellenze del mondo dell’illustrazione e dell’arte in generale provenienti dalla nostra ridente città di Ascoli Piceno.

Eleonora Carlini

Eleonora Carlini è una disegnatrice e fumettista romana. Inizia il suo percorso professionale in piccole realtà editoriali italiane come Crazy Camper (Bren Gattonero, Teenage Mummy) e Villain Comics (Gunsmoke and Dragonfire). Dopo aver frequentato il corso d’illustrazione alla Scuola Internazionale di Comics, prende parte a diverse mostre e collettivi artistici nella capitale fino a quando – qualche anno dopo – approda sulla testata Grimm Tales of Terror targata Zenescope Entertainment e successivamente, nel 2015, sulle avventure del Decimo Dottore (10th Doctor Who) per la Titan Comics, esordendo nell’albo speciale del Free Comics Book Day e continuando per buona parte della prima stagione e per tutta la seconda. A fine 2015 esordisce in DC Comics
sulla testata di Batgirl of Burnside chiudendo il primo ciclo narrativo della serie, poi su Green Arrow, Harley Quinn e Suicide Squad.
Parallelamente agli impegni per la DC Comics ha lavorato su un nuovo titolo creator- owned, Backways, scritto da Justin Jordan e colorato da Silvia Tiedi per l’AfterShock Comics.
Attualmente lavora per la BOOM! Studios sulla testata Go Go Power Rangers, in uscita nei prossimi mesi

Fabio Listrani

Fabio Listrani è un artista autodidatta, illustratore, autore, musicista e grafico, laureato in una facoltà scientifico/matematica chiamata Scienze dei Media, che vive e lavora a Roma. Negli anni si è affermato soprattutto come Cover Artist lavorando per diverse realtà internazionali quali la MARVEL, Titan Comics, Heavy Metal o IDW Publishing, spaziando fra testate del calibro di X-Men, Doctor Who, Warhammer 40.000, Quake, Dishonored, Dark Souls etc.
Oltre ad essere stato selezionato ed incluso per più anni consecutivi sulla prestigiosa antologia “SPECTRUM: The Best in Contemporary Fantastic Art “, nel 2014 vince anche il premio come Best Interior Illustrations per il libro da lui illustrato “Zombies vs Robots; No Man’s Land” edito dalla IDW Publishing.
Nello stesso anno si consolida anche la sua collaborazione con la Scarabeo di Torino per la quale realizza un mazzo di Tarocchi di successo chiamato Night Sun Tarot e in seguito all’ottimo riscontro ottenuto, nel 2017 ne realizza un secondo chiamato Santa Muerte Tarot” andato sold-out nel giro di soli due mesi dalla sua uscita ed attualmente in ristampa.
Artista poliedrico digitale 2D/3D, lavora inoltre su Artwork per band, Poster Art, T-Shirt Design e ora attraverso la casa editrice Shockdom ha esordito nel 2017 come autore completo di fumetto con il suo progetto “CHARON.
Ha appena pubblicato il suo artbook-retrospettiva chiamato “INTOtheVOID.vol01”, mentre a Novembre 2018 (anteprima a Lucca Comics) uscirà il secondo volume del fumetto CHARON e il nuovo progetto per la Scarabeo, ovvero un oracolo di 32 carte chiamato Santa Muerte Oracle“.

Mattia De Iulis

Nato l’8 maggio del 1991 ad Ascoli Piceno. Si è trasferito a Roma per 4 anni per studiare alla Scuola Internazionale di Comics, il corso di illustrazione e il master di colorazione digitale per comics. Ha iniziato a lavorare come assistente e illustratore per future fiction e per l’editoria, per poi passare definitivamente al fumetto dopo poco. La sua prima esperienza come colorista è stata per la Sergio Bonelli Editore con uno speciale di Brendon e Morgan Lost, sempre per Bonelli successivamente ha colorato 2 storie per Dragonero Adventures per poi passare come disegnatore completo (disegni e colori) a Kimera Mendax (per Manfont).
Attualmente lavora come disegnatore completo in Marvel per la serie Jessica Jones.

