Monthly Archives: settembre 2018

Insolubilia: un paradosso a fumetti

Il termine insolubilia nel Medioevo indicava i paradossi logici (le cose non risolvibili, appunto) in particolare quelli collegati al paradosso del mentitore, che era ben noto fin dall’antichità.

Quindi protagonista del primo lavoro a fumetti (in qualche modo) adulto di Bruno Codenotti è proprio il paradosso detto dell’impiccagione imprevedibile. Così noto da essere associato al conquistatore spagnolo Francisco de Orellana.

In effetti il ricercatore del CNR, che abbiamo recentemente intervistato, si occupa da tempo di divulgazione nel campo della logica matematica. E ha sempre utilizzato il linguaggio delle nuvole parlanti.

Ma nelle opere precedenti, il centro è stato sempre la divulgazione. I fumetti erano un supporto, per quanto fondamentale. Adattissimo per alleggerire la lettura e rendere più comprensibili i problemi logici e le loro soluzioni.

Lo abbiamo visto anche nelle recensioni dei lavori di Codenotti con Claudia Flandoli.

In questo caso la storia è in tutto e per tutto un breve graphic novel (venti tavole disegnate in tutto). Anzi quasi un graphic stageplay.

Codenotti fa interpretare l’insolubilia da una piccola compagnia teatrale, i cui componenti si confondono con i personaggi che interpretano. Al punto di avere gli stessi nomi.

E la data dell’impiccagione del paradosso è invece un deus ex machina che deve comparire durante la rappresentazione teatrale. Un personaggio misterioso che, comparendo casualmente in seguito a un rintocco di campana, darà le istruzioni agli attori su come terminare la rappresentazione. Il regista e autore ne sostiene l’impredicibilità: non scriverà sul copione quando deve comparire….

Ma proprio rifacendosi al paradosso, gli attori si rendono conto in realtà che l’arrivo del personaggio misterioso è invece prevedibile.

La storia stessa di sviluppa come un lavoro teatrale, diviso in prologo, quattro scene ed epilogo. In ciascuna scena si ha una parte importante: l’idea, la proposta, la discussione sul paradosso, la messa in scena.

In mezzo, nella terza scena, l’imponderabile. Gli attori hanno scritto a loro volta un copione, con la soluzione del paradosso, che però viene portato via dal vento, per cui l’unico testo rimane quello del regista. Stefania, Emilio e Gisella non possono mostrare il loro copione al regista prima del palcoscenico.

Nell’ultima scena assistiamo alla rappresentazione di Insolubilia, che è anche il titolo della piece. Un lavoro in cui tutti i protagonisti/autori incrociano contraddizioni, incomunicabilità, sorpresa, verità, decisioni e le loro conseguenze.

E quando compare in scena il regista (che peraltro è l’unico senza nome in tutta la storia) nelle vesti del personaggio misterioso, la logica di Stefania, che aveva spiegato il paradosso, sembra essere perdente.

Così il regista si lancia nella citazione di Nietzsche, un maestro del sospetto. Nel 1873 nel suo Su verità e menzogna in senso extramorale, aveva scritto:

Che cos’è dunque la verità? un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.
E il regista rappresenta proprio il Nietzsche che sostiene l’impossibilità di pianificare ogni cosa, per cui la verità è un’illusione e la logica di Stefania è in realtà fallace.

Ma la logica (rappresentata in questo caso da Stefania, che si è tirata dietro anche gli altri attori) non può arrendersi così facilmente. Così nell’epilogo c’è la sorpresa (che ovviamente non vi sveliamo).

Il lavoro di Codenotti è per forza di cose talvolta verboso. Alcuni passaggi devono per forza di cose essere ricchi di dialogo, dalle spiegazioni dei passaggi logici, alle discussioni sull’opera, alla stessa rappresentazione sul palco.

Però è in buon equilibrio con le tavole prive di parole, che staccano. Inoltre il grande formato e le caratteristiche di sceneggiatura e disegno rendono leggibili anche i lunghi parlati.

La parte grafica è opera di Michele Avigo, che ha cominciato come illustratore (nel suo vecchio sito qualche lavoro). Ha realizzato altri due lavori per Segni d’Autore, il primo con Codenotti (che è al terzo collaboratore grafico, dopo Eros Pedrini e Claudia Flandoli).

Il tratto è piacevole, leggero, colorato ad acquerello. In alcuni passaggi la precisione è migliorabile e le azioni sono poco dinamiche, ma non è certo questa la finalità.

La caratterizzazione, anche grafica, dei personaggi, è riuscita. Al di là dei quattro protagonisti non ne compaiono altri, tranne un cane e un bambino nel terzo atto. Il pubblico del teatro è privo di fisionomia.

L’uso del colore è altrettanto riuscito. Bella la trovata di riportare le pagine a quadretti con gli appunti di Stefania per spiegare il paradosso. Molto suggestivi i paesaggi e l’ambientazione nel paesino arroccato su una collina, che sembra di per sé un palcoscenico, mentre Emilio costruisce nella piazza centrale quello che poi verrà usato dalla compagnia.

La gabbia delle pagine è molto larga (3-5 vignette). Questo, come già notato, alleggerisce i ricchi dialoghi.

Come detto in altre occasioni, il fumetto dà l’occasione di presentare un tema matematicamente non elementare, proponendo citazioni e percorsi. Certamente per risolvere gli insolubilia occorrerà approfondire anche la parte teorica, ma un’idea quest’opera ce la lascia.

Fino al finale a sorpresa, che rimette in discussione tutto e stimola a cercare in tutta la storia le parole chiave da analizzare.

 

Insolubilia
21 x 29,7 cm, 32 pagine a colori
Brossura con alette, cucitura a filo refe
11,90 euro
Segni d’Autore

Dopo Feynman, Hawking

Avevano cominciato a pensarci nel 2012, un anno dopo aver pubblicato la biografia di Richard Feynman, e parlandone proprio con il fisico inglese scomparso esattamente sei mesi fa, il 14 marzo scorso.

Ottaviani ha raccontato che erano andati (lui, con il disegnatore Leland Myrick) nello studio di Hawking a Cambridge e avevano parlato della cosa, trovando pieno appoggio.

Era poi stato annunciato nel 2013 e avrebbe dovuto vedere la luce nel 2016, tanto che erano pronte anche alcune tavole di presentazione, ma evidentemente è servito qualche tempo in più per rifinire il tutto.

Jim Ottaviani lo ha comunque confermato sulla sua pagina Facebook e LiveScience ha riportato la notizia.

Il lavoro uscirà in inglese il 2 luglio 2019, pubblicato da First Second.

In Italia la biografia di Feynman è stata pubblicata da BAO, e poi riproposta nella serie I grandi della scienza a fumetti nel 2017  da Le Scienze.

 

Wednesday Warriors #3 – Da The Wild Storm al Ritorno di Wolverine

 

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

JUSTICE LEAGUE #8 di James Tynion IV e Mikél Janin.

Ritorna al centro del palcoscenico la Legione del Destino, protagonista di questo ottavo numero di Justice League. Dopo il gran finale di arco narrativo nello scorso numero, James Tynion IV sposta nuovamente l’attenzione del lettore: Luthor resta il nemico pubblico #1 per la Justice League e le sue azioni stanno togliendo equilibrio alla bilancia di forze in gioco. Il ritorno di uno storico personaggio della continuity DC viene ben integrato con la trama principale della serie, l’esplorazione della Totalità e il suo significato in ottica multiversale, mentre il diavolo custodito nel cuore della Hall Of Doom sembra pronto a contrattare la sua vasta conoscenza con una terrificante promessa.
Tynion IV sa perfettamente gestire egocentriche e lugubri personalità come Luthor, Joker, Sinestro e Grodd allo stesso momento, dando voce ai personaggi senza far pestare i piedi; Mikél Janin si conferma artista notevole, sempre pulito e con una maestrale gestione della tavola.
Anche se protagonista di poche pagine, i due numeri pubblicati finora hanno messo in luce la Legione del Destino quanto la sua controparte eroica, rimarcando sempre di più il concetto principale di questa run firmata Scott Snyder, il flusso e lo scontro di forze equivalenti insito nell’Universo DC.

