Monthly Archives: giugno 2018

Fiumi di inchiostro – “Il grande male” di David B.

Il grande male è un’opera in sei tomi pubblicata in Francia tra il 1996 e il 2003 da L’Association e in Italia nella versione integrale nel 2010 da Coconino Press, in cui David B., all’anagrafe Pierre-François Beauchard, narra la storia della sua famiglia e dell’epilessia del fratello Jean-Cristophe, che segna indelebilmente l’esistenza di chi lo circonda.

Il titolo originale è L’ascension di haut mal (in senso letterale L’ascesa dell’alto male), espressione con cui una volta tale patologia veniva etichettata. La trasposizione in italiano però non rende appieno il valore metaforico insito nelle parole «ascesa» e «alto», fondamentale per capire tutto il fumetto: la malattia è rappresentata nei momenti cruciali come una cupa e scoscesa montagna nella cui scalata l’epilettico trascina David e gli altri parenti in una faticosa salita, sulla conclusione della quale l’autore si interroga con dolente frustrazione.

Fin dove può arrivare il male? Fino a che punto di sofferenza? Fino a quando bisogna aiutare chi è malato? La risposta di David e della sua famiglia è unitaria e tenace fin dall’inizio: se Jean-Cristophe ha una crisi è necessario sorreggerlo perché non si ferisca; se l’attacco si manifesta per strada occorre fronteggiare gli sguardi di compassione o le parole di biasimo di un pubblico grettamente curioso e pronto a giudicare; se i farmaci non bastano bisogna percorrere tutte le strade al di fuori della medicina ufficiale, dalla macrobiotica alle sedute spiritiche.

Ma quali sono le conseguenze di questi tentativi? Sul malato ora giovevoli ora peggiorative, sui familiari per lo più frustranti e comunque condizionanti, anche se in forme diverse: il padre assume su di sé il ruolo di guida ferma e dura, la madre non si arrende mai ma il suo equilibrio risulta vacillante e intaccato in profondità dalla sensazione di non aver fatto abbastanza, la sorella appare in superficie distaccata e ignara, quasi un personaggio di scarso rilievo nelle vicende, ma alcuni dettagli all’apparenza insignificanti, come le due dita tenute in bocca, lasciano presagire che sarà la vittima più fragile di questo percorso.

E David? Nella sua infanzia il piccolo, soprannominato Fafou, comincia a disegnare scene di battaglie, proiettando nelle guerre la sua lotta contro il male, e nella sua adolescenza a scrivere racconti che, a distanza di anni, gli sembreranno in qualche caso incomprensibili; insomma riversa sui fogli in modo inconsapevole il magma di sentimenti che si agita sotto una superficie di tranquillità, quasi di indifferenza.

Per contrastare la pena e non ammalarsi anche lui lo strumento più resistente è la matita, che come una spada lo protegge dalle difficoltà e lo trasforma in uno scrittore ma soprattutto in un disegnatore instancabile e prolifico, oltre che un sognatore incline a sfuggire nella sfera dell’inconscio dallo strazio di vedere suo fratello morire tre volte al giorno, e un ragazzo solitario che parla con le ombre e non ha paura dei fantasmi e dei mostri, anzi trova in essi gli unici compagni con cui confidarsi. Queste sono le attitudini costanti con cui l’artista francese descrive se stesso nel fumetto, narrando in prima persona al presente e aggiungendo spesso alle immagini una didascalia apparentemente ridondante, in quanto esprime a parole ciò che il disegno già offre, con lo scopo di favorire l’immedesimazione di chi guarda e legge e di esprimere con ogni mezzo l’impellenza di raccontare, dando così senso e chiarezza alle proprie vicissitudini.

Nei sei volumi il ritmo è definito da una trama principale, una sorta di saga familiare, in cui i momenti di massima tensione sono legati ai progressivi peggioramenti di Jean-Cristophe malgrado le innumerevoli soluzioni cercate dai genitori con ostinata convinzione, e da varie trame collaterali che si collegano a grappolo con l’avanzata del male: le digressioni sulle origini dei metodi curativi, da cui si colgono i molteplici interessi culturali della famiglia Beauchard e l’apertura a territori del sapere poco battuti; i flashback per risalire alle avventure degli antenati, spesso vicende belliche, e ricostruire con affetto l’albero genealogico a cui aggrapparsi in cerca di consolazione; i sogni, registrati meticolosamente e presentati come microracconti autonomi, con un titolo proprio, nella cornice generale.

Non sempre queste storie si esauriscono nell’ultima vignetta di una tavola, come chiaro limite spaziale e cronologico, ma soprattutto nel quarto volume, che ha vinto nel 2000 il premio Alph-Art al Festival d’Angoulême per la migliore sceneggiatura, proseguono nella prima striscia della pagina seguente, per creare un legame, anche se talvolta stridente a livello visivo, con il tessuto narrativo principale o successivo, come a dire che tutto è collegato, passato e presente, vivi e morti, sogni e quotidianità, e il sottofondo del reale è un universo fantastico popolato di creature surreali. Del resto, se la vita di David e della sua famiglia non è “normale” anche le cose più strane possono diventare “normali”, se la malattia non può essere curata può essere almeno trasposta per immagini, se la pesantezza del morbo è insostenibile il disegno può essere una valvola di sfogo, una comunicazione dei propri stati d’animo, in superficie celati e repressi per lasciare spazio a quelli più urgenti del fratello.

Nei disegni l’epilessia assume forme disparate: sia quelle più intuibili di Jean-Cristophe che cade a terra, si contorce, ha lo sguardo perso, sia altre metaforiche, come il serpente-drago che attraversa e dilania il suo corpo, si siede sul banco di scuola accanto al malato, viene affrontato in duello dal guerriero David. Nelle scelte grafiche il fumettista sfrutta infinite potenzialità: se da un lato il narratore cerca l’empatia del lettore svelando con semplicità quasi infantile anche i suoi pensieri più nascosti e tremendi, come il desiderio di uccidere il fratello, dall’altro adotta soluzioni non realistiche in modo da favorire il coinvolgimento emotivo ma mai la compassione o la condanna per nessun componente della famiglia.

Lo stile si avvicina spesso alla caricatura, nel senso dell’esagerazione espressiva o deformazione delle normali proporzioni: il fratello diventa un gigante quando è più aggressivo, il suo volto o un dettaglio di esso occupa buona parte di una vignetta quando ostacola con la sua presenza ingombrante la ricerca di un’identità da parte del protagonista, la sua silhouette diventa addirittura la cornice di una tavola, piegandosi ulteriormente in posizioni innaturali che traducono la devastante forza dell’epilessia, nei confronti della quale, secondo l’autore, lui non ha avuto né la capacità né la volontà di ribellarsi.

Anche l’uso del bianco e nero rientra perfettamente nella strategia compositiva dell’artista francese: escludere i colori per oggettivare la realtà ma allo stesso tempo esprimere la propria soggettività attraverso il dosaggio del nero, che diventa più carico e predominante laddove le scene sono più drammatiche e riempie più volte lo sfondo delle vignette ma anche i personaggi stessi, definiti da contorni e dettagli bianchi, in un’angosciante atmosfera buia nella quale probabilmente i Beauchard vivono le loro giornate.