Pietro Cardarelli

Scenografo, Lighting e Visual Designer e Creative Director. Dopo la laurea in Scienze dell’Architettura, si specializza nel 2007 in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Ha lavorato per importanti nomi del cinema, del teatro di prosa, del teatro sperimentale e di ricerca e lirico: Leo Muscato, Francesco Micheli, Gabriele Giromella, Alessandro Marinelli, Stefano Artissunch, Flavio Bucci, Michal Znaniecki, Chiara Cicognani, Enzo Decaro, Davide Calvaresi, Irene Russolillo, Glen Çaçi e altri.
Dal 2009 lavora anche come Creative Director per cantanti, artisti, band e produttori musicali, stilisti, coreografi, strutture d’arte ed aziende (Dardust, Dario Faini, Ralf Schmid, Ivan Segreto, Garrison Rochelle, DiMaio, LaRua, Sursumcorda, Amat, ObliqSound, ZKM Karlsruhe, CWM Produzioni, Nanosystems, Roland Europe, Pea Cosmetics, PopSophia e altri).
Dal 2015 è responsabile lighting designer e visual art director per i progetti “Pyanook” e “PyanookLab” del musicista e compositore Ralf Schmid presso lo studio Kubus dello ZKM di Karlsruhe e la Humboldtsaal di Freiburg (Germania). Dal 2014 è progettista e lighting-visual artist per il compositore e musicista Dardust (Dario Faini) curando tutte le date dei tour (tra cui eventi per MTV ed Elita).
Nel 2017 è lighting designer del “Tutta la vita tour” della band LaRua. Dal 2011 al 2014 è stato scenografo, lighting designer e visual artist per la Roland Europe per l’evento internazionale “V-Accordion International Festival” presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma.
Da ottobre 2011 tiene ad Ascoli Piceno diversi corsi sulle nuove forme dell’arte contemporanea, organizzando anche eventi d’arte. Nel 2012 è docente del corso “Manipolazione Creativa dello Spazio”, nel 2014 e nel 2017 del corso di “Visual Art” nell’evento nazionale “Ap Art Up.Gioventù Creativa” (ANCI – Consiglio dei Ministri). Le sue opere sono state esposte in diverse mostre e collettive d’arte (“Visto da diversi punti di vista” – Ascoli Piceno – 2004; “MCArt2005” – Macerata – 2005; “Toyz Toyz” – MondoPop – Roma – 2010; “1ForRun/Clutter Magazine Contest” – New York – 2011; “Trace Becoming Art” – Interni Mangiola Lab – Milano – 2012; “Tenderness” (personale) – Ascoli Piceno -2013; “Padre Nostro” – Fabriano e MAMS Sassoferrato – 2014; “Arte Pubblica” – Ascoli Piceno – 2015; “Voci nei vicoli” – Mosciano – 2017).

Per il Bando e le FAQ di partecipazione clicca qui -> BANDO & FAQ
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47 ronin: un’altra lettura

Abbiamo recentemente parlato di una edizione a fumetti di 47 ronin, una delle storie vere più leggendarie del mondo.

In quell’articolo si trova una breve introduzione ai fatti storici e all’importanza che essi rivestono nel Sol Levante.

E anche il riferimento al fatto che quello di Sean Michael Wilson e Akiko Shimojima non è stato il primo lavoro a fumetti sulla storia di Asano, Kira e Ōishi. Ci sono stati in precedenza dei fumetti ispirati da questo evento, o fantasiose rielaborazioni.

Come Robin Hood dei 47 samurai, pubblicato in Italia da ItalyComics. In quel volume Jeff Amano, con i disegni di Craig Rousseau, ha messo insieme due leggende con profonde radici storiche, una occidentale, l’altra giapponese.

Ma solo dopo il 2010 la Nona arte si è interessata alla storia raccontata da Ōishi nel 1703, e portata in occidente già nel 1871 da Algernon Miltord.

Così nel 2013 ha visto le stampe per la Dark Horse Comics un lavoro scritto da Mike Richardson, fondatore della stessa casa editrice. Per la parte grafica si è affidato a Stan Sakai, inventore, scrittore e disegnatore della più che trentennale serie di Usagi Yojimbo. All’opera ha collaborato anche Kazuo Koike, uno dei nomi più grandi nel panorama del manga.

La lettura e la recensione dell’opera portata in Italia da L’Età dell’Acquario ci ha stimolato a leggere anche questa versione dei 47 ronin pubblicata dalla ReNoir.

Ovviamente a parte qualche data non del tutto coincidente, a causa probabilmente dei calcoli nel passaggio fra i due calendari, la sostanza della storia è la stessa. Ma ormai il Chūshingura ha una collocazione ben precisa nel panorama delle storie e dell’arte giapponesi.