 

VENOM #6 di Donny Cates e Ryan Stegman.

Si ami o si odi il personaggio, c’è da ammetterlo: il lavoro di Cates & Stegman è stato enorme, audace e per certi versi rivoluzionario. L’autore ha scavato per tirare fuori una ret-con figlia di Jason Aaron e del suo primo Thor, coraggiosa ma vera boccata d’aria fresca per Eddie Brock & simbionte, finalmente usciti da un tunnel di mediocrità chiamato Mike Costa.
Il sesto numero della serie spinge sull’accelleratore prima dello stop: Venom e “Rex” si trovano a dover affrontare il terrificante Knull, Primo Dio dell’Abisso, unendo le proprie capacità in un mix di violenza aliena e armi da fuoco terrestri. Stegman, anche in questo numero in stato di grazia, ci tiene a rimarcare al lettore quanto sia in debito con gli anni ‘90, esplodendo in un tripudio di spade, bombe a mano, fucili e simbiotico liquido nero. Il risultato dello scontro, orchestrato e coreografato senza pecche, diventa importantissimo e cambia nuovamente le logiche del rapporto ospite / simbionte: Eddie sembra davvero non avere pace, ma data la sua natura “eroica” di questa serie, riuscire a creare empatia verso questo bastardo sembra essere perfettamente nelle corde di Cates.

THE WILD STORM #17 di Warren Ellis e Jon-Davis Hunt.

Il viaggio attraverso l’America di John Lynch non é ancora concluso: il progetto Thunderbook, ormai sotto copertura e fuori dai suoi radar da tempo, è nel mirino delle Operazioni Internazionali e, nella guerra contro Skywatch, potrebbero rivelarsi l’arma vincente. È una corsa contro il tempo e Warren Ellis lo sa benissimo.
Accompagnato da un Jon-Davis Hunt in splendida forma e sempre più padrone della pagina e delle sue vignette con il proseguire della storia, l’autore divide questo diciassettesimo numero di The Wild Storm in due parti; come accennato, alle prime dieci pagine il compito di introdurre un nuovo membro dell’ex Thunderbook, Stephen Rainmaker. Anche in questa occasione, i dialoghi e le parole usate mescolano familiarità tra i personaggi ma anche distacco emotivo, paura, dissenso, giocando sempre con la tensione tra Lynch e i suoi “figli”.
Quasi a sorpresa, la seconda parte dell’albo si prende la libertà di mostrarci il secondo, inquietante confronto vis-a-vis con i terrificanti Daemon, la razza di alieni ancestrali che ha deciso di riportare l’equilibrio in un mondo ormai fuori scala, incapace di ritrovare un bilanciamento. In una storia che non sembra avere una netta divisione tra eroi e villain, i Daemon sono certamente alcune delle figure più maligne introdotte da Ellis finora.
The Wild Storm continua a essere una delle letture migliori del mese in DC, un thriller fanta-politico che non sembra avere nulla a che fare con le figure ipertrofiche dalle quali prende ispirazione.

Gufu’s Version

RETURN OF WOLVERINE #1 di Charles Soule e Steve McNiven

A quattro anni dalla sua morte torna Wolverine, quello vero, non un clone, non una sua versione futuristica, non un figlio ecc… ma proprio il Logan morto in Death of Wolverine, e a farlo tornare sono proprio gli artefici della sua morte: Charles Soule e Steve McNiven.
Sebbene in questo primo albo venga detto relativamente poco, la storia risulta di facile approccio anche a chi è a digiuno della recente cronologia di Wolverine, segno che si tratta di un progetto determinato a richiamare all’ovile i fan storici del mutante canadese.
Cosciente dei punti di forza storici del personaggio Soule reintroduce il mistero nella vita di Logan: troviamo il nostro eroe coperto di sangue, in un laboratorio semidistrutto situato chissà dove, confuso, con ricordi frammentari e con un nuovo avversario, Persephone, anch’essa misteriosa. Lo scrittore rifugge dall’uso della classica narrazione per didascalie introspettive, trademark del personaggio sin dalla gestione di Claremont, per sperimentare un dialogo tra le varie personalità – o versioni –  di Wolverine descrivendo una sorta di schizofrenia che offre una serie di prospettive interessanti.
Il punto forte dell’albo è sicuramente la resa artistica, Steve McNiven si esibisce in una serie di virtuosismi che puntano a riproporre lo stile di Barry Windsor Smith riuscendo a catturarne l’eleganza pur essendo evidente che il disegnatore si trovi in una fase intermedia della sua sintesi nella ricerca di uno stile più personale.
Ad azzoppare parzialmente il lavoro di McNiven ci pensano purtroppo gli inchiostri discontinui di Jay Leinstein, capace di valorizzare il tratto nelle prime pagine e di renderlo goffo e grezzo alla fine dell’albo, e i colori di Laura Martin, troppo scuri e pesanti che forse tendono a coprire il lavoro dettagliato fatto sulle linee.

MISTER MIRACLE #11 di Tom King e Mitch Gerads

Penultimo capitolo di quello che è, qualitativamente parlando, probabilmente il punto più alto della carriera di Tom King fino a oggi, complice anche l’incredibile lavoro di Mitch Gerads capace di sfruttare al meglio un vincolo apparentemente castrante come quello della griglia fissa a nove vignette.
I due autori riescono a convogliare i propri talenti in uno stile che coniuga dramma e humor – esemplare in questo senso la pagina in cui Darkseid mangia le verdure -, epicità e quotidianità, capace di coinvolgere e appassionare fino all’ultima vignetta. L’albo si chiude con un twisted turn degno di M. Night Shyamalan, che tutti, più o meno, ci aspettavamo ma che ci lascia comunque curiosi sugli sviluppi possibili dell’ultimo capitolo.

 

PEARL #2 di Brian Michael Bendis e Michael Gaydos

In questo secondo capitolo vengono confermate le impressioni, buone e cattive, date dal primo albo: Brian Michael Bendis sviluppa una sceneggiatura attorno a un soggetto essenziale teso principalmente a sottolineare e valorizzare l’abilità compositiva e virtuosa di Michael Gaydos. I punti forti dell’albo risultano infatti essere quelli in cui l’artista viene maggiormente lasciato libero di sfogare la propria verve senza vincoli narrativi di sorta: le spread page in cui vediamo la protagonista intenta nel suo lavoro di tatuatrice sono indubbiamente le più appaganti di tutto l’albo.
La trama, imperniata su Yakuza e omicidi, è probabilmente l’elemento meno interessante, un mero pretesto per un’esposizione fatta di pop-art e dialoghi brillanti figli dell’indiscusso talento da paroliere dello scrittore. Mestiere e sapiente gestione del ritmo però non bastano però a coprire la sostanziale assenza di una vera sostanza, un’inconsistenza narrativa di fondo. Probabilmente il quadro generale sarà più apprezzabile una volta che la serie verrà raccolta in volume.

Bruno Codenotti. Dalla matematica ai fumetti

Bruno Codenotti è già stato sulle pagine del nostro sito, abbiamo recensito un paio dei suoi lavori, in particolare quelli disegnati da Claudia Flandoli.

Così, anche dopo aver visitato il suo sito abbiamo avuto l’opportunità di rivolgergli qualche domanda, e non ce la siamo lasciata scappare.

