Monthly Archives: luglio 2018

Anime al cinema 2018/2019

Dopo il grande successo della scorsa stagione, con oltre 100mila spettatori nelle sale, ecco i primi tre straordinari appuntamenti per la nuova stagione degli Anime al Cinema, targati Nexo Digital: intrisa di fantasia, magia e poesia, la settima stagione Nexo Anime è dedicata ai più bei film di animazione giapponesi, tre novità assolute che verranno distribuite in Italia in tempi record da Nexo Digital in collaborazione con Dynit per offrire agli spettatori un viaggio oltre le porte del tempo e dello spazio alla scoperta di nuovi mondi.

Si parte il 15, 16 e 17 ottobre con Mirai, opera del regista de La ragazza che saltava nel tempo e Wolf Children. Il nuovo capolavoro di Mamoru Hosoda ha conquistato la critica di Cannes lo scorso maggio, dove è stato proiettato in anteprima mondiale alla Quinzaine des Réalizateurs 2018. Protagonista di Mirai è Kun-chan, un bimbo viziato che sente che la sua nuova sorellina, Mirai, gli ha rubato l’amore dei suoi genitori. Sopraffatto dalle tante esperienze che affronta per la prima volta nella sua vita e dall’invidia che si scatena in lui verso la sorellina, Kun-chan incontrerà una versione più anziana di Mirai proveniente dal… futuro! E il mondo non sarà più lo stesso, dopo averlo visto attraverso gli occhi di un bambino.

 

 

 

 

 

Il 20 e 21 novembre sarà invece il momento di Penguin Highway. Dal romanzo di Tomohiko Morimi che ha conquistato la critica vincendo il prestigioso Japan SF Grand Prize, arriverà infatti nelle sale il nuovo inventivo lungometraggio di Hiroyasu Ishida. La storia ci racconta di Aoyama, dieci anni, studente serio e diligente che ha un modo tutto suo di vedere e conoscere il mondo: tiene dei quaderni su cui annota quotidianamente le sue osservazioni, i suoi esperimenti e le sue esplorazioni. Un giorno alcuni pinguini compaiono improvvisamente nella città in cui vive. Ma, così come sono apparsi, misteriosamente i pinguini spariranno… Quando la sua “sorellona” lancerà una lattina e questa si trasformerà proprio in un pinguino, Aoyama deciderà di investigare e di scoprire le cause di queste misteriose apparizioni…

 

 

 

Dopo il successo del live-action da 32 milioni di dollari e del romanzo best seller di Yoru Sumino, vincitore del Japan Bookseller Award (con 2,6 milioni di copie vendute), il 21, 22, 23 gennaio 2019 arriva nelle sale Voglio mangiare il tuo Pancreas, una struggente storia d’amicizia diretta da Shinichiro Ushijima. Il film si apre con uno studente delle superiori che ritrova per caso il diario segreto di una sua compagna di classe, Sakura Yamauchi, e scopre così che la ragazza soffre di una malattia terminale al pancreas. I giorni della ragazza sono contati, ma Sakura affronta la tragedia con leggerezza e allegria. Il ragazzo diviene quindi inconsapevolmente custode del suo segreto, trascorrendo sempre più tempo con Sakura. Nonostante i due abbiano personalità opposte, questa disgrazia e il segreto che si portano dentro li avvicineranno sempre più!

 

 

 

 

La Stagione degli Anime al Cinema, distribuita da Nexo Digital in collaborazione con Dynit e col sostegno dei media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it, Lucca Comics & Games e VVVVID.

Tutti i dettagli sulla programmazione e l’elenco delle sale che aderiscono all’iniziativa saranno a breve disponibili su www.nexodigital.it.

Il libro dei cinque anelli: Musashi a fumetti

Lindau è una casa editrice di nicchia. Pubblica libri di letteratura e saggistica e prende il nome da una città situata su un’isola del Lago di Costanza, che ottenne i privilegi di città libera.

Negli anni 2000 ha acquisito e lanciato una serie di case editrici satellite. Tra queste L’età dell’Acquario ha un taglio chiaramente “alternativo”. Ma tra i titoli, presenta una collana denominata Altrimondi, nella quale propone diverse opere a fumetti.

In particolare, hanno finora tradotto cinque opere di Sean Michael Wilson, sceneggiatore scozzese, vincitore di alcuni premi nel fumetto indipendente. Tutte riguardano le arti marziali giapponesi.

Pur non essendo un praticante, da sempre sono incuriosito dai diversi aspetti della cultura giapponese, e reputo molto interessante il tentativo di mettere insieme i manga con le arti marziali. In fondo gli ideogrammi giapponesi sono più vicini alle immagini che alle parole. E molte arti marziali hanno avuto origine in Giappone. In particolare l’arte della spada e il combattimento con due spade, esplorato da Miyamoto Musashi (1584-1645).

Sean Wilson ha attinto diverse volte alla cultura giapponese, sceneggiando le riduzioni a fumetti di alcuni episodi della storia giapponese: la ribellione di Satsuma, l’arrivo delle black ships, ma concentrandosi ancora di più sulle opere legate alla filosofia e alle arti marziali.

Per i suoi lavori è spesso partito, come in questo caso, dalle traduzioni del suo quasi omonimo William Scott Wilson. Il traduttore americano ha anche scritto la prefazione, inquadrando subito i contenuti.

Questa frequentazione dei due Wilson con la cultura giapponese si sente in tutta l’opera.

Il testo di Musashi è piuttosto semplice e lineare, per lo meno nella traduzione italiana (io ho letto quella delle Edizioni Mediterranee del 1984, ristampata nel 2001). Un racconto della propria esperienza e del proprio percorso di formazione, durato tutta la vita, come per molti maestri di arti marziali. Un testo classico che lascia poco spazio all’interpretazione, per lo meno nei contenuti generali. Wilson riesce a far emergere i dettagli, a tradurre il manuale in un fumetto apprezzabile, mostrando Musashi che dispensa gli insegnamenti nel suo dojo direttamente ai suoi allievi. Ma senza proporre uno stucchevole e impersonale elenco di regole.

Infatti nella sceneggiatura alterna molto bene il racconto che Musashi fa della sua vita con gli insegnamenti. Mette le parole del maestro in bocca ai suoi allievi, descrive le lezioni tecniche direttamente nei combattimenti. Riesce a rendere un manuale abbastanza accattivante da poter essere definito un graphic novel. E mantiene il potere evocativo del testo di Musashi. Inserendo continuamente riferimenti alla cultura giapponese, alle tradizioni, agli ideogrammi e al loro significato.

Forse i passaggi multipli da una lingua all’altra fanno perdere le sfaccettature e le sfumature del linguaggio. Come il fatto, ad esempio, che gli ideogrammi giapponesi possano avere interpretazioni diverse, e quindi avere diverse chiavi di lettura a seconda del contesto, nel nostro caso almeno quello bellico e filosofico.

La personalità di Musashi, la complessità del suo essere guerriero e monaco, pittore e poeta, emerge bene dall’opera.

Il fumetto è anche ben ritmato, caratteristica non facile da realizzare in un prodotto di questo tipo. Incarna quello che lo stesso Musashi dice nel libro del vento:

Quando i movimenti appaiono troppo veloci o troppo lenti significa che non si sta seguendo il ritmo giusto. I gesti di un maestro sono sempre armoniosi. […] Gli artisti che la sanno lunga riescono a danzare e cantare per ore e ore grazie al loro ritmo perfetto.