Basta anche solo sfogliare le pagine in modo veloce, osservare in particolare l’oscurità crescente dei finali dei singoli tomi per rendersi conto a colpo d’occhio dei fiumi di inchiostro nero di cui sono intrise le vignette: quale modo più immediato e icastico per rappresentare il tormento?

Se ci si sofferma sul tratto impiegato per delineare i contorni o le espressioni si può notare come diventi più marcato, quasi ripassato con rabbia e disperazione man mano che la storia procede, in concomitanza con l’accentuarsi delle crisi e la presa di coscienza dell’impossibilità di placarle; così quelle linee spiraliformi che circondano il corpo del fratello in preda agli oscillamenti del mal caduco passano progressivamente a solcare fitte il suo volto, e anche la figura di David stesso si trasforma e, specialmente nell’ultimo volume, subisce delle metamorfosi deformanti ed espressionistiche, si riempie di facce replicanti il suo viso con i denti digrignati e gli occhi sconvolti, si flette in pose dinamiche dalle quali trabocca ormai incontenibile tutto il mondo interiore, come un fiume in piena.

Ira, frustrazione, impotenza, solitudine: sono sentimenti che pervadono sia chi è malato sia chi assiste alle pene di una persona cara. Di fronte al dolore le reazioni sono molte, dall’accettazione al suicidio, così come i modi di comunicare il male, dalla chiusura alla ricerca di aiuto; più rara è la capacità di metabolizzare la sofferenza trasformandola in un’opportunità da cui far nascere qualcosa di positivo e significativo, come le pagine di questo eccezionale fumetto.

Intervista a Fabrizio Mazzotta (prima parte)

In occasione dell’Etna Comics 2018 di Catania, nella giornata di sabato 2 giugno l’Associazione Culturale EVA IMPACT ha tenuto il panel Sci-Fi Anime AttackEvangelion, Cowboy Bebop e Trigun: i tre alfieri del rinascimento anime all’alba del terzo millennio.

Oltre alle bravissime artiste Lorenza Di Sepio e Giulia Adragna, al panel ha partecipato in veste di ospite d’onore anche Fabrizio Mazzotta, celeberrimo doppiatore e direttore del doppiaggio, che ha lavorato a Evangelion sia per la serie TV, sia per i film cinematografici, sia per il Rebuild.

Conferenza di EVA IMPACT all'Etna Comics 2018 con ospiti Lorenza di Sepio, Giulia Adragna e Fabrizio Mazzotta

Durante il panel l’Associazione Culturale EVA IMPACT ha conferito a Fabrizio Mazzotta il titolo di “Amico di EVA IMPACT” per aver contribuito con la sua grande professionalità al successo di Evangelion in Italia, e ha successivamente avuto l’onore di fare una divertente chiacchierata con una delle voci più caratteristiche del doppiaggio italiano.

Vi presentiamo l’intervista, a cura di Ilaria Azzurra Caiazza, Mario Pasqualini e Filippo Petrucci, in un doppio articolo: la prima parte, pubblicata qui su Dimensione Fumetto, è incentrata sulla carriera di doppiatore di Fabrizio Mazzotta; la seconda parte, pubblicata su Distopia Evangelion, è dedicata al ruolo di direttore del doppiaggio di Mazzotta sia su Evangelion sia sull’altro capolavoro di Hideaki Anno, il recentissimo Shin Godzilla.


Buonasera, Fabrizio! Grazie per aver partecipato al nostro panel e per averci concesso questa intervista. Partiamo con la più classica delle domande: com’è iniziata la tua carriera nel mondo del doppiaggio?

Prima di intraprendere la carriera di attore-doppiatore ero un attore cinematografico e televisivo. C’era l’esigenza, dopo aver terminato la produzione del film o del telefilm, di doppiarmi da solo, quindi ho conosciuto l’ambiente del doppiaggio. Poi, col passare degli anni, mi sono piaciuti molto questo mondo e le sue dinamiche lavorative, quindi ho dedicato le mie forze a fare doppiaggio: col passare del tempo da semplice doppiatore ho iniziato a fare l’adattatore al doppiaggio, scrivendo quindi i copioni, e poi sono diventato anche direttore di doppiaggio; lo faccio ormai da vent’anni e più!

Il tuo curriculum è molto lungo e ricco di ruoli molto diversi fra di loro. Credi che avere una voce così peculiare ti abbia favorito nella tua carriera o al contrario ti abbia precluso dei ruoli che avresti desiderato interpretare?

Chiaramente la mia voce peculiare mi permette di doppiare personaggi caratteristi, specialmente cartoni animati e magari personaggi buffi o particolari, però è anche vero che chi ha un vocione bello profondo non può interpretare i ruoli che faccio io. È tutto relativo! Probabilmente c’è una specie di preclusione e chiusura verso il cartone animato nell’ambiente, e magari certi ruoli da caratterista non mi vengono assegnati perché sono troppo legato, nell’immaginario, al cartone animato… però mi va bene così!

Com’è cambiato il lavoro del doppiaggio dai tuoi esordi a oggi?

Anche il mondo del doppiaggio è specchio dei tempi: ci sono dei ritmi più veloci oggi, più industriali. Sotto certi aspetti è una cosa naturale perché i tempi cambiano, sotto certi altri però un po’ più di tempo sarebbe necessario per curare al meglio certi prodotti.

Ti dividi tra il lavoro del doppiatore al leggio e quello del direttore di doppiaggio: dove finisce la responsabilità di uno e dove comincia quella dell’altro nel lavoro finito? Il doppiatore è un mero esecutore delle indicazioni del direttore o può prendersi qualche licenza?

Qualche licenza il doppiatore se la può prendere, sempre rispettando i ruoli per semplificare il processo: come il doppiatore fa il proprio lavoro, così anche il direttore di doppiaggio; c’è comunque uno scambio di idee, ma i due ruoli sono separati. Io quando faccio doppiaggio demando quasi tutto al direttore, quindi è molto più semplice.

Tra gli innumerevoli personaggi a cui hai donato la voce, quali ricordi con particolare affetto e quali con antipatia?

Parlare di antipatia forse è esagerato e comunque preferirei non fare esplicitamente nomi, ma ce n’è stato qualcuno che non mi interessava doppiare, e magari ha anche avuto successo… Tra quelli che ricordo con maggior simpatia, c’è sicuramente Eros di C’era una volta… Pollon; dopo trent’anni ovviamente mi sono affezionato a Krusty il Clown, ma devo dire che per me Eros è il cavallo di battaglia.

C’è molta differenza tra il doppiaggio di un personaggio animato e quello di un personaggio in carne e ossa? Quale preferisci tra le due possibilità?

Dipende dai ruoli, anche perché io non faccio differenze tra un personaggio animato o un attore in carne e ossa; si tratta di saper recitare e io non faccio distinzioni.

Il tuo ruolo di Krusty il Clown ne I Simpson è assolutamente iconico: che tipo di lavoro hai fatto su questo personaggio, anche in rapporto al doppiatore originale, e che rapporto hai con Krusty dopo tanti anni?