  • Ciao Bruno puoi presentarti?
    Sono nato nel 1959 a Brescia, ho frequentato il Liceo Scientifico a Desenzano del Garda e poi mi sono spostato a Pisa per studiare Informatica. Dopo la laurea, sono entrato nel CNR e da allora ho lavorato al CNR a Pisa, con frequenti e lunghi soggiorni negli Stati Uniti, dove ho fatto ricerca e insegnato.
  • Quali sono stati e quali sono attualmente i tuoi principali interessi nella ricerca scientifica?
    Ho fatto ricerca in algoritmica e complessità computazionale, due branche dell’Informatica teorica. Dal 2012 mi occupo quasi esclusivamente di divulgazione scientifica.
  • Portare a fumetti un settore come quello in cui lavori credo sia una sfida particolarmente interessante perché non si tratta di raccontare la vita di uno scienziato o di rappresentare eventi naturali. Spesso ho notato che hai usato il fumetto per rappresentare esempi pratici di logica e matematica applicandola alla vita reale. Quale pensi che sia il modo migliore di parlare di matematica e logica a fumetti?
    Innanzitutto devo fare presente che tutti i miei libri  sono nati da conferenze che ho tenuto soprattutto nelle scuole secondarie. Di volta in volta, a seconda del tema, cercavo il modo più adatto di proporre i problemi con l’ausilio di supporti grafici. Per questo, fin dall’inizio delle mie attività divulgative, ho cercato di collaborare con illustratori. In generale non credo ci sia il modo migliore. Ogni argomento fa storia a sé e, caso per caso, si cerca di trovare le forme espressive più adatte.
  • Se non sbaglio, mi hai detto in una conversazione che negli ultimi sei anni ti sei occupato principalmente di divulgazione a fumetti. Non è raro che degli scienziati si dedichino alla divulgazione scientifica, ma perché un dirigente di ricerca del CNR decide di farlo attraverso i fumetti? Da dove è partito questo lampo?
    Dalle conferenze fatte nelle scuole e dalla constatazione che attraverso il fumetto riuscivo a tenere l’attenzione dell’uditorio, anche su temi riguardo ai quali i ragazzi avevano pregiudizi…
  • Ti sei lasciato influenzare da qualche scienziato o scrittore italiano o straniero che si occupa di fumetti? Quali sono le opere e gli autori, se ce ne sono, che ti hanno maggiormente colpito in questo campo?
    Il divulgatore che mi ha influenzato di più è senz’altro il grande Raymond Smullyan (deceduto nel 2017 N.d.R.), un maestro nel costruire situazioni paradossali che mettevano a dura prova il senso comune. È da lui e dal suo lavoro che ho in seguito sentito l’importanza di integrare le spiegazioni matematiche con illustrazioni e/o fumetti.
  • I libri che hai scritto sono passati da libri riccamente illustrati a libri che contengono una vera e propria componente fumettistica. Come e perché si è evoluta questa scelta?
    Non c’è stata una vera e propria evoluzione. Piuttosto, come dicevo prima, una ricerca delle soluzioni grafiche più adatte all’argomento che avevo di fronte e al desiderio di trasmetterlo nel modo migliore possibile.
  • Hai lavorato con diversi disegnatori. Claudia Flandoli, che è anche biologa; Michele Avigo, che è un letterato, ed Eros Pedrini. Quali differenze hai trovato? Come mai hai cambiato? È stata una scelta tecnica o si sono create semplicemente collaborazioni diverse?
    Al centro c’è sempre stato un progetto, l’esigenza di trasmettere qualcosa. Le collaborazioni sono nate in modi diversi, ma sempre con l’idea di un confronto costante con l’illustratore. Non sono state scelte, ma situazioni concrete, da cui sono nate collaborazioni.

  • I rapporti tra scritto e fumetto nei libri con Claudia Flandoli sono diversi nei due libri che avete fatto insieme. Ho apprezzato molto Archimede aveva molto tempo libero perché la storia continua che si alterna con il testo divulgativo; è una modalità che non avevo mai trovato e che mi ha colpito molto. Allo stesso modo, gli spot di Io penso che tu creda che lei sappia con l’alternarsi di personaggi e situazioni diverse, è altrettanto divertente. Come sono nate queste idee? C’è stato un confronto con gli esecutori grafici anche durante l’ideazione del libro e la stesura dei testi?
    Il tema dell’infinito matematico è ostico. Per questo è nata l’idea, merito di Claudia Flandoli,  di intrecciarlo con una storia a fumetti che alleggerisse e allo stesso tempo desse ulteriore intuizione dietro i temi trattati testualmente. D’altro canto, Io penso che tu creda che lei sappia tratta temi di epistemologia interattiva e presenta numerosi aneddoti. In quel caso, la difficoltà sta spesso nell’entrare nell’argomento, per cui ci è parso più adatto a questo tema, l’idea di introdurre col fumetto ogni singolo aneddoto.
  • Che rapporti trovi tra i paradossi logici e quelli grafici? Potrebbe essere interessante un parallelismo, mi viene in mente Escher…
    Sono linguaggi diversi con cui esprimere gli stessi concetti. La presentazione grafica è più immediata, naturalmente….
  • Quali possono essere altri campi della matematica che possono facilmente e produttivamente essere convertiti in fumetto?
    A mio parere, non si tratta tanto di campi della matematica, ma piuttosto di concetti matematici. Un caso su cui sto riflettendo ultimamente è quello della probabilità, che è fonte di molti aneddoti e paradossi e nel quale l’uomo non ha spesso intuizioni corrette… Sto progettando di fare qualcosa su questo in futuro….
  • Chi ti parla è un fisico, anche se ora il mio lavoro è diverso. Mi sono appassionato ai fumetti proprio all’Università, e mi sono dato la “giustificazione” che, vivendo a contatto profondo con le leggi della realtà, in qualche modo si senta una spinta verso il fantastico e la fantasia. Che ne pensi? O non c’è bisogno di “giustificare” il passaggio dalla scienza al disegno?
    Secondo me non servono giustificazioni. Il fumetto, con la sua immediatezza, avvicina alla scienza, toglie timori, può fare appello all’intuizione…. L’importante è che il lavoro scientifico a fumetti sia il frutto di una collaborazione vera tra disegnatore e scienziato. Solo così l’integrazione può essere efficace. 
  • Un timore, in questa società che semplifica tutto, e in cui chiunque legga un minimo su un argomento si ritiene immediatamente un esperto, è che il fumetto scientifico generi questo tipo di confusione. Leggendo ad esempio Archimede aveva molto tempo libero mi sento autorizzato a parlare da esperto di infinito (matematico).  Invece dovrebbe essere il “lancio” per soddisfare qualche curiosità, e magari spingere ad approfondire su testi più maturi. Pensi sia un rischio reale? Come va affrontato (se secondo te c’è un modo per affrontarlo)?
    Il rischio c’è, è presente e inevitabile. Io vedo queste attività come un seme che viene gettato. C’è modo e modo di semplificare, c’è modo e modo di presentare un argomento scientifico al grande pubblico. Questo è un aspetto. L’altro è che, come dici anche tu, cercare di stimolare la curiosità. Solo la curiosità può spingere ad approfondire….
  • A luglio è uscito Insolubilia. Quali sono i prossimi lavori in cantiere?
    In cantiere ci sono varie cose…. Un libro, con Michele Avigo, su un crittografo italiano del 1500, una rivisitazione di Attraverso lo specchio di Lewis Carroll che sto scrivendo con un Grande Maestro di scacchi, Michele Godena, e con le illustrazioni di Claudia Flandoli, un libro sulle idee di fondo dell’Informatica, che sto scrivendo con Mauro Leoncini…. E altro ancora….

Ringraziamo Bruno Codenotti, in attesa dei prossimi lavori che potrete seguire certamente sulle pagine del nostro sito.

Batman: vita con Alfred – I Giudici

È arrivato il momento di annunciare i quattro membri che compongono la giuria del nostro concorso di illustrazione Batman: Vita con Alfred

Come di consuetudine la giuria sarà composta da figure di spicco del panorama fumettistico nazionale e internazionale affiancate a eccellenze del mondo dell’illustrazione e dell’arte in generale provenienti dalla nostra ridente città di Ascoli Piceno.

