Monthly Archives: agosto 2018

Dylan Dog 383: Profondo nero – Bianco, nero, rosso, giallo, Argento

Copertina di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.A un mese esatto dalla sua uscita nelle edicole e alla vigilia della pubblicazione del successivo volume 384, dopo che già tutti gli altri ne hanno parlato molto bene, molto così-così e molto male, e dopo aver suscitato dibattiti già a partire dalla sua copertina inusualmente argentata, eccoci qua a parlare del volume 383 di Dylan Dog intitolato Profondo nero e a cui ha lavorato la crème del fumetto Bonelli, a cui si è aggiunto come guest star uno dei personaggi più importanti della cultura pop italiana del XX secolo: il regista, sceneggiatore e icona vivente Dario Argento.

Chi scrive non ha mai letto per intero un volume di Dylan Dog, non ha alcuna cultura della Sergio Bonelli Editore al di là del prenderne in mano qualche numero ogni tanto, non ha nessuna venerazione né tanto meno avversione verso Roberto Recchioni, non ha nemmeno mai visto il celebre film Dellamorte Dellamore che, essendo tratto da un romanzo di Tiziano Sclavi ed essendo interpretato dallo stimato Rupert Everett, potrebbe essere una buona introduzione per poi passare al fumetto. In compenso, chi scrive è un appassionato adorante amante di Dario Argento, e il resto di questa recensione potrebbe benissimo essere un lungo amarcord sul genio del regista romano. Sarà sufficiente ricordare l’aneddoto della scoperta di Argento: fine anni ’90, Liceo artistico, due ore di buco senza insegnante, la classe in aula video a vedere un film nell’attesa, qualcuno sceglie Profondo rosso, all’inizio l’intera scolaresca scherza e ride per la musica incongruente, le scene ultrarecitate, la falsità cinematografica esibita, e poi pian piano l’atmosfera si fa così tesa, la trama così intrigante e la messinscena così inquietante che nessuno osa più fiatare fino all’ultimo secondo. Cult immediato.

Tavola di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.Se lo scopo puramente celebrativo dell’operazione Profondo nero era di mettere insieme Dylan Dog con Dario Argento, allora ha funzionato perché il volume ha visto la luce con grande enfasi. Se lo scopo biecamente commerciale era di attirare i fan di Argento per vendere più copie, beh, ha funzionato lo stesso dato che sono qua col volume in mano. Infine, se lo scopo nobilmente artistico era di unire il massimo referente dell’horror fumettistico italiano con il massimo referente dell’horror cinematografico italiano, allora il risultato è più deludente rispetto agli altri due scopi.

Non è del tutto scontato capire il perché questo volume potenzialmente esplosivo non lo è granché, dato che si mantiene su un registro talmente medio-piatto da fornire pochi appigli di critica, sia positiva sia negativa. Prima della sua uscita, si poteva supporre che Profondo nero sarebbe stato terribile perché la curva discendente nella produzione artistica di Dario Argento è così verticale, così avvilente, che non c’è motivo alcuno per cui il regista di un film di rara bruttezza come Dracula 3D possa di colpo partorire un capolavoro. Certo, dato che La terza madre in fondo non è da buttare, forse Argento può ancora avere qualcosa da dire e con i giusti collaboratori può uscire un lavoro interessante.

In effetti ecco che con il volume in mano i timori legati all’avvizzita creatività di Argento sono scomparsi: la trama molto semplice e funzionante si basa su un elemento effettivamente perturbante quale è l’unione di eros e thanatos rappresentato dal BDSM. Gli elementi di contorno sono dei classici così classici che non si capisce bene se siano cifra stilistica, autocitazione o stanca riproposizione, ma in fondo non è importante: le mani guantate dell’assassino, le belle donne seminude, il sangue a fiotti, il teatro, le lame, la dimensione onirica e le belle arti (in questo caso rappresentate dal personaggio della fotografa e dal dipinto di Hans Holbein Lais di Corinto) sono topoi argentiani che fa sempre piacere ritrovare ben usati. Anche la citazione hitchcockiana di pagina 81 è perfettamente in contesto. Dario Argento non dirige più film degni del suo nome da trenta anni, però poi dà alle stampe questo buon fumetto: è un giallo.