Io in genere cerco sempre di seguire il doppiatore originale: quando ho doppiato la serie prodotta da Spielberg, Pinky and the Brain, io seguivo in tutto e per tutto il doppiatore originale, Rob Paulsen, che era bravissimo, straordinario, e io cercavo di andargli appresso, ma non sono riuscito a equivalergli pur provandoci in tutti i modi. Nel caso de I Simpson invece il doppiatore originale di Krusty è Dan Castellaneta e devo dire che per me è stato più facile seguirlo, ci riesco di più: di base seguo lui poi, dopo trent’anni di lavoro su questo personaggio, qualcosa metto sempre qualcosa di mio; ecco, per Krusty mi sforzo un po’ perché non è la mia voce naturale, però per il resto ormai mi è facile doppiarlo.

Ormai Krusty è un personaggio nelle tue corde. Confrontando il doppiaggio originale con la tua interpretazione si nota che cerchi di avvicinarti molto, ma si sente la tua nota, la tua impronta. Proseguendo con le domande, quale reputi sia stato il tuo primo ruolo importante? E perché proprio Eros di C’era una volta… Pollon?

[Risata] Nei cartoni animati sicuramente Eros! Prima però avevo fatto Mizar in UFO Robot Goldrake, e prima ancora il mio primo ruolo come protagonista nel doppiaggio fu quello di Danny, nella serie TV americana La famiglia Partridge: avevo iniziato questo mestiere da poco, avevo 12 o 13 anni… Doppiare Eros comunque è stato l’apoteosi, il culmine della carriera!

Quest’anno si festeggiano i 40 anni di UFO Robot Goldrake in Italia: puoi raccontarci i tuoi ricordi relativi al doppiaggio di Mizar?

Io racconto sempre questo aneddoto: Goldrake fu uno dei primissimi cartoni giapponesi in Italia, scelsero me per doppiare Mizar e, cominciata la lavorazione, ai doppiatori mostravano tutti gli episodi spezzettati in anelli, in spezzoni di filmato e in bianco e nero. Non dico che non mi piacesse, ma non mi faceva né caldo né freddo, non mi interessava, e quando potevo andavo via dalla sala e curiosavo in una sala accanto dove doppiavano un telefilm che mi interessava. Quando invece iniziò ad andare in onda in TV, in ordine cronologico e a colori, mi piacque molto perché era un cartone d’impatto e nuovissimo per quei tempi, e per questo mi appassionai anche al suo doppiaggio.

A gennaio abbiamo incontrato Liliana Sorrentino, con cui hai lavorato negli anni Ottanta per C’era una volta… Pollon, e successivamente a fine anni Novanta per Neon Genesis Evangelion. Com’è stato tornare a lavorare con Liliana all’epoca, e farlo nuovamente per i film del Rebuild of Evangelion?

Quando abbiamo lavorato insieme su Pollon, io e Liliana eravamo entrambi al leggio, attori e doppiatori. Anni dopo invece, per Evangelion, io ero dall’altra parte del vetro in quanto direttore di doppiaggio rispetto a Liliana, doppiatrice di Ritsuko Akagi, e quindi i ruoli erano un po’ diversi, ma c’è sempre stato un buon rapporto. A ogni modo Liliana è sempre molto professionale, in quanto ascolta le indicazioni del direttore.

Fabrizio Mazzotta riceve il diploma "Amico di Eva Impact" da Ilaria Azzurra Caiazza a Etna Comics 2018.

 

Continua a leggere l’intervista su Distopia Evangelion!

Marvel Legacy: un volume da collezione

Il 2018 è ufficialmente l’anno della svolta della Casa delle Idee, provocata un po’ dal calo di vendite e tanto dalla mossa vincente che la DC ha saputo mettere in atto con il titolo di Rebirth.

La Marvel dunque prova a rilanciare il proprio universo fumettistico e dopo gli eventi di Infinity, che hanno generato il collasso di tutti gli universi lasciandone attivo uno solo e creando un mix variegato di Super Eroi che mescola con brio vecchie e nuove leve, ora si tenta di ridare lustro a tutto il parco testate con un’operazione volta a dare un nuovo, ennesimo, inizio, con la speranza di fidelizzare i vecchi lettori ma ancora di più di attirarne di nuovi.

Ma di questo argomento ha già parlato il nostro Valerio Spino qui; quello che farò io sarà fare una pura e semplice recensione del cartonato omonimo che la Panini ci ha proposto in occasione di questo importante evento editoriale.

L’albo si apre presentando Marvel Legacy #1, ovvero il racconto che dà il via a tutto il nuovo corso e che porterà non pochi stravolgimenti.

 


Molto stimolante è la collaborazione tra le firme più autorevoli della Marvel che si ritrovano unite nella stesura di questo racconto ognuno nella parte dedicata all’eroe del quale segue le gesta sulle testate ufficiali: è molto stuzzicante questo mix di stili, un po’ come quando vai al buffet di dolci e assaggi tutto per scegliere la fetta più grande poi!

La forza di questo volume però risiede in tutto il corposo comparto dedicato alle Origini degli Eroi Marvel, sceneggiatori e disegnatori si fanno carico di raccontare la genesi di quasi tutti i personaggi più importanti in uno spazio riservato che è di media sulle 3/5 pagine.
Un ottimo strumento per le nuove leve che così possono conoscere le origini dei loro personaggi preferiti e perché no interessarsi anche a quelli che fino a questo momento hanno snobbato.

In chiusura dell’albo la versione italiana della rivista Foom (acronimo che sta per Friends Of O’l Marvel, amici della vecchia Marvel) composta da un corposo apparato redazionale che spiega nei minimi dettagli tutta l’operazione Legacy con dettagli e retroscena.

Ho trovato particolarmente interessante l’operazione legata alla CoverCitazione dove gli artisti di oggi rivisitano, citando, le copertine storiche delle varie testate, con dei risultati davvero d’impatto e accattivanti.

Un volume cartonato da collezione che dovrebbero avere tutti, sia i vecchi che i nuovi amici della Casa delle Idee e che per me, neofita del settore, ha rappresentato una vera chicca.

Logica a fumetti: il duo Codenotti-Flandoli colpisce ancora

Scrive Steven Weinberg, Premio Nobel per la Fisica nel 1979, nella prefazione a I primi tre minuti, libro del 1976, ma ancora attualissimo per immergersi nel mondo della cosmologia:

I have written for one who is willing to puzzle through some detailed arguments, but who is not at home in either mathematics or physics. […] However, this does not mean that I have tried to write an easy book. When a lawyer writes for the general public, he assumes that they do not know Law French or the Rule Against Perpetuities, but he does not think the worse of them for it, and he does not condescend to them. I want to return the compliment: I picture the reader as a smart old attorney who does not speak my language, but who expects nonetheless to hear some convincing arguments before he makes up his mind.