Eleonora Carlini

Eleonora Carlini è una disegnatrice e fumettista romana. Inizia il suo percorso professionale in piccole realtà editoriali italiane come Crazy Camper (Bren Gattonero, Teenage Mummy) e Villain Comics (Gunsmoke and Dragonfire). Dopo aver frequentato il corso d’illustrazione alla Scuola Internazionale di Comics, prende parte a diverse mostre e collettivi artistici nella capitale fino a quando – qualche anno dopo – approda sulla testata Grimm Tales of Terror targata Zenescope Entertainment e successivamente, nel 2015, sulle avventure del Decimo Dottore (10th Doctor Who) per la Titan Comics, esordendo nell’albo speciale del Free Comics Book Day e continuando per buona parte della prima stagione e per tutta la seconda. A fine 2015 esordisce in DC Comics
sulla testata di Batgirl of Burnside chiudendo il primo ciclo narrativo della serie, poi su Green Arrow, Harley Quinn e Suicide Squad.
Parallelamente agli impegni per la DC Comics ha lavorato su un nuovo titolo creator- owned, Backways, scritto da Justin Jordan e colorato da Silvia Tiedi per l’AfterShock Comics.
Attualmente lavora per la BOOM! Studios sulla testata Go Go Power Rangers, in uscita nei prossimi mesi

Fabio Listrani

Fabio Listrani è un artista autodidatta, illustratore, autore, musicista e grafico, laureato in una facoltà scientifico/matematica chiamata Scienze dei Media, che vive e lavora a Roma. Negli anni si è affermato soprattutto come Cover Artist lavorando per diverse realtà internazionali quali la MARVEL, Titan Comics, Heavy Metal o IDW Publishing, spaziando fra testate del calibro di X-Men, Doctor Who, Warhammer 40.000, Quake, Dishonored, Dark Souls etc.
Oltre ad essere stato selezionato ed incluso per più anni consecutivi sulla prestigiosa antologia “SPECTRUM: The Best in Contemporary Fantastic Art “, nel 2014 vince anche il premio come Best Interior Illustrations per il libro da lui illustrato “Zombies vs Robots; No Man’s Land” edito dalla IDW Publishing.
Nello stesso anno si consolida anche la sua collaborazione con la Scarabeo di Torino per la quale realizza un mazzo di Tarocchi di successo chiamato Night Sun Tarot e in seguito all’ottimo riscontro ottenuto, nel 2017 ne realizza un secondo chiamato Santa Muerte Tarot” andato sold-out nel giro di soli due mesi dalla sua uscita ed attualmente in ristampa.
Artista poliedrico digitale 2D/3D, lavora inoltre su Artwork per band, Poster Art, T-Shirt Design e ora attraverso la casa editrice Shockdom ha esordito nel 2017 come autore completo di fumetto con il suo progetto “CHARON.
Ha appena pubblicato il suo artbook-retrospettiva chiamato “INTOtheVOID.vol01”, mentre a Novembre 2018 (anteprima a Lucca Comics) uscirà il secondo volume del fumetto CHARON e il nuovo progetto per la Scarabeo, ovvero un oracolo di 32 carte chiamato Santa Muerte Oracle“.

Mattia De Iulis

Nato l’8 maggio del 1991 ad Ascoli Piceno. Si è trasferito a Roma per 4 anni per studiare alla Scuola Internazionale di Comics, il corso di illustrazione e il master di colorazione digitale per comics. Ha iniziato a lavorare come assistente e illustratore per future fiction e per l’editoria, per poi passare definitivamente al fumetto dopo poco. La sua prima esperienza come colorista è stata per la Sergio Bonelli Editore con uno speciale di Brendon e Morgan Lost, sempre per Bonelli successivamente ha colorato 2 storie per Dragonero Adventures per poi passare come disegnatore completo (disegni e colori) a Kimera Mendax (per Manfont).
Attualmente lavora come disegnatore completo in Marvel per la serie Jessica Jones.

Pietro Cardarelli

Scenografo, Lighting e Visual Designer e Creative Director. Dopo la laurea in Scienze dell’Architettura, si specializza nel 2007 in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Ha lavorato per importanti nomi del cinema, del teatro di prosa, del teatro sperimentale e di ricerca e lirico: Leo Muscato, Francesco Micheli, Gabriele Giromella, Alessandro Marinelli, Stefano Artissunch, Flavio Bucci, Michal Znaniecki, Chiara Cicognani, Enzo Decaro, Davide Calvaresi, Irene Russolillo, Glen Çaçi e altri.
Dal 2009 lavora anche come Creative Director per cantanti, artisti, band e produttori musicali, stilisti, coreografi, strutture d’arte ed aziende (Dardust, Dario Faini, Ralf Schmid, Ivan Segreto, Garrison Rochelle, DiMaio, LaRua, Sursumcorda, Amat, ObliqSound, ZKM Karlsruhe, CWM Produzioni, Nanosystems, Roland Europe, Pea Cosmetics, PopSophia e altri).
Dal 2015 è responsabile lighting designer e visual art director per i progetti “Pyanook” e “PyanookLab” del musicista e compositore Ralf Schmid presso lo studio Kubus dello ZKM di Karlsruhe e la Humboldtsaal di Freiburg (Germania). Dal 2014 è progettista e lighting-visual artist per il compositore e musicista Dardust (Dario Faini) curando tutte le date dei tour (tra cui eventi per MTV ed Elita).
Nel 2017 è lighting designer del “Tutta la vita tour” della band LaRua. Dal 2011 al 2014 è stato scenografo, lighting designer e visual artist per la Roland Europe per l’evento internazionale “V-Accordion International Festival” presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma.
Da ottobre 2011 tiene ad Ascoli Piceno diversi corsi sulle nuove forme dell’arte contemporanea, organizzando anche eventi d’arte. Nel 2012 è docente del corso “Manipolazione Creativa dello Spazio”, nel 2014 e nel 2017 del corso di “Visual Art” nell’evento nazionale “Ap Art Up.Gioventù Creativa” (ANCI – Consiglio dei Ministri). Le sue opere sono state esposte in diverse mostre e collettive d’arte (“Visto da diversi punti di vista” – Ascoli Piceno – 2004; “MCArt2005” – Macerata – 2005; “Toyz Toyz” – MondoPop – Roma – 2010; “1ForRun/Clutter Magazine Contest” – New York – 2011; “Trace Becoming Art” – Interni Mangiola Lab – Milano – 2012; “Tenderness” (personale) – Ascoli Piceno -2013; “Padre Nostro” – Fabriano e MAMS Sassoferrato – 2014; “Arte Pubblica” – Ascoli Piceno – 2015; “Voci nei vicoli” – Mosciano – 2017).

Per il Bando e le FAQ di partecipazione clicca qui -> BANDO & FAQ
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47 ronin: un’altra lettura

Abbiamo recentemente parlato di una edizione a fumetti di 47 ronin, una delle storie vere più leggendarie del mondo.

In quell’articolo si trova una breve introduzione ai fatti storici e all’importanza che essi rivestono nel Sol Levante.

E anche il riferimento al fatto che quello di Sean Michael Wilson e Akiko Shimojima non è stato il primo lavoro a fumetti sulla storia di Asano, Kira e Ōishi. Ci sono stati in precedenza dei fumetti ispirati da questo evento, o fantasiose rielaborazioni.

Come Robin Hood dei 47 samurai, pubblicato in Italia da ItalyComics. In quel volume Jeff Amano, con i disegni di Craig Rousseau, ha messo insieme due leggende con profonde radici storiche, una occidentale, l’altra giapponese.

Ma solo dopo il 2010 la Nona arte si è interessata alla storia raccontata da Ōishi nel 1703, e portata in occidente già nel 1871 da Algernon Miltord.

Così nel 2013 ha visto le stampe per la Dark Horse Comics un lavoro scritto da Mike Richardson, fondatore della stessa casa editrice. Per la parte grafica si è affidato a Stan Sakai, inventore, scrittore e disegnatore della più che trentennale serie di Usagi Yojimbo. All’opera ha collaborato anche Kazuo Koike, uno dei nomi più grandi nel panorama del manga.