Dipinto "Lais di Corinto" di Hans Holbein.

Lo splendido dipinto Lais di Corinto del pittore rinascimentale tedesco Hans Holbein, su cui pesa fortemente l’ascendenza tecnica, cromatica, compositiva e costumistica di Raffaello. L’originale è al Kunstmuseum di Basilea in Svizzera e non nel tetro castello del fumetto.

Se il soggetto di Argento funziona, pur non brillando particolarmente, è però il resto a risultare in qualche maniera stonato. La sceneggiatura di Stefano Piani (probabilmente responsabile unico o quantomeno prevalente dei dialoghi, nonostante anche Argento vi sia accreditato) è tutto sommato funzionante, ma presenta salti repentini e immotivati nello sviluppo dei personaggi, tipo nell’improvvisa esplosione di passione di Dylan per la coprotagonista Beatrix, e soprattutto ha dei serissimi problemi di continuum fra una pagina e l’altra e a volte anche fra una vignetta e l’altra, con passaggi più che improvvisi e involontari effetti comici, come fra pagina 53 e 54 quando Dylan torna a casa di Chasity senza alcun motivo apparente se non per mandare avanti forzosamente la trama: è un giallo.

Tavola di "Dylan Dog 383: Profondo nero" di Dario Argento, Stefano Piani e Corrado Roi.I problemi di storytelling però potrebbero essere parziale responsabilità dell’illustratore Corrado Roi, la cui incontestabile e umbratile qualità grafica è contestabilissima quando decide di rompere la famosa gabbia bonelliana in alcuni punti non sempre pertinenti, e poi di non romperla in altri costringendosi a disegnare vignette del tutto inutili: la parte bassa di pagina 31 è totalmente riempitiva? Qual è la differenza fra la penultima e l’ultima vignetta di pagina 52? Quale effettivo significato narrativo ha, nel contesto in cui è inserita, la terza vignetta di pagina 76? È inoltre curioso notare come un disegnatore così dotato, potente e riconoscibile poi fallisca miseramente nel disegnare scritte, lettere e font, tipo nella prima imbarazzante vignetta di pagina 23: è un giallo.

Sarebbe interessante analizzare i layout delle tavole per capire dove iniziano e finiscono le responsabilità di soggettista, sceneggiatore, disegnatore e del curatore Recchioni, ma forse servirebbe comunque a poco, perché Profondo nero è chiaramente un lavoro di concerto dalla palette cromatica molto ricca che mette insieme il rosso della passione e del sangue finto da set cinematografico, il giallo dell’intreccio whodunit, il nero delle malizie e miserie dei personaggi, il bianco della pagina, della tela e della carta fotografica, e l’argento di Argento (e di Gigi Cavenago, autore di una copertina meravigliosa che ha ricevuto giustamente un apprezzamento unanime). Un volume ovviamente imperdibile per i fedelissimi del regista, importante per i lettori di Dylan Dog, non fondamentale per tutti gli altri.


Dario Argento, Stefano Piani, Corrado Roi
Dylan Dog 383: Profondo nero
Sergio Bonelli Editore, 2018
cm 16×21, pagg. 100, b/n, brossura, € 3.50

Cento anni fa: Nelson Mandela

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro 
Ringrazio qualunque dio ci sia
Per la mia anima invincibile.

Nella stretta morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi avversi della sorte
Il mio capo sanguina ma non si china.

Oltre questo luogo di rabbia e lacrime
Incombe solo l’orrore della fine.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
Quanto impietosa la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Nelson Mandela Gribaudo

La poesia Invictus dell’inglese William Ernest Henley (pubblicata nel 1888) è diventata una sorta di simbolo per indicare la lunga lotta di Nelson Mandela per la libertà del popolo sudafricano: è questa la poesia che il prigioniero 466/64 recita davanti agli altri detenuti per darsi forza nei momenti di sconforto nei ventisette anni di detenzione che trascorre a Robben Island; Invictus è il titolo che Clint Eastwood dà al suo film del 2009 che ripercorre i fatti realmente accaduti in occasione della finale di Campionato di Rugby in Sudafrica; ed è la poesia citata nel sottotitolo della biografia a fumetti Nelson Mandela, l’anima invincibile, delle edizioni Gribaudo.