Che in italiano suona più o meno (traduzione di chi scrive):

«Ho scritto per qualcuno che vuole capirci qualcosa in dettaglio di questi argomenti, ma non è del tutto a suo agio in matematica e fisica. […] Comunque, questo non vuol dire che ho cercato di scrivere un libro facile. Quando un avvocato scrive per un lettore generico, dà per scontato che questi non conosca la legge francese o la Legge contro le perpetuità, ma non per questo lo sottostima, e non si fa accondiscendente. Voglio restituire il favore: immagino che il mio lettore sia un brillante, esperto avvocato, che non parla la mia lingua, ma si aspetta, nonostante questo, di ascoltare degli argomenti convincenti, prima di farsi una propria idea.»

Succede più o meno lo stesso anche in questo libro. Perché la divulgazione non vuol dire necessariamente evitare le cose complesse, ma lavorare su questa complessità. D’altra parte il mondo che abbiamo intorno è complesso.

Bruno Codenotti, dirigente di ricerca del CNR, spesso impegnato nella divulgazione, torna a lavorare con Claudia Flandoli, che ormai troviamo spesso sulle pagine del nostro sito.

Dopo aver affrontato il tema degli insiemi e del concetto di infinito, stavolta provano a dare qualche concetto di logica e di teoria della conoscenza. Soprattutto ci parlano, con le parole ed i disegni, di epistemologia interattiva, che, al di là dei paroloni, si occupa della conoscenza sulla conoscenza altrui.

Argomenti con i quali, per il solo fatto di interagire con altri esseri senzienti, abbiamo a che fare. Pertanto saperli affrontare con un minimo di cognizione di causa non può far male. Anche se questo minimo richiede un po’ di impegno.

La parte divulgativa del libro è infatti sempre interessante, impegnativa in alcuni passaggi. Chiede al lettore di non essere passivo, di mettersi in gioco con esempi pratici e qualche piccolo esercizio.

Ci mostra come sia possibile arrivare a conclusioni esatte anche quando le informazioni sembrino insufficienti. E di come la logica matematica possa aiutarci a decidere, a patto di ragionare in modo lineare, analizzando anche le informazioni non esplicite. E, infine, di come il sapere cosa sanno gli altri possa essere determinante nei ragionamenti e nelle nostre scelte.

Lo fa in modo chiaro ma non accondiscendente.

Ma… siamo su un sito di fumetti.

Anche se in effetti il libro non è in toto un albo a fumetti. Come nel lavoro precedente, il fumetto si alterna al testo scritto. 68 tavole su circa 230 pagine, più alcuni richiami e le illustrazioni dei riassunti alla fine di ogni capitolo.

E non è nemmeno una storia continua. Viene usato per rappresentare situazioni in cui trovano applicazione i concetti contenuti nella parte teorica del libro.

Nonostante questo taglio vagamente ancillare rispetto al testo, le tavole sono utilissime per tanti motivi:

  • per rompere il ritmo dello scritto
  • per presentare gli esempi che poi Codenotti spiega nel testo
  • per semplificare alcuni concetti (gli alieni logici sono semplicemente fantastici)

Inoltre, gli episodi, per quanto brevi, sono comunque autoconsistenti e si integrano molto bene al testo scritto.

Il tratto semplice ma lineare e dinamico della Flandoli, che abbiamo apprezzato già in passato, è efficace ed equilibrato. Le espressioni facciali e gli atteggiamenti del corpo vengono espressi con pochi ma incisivi tratti. Lo stile della Flandoli ancora una volta può essere accostato sotto diversi punti di vista, a quello della Satrapi.

La regolarità delle gabbie (sempre con 6 vignette identiche, su tre righe) viene appena scalfita da alcune tavole a cinque vignette. Se il libro parla di matematica, è anche giusto che il fumetto sia parimenti regolare.

Ma sa essere flessibile, come si vede da uno degli esempi grafici che ha bisogno di più ritmo, per cui le righe diventano cinque.

Questo passaggio ci mostra come sia possibile, con grande semplicità, accelerare le pulsazioni della pagina mantenendo il ritmo e la semplicità nella lettura.

Questo tipo di approccio grafico si mette ottimamente al servizio dei concetti espressi nel libro: la logica e la conoscenza restano le protagoniste sempre.

Efficacissime e divertenti anche le pagine finali che fanno da compendio a ciascun capitolo, richiamando con pochi tratti i concetti fondamentali, utilizzando i ritratti dei personaggi utilizzati negli incisi disegnati.

Le citazioni grafiche di Claudia Flandoli sono dunque chiarificatrici, e fanno il paio con quelle letterarie e matematiche che si trovano spesso all’interno del testo.

I diversi stili comunicativi si integrano molto bene. Evidenziando, come dicono gli autori stessi nella nota iniziale, come ci sia stato

un prolungato confronto, volto a trovare un modo efficace per usare le illustrazioni all’interno di un testo dedicato alla “conoscenza circa la conoscenza degli altri”.

Per quanto penso sia riduttivo parlare di illustrazioni, in quanto le tavole sono in tutto e per tutto ministorie, questa frase sintetizza bene sia il lavoro svolto dagli autori, sia la qualità del risultato finale.

Certo, per chi è abituato alle storie a fumetti questa modalità potrà risultare inizialmente un po’ difficoltosa, ma per la divulgazione scientifica si dimostra estremamente efficace ed esemplificativa.

Ancora una volta un esperimento riuscito, anche se diverso dal lavoro precedente (del quale vi invitiamo ancora una volta a leggere la recensione, perché molti dei concetti sono validi anche qui).

 

Bruno Codenotti, Claudia Flandoli
Io penso che tu creda che lei sappia
Sironi editore
Codice ISBN: 978-88-518-0278-3
Pagine: 256
Prezzo di copertina: € 21,80

 

Come Odisseo nella terra dei Feaci

 Ospite, queste parole con animo amico le hai dette,

come padre a figliuolo: non le scorderò.

Ma adesso rimani, anche se il viaggio ti preme,

e preso un bagno e ristorato nel cuore,

gioioso torna alla nave, portandoti un dono

bello, di pregio, che ti sia mio ricordo,

come ne donano agli ospiti gli ospiti amici.

(Odissea, libro I, versi 307-313, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Telemaco si rivolge alla dea Atena, che gli si è presentata sotto le spoglie di un re per esortarlo a partire alla ricerca di notizie sul padre Odisseo, da tanti anni lontano da casa. Nelle sue parole il giovane esprime un dovere fondamentale della civiltà greca arcaica, ovvero l’ospitalità offerta allo straniero che, essendo “inviato” da Zeus, deve essere accolto, lavato, rifocillato, ascoltato secondo un preciso rituale e alla sua partenza deve essere salutato con uno scambio di doni per rinsaldare anche per il futuro e per i propri discendenti questo vincolo sociale. All’opposto, la violazione dell’ospitalità è considerata un reato grave e può persino scatenare una guerra, come quella di Troia, scaturita dal fatto che Paride, ospite alla corte di Menelao, non solo ha sedotto la moglie del re, Elena, ma l’ha pure portata via.