La sensazione però è che la parte grafica non sia del tutto all’altezza del testo originale e della sceneggiatura che lo traduce. Chie Kutsuwada, mangaka di stanza nel Regno Unito, dichiara nella sua biografia di utilizzare principalmente uno stile shojo/yaoi.

E in effetti lo fa anche in quest’opera. Ma in questo modo l’aspetto dei personaggi è poco evocativo. I guerrieri sono fin troppo puliti e slanciati, nei combattimenti il sangue è minimo.

L’aspetto di Musashi nel fumetto poco ha a che fare con l’autoritratto che il maestro di spada fece di sé. La barba è quasi fastidiosa.

Il tratto è pulito, le ombre quasi inesistenti, i dettagli per lo più poveri, con rare eccezioni.

Questo ha il pregio di non fare in modo che il disegno tolga la centralità al testo, che meglio esprime il pensiero di Musashi, ma dà la sensazione di non aggiungere niente, di non riuscire a interpretarlo adeguatamente.

Rimane quasi sempre asettico.

Allo stesso tempo, in qualche modo, ben si adatta al carattere zen della filosofia e degli insegnamenti di Musashi e alle stesse arti marziali. Però non dà il senso del contatto con il mondo tradizionale giapponese.

Alcuni passaggi comunque sono davvero meritevoli, in particolare l’utilizzo di dettagli naturali, animali o insetti. Il pesce nella parte dell’acqua, farfalle e api nel vento. E nella integrazione degli ideogrammi nei disegni stessi.

Quindi la sensazione non è che la qualità della grafica sia bassa in generale, ma eccessivamente variabile, con alcuni passaggi buoni, mentre la gran parte dell’esecuzione sia quasi frettolosa.

In conclusione, l’opera è godibile, funziona, sostanzialmente coglie lo spirito iniziale, anche se è poco bellica rispetto al testo originale. Il consiglio è di leggerla parallelamente e di cogliere i passaggi grafici più interessanti. Può essere un interessante confronto, anche se in generale la parte grafica non è completamente convincente. E certamente un modo per esservi introdotti.

Visto che Il libro dei cinque anelli è un testo da rileggere più volte, per coglierne le diverse sfaccettature e gli insegnamenti, se una di queste è attraverso il fumetto può essere interessante.

 

Miyamoto Musashi, W.S. Wilson, S. M. Wilson, Chie Kutsuwada
Il libro dei cinque anelli
Edizioni L’età dell’Acquario
152 pagg, 15.2×22.8 cm,  bianco e nero, brossurato con alette
16 €

 

X-Men: la nuova Generation X

Guarda, guarda là,
c’è un gruppetto di mutanti.
Li ho visti però
sono ancora assai distanti,
van per la città
difendendo gli abitanti.
Mutanti, mutanti,
insuperabili X-Men!

Cover di X-Men - Generation X del primo volume italiano.

Cover di X-Men – Generation X del primo volume italiano.

Ogni volta che leggo X-Men, mi parte in testa questo motivetto, tratto dalla sigla che Marco Destro cantava per la storica serie animata dedicata agli umani con il gene X. E credo che sia lo spirito più giusto per affrontare la lettura di Generation X, la nuova testata, dal taglio teen, dedicata alle nuove leve dell’Istituto Xavier e nata grazie all’evento ResurreXion, il più recente rilancio delle serie X-Men.

Ma è d’obbligo fare un po’ di ordine in queste aule.

La serie riprende, almeno nel titolo, una più famosa che fu pubblicata nel 1994 dopo il crossover X-Men: Phalanx.
La caratteristica principale di questa maxi saga, che intrecciava tutte le serie mutanti pubblicate dalla Marvel fino al 1994, è la marginalità del cast principale a favore di nuovi personaggi, o vecchi, ma mai degnati di giusta gloria.
La trama vedeva i giovani studenti della Scuola Xavier guidati da due veterani del gruppo: Banshee e la redenta Emma Frost, affiancati da Jubilee già spalla di Wolverine nella serie madre.

Ritroviamo proprio quest’ultima con il ruolo di insegnante del nuovo Xavier Institute affiancata dal preside Kitty Pryde.
Il taglio dato da Christina Strain ai testi, è fresco, vivace e scanzonato, visivamente rivolto a un target più giovane; la storia, ricca di citazioni delle vecchie serie è caratterizzata da dialoghi ironici e taglienti, molti veloci e scorrevoli. La controparte visiva, gestita da un gruppo vario di artisti tra cui spicca il tratto più sapiente di Amilcar Pinna, non si distingue però per originalità o per scelte stilistiche ricercate. Questa serie va dunque a essere annoverata tra le altre testate teen della Marvel come Ms Marvel, Spiderman Miles Morales o Devil Dinosaur e Moon Girl; volta a conquistare un nuovo pubblico di lettori.

La lettura scorre piacevole ma trovo poco approfondita la caratterizzazione dei personaggi che faticano a imporsi e a uscire fuori, ma probabilmente questo è un aspetto che la Strain voleva trattare con tempistiche più rilassate.
In Italia la serie, proposta da Panini Comics, viene raccolta in volumi brossurati distribuiti solo in libreria: al momento è appena uscito il secondo volume e il terzo, e conclusivo, sarà in uscita ad agosto.

In America la pubblicazione è stata cancellata con l’avvento di Marvel Legacy (ne abbiamo parlato qui), e insieme a Jean Grey è la seconda testata a chiudere dopo ResurreXion; nonostante le pecche citate, posso comunque affermare che questa serie rappresenta una piacevole lettura di svago e vale la pena concluderla con il terzo volume.

 

Christina Strain, Amilcar Pinna
Generation X

88 pag., brossurato, colori
formato 17 x 26 cm
prezzo: 8,90

Tra il sogno e l’angoscia: il Dormiveglia di Susine

Susine e il Dormiveglia, Tunué, Enna e Lefevre

Tutti nella nostra infanzia abbiamo avuto un’opera, per qualcuno un libro, per altri un cartone animato, per altri ancora un fumetto o un film, che per storia, immagini, o potenza comunicativa ha acceso la nostra fantasia e ci è diventata cara, una specie di faro luminoso che irraggiava le fantasie serali, o illuminava il sentiero del “da grande sarò…”.

Ricordo che a me bastava una illustrazione per inventare mille storie piene di colori e fantasie, ricche di avventure e romanticismo, e la mia me sognante di allora avrebbe trovato pane per in suoi denti in Susine e il Dormiveglia.

Susine vive da figlia unica con due genitori che finiscono le loro giornate litigando furiosamente e ignorandola. Solo la nonnina si prende cura con sincero affetto della bambina, ma un giorno, anche lei, se ne va. Susine grazie ai suoi racconti e alle sue canzoni però si consola perché sa che la realtà che vive è collegata ad altri mondi, come il mondo del Dormiveglia, sottile come una lama, difficilissimo da camminarci su, che divide la luce e l’ombra.

Allora un giorno Susine sola soletta nella sua stanza costruisce un fantastico Coprizucca Canalizzatore, lo appoggia allo schermo della Tv e… Si ritrova nel meraviglioso mondo del Dormiveglia, popolato da bizzarrissime creature con le ombre di tutti i colori. In questo meraviglioso luogo che può visitare quando più le piace si trova a vivere nuove avventure, tanto da sentire la mancanza del suo mondo di provenienza, ma quando torna a casa scopre che la sua realtà è ancora più triste di come la ricordasse, con i genitori ormai lontani irrimediabilmente l’uno dall’altra.