L’opera ripercorre tutta la vita del leader sudafricano, dalla nascita, cento anni fa, alle prime prese di coscienza della condizione sottomessa della popolazione di colore rispetto alla supremazia degli afrikaner bianchi, alla scelta di schierarsi per il bene dei suoi connazionali contro l’Apartheid, e alla conseguente incarcerazione. Scritta dal giornalista/scrittore Lewis Helfand e illustrata da Sankha Banerjee tutto il racconto è una sorta di marcia che, partendo dal 1985, da una visita della moglie a un Mandela già detenuto da ventuno anni, torna indietro in un lungo flashback e, tappa per tappa, ci mostra come e perché quest’uomo sia arrivato a rappresentare per il mondo un simbolo di libertà.

Nelson Mandela Gribaudo

La narrazione è per lo più oggettiva, separata per date ed eventi, con poche intromissioni dello scrittore che arriva a porsi delle domande a cui il lettore saprà rispondere proseguendo nella storia illustrata: in questo modo Helfand ci rende partecipi dei dubbi che lo stesso protagonista vive, ad esempio, nel momento in cui decide di abbandonare la non violenza per dedicarsi ad azioni fisiche, mirate, dell’ANC (African National Congress) per poter riunire i rappresentanti di governo formato da bianchi insieme a rappresentanti del popolo originario, che durante l’Apartheid non possedeva nessun diritto, neanche quello di camminare per strada senza un apposito permesso.

La storia di Mandela racconta una fetta di Storia di pochi decenni or sono, che chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà perfettamente come la prima volta in cui gli eventi di un popolo e di una nazione lontanissimi hanno coinvolto gran parte del mondo civilizzato in una lotta dal fronte unito: Libertà per Mandela, Fine dell’Apartheid. La prima volta in cui anche esponenti del mondo dello spettacolo e dell’entertainment hanno preso una posizione chiara e definita in nome della Libertà. La prima volta che gli effetti della globalizzazione sono stati positivi: immagini di attacchi di forze armate contro civili inermi e manifestanti che hanno indignato l’opinione pubblica, soprattutto europea e bianca, foto di scritte discriminatorie che dichiaravano panchine e negozi Whites Only che stupivano e sollevavano gli animi di chi ancora considerava un possibile concittadino di colore una esotica rarità.

Nelson Mandela Gribaudo

Sappiamo però che è stata una storia con un lieto fine, a cui i lettori giungono anelanti di poter riconoscere quel viso bonario, dagli occhi stretti (rovinati duranti i lavori forzati in una cava) e i capelli bianchi, quanto quei denti aperti in un insopprimibile sorriso.

Mandela è un simbolo di libertà in un modo molto più ampio di quanto possiamo pensare, e quest’opera ce lo mostra dalle prime pagine, quando rinuncia alla scarcerazione che gli stanno offrendo, quindi alla sua libertà, perché quello che non gli offrono è la fine della segregazione, la possibilità per il popolo di colore di vivere al pari dei bianchi, il diritto per il suo partito di sedere al governo in un dialogo paritetico: non gli offrono la libertà per l’intero popolo sudafricano, nero o bianco che sia, di autogovernarsi, di arrivare alla democrazia; stanno offrendo solo a lui di terminare la prigionia, non hanno ancora capito che è ben altro quello per cui ha lottato e sofferto.

Nelson Mandela Gribaudo

E cioè per quello che egli stesso ha dichiarato nel celebre discorso davanti al giudice che lo condannerà alla prigione a vita, riportato nel frontespizio dell’opera:

Nel corso della mia vita mi sono dedicato interamente alla lotta per il popolo africano. Ho lottato contro la dominazione bianca e contro quella nera. Il mio ideale più caro è quello di una società libera e democratica in cui tutti vivano in armonia e con le stesse opportunità. Spero di vivere abbastanza da riuscirci. Ma se sarà necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire.