La lettura e la recensione dell’opera portata in Italia da L’Età dell’Acquario ci ha stimolato a leggere anche questa versione dei 47 ronin pubblicata dalla ReNoir.

Ovviamente a parte qualche data non del tutto coincidente, a causa probabilmente dei calcoli nel passaggio fra i due calendari, la sostanza della storia è la stessa. Ma ormai il Chūshingura ha una collocazione ben precisa nel panorama delle storie e dell’arte giapponesi.

Richardson ha dosato bene la narrazione, partendo dal racconto, con le storie di fantasia che sono nate attorno a essa. Per cui la voce narrante della storia è un personaggio secondario che compare nel racconto Un uomo raro di Kōda Rohan. Un samurai dal nome Murakami Kiken: dopo aver umiliato e portato via la spada a Ōishi Yoshio nel periodo in cui fingeva di essersi lasciato andare, mentre invece preparava la vendetta per il suo padrone, si trova sulla sua tomba e, per la vergogna di non aver riconosciuto la dignità del suo vecchio amico, pochi mesi dopo gli eventi della storia, va a fare seppuku sulla tomba del condottiero dei 47 ronin.

Prima di farlo, racconta gli eventi che, tra il 1701 e il 1703 hanno originato una delle storie più famose ed emblematiche del Sol Levante. Nota in patria e in tutto il mondo, al punto che conoscere questa storia vuol dire conoscere il Giappone.

Nelle interviste in fondo al libro Richardson racconta di aver conosciuto la vicenda dei 47 ronin oltre trenta anni fa, e da allora di aver letto tutto quello che è riuscito a trovare nella letteratura giapponese, e non solo. In effetti ha arricchito la storia, ad esempio rispetto al volume di Sean Michael Wilson, di particolari: dialoghi, piccoli gesti, relazioni e personaggi. E ha dovuto fare delle scelte, perché le versioni non sono univoche.

L’intera storia è un percorso nel codice d’onore dei samurai, nelle tradizioni e nelle relazioni interpersonali e istituzionali del Giappone del XVII secolo. Un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio. Anche se, come ammette Sakai nell’intervista in fondo al libro, forse non tutto è andato come è stato raccontato per oltre tre secoli. Ma se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda. E così probabilmente i personaggi, ancorché reali, sono degli archetipi: Kira il cattivo, Asano il buono, Ōishi il nobile. Come pure l’archetipo del popolo giapponese, per cui la legge, morale o sociale, non può essere ignorata. Come canta De Andrè in Geordie, a dimostrazione che l’archetipo del debole che deve comunque sottostare alla legge, per quanto possa sembrare ingiusta, non è solo nipponico.

La sceneggiatura, che Richardson ammette di aver condiviso con Kozue e Sakai, è avvincente. La tensione è continua, il ritmo della storia ha la calma che riconosciamo ai giapponesi, ma non è mai lento.  Inoltre è la storia stessa a caratterizzare i personaggi.

Per quanto riguarda la parte grafica, la sensazione di avere un Usagi Yojimbo senza esseri antropomorfi è molto forte. D’altra parte l’esperienza di Sakai nel disegnare combattimenti tra samurai è notevole, visto che il suo coniglio con la spada è nato nel 1984.

Anche senza parti animali, la caratterizzazione grafica dei personaggi è divertente, non del tutto realistica ma molto ben strutturata. Allo stesso modo la dinamica. Sia la mimica facciale, che le azioni.

La forma delle vignette è sempre regolare, strutturata principalmente sulle canoniche tre righe. Quando però l’azione si fa più rapida o più confusa si arriva a quattro o cinque righe.

Analogamente è frequente l’utilizzo di vignette più grandi, su due righe, o di splash pages per segnare momenti di passaggio o rallentare il ritmo.

Anche il tratto è molto variabile, a volte molto sottile, altre volte ben più spesso. Soprattutto Kira viene tratteggiato con contorni più decisi, spesso collegati a una maschera facciale che esagera i tratti e le espressioni.

I colori di Lovern Kindzierski, fondatore di Digital Chameleon, sono un ulteriore valore aggiunto, ad esempio rispetto ai manga, ma anche per l’assoluto valore dell’artista. Con toni pastello e pochissime ombre completano molto bene le chine di Sakai.

Insomma, una storia avvincente, densa culturalmente e umanamente, raccontata con un fumetto fatto bene in tutte le sue componenti. Dopo una lunga gestazione, sia nei testi che nella grafica, possiamo dire che il risultato è assolutamente di valore, e ha il merito di gettare un ponte tra il fumetto occidentale e quello giapponese. Sia nel modo di sceneggiare che nella parte grafica.

Completano il volume le copertine dei volumetti della Dark Horse, compresa una inedita; le interviste con gli autori e un intervento di Richardson sulle stampe di Ogata Gekko, che a cavallo del 1900 realizzò una serie di tavolette sulla storia dei 47 ronin. Tavolette che graficamente hanno in qualche modo ispirato il lavoro di Sakai.

 

 

 

 

 

47 ronin
Mike Richardson, Stan Sakai
152 pagg., colore, cartonato
2015, ReNoir, € 19.90

Wednesday Warriors #2 – Da Superman ai Fantastici Quattro

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

SUPERMAN #3 di Brian Michael Bendis,  Ivan Reis e Joe Prado

Capitolo interlocutorio della Unity Saga che vede Superman confrontarsi con Rogol Zaar, un avversario tanto nuovo quanto ancora avvolto nel mistero. Brian Michael Bendis costruisce il crescendo verso il cliffhanger finale, preludio allo scontro che tutti ci aspettavamo sin dal primo numero, utilizzando il suo marchio di fabbrica: il bathos, termine coniato da Alexander Pope per descrivere l’umorismo derivante dal fallimento nella ricerca del pathos. Una tecnica narrativa che ha fatto la fortuna di gran parte delle pellicole del Marvel Cinematic Universe.
Il crescendo emotivo, caratterizzato da una narrazione ad ampio respiro punteggiata di splash e spread page realizzate da Ivan Reis e Joe Prado, è continuamente smorzato da gag che fanno da contraltare umoristico al conflitto in atto, un conflitto talmente crescente da richiedere l’intervento dell’intera Justice League.
In questa gestione anticlimatica del ritmo prospera, come detto, il duo artistico Reis/Prado, in grado di mantenere un’inedita – per loro – continuità artistica nell’arco dei tre albi finora realizzati: l’abbondanza di dettagli e la varietà impressionante di espressioni facciali compensa significativamente un racconto che potrebbe essere altrimenti percepito come eccessivamente diluito.

CATWOMAN #3 di Joelle Jones e Fernando Blanco

Dopo due albi densi di azione, Joëlle Jones decide di rallentare il ritmo spostando l’attenzione dalla protagonista e concentrando la narrazione sulla costruzione dell’antagonista. L’obiettivo della Jones è quello di caratterizzare Raina Creel in maniera che risulti ripugnante sia dal punto di vista fisico che morale. Il lungo Flashback disegnato da Fernando Blanco ne approfondisce il passato e restituisce al lettore un personaggio che non genera nessun tipo di simpatia o fascino se non quello del Male con la “M” maiuscola.
Nella parte finale, caratterizzate da una sequenza tanto ben disegnata quanto apparentemente superflua e ridondante, il focus torna su Selina e sul reale motivo della sua permanenza a Villa Hermosa.