Così una sera di particolare tristezza Susine decide di tornare per sempre nel Dormiveglia, ma lo fa quando fuori è già buio e si ritrova in un mondo completamente inaspettato…

Susine e il Dormiveglia, Tunué, Enna e Lefevre

Così si conclude il primo episodio delle avventure della piccola Susine, creata dalla fantasia dello sceneggiatore Bruno Enna, nome notissimo nel panorama italiano per le sue collaborazioni con le riviste Disney, con le serie animate tra cui Monter Allergy e ultimamente con Bonelli.

La sua Susine si candida a essere l’erede di Alice: come lei la bambina trova una via di fuga dalla realtà opprimente che vive e si trova a viaggiare in un mondo in cui tutto è diverso da lei, persino la qualità dell’ombra.

Sarà additata e giudicata ma troverà anche buoni amici e capirà che ogni creatura deve combattere contro qualcosa per arrivare alla felicità. Susine forse ancora non sa di che natura è il nemico che dovrà affrontare, ma intanto scopre che ha una capacità tutta sua, ha il potere di regalare la felicità, l’elemento che in quel mondo meraviglioso porta a evolversi, quindi a crescere.

Anche qui la sovrana è una dittatrice, ma la sua prepotenza deriva dal non essere capace di ridere o, da un altro punto di vista, dalla sua paura di crescere, se mai dovesse provare felicità: uno strano alter ego della stessa protagonista  che, invece, non ricorda come si fa a essere felici e vorrebbe disperatamente tornare ad esserlo.

Come Alice, anche Susine rischia di doversi chiedere se le avventure che ha vissuto sono solo frutto di un sogno, ma per il momento il suo dormiveglia tra realtà e fantasia non genera mostri, ma solo nuovi ambienti e personaggi da conoscere e da cui imparare.

Quello che manca è la spensieratezza: leggendo si sente come un retrogusto di inquietudine, che non ci lascia scordare di come Susine sia una bimba incompresa nel suo mondo, che è costretta a frequentare uno psicologo-gufo, e che nel limbo tra sonno e veglia può ci capitare di incappare in qualche brutta situazione.

Il popolo che Enna immagina abitare il mondo del Dormiveglia è infatti a metà strada tra un sogno e un incubo, ma è per lo più innocuo e a tratti molto buffo, un vero spasso per l’illustratore che ha il compito di renderlo visibile a tutti. I disegni sono affidati alle mani autodidatta di Clément Lefèvre, capace di immaginare personaggi amabili e inquietanti quanto basta per una storia del genere, in bilico tra divertimento e angoscia. I colori che usa sono prevalentemente caldi e la maggior parte delle figure presentano caratteristiche decorative molto personali, come il vezzo dei capelli che sembrano piume o foglie e viceversa.

Gli occhi sono enormi, spropositati, e hanno una luce spiritata che non può non colpire la fantasia di un bambino, così come il vastissimo bestiario e il mare rosa e tutte le creazioni partorite dalla fantasia dell’autore.

Susine e il Dormiveglia, Tunué, Enna e Lefevre

Questo bel volume curatissimo edito dalla Tunué non è solo un libro illustrato da leggere in compagnia dei genitori, è un piccolo manuale su come aiutare a crescere i bambini di oggi, soccombenti all’eccesso di oggetti superflui ma disabituati all’indispensabile.

Dentro le tavole – Luca Russo racconta “Nottetempo”

Nota introduttiva

Spesso noi recensori ci affatichiamo a interpretare e cogliere significati nascosti dietro le immagini dei fumetti che analizziamo, ma allora perché non interrogare direttamente gli autori e sapere da loro quali sensazioni e intenzioni sono impresse nelle loro tavole?

Per questo abbiamo chiesto a Luca Russo, autore di Nottetempo, edito da Tunué nella collana Prospero’s Book Extra nell’agosto del 2017, di raccontare la sua attività di fumettista e di descrivere in particolare come ha creato alcune scene dell’opera che narra in forma di soliloquio del personaggio principale, un pianista, la tragica vicenda della perdita dell’amata moglie, da cui deriva anche l’inaridimento dell’ispirazione compositiva, in un fluttuare di ricordi, sentimenti, visioni, ricerca di un senso.

Ed ecco di seguito le riflessioni sulla sua arte da parte del disegnatore, che ringraziamo per le sue emozionanti parole, e la spiegazione dell’intento compositivo da cui sono nate due pagine di Nottetempo, un fumetto che tocca le corde dell’anima del lettore con la sua storia struggente e ne accarezza gli occhi con le sue mille sfumature pittoriche.

 La stanza della mente, la forza della storia

I libri che disegno mi dicono molte cose, ben oltre la storia che sto raccontando, oltre i personaggi e le loro vicende. Spesso mi rimandano a ricordi anche molto lontani, apparentemente dimenticati. È come se nella mia mente ci fosse una stanza, in cui suggestioni, colori, personaggi, a volte solo parole ascoltate per strada chissà quando e chissà dove, si fermassero per poi, al momento giusto, riaffiorare per trovare spazio in una vignetta, in un dialogo tra i baloon… Ogni volta che succede, torno a pensare all’importanza della memoria, delle esperienze vissute, filtrate attraverso il tempo e la sensibilità, che poi vengono reinterpretate e rivissute, sebbene in un modo del tutto nuovo, all’interno di una storia a fumetti o di un’illustrazione.

Solo dopo la pubblicazione di un libro, a distanza di tempo, comincio a rendermi conto che la storia che ho disegnato, e che credevo conclusa, in realtà continua a raccontarsi. E lo fa in modo particolare, rivelandosi a poco a poco direttamente a me e attraverso i lettori. Un ruolo particolare quello del pubblico; durante il tour promozionale del mio ultimo graphic novel, Nottetempo, in cui sono andato in giro per l’Italia incontrando tantissimi lettori a fiere del fumetto, librerie, scuole d’arte, ho vissuto esperienze davvero mai provate prima. Qualcosa che va ben oltre l’ottima accoglienza di critica e di pubblico, qualcosa che ha a che fare con l’empatia. È normale che esista un legame tra autore e lettori, ma in questo caso le sensazioni che ho provato, incontro dopo incontro, sono state qualcosa di davvero unico.

Per provare in prima persona le emozioni di Alberto, il protagonista del libro, ho scavato in profondità dentro di me. Quando ho finito di lavorare alla storia, ho pensato che Nottetempo fosse un diario privato, un percorso personale. Mi sbagliavo… credo che quella forza, che ho provato anch’io mentre disegnavo, sia passata oltre le pagine, per arrivare ai lettori, per poi tornare nuovamente a me, portandomi informazioni che prima non conoscevo. La storia del libro ha continuato a raccontarsi attraverso le parole, negli sguardi, nelle strette di mano, negli abbracci dei lettori. All’inizio ho provato sensazioni molto diverse: imbarazzo, stupore, ma anche paura, quella di non riuscire a gestire la mia innata emotività in una situazione che non riuscivo a comprendere pienamente. Col tempo però tutto è andato sempre meglio, ho cominciato a prendere le giuste distanze dalla fatica psicologica a cui il libro mi aveva sottoposto durante la lavorazione, e ho cominciato ad ascoltare il pubblico in un modo molto più sereno e consapevole. Penso che un libro non si possa controllare davvero fino in fondo: ha una sua personalità, una sua vita, che continua ben oltre l’ultima pagina.

