Monthly Archives: agosto 2018

Cento anni fa: Nelson Mandela

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro 
Ringrazio qualunque dio ci sia
Per la mia anima invincibile.

Nella stretta morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi avversi della sorte
Il mio capo sanguina ma non si china.

Oltre questo luogo di rabbia e lacrime
Incombe solo l’orrore della fine.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
Quanto impietosa la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Nelson Mandela Gribaudo

La poesia Invictus dell’inglese William Ernest Henley (pubblicata nel 1888) è diventata una sorta di simbolo per indicare la lunga lotta di Nelson Mandela per la libertà del popolo sudafricano: è questa la poesia che il prigioniero 466/64 recita davanti agli altri detenuti per darsi forza nei momenti di sconforto nei ventisette anni di detenzione che trascorre a Robben Island; Invictus è il titolo che Clint Eastwood dà al suo film del 2009 che ripercorre i fatti realmente accaduti in occasione della finale di Campionato di Rugby in Sudafrica; ed è la poesia citata nel sottotitolo della biografia a fumetti Nelson Mandela, l’anima invincibile, delle edizioni Gribaudo.

L’opera ripercorre tutta la vita del leader sudafricano, dalla nascita, cento anni fa, alle prime prese di coscienza della condizione sottomessa della popolazione di colore rispetto alla supremazia degli afrikaner bianchi, alla scelta di schierarsi per il bene dei suoi connazionali contro l’Apartheid, e alla conseguente incarcerazione. Scritta dal giornalista/scrittore Lewis Helfand e illustrata da Sankha Banerjee tutto il racconto è una sorta di marcia che, partendo dal 1985, da una visita della moglie a un Mandela già detenuto da ventuno anni, torna indietro in un lungo flashback e, tappa per tappa, ci mostra come e perché quest’uomo sia arrivato a rappresentare per il mondo un simbolo di libertà.

Nelson Mandela Gribaudo

La narrazione è per lo più oggettiva, separata per date ed eventi, con poche intromissioni dello scrittore che arriva a porsi delle domande a cui il lettore saprà rispondere proseguendo nella storia illustrata: in questo modo Helfand ci rende partecipi dei dubbi che lo stesso protagonista vive, ad esempio, nel momento in cui decide di abbandonare la non violenza per dedicarsi ad azioni fisiche, mirate, dell’ANC (African National Congress) per poter riunire i rappresentanti di governo formato da bianchi insieme a rappresentanti del popolo originario, che durante l’Apartheid non possedeva nessun diritto, neanche quello di camminare per strada senza un apposito permesso.

La storia di Mandela racconta una fetta di Storia di pochi decenni or sono, che chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà perfettamente come la prima volta in cui gli eventi di un popolo e di una nazione lontanissimi hanno coinvolto gran parte del mondo civilizzato in una lotta dal fronte unito: Libertà per Mandela, Fine dell’Apartheid. La prima volta in cui anche esponenti del mondo dello spettacolo e dell’entertainment hanno preso una posizione chiara e definita in nome della Libertà. La prima volta che gli effetti della globalizzazione sono stati positivi: immagini di attacchi di forze armate contro civili inermi e manifestanti che hanno indignato l’opinione pubblica, soprattutto europea e bianca, foto di scritte discriminatorie che dichiaravano panchine e negozi Whites Only che stupivano e sollevavano gli animi di chi ancora considerava un possibile concittadino di colore una esotica rarità.

Nelson Mandela Gribaudo

Sappiamo però che è stata una storia con un lieto fine, a cui i lettori giungono anelanti di poter riconoscere quel viso bonario, dagli occhi stretti (rovinati duranti i lavori forzati in una cava) e i capelli bianchi, quanto quei denti aperti in un insopprimibile sorriso.

Mandela è un simbolo di libertà in un modo molto più ampio di quanto possiamo pensare, e quest’opera ce lo mostra dalle prime pagine, quando rinuncia alla scarcerazione che gli stanno offrendo, quindi alla sua libertà, perché quello che non gli offrono è la fine della segregazione, la possibilità per il popolo di colore di vivere al pari dei bianchi, il diritto per il suo partito di sedere al governo in un dialogo paritetico: non gli offrono la libertà per l’intero popolo sudafricano, nero o bianco che sia, di autogovernarsi, di arrivare alla democrazia; stanno offrendo solo a lui di terminare la prigionia, non hanno ancora capito che è ben altro quello per cui ha lottato e sofferto.