FANTASTIC FOUR #2 di Dan Slott e Sara Pichelli

Dopo un albo di esordio all’insegna della nostalgia e della speranza, più incentrato sui legami emotivi e che fa da preludio al vero ritorno dei Fantastici Quattro, Dan Slott e Sara Pichelli fanno un passo indietro e ci raccontano le vicende di Reed, Sue e della Future Foundation. Un terzo dell’albo è quindi imperniato sulle dinamiche che maggiormente caratterizzano il quartetto: la famiglia e l’esplorazione.
Raccogliendo la difficile eredità lasciatagli da Hickman, Slott pone l’accento sulla “qualità creatrice” del quartetto; da una parte abbiamo gli immensi poteri di Franklin e Molecola che letteralmente riescono a creare nuovi universi, dall’altra abbiamo i Fantastici Quattro stessi, intesi come pubblicazione, che hanno dato vita all’intero universo Marvel.
In quest’ottica l’avversario perfetto è l’entropia stessa che si incarna in un nuovo, potentissimo, villain chiamato Griever.
Slott e Pichelli si muovono quindi in un terreno a metà tra il narrativo e il metatestuale: l’arrivo di Griever permette di risolvere delle problematiche che avrebbero reso davvero scomoda la vita di Dan Slott – personaggi onnipotenti come Franklin e Molecola rendono difficile la realizzazione di storie efficacemente avvincenti – e allo stesso tempo si rafforza il valore del quartetto in funzione creativa. Esemplare in quest’ottica la doppia pagina in cui la distruzione di dozzine di universi viene raffigurata da Sara Pichelli tramite la distruzione delle vignette deputate al loro racconto. Il finale fa sobbalzare il cuore di tutti i fan, ed è la seconda volta in due numeri.

Bam’s Version

DETECTIVE COMICS #988 di James Robinson e Stephen Segovia.

La lunga strada verso lo storico Millesimo numero di “Detective Comics” va pur sempre percorsa e, per l’occasione, DC Comics ha deciso di dare una possibilitá a tanti autori diversi di riempire le pagine della testata: è il turno del veterano James Robinson.
Viene, sin da subito, chiarita l’intenzione di voler tornare alle origini investigative e raccontare di un omicidio, di una vittima e di un assassino a piede libero; è Jim Gordon a rimarcare per il  lettore la stranezza nel vedere Batman di fronte ad un caso così semplice e, apparentemente, “banale”. Unita questa premessa di trama allo stato emotivo del Pipistrello, ancora travagliato dalla conclusione del “Bat-rimonio”, James Robinson pone le basi per un’indagine noir e hard-boiled che da troppo tempo manca su “Detective Comics”. Peccato, però, dell’arrivo improvviso di ben due Firefly che metteranno i bastoni tra le ruote di Batman, cambiando drasticamente il tono e l’atmosfera della storia durante la lettura, lasciando svanire il sogno di una “storia semplice”, complice anche la pagina finale con rullanti tamburi di guerra. Stephen Segovia appare decisamente più contenuto ed educato rispetto al passato, ma ancora una volta il suo stile appare fuori luogo e spaesato, così come il lettore dopo aver letto un fumetto iniziato in un modo e terminato in maniera radicalmente opposta. È solo il primo numero, il beneficio del dubbio si può concedere.

JOURNEY INTO MYSTERY – THE BIRTH OF KRAKOA #1 di Dennis Hopeless e Djibril Morrisette-Phan.

Il ritorno, solo per questa occasione, di “Journey Into Mystery” é decisamente insolito e piuttosto inaspettato. All’apertura dell’albo, il lettore si trova ben lontano dall’ultima incarnazione di JiM: non più impegnati a seguire le marachelle del giovane Loki di Kieron Gillen, il team creativo Dennis Hopeless & Djibril Morrisette-Phan cambia totalmente registro, allacciando le cinture a bordo di un aereo militare nella primavera del 1945, con a bordo il Sergente Nicholas J. Fury, Dum Dum Dugan e gli Howling Commandos… ovviamente, saranno lo schianto su una misteriosa isola ed un evento catastrofico a mettere in moto la trama.
Lo stile essenziale ma deciso, dalle chine durissime e scure, di Morrisette-Phan dona alla storia il giusto look da avventura pulp, affidandosi ai brillanti, vividi colori di Rachelle Rosenberg: Krakoa prende vita, letteralmente e artisticamente, grazie alle atmosfere, colme di pathos, pericolo e genuino mistero, congiurate da un Hopeless particolarmente ispirato.
La grande rivelazione della storia arriva al momento esatto e osservare gli Howling Commandos combattere contro la paranoia e l’inspiegabile rendono la lettura inaspettatamente piacevole, considerando specialmente che ci si trova di fronte ad una storia fatta per essere contenuta in poco più di 30 pagine e con il rischio di venire sommersa da altre uscite mensili più, all’apparenza, appetitose.

CHAMPIONS #24 di Jim Zub e Sean Izaakse.

“Interrompiamo le programmazioni per un comunicato speciale”.
“Champions” #24 si apre in maniera caustica, con una tavola completamente nera e queste parole impresse: per i giovani eroi protagonisti della serie di Jim Zub sembra un giorno normale, fino al momento in cui i cellulari cominciano a squillare freneticamente e Miles Morales scappa, letteralmente, più veloce che può. C’è stata una sparatoria alla Brooklyn Visions Academy, la sua scuola. Sette morti, diciotto feriti, l’assalitore si é tolto la vita. All’inizio, “Champions” #24 sembra un fumetto come tanti, con i brillanti disegni di Sean Izaakse colorati da Menyz e Arciniega, ma scorrendo le pagine i disegni, così come le parole che li accompagnano, si fanno più tristi, più snervanti, più deprimenti. I volti dei ragazzi sono tesi, non conta che abbiano super-poteri o siano semplici studenti.  Nelle parole del più inesperto Spider-Man si percepisce la rabbia, il senso di impotenza, la frustrazione. Nelle parole degli altri Campioni l’incertezza, i dubbi sulle proprie responsabilità, su “quello che si può fare” per evitare che tutto questo, questa scena ormai diventata angosciosamente familiare, non si ripeta più.
Zub e Izaakse, insieme agli editor Breevort e Cebulski, hanno voluto raccontare così tante pagine nere delle giornate di scuola americane, cogliendo nel segno e riuscendo nel delicato obiettivo di saper usare i toni giusti per farlo.

AFFASCINANTI E INCOMPRENSIBILI: “I SEGRETI DI DAVID LYNCH”

David Lynch è sicuramente il regista del fantastico più celebre e acclamato degli ultimi decenni. Il suo fantastico è in realtà un assurdo calato nel quotidiano, paragonabile a quello kafkiano e intriso di grande poesia visiva. Se vi piace il cinema e non avete mai visto Lynch è come dire che vi piace il rock e non avete mai sentito i Pink Floyd (il paragone vale in particolare per il senso onirico).

Dato che questo è un sito di fumetti è proprio da loro che dobbiamo partire, infatti Lynch è stato un autore di strisce. Scritte e disegnate da lui stesso per alcuni quotidiani minori californiani a cavallo fra gli anni ‘80 e ’90, le sequenze di vignette sono in realtà sempre le stesse.

Una didascalia a sinistra avverte che: Il cane è così arrabbiato da non potersi muovere. Non può mangiare. Non può dormire. Può soltanto ringhiare a stento. Schiacciato dalla tensione e dalla rabbia, il suo stato è simile al rigor mortis. Poi quattro vignette sempre identiche del cane arrabbiato e qualche nuvoletta con i discorsi suoi e/o  dei suoi presunti padroni che provengono dalla casa, discorsi che sono nonsense o meglio sembrano assurdi e paradossali ma che forse contengono verità metafisiche. O forse no. O forse non lo sa nessuno, neanche il suo autore.

 

Dopo questa breve digressione sul Lynch fumettista, concentriamoci su I segreti di David Lynch, un saggio pubblicato dalla casa editrice Becco Giallo nel 2018. L’autore, Matteo Marino, collabora con varie riviste cinematografiche, ha scritto libri sulle serie TV (Il mio primo ed Il mio secondo dizionario sulle serie tv cult sempre per la Becco Giallo, in cui viene anche affrontata tutta la trilogia Twin Peaks) e su un altro regista fantastico (in tutti i sensi), Peter Jackson, ma è soprattutto l’ideatore di www.davidlynch.itun portale-blog davvero esaustivo per il fandom lynchano che può essere certamente definito la più importante fonte italiana dedicata al nostro.