 

Due tavole di Nottetempo: la foresta dell’ispirazione

Alberto cammina nella foresta dell’ispirazione, oramai arida e spettrale. Non riconosce più la strada che ha attraversato chissà quante volte, perché è cambiata, così come è cambiato lui. La foresta racconta i suoi pensieri e così si materializzano giganti d’ombra che lo osservano, mentre a fatica cerca di farsi strada tra la nebbia dei ricordi.

Per questa sequenza ho cercato colori sfumati, che comunicassero un’atmosfera sospesa, dove il paesaggio diventa simbolico, come nei quadri del pittore romantico Caspar David Friedrich. Volevo raccontare lo stato d’animo del protagonista, Alberto, attraverso gli alberi, la nebbia, il buio. Tra le vignette, l’uomo si confonde, diventa piccolo lui o forse giganti gli alberi… una macchia scura tra le ombre della notte. Ho dato, dal punto di vista compositivo, poco spazio al protagonista e molto all’ambientazione, proprio perché quest’ultima rappresenta il suo stato emotivo, la selva di pensieri negativi che in quell’istante lo stanno risucchiando. Alberto e la foresta sono un tutt’uno e si danno significato a vicenda.

All’improvviso, nel momento in cui il protagonista si appella ai ricordi, appare un’architettura che nella sua fisicità si manifesta come una possibilità di salvezza.  Anche in questo caso la scenografia è parte integrante della narrazione.

Per queste tavole, A forest dei The Cure è stato il brano più ascoltato che mi ha aiutato a immedesimarmi nell’atmosfera che volevo raccontare, soprattutto per l’ossessivo giro di basso, così claustrofobico.

I colori, dalle tonalità di verde giallastro contrapposte a tonalità di marrone rossiccio, sono dipinti in pittura digitale. L’effetto d’insieme che ho ricercato, compositivo, pittorico, registico, non è quello realistico, ma emozionale. Il colore e la luce sottolineano gli accenti narrativi più importanti, così come fanno i riflettori durante una rappresentazione teatrale.

 

Luca Russo

Karnak, il Maestro del punto debole

Più di 25.000 anni fa i Kree, una razza aliena originaria della Grande Nube di Magellano, erano già in lotta con gli Skrull, una specie aliena di mutaforma; per fronteggiarli generarono un’arma biologica formata da umani con straordinari poteri, gli Inumani, e Karnak è uno di loro.

Gli Homo sapiens inhumanus sono il frutto dell’esposizione di esemplari umani alle nebbie terrigene, processo che sviluppa poteri latenti; abbandonata dai loro stessi creatori perché ritenuti troppo pericolosa, la specie sopravvisse creando una civiltà parallela a quella umana, nascondendosi nella città segreta di Attilan sull’Himalaya.

Stan Lee e Jack Kirby presentarono la serie degli Inumani nel 1965 sul mensile dei Fantastici Quattro e ora, in pieno spirito di rilancio, la Casa delle idee ha deciso di puntare anche su di loro. Basti pensare che Freccianera, il loro leader, ha avuto un ruolo importante nel corso della saga di Infinity, dove pur di sconfiggere Thanos fa esplodere una bomba di nebbia terrigena su New York che, oltre a sconfiggere il nemico, creerà una nuova stirpe di inumani, i NeoUmani.

La terrigenesi è un processo a cui vengono sottoposti tutti gli Inumani, tutti tranne Karnak. Essere un Inumano ma di fatto non esserlo porta con sé una serie di frustrazioni e stati d’animo che lo portano a studiare le arti marziali alla continua ricerca di un punto debole, quella fragilità che è presente in qualsiasi cosa, persino nella morte che lui stesso riesce a sconfiggere.

Un personaggio così singolare ben si presta a un approfondimento psicologico ed è questo che Warren Ellis, famoso per aver inciso sulle proposte editoriali di Wildstorm Studios di Jim Lee e l’Avatar Press di William A. Christensen e per aver lavorato a diverse serie Marvel (tra cui Moon Knight), tenta di fare in questa miniserie.

Scavare nell’animo del Gran Magister della Torre della Saggezza è un’impresa ardua e interessante, quello che ne esce fuori è una figura cinica, a tratti sadica, ma saggia e molto acuta. La storia di questo volume, raccolta della miniserie in sei volumi dedicata al personaggio, è incentrata sul rapimento di un NeoUmano, ma si scoprirà essere tutto pretesto per ripresentarci e approfondire questo personaggio, che nel corso della storia Marvel ha avuto spesso un ruolo marginale. Il lavoro che Ellis fa è buono e funzionale consentendo ai due disegnatori che si sono cimentati in questa opera di realizzare delle tavole di forte impatto visivo e pregne di dinamismo.

Qui sopra possiamo vedere due estratti del volume con la sequenza dinamica dei combattimenti di Karnak, evidenziata da una linea gialla.

Per i primi due capitoli i disegni sono affidati a Gerardo Zaffino (figlio del più noto e prematuramente scomparso Jorge), il suo tratto caratterizzato da un sapiente uso del chiaroscuro graffiato esalta le atmosfere cupe di questa opera.

Più canonico è invece il disegno di Roland Boschi che cerca di portare a compimento al meglio delle sue forze l’opera lasciata incompiuta, a causa di problemi personali, dal suo predecessore. Trait-d’union del comparto visivo rimane la costante di Dan Brown ai colori che fa un buon lavoro enfatizzando le atmosfere dark usando, come pare essere molto in voga negli ultimi anni, una palette composta da colori desaturati e cianotici, che comunque hanno un buon effetto visivo.

Il volume proposto dalla Panini è un buon mezzo per poter conoscere un personaggio poco noto ai più in un’operazione di valorizzazione a mio avviso molto ben riuscita. Peccato che la serie sia stata chiusa dopo soli sei numeri, poteva essere interessante approfondire ulteriormente la figura di Karnak, ma immagino che non mancheranno occasioni per farlo, inserendolo in altri archi narrativi.

Warren Ellis, Gerardo Zaffino, Roland Boschi
Karnak, il punto debole in ogni cosa

136 pag., cartonato, colori
formato 17 x 26 cm
prezzo: 14,00

Guni – la nuova opera di Tauro e Karicola

Guni Tauro Karicola Tunué

Seconda opera della coppia Tauro/Karicola sempre per la collana Tipitondi della Tunué che dopo il grande debutto con Clare e Malù, tornano in grande spolvero e confermano la loro professionalità nel costruire favole adatte a tutti.

Guni racconta dei gudlak, esseri fantastici che potremmo definire degli angeli custodi, ma non è proprio esatta la definizione. Sono degli esseri con l’aspetto di animali fantastici come sirene, unicorni ma anche animali esistenti come piccioni o tigri (sempre dall’aria molto rassicurante), che accompagnano la vita di ognuno di noi e ci creano delle occasioni che dobbiamo saper cogliere e sfruttare.

Ma la storia non si basa su questa già splendida idea. Ogni gudlak ha un periodo di apprendimento presso il loro mondo natale e solo dopo averlo superato, può andare sulla Terra e scegliersi il proprio individuo. La storia narra del periodo di apprendistato di quattro gudlak: la sirenetta Printil, il tigrotto Corrado, il piccione Delpi e l’unicorno Guni. Insieme e singolarmente dovranno affrontare delle prove che li metteranno a dura prova e ovviamente cambieranno nel carattere, essendo ognuno non immune a difetti. A voi scoprirli e assistere a come cambieranno.