Quello che commuove è che ha vissuto abbastanza.

Il racconto di questa lotta eccezionale è illustrato dall’indiano Banerjee con uno stile pittorico e molto realistico, con lunghe pennellate di nero e campiture di grigio in cui il bianco illumina zigomi e dona fisicità a figure rese con un effetto quasi impressionistico. Le tavole hanno un fascino originale, ma possono risultare un po’ appesantite dalla persistenza dei toni cupi.

Il fatto che, comunque, i disegni sono a servizio di una narrazione dagli sfondi drammatici, rende quasi necessaria una controparte grafica altrettanto densa e incisiva e le figure rese con macchie di nero e sfumature non stonano, ma arricchiscono l’opera. L’unico neo è che la tecnica gestuale va a sacrificare la riconoscibilità dei visi e lo standard qualitativo della resa dei particolari. Invece, i ritratti di stampo più apertamente illustrativo sono tecnicamente e visivamente di qualità altissima.

Un’opera dunque che racconta una storia che fa parte della Storia di tutti noi e di una figura umana e politica che bisognerebbe ricordare più spesso, non solo ogni cento anni, nel giorno in cui si commemora la sua, fortunatissima per noi, nascita (18 luglio 1918).

 

Comic? a chi! Le short stories di Atsushi Kaneko

Una raccolta di storie brevi che ripercorrono la pubblicazione di Atsushi Kaneko dall’inizio fino agli anni più recenti, con un ottimo equilibrio tra storia surreale e trovate grafiche sublimi.

Classe 1966, fumettista e illustratore giapponese, Kaneko inizia il suo percorso artistico da autodidatta e come tale lo porta avanti. Le sue opere sono caratterizzate da un tratto netto e aggressivo con un sapiente uso del contrasto tra bianco e nero, sperimentale sia nella trama che nel disegno, non si avvale di assistenti proprio per preservare e garantire le proprie peculiari caratteristiche. Noto in Italia per Soil pubblicato da Panini Comics e Bambi Remodeled edito dalla Edizioni Star Comics ed è proprio grazie a quest’ultima che arriva in edizione nostrana: Comic? Atsushi Kaneko Extra Works.

Il volume è diviso in due parti, riconoscibili anche dal cambio di numerazione di pagina; la prima metà della raccolta, quasi esclusivamente dedicate al ciclo delle Tattoo Girl(s), è caratterizzata da un disegno in bianco e nero, con un tratto deciso, aggressivo e potente fortemente ispirato alle opere indipendenti americane e nipponiche e ad autori quali Paul Pope e Suehiro Maruo.
Il secondo gruppo di storie, pur mantenendo il caratteristico stile di inchiostrazione introduce il colore usato con sapienza e originalità, è proprio questa la parte mi ha colpito molto positivamente.

In Atomic? viene usato solo il colore arancio, in una tinta fluo, con campiture piene e uniformi volto a esaltare le atmosfere e gli stati d’animo.

Cosmic? è caratterizzato dall’uso della stessa tinta di colore ma questa volta usato come livello di fuori registro, questa scelta contribuisce a rendere la storia particolarmente ansiogena e fastidiosa riuscendo quindi a rappresentare perfettamente lo spirito del racconto.

L’arancio di Satanic? è invece di una tonalita più chiara tendente al giallo e usato con maggiore parsimonia per evidenziare solo alcuni dettagli cruciali del narrato.

Pare evidente che l’arancio sia il colore prediletto dall’autore che ne fa un uso sapiente e furbo piegandolo al suo volere affinché risulti originale e funzionale.

Linea di congiunzione di tutti i racconti raccolti nel volume è poi senza dubbio la scelta di una narrazione molto visionaria e surreale, che lascia libera interpretazione al lettore non ingabbiando la lettura in schemi predefiniti e canonici.

Un volume particolarmente interessante stampato in una buona edizione e con ottima cura, una presenza essenziale nelle librerie dei lettori più curiosi e consigliato anche a quelli che hanno anche solo voglia di evasione.

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