 

I film, scelti nella lunga filmografia, sono quattro: Strade Perdute, Mulholland Drive, INLAND EMPIRETwin Peaks- Il Ritorno (terza e ultima serie). La selezione delle opere cinematografiche non è casuale, infatti sono quelle più oniriche ed enigmatiche, ma anche quelle che curiosamente hanno avuto un impatto sul pubblico e sull’immaginario moderno.

La rete televisiva BBC ha contattato 177 critici di tutto il mondo che hanno eletto un paio di anni fa Mulholland Drive il più bel film del XXI secolo. In effetti, insieme a Velluto Blu, è forse l’opera più riuscita del regista statunitense, un mix perfetto fra la perfezione estetica e i paradossi narrativi tanto cari all’autore.

Di sicuro il libro è indispensabile per tutti gli appassionati del Maestro: io mi annovero fra questi e la lettura mi ha spalancato porte che prima erano solo socchiuse. Inevitabilmente, e qui è il limite, non solo risulterà incomprensibile allo spettatore distratto ma anticiperà i contenuti, guastando irrimediabilmente la visione, a chi non ha mai goduto di queste imprescindibili pietre miliari della cinematografia contemporanea.

Quindi il saggio è indirizzato a chi abbia visto ALMENO una volta le quattro opere in questione, forse le più significative ed “estreme” dell’ultima produzione lynchana, quelle in cui la narrazione è più destrutturata, ermetica e soggetta a enigmi e realtà intersecanti. Avvertenza evidenziata dallo stesso Marino e molto utile poiché altrimenti si incorrerebbe in uno spoiler a ogni riga.

La bellissima copertina e le movie-scene reinterpretate all’interno del volume sono di Elisa2B, giovane fumettista piemontese, fra i cui lavori si ricorda la graphic novel La chiamata (Becco Giallo 2018).

La copertina è davvero molto suggestiva e collegata ai temi fondamentali del libro, infatti più che un disegno è un affresco che riesce a trasmettere il senso di mistero e di inquietudine ma anche di eleganza e bellezza dei film del nostro autore, tanto che sarebbe preferibile guardarla prima frontalmente e poi in apertura con la quarta di copertina.

In primo piano c’è David Lynch o meglio il suo personaggio Gordon Cole, pezzo grosso dell’FBI che per problemi di udito indossa sempre un apparecchio acustico. Il pavimento e le tende sono inconfondibilmente quelle della Loggia Nera, una dimensione onirica ed extradimensionale, forse l’invenzione più iconica del regista.

Dietro e sotto le celebri tende granata si trova il coniglio gigante reso famoso in INLAND EMPIRE, in realtà già presente nell’inquietante serie TV Rabbits. Poi si scorge Diane Evans, segreteria di Cole, ma anche enigmatica femme fatale in Twin Peaks- Il Ritorno, interpretata dalla bravissima Laura Dern, attrice cara a Lynch come poche altre.

Sul pavimento ritroviamo una strana creatura ibrida fra insetto e anfibio, protagonista di un episodio di Twin Peaks- Il ritorno, che in verità rappresenta tutta una serie di varia e strana zoologia presente in quasi tutti i film. Infine sulla sinistra (quarta di copertina) l’esplosione nucleare di Trinity, primo storico test effettuato nel New Mexico e punto di svolta (forse) sempre della terza serie di Twin Peaks.

Inoltre si vede l’Uomo del Mistero, indimenticabile e impressionante personaggio in Strade Perdute. L’illustrazione sotto esplica benissimo uno dei concept trattati da Lynch: il velo di Maya, il senso di penetrare in un’ulteriore realtà. Qui Diane Evans insieme all’Agente speciale Cooper (interpretato da Kyle MacLachlan,) varcano le tende della Loggia Nera, in uno dei momenti più significativi del «film da 18 ore», poi spezzato in diciotto puntate per esigenze televisive, che è la serie finale di Twin Peaks.

Le immagini presenti all’interno del libro, poche ma ben scelte, sono rielaborazioni in bianco-nero e linea chiara di fotogrammi-chiave e servono a riportare alla memoria del lettore gli snodi narrativi dei film trattati.

Insomma, cosa rende interessante questo volume? I film del nostro David sono tanto affascinanti quanto, spesso, apparentemente incomprensibili e Marino accumula, in maniera divertente ed affascinante, le principali teorie “esplicative” per ogni film. Tali suggestioni (ovviamente non possiamo definirle soluzioni) provengono dai maggiori critici-intellettuali cinematografici, come il filosofo Žižek e Frost, coautore dello stesso Lynch, dalle religioni orientali e dalla meditazione trascendentale (praticata pure da Lynch), da interviste del  regista stesso, fino all’ultimo fan su internet, senza dimenticare il film Il mago di Oz del 1939, di cui il regista del Montana è esageratamente innamorato, le arti visive, la musica dark, rock e metal, spesso presenti nei suoi lavori.

In realtà più ci avviciniamo a capire qualcosa, più oscuro diventa qualcos’altro come nel principio di Indeterminazione di Heisenberg (meglio si conosce la posizione di una particella meno conosciamo la sua quantità di moto e viceversa). In questi e molti altri paradossi  Marino getta una luce, o meglio qualche fiammifero per accendere alcune  candele. Alla fine della lettura, forse siamo riusciti a scoprire una chiave interpretativa perlomeno convincente, senza scordare però che le più grandi opere d’arte vanno godute più che capite, come dice lo stesso regista.

Ultima osservazione: in genere si dice che passare da nome ad aggettivo certifica la grandezza di un artista (es. felliniano). Lynchano è uno degli aggettivi che più spesso viene citato come pietra di paragone nei film “strani”.

 

 

San Domenico: Kleiner Flug va all’estero

CopertinaSe a chiedere di raccontare la storia di San Domenico di Guzman a fumetti fosse lo stesso ordine dei Domenicani?

E se fosse in particolare la comunità presente nella chiesa vicina alla stazione di Firenze?

E se lo chiedesse, ovviamente, alla casa editrice toscana che in questi ultimi anni maggiormente si è occupata di biografie di personaggi famosi, con l’intenzione (anche) di diffondere la storia nelle principali lingue europee?

Accadrebbe che, con i testi di Marco Rocchi e i disegni di Edoardo Natalini, Kleiner Flug pubblicherebbe un albo, tradotto in quattro lingue, in collaborazione con l’Opera per Santa Maria Novella.

Come dice lo stesso sito del convento fiorentino:

Non si tratta certamente di un’opera di ricostruzione scientifica né di una biografia filologica di questo personaggio storico.[…] Un uomo che ha influenzato il suo tempo e di cui ancora oggi possiamo apprezzare il grande contributo che ha dato alla storia del Cristianesimo e della società in cui ha operato.

I domenicani non sono certo simpatici ai più. Collegati tradizionalmente (ma non per questo correttamente) all’Inquisizione medievale, sono spesso visti come sinonimo di chiusura mentale e rigidità.

In effetti nel 1235, dopo alcuni anni in cui le deleghe per ricercare gli eretici erano numerose, papa Gregorio IX affidò definitivamente tali deleghe ai domenicani. Principalmente per il profondo legame tra i domenicani e il Papa, che li svincolava da poteri e influenze vescovili. Sarebbe da approfondire, già solo il significato del termine inquisizione, ma non è questo il luogo (o meglio il sito).

Un secolo prima dei fatti che abbiamo incontrato recentemente in un altro fumetto, in cui appunto un inquisitore domenicano faceva la ormai solita figura da stolto oscurantista e assetato di sangue, viveva il protagonista dell’albo.

Che di stolto oscurantista non ha avuto granché…

È un anziano Domenico a raccontare la sua storia. L’occasione gliela dà un giovane confratello, inviato da Giovanni da Salerno, che insediò i domenicani a Firenze ed era alla ricerca di una sede adatta al crescente ordine.

Per rispondere alla sua disperazione dell’essere senza una chiesa, Domenico racconta la sua vita. Di come si è affidato alla Provvidenza e al Vangelo, fin dalla sua missione danese insieme al suo vescovo e confratello agostiniano Don Diego de Acevedo.