A distanza di millenni, nella nostra realtà quotidiana che cosa è rimasto dell’antico legame della xenia greca? Di certo si è rarefatto, ha perso la sua sacralità, è stato dimenticato o sostituito dai colloqui incorporei del web, tuttavia rimane essenziale per ognuno di noi intessere rapporti duraturi e reciprochi con altri individui che per caso o necessità incrociamo nel nostro percorso; è importante ristabilire le norme dell’accoglienza ospitale, basate sulla solidarietà e la generosità, come pure è bello dare e ricevere qualcosa in segno di amicizia. Per questo voglio raccontarvi le mie attività dell’anno scolastico appena terminato, nelle quali mi è capitato di conoscere persone nuove, ospitarle ed essere ospitata, scambiare dei regali materiali e immateriali, sempre con l’ausilio dei fumetti che da qualche anno ormai accompagnano la mia vita e il mio lavoro di insegnante.

 

 

Fumettisti in erba

Quando entro per la prima volta in una scuola che non conosco l’impressione iniziale nasce da un’esperienza liminare: ci sono atri freddi e vuoti in cui mi sento spaesata, e ingressi raccolti e animati in cui mi sembra di trovarmi in un ambiente familiare.

Quest’ultima è la sensazione che ho provato varcando la soglia della scuola media Da Vinci di Fermo, dove a febbraio ho tenuto la lezione conclusiva di un corso di fumetto organizzato in occasione della Settimana della creatività. Infatti, grazie al progetto realizzato a Belmonte Piceno, sono stata contattata da Giorgio Litantrace, giovane e attivissimo professore di questo Istituto, e dopo una lunga fase di preparazione in cui sono stati coinvolti gli altri due docenti del corso, Veronica Antonucci e Andrea Cittadini Bellini, finalmente ho avuto il piacere di spiegare a tanti ragazzi attenti, educati e curiosi alcune caratteristiche del medium, come il rapporto tra parole e immagini, e di illustrare dei fumetti, classici e recenti, a me particolarmente cari, come Contratto con Dio di Will Eisner.

Dopo la parte teorica è venuto il momento del disegno ed è stato entusiasmante notare con quanta voglia e passione i ragazzi hanno espresso la loro creatività e hanno veicolato attraverso meravigliose vignette e immagini (inserite in piccola parte in questo articolo) la spontaneità e la genuinità proprie dell’età preadolescenziale.

In questa esperienza credo di aver offerto ma soprattutto avuto numerosi doni, tra cui l’occasione di riflettere sul valore della comunicazione, intesa nel senso etimologico di «mettere in comune»: dalla pianificazione delle attività, al materiale per le lezioni, all’approvazione finale del corso, c’è stato un intenso scambio tra noi docenti allo scopo di rendere interessante e proficuo il nostro lavoro e lasciare un segno indelebile nelle menti degli alunni. Un altro aspetto significativo è stata la possibilità, per nulla scontata, di collaborare con un’altra scuola e di trovare in essa una sincera e cordiale accoglienza per la quale voglio esprimere ancora la mia riconoscenza; nella mia carriera di insegnante si è trattato di una gradita novità che spero possa creare legami ospitali e dare seguito a future iniziative.

I love latino

A gennaio per molti studenti di terza media è tempo di trovare la rotta per un nuovo viaggio che, come quello di Telemaco, li porterà a diventare adulti; per orientarli le scuole superiori organizzano degli incontri in cui è possibile visitare laboratori e strutture e avere informazioni sul piano di studio dei vari indirizzi. Quest’anno ho avuto l’opportunità di partecipare alle due giornate di orientamento della mia scuola, il Liceo Scientifico di Ascoli Piceno, con il compito di mostrare in pochi minuti la bellezza del latino a tantissimi giovani studenti accompagnati da genitori e altri parenti.

Con il prezioso supporto di alcune studentesse delle mie e di altre classi ho spiegato che il latino permea la nostra lingua e, per quanto ritenuto da molti difficile, inutile e ormai morto, continua a vivere tenacemente e a essere usato in molti modi, dall’account Twitter di Papa Francesco alla trasmissione radiofonica finlandese Nuntii Latini; insomma la sua rilevanza, malgrado la diffidenza o il disprezzo di tanti, è talmente grande e sentita che sono state tradotte nella lingua degli antichi Romani opere di ampia diffusione, tra cui i fumetti di Uderzo, dedicati alle avventure di Asterix e i suoi compagni, e il primo dei fortunati romanzi a fumetti della serie Diario di una schiappa.

Mi auguro di aver convinto coloro che mi hanno ascoltato o almeno di aver trasmesso nel breve tempo a disposizione una scintilla della mia passione per il latino, uno dei più grandi regali ricevuti dai miei genitori, che mi hanno quotidianamente infuso l’amore per la cultura, e dai miei eccezionali docenti, che me lo hanno pazientemente insegnato e fatto amare insieme con il greco.

Nelle mattinate dell’orientamento ho confermato la mia idea della scuola come realtà nella quale i ragazzi sono ricevuti e trattati come amati ospiti ma in cambio devono rispettare i loro doveri, impegnarsi, studiare per dare la giusta direzione ai piccoli passi che giorno dopo giorno, ostacolo dopo ostacolo, li porteranno a grandi risultati: per aspera ad astra, per mezzo delle difficoltà fino alle stelle, come dice il motto della mia scuola.

Viaggio in Oriente: andata…e ritorno

Non sono mai andata in Asia ma quest’anno l’Oriente “è venuto” da me per due volte.

Vi ho già parlato dell’incontro con Mario Pasqualini, che è stato ospitato dai miei alunni e ha portato a loro un inestimabile omaggio: la possibilità di immergersi nella cultura giapponese annullando per un po’ le distanze tra il loro mondo e quello del Sol Levante. La speranza di far seguire una collaborazione a distanza purtroppo non si è concretizzata ma il patto di ospitalità, nato dalla comune passione per i fumetti, è ormai stretto e la memoria rimane viva in attesa di tempi propizi per rivedersi.

Nelle ultime settimane di scuola mi è capitato ancora di entrare in contatto con l’Oriente, dato che ho ricevuto l’incarico di insegnare l’italiano a una ragazza cinese arrivata nel nostro Paese da qualche mese. Le sfide ardue sono le più emozionanti, e di sicuro da questi incontri ho imparato molto anch’io perché il bisogno di comunicazione si è manifestato nella sua forma più essenziale e basilare tra non poche difficoltà, quasi al limite dell’incomunicabilità. È stato piuttosto complicato relazionare due sistemi linguistici così differenti, partire dalle fondamenta della grammatica e costruire su di esse le frasi, aggiungendo man mano qualche mattone all’articolata architettura dei periodi. Ma un modo immediato per suscitare l’interesse della mia alunna ed evitare il suo comprensibile scoraggiamento è stato quello di portarle dei fumetti e verbalizzare le azioni delle vignette, dai Peanuts a Rovine di Peter Kuper; per superare ulteriormente le barriere ho scelto anche dei fumetti cinesi, come Reverie di Golo Zhao e I racconti dei vicoletti di Nie Jun. Non so se avrò l’opportunità di farle lezione anche l’anno prossimo, ma se i miei insegnamenti le hanno permesso di aprirsi agli altri e comunicare nella nostra lingua i suoi bisogni e i suoi pensieri, ho assolto i miei obblighi di ospitalità.