Dal punto di vista della narrazione Antonio Tauro Silvestri non lascia mai tempi morti e calibra benissimo i ritmi di lettura dando il giusto respiro e le giuste pause al lettore, portandolo a entrare nella vicenda con i giusti dosaggi. Per dire: non potrete rimanere indifferenti all’ultima vignetta che vi prenderà il cuore e questo significherà che anche questa volta siete entrati dentro la favola, senza neanche accorgervene. Molto belli gli omaggi e le citazioni a tante opere di culto. Tauro non cade mai nella scopiazzatura e la citazione rimane tale. Ecco alcuni esempi:

I Goonies

Ratman (la sua più celebre battuta!)

Don Zauker di Daitarn III (!):

Ecco la differenza tra il citare e il copiare: si cita, si omaggia qualcosa senza che questo elemento diventi importante o addirittura fondamentale per la struttura della storia. La storia ha una sua struttura e non ha bisogno di tali appigli (copiature) per poter andare avanti. Al massimo rende più particolare la situazione, ma niente più. Tauro ormai è un professionista nella sceneggiatura, se non si era capito.

Mentre i disegni di Chiara Karicola sono una grandissima sorpresa anche per chi conosceva il suo stile in Clare e Malù. Sono decisamente diversi dalla sua precedente opera e dimostrano che è una disegnatrice che non si accontenta di aver trovato un suo stile e cerca sempre nuove soluzioni evolvendosi sempre più, studiando il tono della storia che deve realizzare.

In effetti il suo segno qui è più surreale e i colori netti e forti rendono il senso di favola e fantastico che c’è per tutta la storia. Effettivamente il tratto che ha dato alla precedente opera forse non sarebbe stato male per Guni, ma sicuramente ha trovato un modo diverso di rendere il tutto ancora più funzionale. Sfondi e paesaggi sono davvero da osservare con grande ammirazione, nel loro voluto minimalismo e certe inquadrature sono davvero comunicative e suggestive: vedete le prime due illustrazioni all’inizio del volume ambientate nella notte. Non può lasciarvi indifferenti, anche se avete qualche anno in più sul groppone.

Ecco la particolarità di questa coppia di autori: si sono confermati come splendidi creatori di favole per tutte le età. Lo dimostrarono con la loro prima opera e lo confermano con questa, senza riciclare nulla e facendo qualcosa di completamente diverso.

Ammetto di desiderare un eventuale seguito dove un gudlak è sulla Terra e accompagna un individuo, dalla nascita fino alla morte. Io lancio la pietra poi spero che un pensierino gli autori lo facciano…

Nausicaa: il femminile ancestrale

CoverQuali sentimenti suscita nel cuore di Nausicaa il racconto di Odisseo?

È quello che si chiede Bepi Vigna in questo lavoro già pubblicato nel 2012 da Pavesio Editore e riproposto ora da Kleiner Flug.

Prova, come ammette lui stesso nella prefazione, a proporre una lettura femminile dell’Odissea, in opposizione e completamento alla lettura patriarcale, cercandovi i valori della fantasia, della sensualità, dell’accettazione del diverso. In contrasto con il maschile di Ulisse, del quale mai si capisce fino a che punto dica la verità, o se stia giocando con le reazioni di chi lo ascolta.

Da dove è venuto Ulisse, perché e come è arrivato sulla spiaggia, perché ha affrontato il mare che trasporta echi di suoni lontani?

Odissea è ormai sinonimo di avventura. Cosa spinge un uomo a lasciare la sicurezza della propria casa, dove è apparentemente osannato, per dirigersi verso l’ignoto?

Ulisse motiva l’aver abbandonato Itaca con la curiosità, l’orgoglio di comandare un esercito, la volontà di misurare il proprio valore.

Questo attira Nausicaa, ma allo stesso tempo le suscita sentimenti contrastanti, perché il lato oscuro di Ulisse emerge dai suoi racconti fin dall’inizio.

È evidente fin da subito il conflitto nella giovane principessa, che oscilla tra l’estatica ammirazione e la difficoltà di capire fino in fondo il misterioso ospite…

Affascinata, ammaliata persino, dal tenebroso straniero salvato dal mare, che ha vissuto avventure inenarrabili, da cui si è salvato con la forza e l’astuzia. Lo sguardo di lui rapisce completamente prima il cuore, poi la mente, infine il corpo della principessa di Scheria, ben oltre quanto raccontato da Omero nella versione ufficiale dell’Odissea.

Così l’abbandono, l’illusione, la paura dell’inganno alla fine si materializzano. E Nausicaa si trova nella più classica delle condizioni di sedotta e abbandonata. Si sono concretizzate le paure, che pure lei ha espresso al naufrago nell’ultima delle notti passate insieme:

È la paura dell’inganno… la paura che quello che credo di avere sia solo un’effimera illusione.

Ma non resta a lungo a compatirsi, reagisce, e si mette alla ricerca del suo uomo. C’è un cambiamento della condizione e dell’atteggiamento femminile, e anche la madre Arete, sovrana di riconosciuta saggezza, appoggia il suo gesto. E da qui parte la versione femminile dell’Odissea, quella della ricerca per capire. Nausicaa non parte all’avventura, per mettersi alla prova, ma alla ricerca di sé.

Il suo viaggio non è un ritorno, come quello Odisseo, ma una esplorazione, una ricerca, una iniziazione, come quella di tanti eroi antichi e moderni. Giovane abbandonata, cerca il suo essere donna abbandonando le certezze di una vita standard.

Una serie di tappe, che le permettono di scoprire se stessa, il suo destino. La prima è il punto di partenza (e inaspettatamente non quello di arrivo) di Ulisse: Itaca. E qui scopre che l’uomo che l’ha ammaliata è un vigliacco, approfittatore, infingardo.

Ma impara anche che

gli occhi di una donna vedono quello che una fanciulla non riesce a immaginare

…grazie a Penelope, che le regala uno sguardo di donna adulto e disilluso. Questo modifica il suo punto di vista: salpa da Itaca con una consapevolezza diversa. Pur avventurandosi poi verso l’ignoto, scopre che le storie che l’hanno affascinata in realtà sono solo illusioni: le sirene sono scogli, Circe una prostituta. C’è voluto poco per farsi trarre inganno, specie da parte di un uomo che ha fatto della fuga e dell’inganno il suo modo di vivere. Ma non si farà più irridere così facilmente, e continua il suo viaggio, per scoprire tutte le illusioni…

Fino a Napoli, dove tutto trova sintesi: Ulisse è in realtà sospeso tra Pulcinella e Omero, tra l’Odissea e il Margite, tra l’eroe e lo sciocco che molte cose sapeva, ma tutte male.

E Nausicaa trova se stessa, e conclude il suo viaggio di iniziazione: il suo essersi fidata e donata non è stato un errore, e il suo viaggiare alla ricerca di sé non è stato vano. Mentre l’uomo ha viaggiato per sfuggire alla guerra, per continuare a trovare terreno vergine per le sue menzogne, lei alla fine del suo viaggio ha trovato la sua forza, la verità di ciò che è.