Richardson ha dosato bene la narrazione, partendo dal racconto, con le storie di fantasia che sono nate attorno a essa. Per cui la voce narrante della storia è un personaggio secondario che compare nel racconto Un uomo raro di Kōda Rohan. Un samurai dal nome Murakami Kiken: dopo aver umiliato e portato via la spada a Ōishi Yoshio nel periodo in cui fingeva di essersi lasciato andare, mentre invece preparava la vendetta per il suo padrone, si trova sulla sua tomba e, per la vergogna di non aver riconosciuto la dignità del suo vecchio amico, pochi mesi dopo gli eventi della storia, va a fare seppuku sulla tomba del condottiero dei 47 ronin.

Prima di farlo, racconta gli eventi che, tra il 1701 e il 1703 hanno originato una delle storie più famose ed emblematiche del Sol Levante. Nota in patria e in tutto il mondo, al punto che conoscere questa storia vuol dire conoscere il Giappone.

Nelle interviste in fondo al libro Richardson racconta di aver conosciuto la vicenda dei 47 ronin oltre trenta anni fa, e da allora di aver letto tutto quello che è riuscito a trovare nella letteratura giapponese, e non solo. In effetti ha arricchito la storia, ad esempio rispetto al volume di Sean Michael Wilson, di particolari: dialoghi, piccoli gesti, relazioni e personaggi. E ha dovuto fare delle scelte, perché le versioni non sono univoche.

L’intera storia è un percorso nel codice d’onore dei samurai, nelle tradizioni e nelle relazioni interpersonali e istituzionali del Giappone del XVII secolo. Un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio. Anche se, come ammette Sakai nell’intervista in fondo al libro, forse non tutto è andato come è stato raccontato per oltre tre secoli. Ma se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda. E così probabilmente i personaggi, ancorché reali, sono degli archetipi: Kira il cattivo, Asano il buono, Ōishi il nobile. Come pure l’archetipo del popolo giapponese, per cui la legge, morale o sociale, non può essere ignorata. Come canta De Andrè in Geordie, a dimostrazione che l’archetipo del debole che deve comunque sottostare alla legge, per quanto possa sembrare ingiusta, non è solo nipponico.

La sceneggiatura, che Richardson ammette di aver condiviso con Kozue e Sakai, è avvincente. La tensione è continua, il ritmo della storia ha la calma che riconosciamo ai giapponesi, ma non è mai lento.  Inoltre è la storia stessa a caratterizzare i personaggi.

Per quanto riguarda la parte grafica, la sensazione di avere un Usagi Yojimbo senza esseri antropomorfi è molto forte. D’altra parte l’esperienza di Sakai nel disegnare combattimenti tra samurai è notevole, visto che il suo coniglio con la spada è nato nel 1984.

Anche senza parti animali, la caratterizzazione grafica dei personaggi è divertente, non del tutto realistica ma molto ben strutturata. Allo stesso modo la dinamica. Sia la mimica facciale, che le azioni.

La forma delle vignette è sempre regolare, strutturata principalmente sulle canoniche tre righe. Quando però l’azione si fa più rapida o più confusa si arriva a quattro o cinque righe.

Analogamente è frequente l’utilizzo di vignette più grandi, su due righe, o di splash pages per segnare momenti di passaggio o rallentare il ritmo.

Anche il tratto è molto variabile, a volte molto sottile, altre volte ben più spesso. Soprattutto Kira viene tratteggiato con contorni più decisi, spesso collegati a una maschera facciale che esagera i tratti e le espressioni.

I colori di Lovern Kindzierski, fondatore di Digital Chameleon, sono un ulteriore valore aggiunto, ad esempio rispetto ai manga, ma anche per l’assoluto valore dell’artista. Con toni pastello e pochissime ombre completano molto bene le chine di Sakai.

Insomma, una storia avvincente, densa culturalmente e umanamente, raccontata con un fumetto fatto bene in tutte le sue componenti. Dopo una lunga gestazione, sia nei testi che nella grafica, possiamo dire che il risultato è assolutamente di valore, e ha il merito di gettare un ponte tra il fumetto occidentale e quello giapponese. Sia nel modo di sceneggiare che nella parte grafica.

Completano il volume le copertine dei volumetti della Dark Horse, compresa una inedita; le interviste con gli autori e un intervento di Richardson sulle stampe di Ogata Gekko, che a cavallo del 1900 realizzò una serie di tavolette sulla storia dei 47 ronin. Tavolette che graficamente hanno in qualche modo ispirato il lavoro di Sakai.

 

 

 

 

 

47 ronin
Mike Richardson, Stan Sakai
152 pagg., colore, cartonato
2015, ReNoir, € 19.90

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