L’insegnamento di Omero

[…] questi è un misero naufrago, che c’è capitato,

e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus

gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.

(Odissea, libro VI, versi 206-208, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Nausicaa, la principessa dei Feaci, popolo ospitale per eccellenza, parla alle ancelle ordinando di dare da mangiare e da bere a Odisseo, approdato dopo una tempesta nella loro terra. Lo straniero viene cibato, lavato, vestito e condotto alla reggia del re Alcinoo, dove durante il banchetto in suo onore narra le proprie peregrinazioni e prima di partire di nuovo riceve dal re una nave per raggiungere la sua patria.

Nel mondo dell’antica Grecia dunque il dovere dell’ospitalità, fondato su solidarietà, reciprocità, gratitudine e ricordo, è sacro, tanto da segnare il confine tra civiltà e inciviltà. Ancora oggi l’ideale proposto da Omero può riacquistare un senso attraverso la tessitura di legami profondi e durevoli ed è possibile amare e rispettare l’ospite perché sotto le sue sembianze, come nell’incontro tra Telemaco e Atena, magari potremmo intravedere qualche divinità.

 

 

 

 

 

Le donne nella matematica: cosa ne dicono i fumetti

L’argomento della presenza delle donne nella scienza (in particolare nella matematica) è diventato ormai di interesse mondiale. La parità nell’accesso alle cosiddette STEM (Science, Technology, Engineering, Maths) è ormai argomento che i maggiori enti scientifici hanno preso a cuore. Al punto che esiste anche una Associazione per le Donne in Matematica (AWM) con sede in Virginia e oltre 5000 soci in tutto il mondo.

E anche nel mio mestiere di docente c’è grande attenzione a fare in modo che le ragazze non vengano in qualche modo sfavorite o discriminate nella scelta della carriera futura, in particolare se è scientifica.

In principio fu Ipazia, poi Ada Lovelace, fino ad Amalie Noether.

Tutte loro, insieme a Dante Alighieri (!) e a Sofia Kovalevskaya, grande protagonista di questo numero, compaiono nel fumetto di Claudia Flandoli. Nel quale tutte insieme, con la guida del sommo poeta, si recano a Firenze per l’EGMO: Olimpiade Europea di Matematica per Ragazze. L’edizione del 2018 si è tenuta proprio in Italia, e le quattro matematiche che hanno segnato la storia sono in viaggio tra esercizi di allenamento e siti per nerd un po’ secchioni. E per riuscire a mangiare nell’ostello in cui soggiornano devono trovare il codice per aprire la cucina avendo a disposizione quelli delle loro stanze.

Così la nostra biologa fumettista preferita si diverte (sembrerebbe non poco) nel trasformare in adolescenti in ipoglicemia le quattro menti matematiche al femminile più famose della storia.

Il suo stile grafico si dimostra ancora una volta molto divertente e altrettanto incisivo nella narrazione.

La seconda autrice, esordiente tra le recensioni del nostro sito, si è dedicata nella sua breve ma brillante carriera, a storie di donne più o meno importanti, spesso dell’est europeo. E dopo Wislawa Szymborska e Marie Curie, si occupa di Sofia Kovalevska, che, pur giovanissima, ha scritto articoli su diversi campi della matematica. Allieva di Weierstrass, si è occupata del caos, del moto dei corpi rigidi, della dinamica di sistemi complessi come gli anelli di Saturno, fino ai problemi con le equazioni alle derivate parziali. È noto il problema di Cauchy-Kovalevska, spesso associato più al grande matematico francese dell’800, anche se molto più studiato dalla nostra Sofia.

Sono in qualche modo legato a questa seconda autrice, perché ho avuto modo di conoscere i suoi genitori, che sono stati miei docenti all’Università di Pisa. Come emerge anche dalla chiacchierata triangolare tra le due scienziate-fumettiste e la matematica aquilana Barbara Nelli. Tredici tavole disegnate con uno stile molto personale ma regolare. Per raccontare una vita che meriterebbe molto più di queste poche pagine. Come scrive la stessa Milani, e come ci fa intuire Natalini nell’articolo in cui parla della vita della matematica russa.

Oltre alle due (purtroppo troppo brevi) storie a fumetti, il magazine scientifico a fumetti del CNR con gli editoriali si concentra sul rapporto tra donne e scienza, in particolare con la matematica. Fa anche il punto sulla situazione in Italia, sulle figure di donne importanti. Perché se dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna, questo è stato vero talvolta anche nella storia della scienza. Basta pensare ai coniugi Curie, o ad Einstein e Mileva Maric.

Concludono il volume i due interventi standard: il fumetto disegnato male di Davide La Rosa, che, parlando dell’harem di Pickering, non riesce fare a meno di qualche luogo comune. E la pagina dei titoli di Lercio.

Ancora una volta il duo Natalini-Plazzi colpisce nel segno, con un argomento di grande attualità, ma altrettanto sconosciuto. Un numero che tutte le ragazze delle scuole secondarie dovrebbero leggere, perché le storie di Ipazia, della Kovalevska, possono essere di grande ispirazione per le donne, che in questo paese ormai primeggiano in molti campi. In quello matematico ancora non lo fanno del tutto perché, forse, non sono indirizzate e stimolate nel modo giusto.

In un mondo che ha dato la medaglia Field per la prima volta a una donna (dal 1936) solo nel 2014, forse anche in questo campo un maggior coinvolgimento del sesso debole (?) ci consentirebbe un passo in avanti. Però le prime a convincersene devono essere proprio le donne.

Comics&Science, Women in math issue
Editore CNR Edizioni – www.edizioni.cnr.it
A cura di Roberto Natalini, Andrea Plazzi
Formato 16,8×24,6 cm, 48 pagine brossurate COL
Prezzo 7,00 Euro

Jupiter’s Legacy: la destrutturazione del super eroe secondo Millar

L’icona classica del supereroe a cui siamo abituati ha il volto sbarbato e i capelli pieni di gelatina di Clark Kent o le sembianze dello studente modello di Peter Parker, magari ha uno spropositato conto in banca come Bruce Wayne o un potentissimo martello come Thor, ma cosa accomuna tutti questi personaggi?
Tutti hanno deciso di mettersi al servizio della giustizia e difendere l’umanità, sono carismatici e pieni di giudizio ma… fin troppo stereotipati.
I supereroi classici che tutti conosciamo non sono certo impersonali e inespressivi, tutti hanno delle caratteristiche ben distinte, un proprio carattere, una propria abilità: quello che li rende tutti uguali fra loro è l’indole, fin troppo buonista, che li accomuna, fare la cosa giusta al momento giusto e se questo non avviene, zack! punizione (e di questo Spiderman ne sa qualcosa).

Non c’è mai un secondo fine in tutto ciò che fanno e intendiamoci non che questo sia errato ma alla lunga perdono di spessore e rischiano di diventare delle macchiette, motivo per cui spesso troviamo più affascinante l’antagonista con le sue fragilità e imperfezioni piuttosto che un protagonista sempre perfetto e inattaccabile.