Così dedicherà la sua vita alla predicazione e alla missione, fondando un nuovo ordine, nonostante i Papi in quel periodo non vedessero di buon occhio il proliferare di famiglie religiose. A causa delle eresie dilaganti.

Ma Domenico prese l’anelito alla povertà e alla vicinanza con il popolo dagli eretici catari, nelle cui terre predicò per quasi dieci anni, mantenendo sempre un fortissimo legame con Roma e con i Papi che ha conosciuto.

Ovviamente l’albo presenta Domenico in modo amichevole, mescolando la sua forza d’animo con una grande mitezza. Sottolineando la preghiera continua (Domenico propugnò fortemente la pratica del Rosario) e l’estrema sobrietà. E facendo il parallelo con San Francesco. Centrale infatti è l’episodio della visione di Domenico e il successivo incontro con il poverello di Assisi in occasione del riconoscimento dell’ordine, raccontati da Gerardo di Frachet nelle Vitae fratrum, che prende le dieci tavole centrali.

Lo stile, proprio per rendere la biografia con la leggerezza del  fumetto, è quello tipico delle prime e più semplici agiografie: raccontare alcuni eventi miracolosi e storie confortanti che abbiano per protagonista il santo. Solo gli eventi fondamentali, presi dalla storia o dalla tradizione. Rendendo il santo estremamente simpatico. Anche quando racconta i momenti più tragici, come l’uccisione del suo amico e confratello Pietro.

Estremamente consolante è la naturalezza in cui viene raccontata la morte (gli ultimi anni della vita di Domenico sono stati comunque molto intensi e ricchi di spostamenti ed eventi).

Il continuo ricorso ai flashback non appesantisce la lettura, anzi, le dà la piacevole sensazione del nonno che in qualche modo racconta la sua vita al nipote.

Il linguaggio è accessibile a tutti (si parla di pecorelle smarrite) ma altrettanto attento (ad esempio riporta le parole esatte del Salmo 28).

L’operazione simpatia viene supportata fortemente anche dalla parte grafica. La descrizione di San Domenico fatta da una monaca (Suor Cecilia Romana) del 1240 è:

Statura mediocris, tenuis corpore, facies pulchra et parum rubea, capilli et barba modicum rubei, pulcher oculis. De fronte eius et inter cilia quidam splendor radiabat […] Manus longas et pulchras habebat, magnam vocem pulchram et resonantem habebat. Numquam fuit calvus, sed coronam rasilem totam integram habebat paucis canis respersam.

Ovvero

Di statura media e corporatura magra, un viso bello e un po’ rubicondo, i capelli e la barba rossicci, dei begli occhi. Dalla sua fronte e tra le ciglia si irradiava una certa luce […] Aveva mani lunghe e belle, una bella voce possente. Non è mai stato calvo, ma aveva una tonsura integra a mo’ di corona appena imbiancata.

Invece il nostro San Domenico è quasi un super deformed, con l’aggiunta di un bel nasone (e i nasi fantasiosi sembrano una caratteristica di Natalini).

Probabilmente per una concessione alla fisiognomica, per cui aspetto e caratteristiche morali sono in qualche modo legate. Così l’umiltà e la forza morale vengono meglio rappresentate da un aspetto tozzo e solido, che rendono il santo in qualche modo normale.

Oltre ai nasi, colpiscono gli occhi. Solo quelli dei personaggi più significativi hanno la parte bianca (sclera): Domenico, Maria e Gesù, San Francesco. Gli altri hanno solo le pupille, che a volte ricordano quelli dei fumetti della Disney degli inizi. E sono sempre estremamente espressivi. A volte non compaiono affatto (il Papa quando indice la Crociata o accetta l’Ordine, i frati nella casa di Tolosa, dove Pietro da Castelnuovo ostenta ricchezza parlando di disagiate condizioni). Perché nei disegni gli occhi possono essere effettivamente lo specchio dell’anima.

Gli sfondi sono semplici, sia nei tratti che nei particolari che ancora nei colori. Ma danno un senso di familiarità, e leggibilità.

La gabbia è regolare, tutte le vignette sono rettangolari, ma il numero del loro numero per pagina è a servizio della storia. Alcuni passaggi importanti richiedono l’utilizzo della pagina intera: l’inizio, il viaggio verso Roma, il riconoscimento dell’ordine.

Tutte molto belle e significative, molto ben disegnate. Quella che mi ha colpito maggiormente è quella dei domenicani in Europa. Che è un po’ una carta programmatica dell’Ordine. Il parlato, che quasi si sente, la carta europea, disposta stranamente in direzione Est-Ovest, i due inserti. Uno con Domenico giovane, l’altro anziano.

I bordi, anche qui, servono a differenziare il racconto regolare dai flashback.

Insomma, piccoli artifici che non distolgono dalla storia e danno grande leggibilità e scorrevolezza.

È in effetti un fumetto per tutti con diversi piani di lettura, sia dal punto di vista del contenuto che della parte grafica.

Assolutamente nella linea (altamente) qualitativa finora segnata dalla collana Prodigi tra le nuvole.

Questo volume segna anche un momento importante per Kleiner Flug.

Non è il primo volume dedicato a una figura della Chiesa. Anche qui abbiamo già parlato di Caterina da Siena e di Girolamo Savonarola (peraltro entrambi domenicani). Ma colpisce il “San” nel titolo (prima volta).

E pur non essendo il primo volume che la casa editrice toscana traduce per il mercato estero, è il primo che ha come protagonista un uomo non nato in Italia, anche se, come tutti i religiosi cattolici, fortemente legato al nostro paese.

Il volume ha vinto il Premio Fede a Strisce – Roberto Ramberti all’ultima edizione di Cartoon Club Rimini.

Nel 2017 è uscita un’altra biografia a fumetti dello stesso Domenico, molto più agiografica e destinata a un mercato forse più di nicchia, dell’editrice cattolica milanese IPL.

San Domenico
Marco Rocchi, Edoardo Natalini
Prodigi fra le nuvole
Fleiner Flug, 2017
44 pag, colore, brossura

LUCCA Comics and Games 2018, parti con DIMENSIONE FUMETTO!

Volantino Lucca Dimensione FumettoAnche quest’anno l’associazione culturale DIMENSIONE FUMETTO, forte della sua esperienza decennale, organizza un pullman con destinazione LUCCA COMICS AND GAMES! Il nostro nerd-o-bus partirà da ASCOLI PICENO SABATO 3 novembre 2018, destinazione Lucca, la meta regina per tutti gli appassionati di fumetti, manga, comics, videogames e tanto altro!

Dimensione Fumetto vi offre la possibilità di arrivare a Lucca in pullman e passare una giornata nerd-avigliosa all’interno dello spazio della città, che coincide con quello della fiera.

NOVITA’!! QUEST’ANNO POTRETE APPROFITTARE DI DUE DIVERSE SOLUZIONI DI VIAGGIO:

A) Opzione Standard: SOLO TRASPORTO IN BUS senza biglietto di ingresso in fiera a 40 EURO. Per prenotare questa soluzione occorre versare la caparra di 20 euro entro il 30 ottobre.

B) Opzione Saltafila: TRASPORTO IN FIERA PIÙ BIGLIETTO SALTAFILA AL COSTO DI 65 EURO. Importante questa soluzione va prenotata entro e non oltre il 10 di ottobre, e al momento della prenotazione va VERSATA L’INTERA QUOTA (65 euro).

Il viaggio sarà su un comodo pullman GT con 52 posti a disposizione, la quota di partecipazione comprende le spese di viaggio e la tessera associativa. Le prenotazioni si effettuano presso la FUMETTERIA MATRIX IN VIA CESARE BATTISTI ad Ascoli Piceno.

Per qualsiasi informazione basta rivolgersi alla Fumetteria Matrix (telefonando allo 0736 25 48 49) oppure ai contatti dell’associazione: info@dimensionefumetto.it e www.dimensionefumetto.it.

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