Mai nella letteratura classica una donna viaggia da sola, lo hanno fatto tanti uomini, eroi e no. Ma una donna mai. È la prima volta che il viaggio iniziatico è compiuto da una donna, così i due autori danno una lettura al femminile del viaggio in generale, e dell’Odissea in particolare. Con Nausicaa che trova in Penelope quello che al maschile sarebbe stato un mentore e le apre lo sguardo. Una guida che le riapre gli occhi, rimasti fin lì chiusi (anche nei disegni) dopo la perdita di quello che sembrava il grande amore.

Una lettura femminile, ma anche fortemente caratterizzata dal mare, orizzonte libero per chi voglia partire. D’altra parte lo scrive lo stesso autore nella sua prefazione:

i disegni di Andrea Serio sarebbero stati perfetti per raccontare una storia ambientata nel bacino del Mediterraneo, che riflettesse i miti e i valori più autentici della nostra cultura.

I tratti dei visi ricordano le fisionomie tipiche delle popolazioni marinare. Non solo di quelle mediterranee. Infatti, se tanti sono i profili classicheggianti dei greci, se Penelope ha tratti egiziani, Circe la folta chioma bruna e riccioluta delle donne latine, Alcinoo sembra quasi un re vichingo, e l’algore di Nausicaa è quello dei Normanni che pure giunsero a Napoli (anche la nave su cui parte ricorda da vicino un drakkar normanno).

I colori pastello su carta ruvida sono in effetti molto efficaci per raccontare i paesaggi del Mediterraneo. Sono morbidi per l’effetto sgranato e le sfumature create dalla diversa pressione ma hanno comunque definizione e vividezza. Consentono di modificare continuamente il livello di dettaglio, e di passare dalla definizione netta delle figure a una sorta di fusione.

Il lavoro di Andrea Serio è stato molto preciso. Egli stesso ammette, nella sua parte di prefazione, di aver disegnato una tavola ogni due settimane circa. Sicuramente per inesperienza e indolenza, ma anche per la cura certosina.

La tecnica usata consente anche di definire i bordi dei soggetti in modo dettagliato mantenendo la morbidezza dei riempimenti. I colori stessi fanno da contorno delle figure e da linee di movimento. Vengono anche usati con un contrasto continuo tra il rosso e il blu, ancora una volta i colori che rappresentano tradizionalmente il femminile e il maschile.

Anche nella parte grafica troviamo citazioni, oltre al fatto che Serio è allievo di Mattotti e oltre alla lunga serie di citazioni esplicitate nella prefazione.

I soldati greci che prendono Ilio ricordano per aspetto e colori quelli del Leonida di Frank Miller; alcuni passaggi mi hanno fatto pensare alle regge hyperboreane di Conan.

Altre citazioni, sempre aggiungendosi a quelle che Serio elenca, mi sembrano meno fumettistiche e più dotte: i dettagli nei lineamenti, nelle espressioni, nelle sfumature dei colori e delle ombre hanno un che di futurista. Le ombre e i visi senza dettagli sembrano essere un riferimento a de Chirico o ad altri pittori italiani (Ivo Pannaggi ad esempio). Il passaggio continuo dal figurativo ricco di dettaglio a dei paessaggi quasi astratti possono forse essere collegati all’origine di illustratore di Andrea Serio.

Nausicaa L’altra odissea è anche un cortometraggio presentato a Venezia 2017, diretto dallo stesso Bepi Vigna (qui il trailer) e realizzato con la tecnica del motion comic. Come ammette lo stesso autore, sta “girando il mondo”, selezionato in diversi festival.

Anche se la trasposizione è avvenuta cinque anni dopo la prima edizione del fumetto, fin da subito le inquadrature, la dinamicità delle figure, lo spostamento dei punti di vista tra le vignette risultano molto cinematografici. La gabbia stessa, che nelle prime tavole è molto regolare, poi si fa via via più dinamica, a dettare il ritmo, proprio come in un film. E fa da ulteriore elemento di distinzione tra la parte maschile e quella femminile del viaggio.

Il volume aggiunge nella parte finale sedici pagine di bozzetti, schizzi e altre illustrazioni, per lo più in bianco e nero, che completano bene l’opera.

Un lavoro significativo, che trova una nuova edizione a distanza di oltre sei anni, senza perdere nulla dell’evocativa forza originale. Una lettura moderna del viaggio come scoperta, fisica ma anche interiore. Se è vero, come dice lo stesso Vigna, che Nausicaa parte

spinta dal desiderio di comprendere le ragioni dell’abbandono e per capire è anche disposta a perdonare.

Perché solo avendo il coraggio di partire si può provare a cambiare, e, cercando gli altri, trovare sé stessi.

 

Vigna, Serio
Nausicaa, l’altra Odissea

Collana: Narrativa fra le nuvole
72 pag., Brossurato, colori
formato 21 x 28,5 cm
prezzo: 17,00

Il Vangelo secondo Grant Morrison

Nel 1987, al culmine del consenso critico per il lavoro di Alan Moore su Swamp Thing e Watchmen, la DC Comics aveva spedito nel Regno Unito una banda di mediatori con le direttive di rivoltare la vecchia terra di Albione in cerca di altri strambi autori britannici in grado di fare meraviglie con alcuni di quei personaggi vecchi e polverosi che languivano nel catalogo DC.

Durante il viaggio in treno Glasgow-Londra per incontrare la dirigenza DC, il cervello scoppiettante di Morrison si illuminò ricordando la figura di Animal Man, personaggio secondario comparso negli anni ’60 sulle pagine di Stranges Adventures, che aveva affascinato lo scozzese durante l’infanzia, definendo fin da subito quelli che sarebbero stati i temi chiave del suo lavoro sul personaggio: un supereroe di serie C disoccupato, sposato e con prole, che inizia a impegnarsi nella questione dei diritti animali e trova la sua autentica vocazione nella vita.

Inizialmente Animal Man sarebbe stato concepito come una miniserie  di quattro numeri, con l’obbiettivo di radicalizzare il personaggio, per poi lasciarlo in mano a qualcun altro che lo prendesse e lo sviluppasse, quasi in maniera analoga a quanto fatto in tempi recenti da Warren Ellis sul personaggio di Moon Knight in Marvel.
Tuttavia successivamente venne chiesto a Morrison di proseguire la serie e di farne un mensile regolare e, non avendo l’autore alcun desiderio di produrre un’altra esplorazione realistica di un superuomo e/o di un vigilante con problemi emotivi, tentò di cercare una nuova direzione.

Quello che lo scozzese tirò fuori fu Il Vangelo del Coyote, storia che farà da modello al proseguo della serie, dando inizio a una trama che si concluderà con Animal Man #26, titolato Deus ex machina, l’ultimo numero scritto da Morrison sul personaggio: in questa sede non analizzerò numero per numero Animal Man, ma mi limiterò a concentrarmi sulla singola storia de Il Vangelo del Coyote e all’inseguimento di alcuni specifici nuclei tematici.
Partendo da Animal Man #5, quest’articolo si propone di essere utile per fornire una chiave di lettura a chi ha sempre voluto comprendere meglio questa serie, la quale è un passaggio obbligato per arrivare a toccare quella che è l’idea dell’autore sui Supereroi e la narrativa di genere.