Le origini di tale buonismo risalgono alla genesi stessa di questi personaggi e nel dettaglio parliamo di Superman! L’eroe per eccellenza fu creato nel 1933 in un periodo storico poco successivo alla grande crisi economica mondiale, un’epoca dove ormai in molti si sentivano persi, senza speranza e avevano bisogno di un appiglio al quale aggrapparsi e fu proprio in quel momento che Jerry Siegel e Joe Shuster crearono il super eroe kryptoniano, una figura a cui i ragazzi dell’epoca potevano guardare con ammirazione e speranza e fu così che sulla sua scia nacquero un numero sterminato di personaggi devoti al bene e in perenne lotta contro il male.

Con il tempo, però, si iniziò ad avere la necessità fisiologica di approfondire il concetto stesso di supereroe scandagliando il suo lato più fragile, umano e, perché no, anche oscuro, e fu proprio questo che nel tempo hanno cercato di fare Alan Moore e Grant Morrison; un’operazione di destrutturazione della figura del supereroe cercando di renderlo più concreto, più vero, più credibile, più umano.

E non ultimo Mark Millar fa la stessa cosa in questo suo Jupiter’s Legacy.

Già il contesto storico legato alla crisi economica del 1929 è inconsueto, il bisogno di rivalsa di un gruppo di esseri umani li spinge a seguire, letteralmente, un sogno nella speranza di poter uscire dal baratro in cui il crollo di Wall Street li ha gettati. Grazie alle indicazioni che Sheldon Sampson ha avuto nel sonno, la comitiva giunge su una misteriosa isola dalla quale salperanno pregni di super poteri donati da degli esseri extraterrestri.

Tornato alla normale vita di tutti i giorni, il gruppo decide di crearsi degli alter ego con i quali combattere le avversità; è così che nascono Utopian e il suo seguito di straordinari uomini. Per anni hanno combattuto per la salvaguardia dell’umanità e per aiutare le persone a risollevarsi da un periodo buio e difficile, ma è giunto il momento di confrontarsi con la nuova generazione di supereroi, con i loro figli e il confronto non sarà privo di perdite.

Nell’inizio della storia possiamo subito notare una citazione all’opera di Siegel e Shuster, Millar rende narrazione la genesi del genere superoistico ambientando la sua storia proprio negli anni che hanno portato, con le loro vicende, alla nascita di Superman e generando proprio in quell’epoca il suo personale gruppo di straordinari umani.

Il tema del super potere però è solo un pretesto che viene usato per raccontarci lo scontro tra la vecchia e la nuova guardia, tra una generazione che ormai in ginocchio si è rialzata con le proprie forze e quella che abbassa la testa solo per sniffare polvere bianca; una, per nulla velata, critica alla superficialità dell’età moderna che vede i valori umani sminuiti in favore di situazioni più effimere, la popolarità al primo posto a scapito della vita stessa per intenderci.

Interessante è anche l’attenta analisi all’ambito politico americano, in Jupiter’s Legacy alcuni personaggi tentano la carriera diplomatica e i super poteri vengono anche usati come mezzo per guidare il genere umano verso un utopistico futuro.

La penna di Millar ci regala sempre storie avvincenti, catalizzanti e appassionanti, i suoi personaggi son sempre molto intriganti ma mancano spesso di una degna e approfondita caratterizzazione, il ritmo è incalzante a tratti forse anche troppo ma nell’insieme risulta un’opera molto godibile.

Dall’altro lato troviamo la controparte visiva a opera di Frank Quitely, le sue tavole sono davvero ben fatte, il tratto pulito e finemente dettagliato valorizza a pieno le vignette ben strutturate e progettate, la plasticità che riesce a infondere alla figura umana è maestrale e le scene corali sono dinamiche ma non caotiche, sempre chiare e ben studiate.

Nonostante lo schema sia molto rigido (spesso le pagine risultano divise in quattro o cinque blocchi) la progettazione delle sequenze narrative rende comunque un buon dinamismo alla scena, sfruttando qualche piccolo stratagemma grafico come quello usato nel combattimento tra la ninja Raikou e il piccolo Jason (nipote di Utopian); la scelta di rappresentare il potere di lei con dei cubi dimensionali crea una sorta di vignetta nella vignetta, bucando in un certo senso la bidimensionalità della tavola in favore di un dinamismo visivo molto funzionale.
Ottimo compagno risulta essere in questo caso Sunny Gho, colorista, che con la sua palette cianotica infonde un’atmosfera vintage che tanto ci piace.

Un ottimo fumetto di supereroi, ma non di quelli senza macchia, super uomini direi, con le loro fragilità, i loro pregi e ancora di più con i loro difetti.
Una storia appassionante della quale ci auguriamo di leggere il seguito a breve.

Fumetti (educativi) sulla sdraio 2018

Il neoministro Bussetti al giuramento del Governo Conte

Il neoministro Bussetti al giuramento del Governo Conte

Sta facendo discutere (a volte in modo stucchevole) una intervista rilasciata dall’allora Dirigente dell’Ambito Territoriale di Milano, nel 2016 alla redazione milanese di Repubblica riguardante i compiti per le vacanze.

Da quella intervista (come al solito in modo strumentale e anche un po’ fuori contesto) è stata estratta una frase per attaccare il neoministro (ovviamente ignorata fino all’ascesa al soglio del MIUR):

Invece di stare tutta l’estate seduti sulla sdraio a leggere i fumetti o a giocare col cellulare, meglio essere stimolati da buone letture o attività che tengano acceso, vigile, attento, impegnato il cervello.

Hanno risposto, in maniera più o meno stizzita, diversi blog, da Wired a Tecnica della scuola, che titola addirittura «Il neoministro odia i fumetti».

Per quanto, da appassionato di fumetto e di cultura, mi infastidisca sentir parlare così di un medium che di per sé non è né buono né cattivo, non capisco perché tra gli appassionati o i produttori di cellulari non ci sia stata un’analoga alzata di scudi. Una battuta infelice, che ha identificato i fumetti come letture insulse o prive di contenuti. Beh, bisogna dire che effettivamente alcuni brutti fumetti sarebbero una cattiva lettura, come lo sono le riviste scandalistiche, o certi libri.

Inoltre la frase era riferita in opposizione ai famigerati compiti per le vacanze, quindi vedendo il nostro amato medium come un’attività solo rilassante, che in fondo è vero. Chi legge fumetti lo fa perché gli piacciono, non perché si è obbligati, come succede assai meno spesso con il lavoro scolastico, specie in estate.

Così, reputo più interessante, come hanno già fatto altri, consigliare qualche fumetto che, oltre a far vivere emozionanti avventure, che già di per sé non è male, può arricchire la cultura di chi lo legge. E può essere visto come una attività che tiene acceso, vigile, attento e impegnato il cervello.

  • La collana Prodigi tra le nuvole dell’italianissima casa editrice Kleiner Flug, arrivata al numero 18, che raccoglie le biografie di italiani illustri, concentrandosi particolarmente sui toscani, visto che editori e fumettisti vengono principalmente dalle terre dell’ex Granducato. Per saperne di più, potete trovare le recensioni di tutti i volumi pubblicati finora sul nostro sito.