Nelson Mandela Gribaudo

E cioè per quello che egli stesso ha dichiarato nel celebre discorso davanti al giudice che lo condannerà alla prigione a vita, riportato nel frontespizio dell’opera:

Nel corso della mia vita mi sono dedicato interamente alla lotta per il popolo africano. Ho lottato contro la dominazione bianca e contro quella nera. Il mio ideale più caro è quello di una società libera e democratica in cui tutti vivano in armonia e con le stesse opportunità. Spero di vivere abbastanza da riuscirci. Ma se sarà necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire.

Quello che commuove è che ha vissuto abbastanza.

Il racconto di questa lotta eccezionale è illustrato dall’indiano Banerjee con uno stile pittorico e molto realistico, con lunghe pennellate di nero e campiture di grigio in cui il bianco illumina zigomi e dona fisicità a figure rese con un effetto quasi impressionistico. Le tavole hanno un fascino originale, ma possono risultare un po’ appesantite dalla persistenza dei toni cupi.

Il fatto che, comunque, i disegni sono a servizio di una narrazione dagli sfondi drammatici, rende quasi necessaria una controparte grafica altrettanto densa e incisiva e le figure rese con macchie di nero e sfumature non stonano, ma arricchiscono l’opera. L’unico neo è che la tecnica gestuale va a sacrificare la riconoscibilità dei visi e lo standard qualitativo della resa dei particolari. Invece, i ritratti di stampo più apertamente illustrativo sono tecnicamente e visivamente di qualità altissima.

Un’opera dunque che racconta una storia che fa parte della Storia di tutti noi e di una figura umana e politica che bisognerebbe ricordare più spesso, non solo ogni cento anni, nel giorno in cui si commemora la sua, fortunatissima per noi, nascita (18 luglio 1918).

 

Comic? a chi! Le short stories di Atsushi Kaneko

Una raccolta di storie brevi che ripercorrono la pubblicazione di Atsushi Kaneko dall’inizio fino agli anni più recenti, con un ottimo equilibrio tra storia surreale e trovate grafiche sublimi.

Classe 1966, fumettista e illustratore giapponese, Kaneko inizia il suo percorso artistico da autodidatta e come tale lo porta avanti. Le sue opere sono caratterizzate da un tratto netto e aggressivo con un sapiente uso del contrasto tra bianco e nero, sperimentale sia nella trama che nel disegno, non si avvale di assistenti proprio per preservare e garantire le proprie peculiari caratteristiche. Noto in Italia per Soil pubblicato da Panini Comics e Bambi Remodeled edito dalla Edizioni Star Comics ed è proprio grazie a quest’ultima che arriva in edizione nostrana: Comic? Atsushi Kaneko Extra Works.

Il volume è diviso in due parti, riconoscibili anche dal cambio di numerazione di pagina; la prima metà della raccolta, quasi esclusivamente dedicate al ciclo delle Tattoo Girl(s), è caratterizzata da un disegno in bianco e nero, con un tratto deciso, aggressivo e potente fortemente ispirato alle opere indipendenti americane e nipponiche e ad autori quali Paul Pope e Suehiro Maruo.
Il secondo gruppo di storie, pur mantenendo il caratteristico stile di inchiostrazione introduce il colore usato con sapienza e originalità, è proprio questa la parte mi ha colpito molto positivamente.

In Atomic? viene usato solo il colore arancio, in una tinta fluo, con campiture piene e uniformi volto a esaltare le atmosfere e gli stati d’animo.

Cosmic? è caratterizzato dall’uso della stessa tinta di colore ma questa volta usato come livello di fuori registro, questa scelta contribuisce a rendere la storia particolarmente ansiogena e fastidiosa riuscendo quindi a rappresentare perfettamente lo spirito del racconto.

L’arancio di Satanic? è invece di una tonalita più chiara tendente al giallo e usato con maggiore parsimonia per evidenziare solo alcuni dettagli cruciali del narrato.

Pare evidente che l’arancio sia il colore prediletto dall’autore che ne fa un uso sapiente e furbo piegandolo al suo volere affinché risulti originale e funzionale.

Linea di congiunzione di tutti i racconti raccolti nel volume è poi senza dubbio la scelta di una narrazione molto visionaria e surreale, che lascia libera interpretazione al lettore non ingabbiando la lettura in schemi predefiniti e canonici.

Un volume particolarmente interessante stampato in una buona edizione e con ottima cura, una presenza essenziale nelle librerie dei lettori più curiosi e consigliato anche a quelli che hanno anche solo voglia di evasione.

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