Che il capitolo rappresenti una virata verso la metanarrazione fumettistica lo si capisce sin dalla copertina di Brian Bolland, la quale ricorda al lettore che si stanno preparando a leggere una storia di finzione che è scritta e disegnata da una mano esterna, con il personaggio di Barry Baker (l’alter-ego di Animal Man) crocifisso su una griglia tracciata dall’impronta di pneumatici sul terreno, che sembra ricordare la rigorosa griglia a nove vignette, tipico formato del periodo ed esaltata da Alan Moore e Dave Gibbons in Watchmen, e che ritroveremo nella prima pagina all’interno di Animal Man #5.
Infatti il capitolo si apre con la prima vignetta in alto a sinistra che mostra la veduta di una autostrada nel deserto, con un coyote spiaccicato sull’asfalto in primo piano (che anticipa delle vignette simili di pagine 3-4) e un tir blu in avvicinamento e la didascalia che ci dice dove siamo: «Valle della Morte: 40° gradi all’ombra e l’asfalto luccica come l’acqua. È qui che inizia tutto.»

L’attenzione nelle successive vignette si sposta proprio su chi si trova sul mezzo e il lettore si trova coinvolto nelle vite di una giovane autostoppista con velleità hollywoodiane di nome Carrie, come la protagonista dell’omonimo film di Brian De Palma del ’76 («Carrie, giusto? Come nel film?»), e del conducente, un uomo di cui non sapremo mai il nome nell’arco del capitolo, ex tossico e omosessuale («Ho passato tre anni per le strade di L.A., bella mia, e parliamo dell’Inferno di Dante, okay? Sarei ancora dipendente dall’ero o in una corsia per i malati di AIDS, se non fosse stato per il mio uomo, per Billy»).
Morrison cala il lettore in medias res in dinamiche molto lontane da quelle classiche del supereroismo e propone sin dalla prima pagina contrasti terminologici (Los Angeles che viene apostrofata come “Inferno di Dante”) sia contenutistici, contrapponendo la fede nei tarocchi che guida la giovane a quella cattolica che guida il conducente. Successivamente a pagina 2, vediamo l’elemento di rottura della normalità: nel mentre il veicolo procede sulla strada spianata al ritmo di una canzone che ricorda Roadrunner dei The Modern Lovers (tenete a mente il titolo della canzone, perché Road Runner, ossia Beep Beep in italiano, è il nome del famoso Struzzo Corridore dei Looney Tunes),  passa dritto su una figura vagamente demoniaca che le luci frontali del tir non permettono di vedere. Due vignette in basso a pagina 3 ci presentano un corpo maciullato animalesco e annunciato da una singolo categorico pensiero, ovvero: “DOLORE”.


Mentre assistiamo al miracolo della resurrezione per tutta pagina 4 della creatura ferina, in una tavola strutturata con sei vignette orizzontali che rappresentano sei attimi diversi, perennemente accompagnati dal narratore che ci guida tra i legamenti e i muscoli che si riannodano tra loro, a pagina 5 una intera splash page rivela al lettore che la figura non è altro che un coyote bipede e che tutto quello che ci è stato raccontato, è accaduto un anno prima rispetto al proseguo della narrazione.


Nel presente, infatti, siamo legati ancora alle vicende della famiglia Baker, con Buddy che afferma la scelta di voler far diventare la famiglia vegetariana, con un’azione estremamente forte e impulsiva, come può essere gettare nella spazzatura gli alimenti di origine animale presenti nel frigo.

Non va sottovalutata l’importanza delle vignette delle pagine da 6 a 9, poiché qui è Morrison che fa diventare il personaggio di finzione una piattaforma per raccontare le sue sempre più misantropiche opinioni del tempo sulla questione dei diritti animali, trasformatesi anche in azione con l’ingresso dello scozzese tra i Sostenitori dell’Animal Liberation Front e l’adozione del vegetanesimo come scelta di vita. Tramite Baddy, che diventa quindi un suo surrogato, Morrison vuole raccontare il suo moto d’animo, le frustrazioni di chi non riesce a cambiare le cose, del non poter far niente per ciò che lo preoccupa e di non riuscire a smuovere neppure le persone attorno verso un tema a cui tiene in maniera così forte, come in questo caso è quello dei diritti animali per Baddy, frustrazione che si trasforma nella incomunicabilità tra l’eroe e la moglie, tema che ritornerà nel finale della storia.

Morrison ha intenzione con tutta la serie di Animal Man di sfruttare le potenzialità del supereroismo facendo aprire, se possibile, gli occhi ad alcuni lettori di fronte alle atrocità gratuite che vengono quotidianamente  commesse in nome dei nostri bisogni alimentari e della ricerca sugli animali, svicolandosi dal semplice intrattenimento action, in cui spesso si tende a ricadere nella letteratura di questo genere.

Proseguendo a pagina 10, il narratore ci riporta nelle vicende del deserto e dei personaggi presentati nelle prime pagine tramite i pensieri del conducente del tir che dopo un anno risulta fortemente stravolto: ha visto l’amato Billy finire sotto le ruote di un camion, ha perso il lavoro, il cancro gli ha tolto la madre, ma l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è la notizia in un giornale di L.A. dell’uccisione di una prostituta in un raid contro la droga e dal volto della giovane autostoppista di nome Carrie.

Ritornato nel deserto e nel luogo dell’impatto con il Coyote con l’obbiettivo di ucciderlo definitivamente, reputa questi responsabile di quanto successo nella sua vita, vedendo in lui una manifestazione demoniaca, proponendosi come un novello San Giorgio raccomandatosi al Signore, fino ad arrivare alla vignetta in basso a sinistra di pagina 16, dove il Coyote, sopravvissuto anche all’esplosione di una bomba accidentalmente innescata, ci viene effettivamente mostrato nel suo volto stravolto e circondato dalle fiamme, quasi a dare conferma della sua natura demoniaca.


Arriviamo quindi a pagina 17, dove un Animal Man fuggito dalle discussioni famigliari, viene attirato tra i canyon dove si stava svolgendo l’azione delle vignette precedenti, e il Coyote, risanato completamente dalle ferite infertigli dalla caduta da un precipizio, un masso caduto dall’alto e dalla sopraccitata bomba innescata inavvertitamente (con riferimenti non troppo velati ancora ai cartoni di Willy E. Coyote e Beep Beep), si para davanti all’eroe in spandex consegnandogli su una pergamena quello che viene presentato ai lettori come il Vangelo di Crafty.

 



In quei giorni nessuno ricordava un tempo in cui il mondo  fosse libero dalla discordia. In cui ogni animale fosse posto contro un altro in un circolo di violenza e crudeltà. Avendo ciascuno un corpo che si rinnova dopo ogni ferita, nessuno pensò mai di contestare la futile brutalità dell’esistenza. Sino a Crafty.

 
Veniamo infatti a conoscenza che il nome del Coyote è Crafty, il quale non è altro, sostanzialmente, che Willy E. Coyote, personaggio dei cartoni dei Looney Tunes, creato nel 1949 da Chuck Jones per la Warner Bros., il quale decide di compiere un percorso cristologico per liberarsi dall’eterno ciclo di sofferenza a cui sono destinati i personaggi di finzione, andando a contestare dinanzi a Dio lo status quo in cui sono costretti a vivere.

E Dio parlò a Crafty e disse: “Devi essere punito per questa ribellione contro la mia volontà. Tuttavia, io sono un Dio buono e il mio giudizio sarà mitigato dalla pietà.”
Molto impaurito, Crafty parlò e disse: “Sopporterò ogni castigo che porti la pace  al mondo”.
“Allora trascorrerai l’eternità lassù all’inferno”, disse Dio. “Finchè vivrai e sopporterai la sofferenza  del mondo,  io metterò pace tra gli animali. Questo è il mio giudizio.”



Crafty non è quindi la figura malefica quale gli occhi della fede portano l’ex tossico a vedere, ma un autentico Cristo fatto e finito, che decide di redimere il suo mondo tramite l’eterno ciclo di sofferenza a cui si è sottoposto. Allo stesso tempo la sua ribellione allo status quo ricorda esattamente quella di Lucifero, e sebbene i due paragoni possono apparire in apparente contrasto, va ricordato che la Stella del Mattino è anche colui che ha indotto l’uomo alla conoscenza, la scientia boni et mali, e dunque all’elevazione dell’uomo a divinità, pur contro la volontà del Dio supremo che avrebbe voluto invece mantenere l’uomo quale suo suddito e schiavo, cioè quale essere inferiore.

L’idea di Lucifero come principio positivo, porta ad accostare di conseguenza Crafty anche alla figura di Prometeo, dato che l’accostamento tra Lucifero e Prometeo sarà un motivo ripreso da una lunghissima tradizione gnostica e filosofica che nella storia ha trovato echi in vari movimenti culturali, in particolare nel Romanticismo Inglese di Byron e Shelley (autori che hanno avuto un forte impatto culturale nell’immaginifico dello scozzese, tanto da farli rivivere nel capitolo Destinazione Arcadia della serie Invisibles).

Proprio Percy Bysshe Shelley è l’autore tra l’altro de Prometheus Unbound (1820), dramma lirico in versi ispirato all’omonima tragedia di Eschilo, che si incentra sulle vicende di Prometeo in catene e condannato ad avere il fegato continuamente divorato da un’aquila, una tortura eterna da parte di Zeus come punizione per aver rubato il fuoco agli dei per portarlo all’umanità: la vicinanza tra Crafty e Prometeo che non si limita a essere solo evocativa, ma diventa effettiva nella prima vignetta di pagina 21, dove vediamo un moribondo Crafty a cui vengono divorate le viscere da un avvoltoio.


Crafty, esattamente come il Prometeo dell’opera di Shelley, è in pace con se stesso, non ha nessuna forma di odio e risentimento nei confronti di un Dio che lo ha condannato a una simile sorte, perché solo in questo modo si può arrivare a toccare la vera libertà. Considerando che per Morrison le nostre stesse vite viste da una dimensione superiore non sono altro che strip circolari e che ogni piano dimensionale è separato da altri e legato e influenzato indissolubilmente a ogni altro, il Coyote, cacciato da Dio, che ricordiamo essere dalle sembianze umane, finisce nel mondo di Animal Man, dove scopre una realtà ancora più dura, dimostrando come non vi sia possibilità di liberazione per i personaggi di finzione, perennemente al giogo di autori che li violentano per il sollazzo di noi lettori.

Crafty consegna il suo Vangelo nelle mani di  Buddy, come Prometeo ha donato il fuoco agli uomini, affinché questi giunga alla stessa epifania e rompa il giogo che lo lega al suo scrittore/Dio e arrivi a concepire in maniera diversa la sua realtà, all’interno del fumetto.

Allo stesso tempo il Vangelo, a un secondo livello di lettura, non parla solo dei personaggi di finzione, ma degli animali (Morrison per raccontare il mondo di Crafty non usa mai altri termini oltre “animali”), anche essi privati di dignità e sottomessi ai capricci del Dio/uomo. E se i personaggi di finzione vedono nel vivere in un mondo immaginifico la privazione dei diritti, per gli animali lo è nell’incomprensibilità della loro parola: il Vangelo di Crafty è destinato a perdersi come sabbia al vento dato che Buddy non riesce a leggere la sua scrittura in geroglifici.


Lo stesso Morrison in Animal Man #26, dirà: «La forza crea diritto. L’uomo è in grado di abusare, uccidere e fare esperimenti perché è più forte di loro, al di là di questo, non esiste alcun argomento morale che giustifichi lo sfruttamento degli animali.[…] Chiunque creda  che “l’intelligenza” dell’uomo lo renda speciale deve solo dare uno sguardo a come continuiamo a distruggere il nostro ambiente. L’uomo non è una specie intelligente», riassumendo tutto il nichilismo della vignetta alla fine di pagina 21.

Morrison ci sta dicendo che il mismatch tra uomini ed animali non è tanto nella presunta superiorità intellettiva quanto nell’uso della stessa parola, quindi in differenze linguistiche, lessicali e incomprensioni che portano a una incomunicabilità, che può tanto allontanare un uomo dalla sua amata moglie, come avviene per Baddy a pagina 8, ma su scala più larga è alla base di differenze che causano quelle sofferenze, quel dolore e quelle morti che si continuano a proliferare nel nostro mondo (basta pensare a come l’amministrazione Trump ha iniziato a scoraggiare gli immigrati separando genitori e figli, e sbattendo i pargoli in gabbie metalliche come bestie).

Arriviamo infine al finale e alle pagine 22 e 23, dove l’ex tossico omosessuale spara a Crafty con un proiettile ottenuto dalla croce d’argento regalatagli da Billy, convinto di aver salvato il mondo.
Interessante è come Morrison rappresenta il Cristianesimo: se il credere in una cosa le dà potere su di noi, cambia il nostro modo di pensare e quindi l’agire del mondo e della realtà, la religione cristiana non è altro che una sequela di parole, gesti e simboli, totalmente svicolati dall’esistenza o meno di un Dio. È il potere dell’immaginazione, un potere enorme fermentato nel tempo e sfruttato da imbroglioni come il predicatore che grida dalla TV accesa di casa Baker: «Volete salvare questo povero bambino cieco? Gesù vuole il vostro denaro!», è l’esaltazione folle che guida il conducente del Tir, convinto di aver salvato il mondo uccidendo una creatura.


Il potere della parola è quella che guida il proiettile d’argento al cuore di Crafty, è la sua assenza quella che nega la trasmissione del Vangelo del Coyote, che avrebbe permesso a Animal Man di raggiungere l’epifania, comprendendo di essere solo uno schiavo che muove una ruota più grande per noi lettori.

La storia si conclude con una tavola potentissima, dove un Crafty in lacrime muore tra le braccia di Buddy come il Cristo in croce, con un campo sempre più largo in cui vediamo ancora una volta una mano esterna alla tavola, come preannunciato nella cover di Bolland, che disegna il sangue colare dal Coyote ormai esanime: la sua sofferenza e morte, quindi, non sono che l’ennesimo gioco perverso di un autore per soddisfare noi lettori.

Gli eroi non sono più deus ex machina all’interno delle loro storie di finzione com’erano un tempo negli anni ’50 e ’60, ma lo sono diventati gli autori, che filano come demiurghi i destini di questi fantocci in spandex. 

Appare evidente come Animal Man sia stato un nodo essenziale della narrazione supereoistica, dove Morrison si diverte ad analizzarne la sua evoluzione, a scomporla, a distruggerla e a deriderla, mettendo in luce anacronismi, come le riscritture a seguito della Crisi o l’uccisione di personaggi innocenti solo per aggiungere dramma, diffusasi in larga scala dalla morte di Gwen Stecy, e interrogandosi su quanto di tutto questo possa essere accettabile per l’eroe protagonista delle storie di finzione.
THAT’S ALL, FOLKS!

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