  • Gen di Hiroshima di Keiji Nakazawa
    Tre volumi impegnativi, oltre 3500 pagine che raccontano la storia (autobiografa) di un sopravvissuto della bomba atomica del 1945. Tradotto in 17 lingue, adattato per la televisione e per il cinema, sia sotto forma di animazione che di film con attori in carne e ossa, è stato recentemente ripubblicato nella versione integrale in 3 volumi da 001 edizioni/Hikari. Racconta storicamente come i giapponesi sono usciti dal dramma della fine della guerra, sia come società, che nelle loro relazioni interpersonali.
  • la collana Historica di Mondadori Comics
    Arrivata all’uscita mensile numero 68, quindi in edicola e fumetteria da oltre 5 anni, racconta la storia con opere singole di fumettisti europei (per lo esponenti della bande dessinée franco-belga, ma anche con alcuni autori italiani). In questi anni ha spaziato dalla storia romana, alle popolazioni precolombiane, fino ai recenti episodi del Bataclan. Si è inoltre da un anno arricchita anche della collana parallela Historica biografie, in cui ogni numero racconta la vita di un personaggio storico da Lenin a Carlo Magno, da Vercingetorige a Lutero. Tutti i volumi delle collane hanno alle spalle una importante ricerca storica, per cui i riferimenti storici sono scientifici, anche se ovviamente non manca una parte romanzata con la sensibilità degli autori moderni.
  • Il mistero del mondo quantistico
    un fumetto uscito nel 2016  in Francia e portato in Italia da Gribaudo, che racconta la fisica quantistica facendo incontrare al lettore molti degli scienziati che l’hanno creata e fatta crescere. Mette insieme storia della scienza e teorie fisiche in modo dettagliato ma facilmente leggibile.
  • L’ultimo numero di Comics&Science
    La rivista edita dal CNR e nata dalla collaborazione tra il mondo del fumetto (Andrea Plazzi) e della scienza (Roberto Natalini), giunta al secondo anno della sua serializzazione semestrale, continua a proporre interessanti numeri monotematici. L’ultimo affronta il tema della relazione fra donne e matematica.

Queste sono solo alcune delle proposte del fumetto culturale per l’estate, considerando anche che fumetti meno impegnativi possono parimenti essere letture edificanti. Un buon fumetto di avventura non ha meno valore di un libro di Salgari. Una raccolta dei Peanuts o di Calvin&Hobbes può valere uno spettacolo di intelligente cabaret. E il tutto può essere fatto con della buona musica di sottofondo…

Su Rick and Morty: gnam gnam stuffings

Rick&Morty

Rick and Morty è una serie animata americana ideata da Justin Roiland e Dan Harmon per la programmazione notturna di Cartoon Network di Adult Swim. Per ora consta di trentuno episodi, in tre stagioni in onda dal 2013, ma nel maggio del 2018 è stato annunciato che saranno prodotti altri settanta episodi in diverse stagioni e mentirei se non ammettessi di stare aspettando la quarta con una certa trepidazione.

Si tratta di un cartone horror-fantascientifico dai tratti comici e macabri, con ottime valutazioni un po’ ovunque negli Stati Uniti, molto amato dai suoi fan e in particolare dalle nuove generazioni, delle quali riesce a interpretare diversi cambi di paradigma rispetto alle precedenti.

I protagonisti sono uno scienziato alcolizzato e praticamente onnipotente, ma apatico e nichilista – Rick – e il suo pavido nipote –Morty -, non dotato come il progenitore e spesso in balia dello stesso. Insieme vivono varie avventure spostandosi grazie a una pistola-portale per un indefinito multiverso dove tutto pare possibile, popolato delle creature dei mondi più strani e bizzarri.

Fanno parte di una famiglia con varie vicissitudini interne, genitori separati in cui la madre – Beth -, figlia di Rick, è assai più dotata di un padre – Jerry -, davvero patetico e fiacco oltre che stupido; Morty ha anche una sorella – Summer – che si distingue per certa determinazione e freschezza.

Il leitmotiv è forse il completo nonsenso dell’esistenza e di qualunque sforzo umano, la mancanza di qualsivoglia ragione per andare avanti o avere obiettivi. Attorno a questo fulcro si dipanano poi tutte le altre vicende, spesso parodiche di altre più famose, paradossali, grottesche e angoscianti. Il gusto di fondo è sempre abbastanza oppressivo e disarmante, ma ciononostante è frequente ridere.

Chi ha concepito il cartone non appartiene alle nuove leve, ma ha saputo riassumerne alcuni tratti di considerevole importanza e accattivarsene i consensi. Ascoltando quello che gli ideatori hanno da dire, cosa da fare sempre tremando, l’opera non è neppure devastata come spesso avviene.

Se uno supera l’ostacolo dei disegni, a parere di molti così brutti da aver impedito la visione, potrebbe trovare ottime ragioni per detenersi su un lavoro che, sotto un’apparente volgarità gratuita, a volte un po’ pesante e insistente, e una generale superficialità di facciata, è invece utile in particolare proprio per apprezzare lo spostamento di vari punti di vista rispetto al passato, specie su visione del mondo e senso di vita e esistenza, su società, politica, ma anche molto altro.

Rick&Morty

Si dice che il successo di R&M si debba a un’eccellente interpretazione dello “zeitgeist” di oggi che ha superato di gran lunga il postmodernismo e per esempio sulla scienza si attesta oltre gli entusiasmi illuministici e positivistici, ma pure ben oltre i catastrofismi o il disincanto un po’ falso dell’ecologismo o per esempio delle religioni. La scienza, che è in un certo modo al centro del cartone, né ti salva né ti condanna, non è né dissacrante, ma tanto meno sacra, è lì e ti aiuta a metterci una pezza, risolve problemi e ne crea di nuovi.

Forse, fatte le debite proporzioni e senza voler esagerare, i Simpson hanno incarnato la Generazione X (a cui purtroppo appartengo), Futurama si è dedicato ai Millennial, come R&M si riferisce alla Generazione Z. Prima o poi ci si sarebbe arrivati!

L’opera non è priva delle sue ingenuità e anche banalità, per esempio l’analisi sociale in “caste”, allegoria o metafora della società americana di oggi, a fine della terza stagione, non è idea delle meglio elaborate, anzi è un po’ pigra e inerziale, ma il cartone è realizzato da uomini e quindi per lo meno imperfetto.

Per dirne un’altra, non si libera della piaga di ammettere tra gli “attori” famosi e famosetti del tempo, piaga che ha contribuito ad affossare i Simpson e ha appesantito parecchio pure certi momenti di Futurama… adoro i Beastie Boys, ma chi se ne frega di vedere un loro concerto di teste in giara!

Rick&Morty

Il meccanismo delle storie e di molte battute può apparire a una prima analisi un po’ ripetitivo e segue lo schema solito dell’alternanza tra cinismo e sentimentalismo, ma sarebbe un errore liquidare il tutto come una congerie di volgarità gratuite e insensate e un gioco emotivo già visto mille volte.

In genere la narrazione è incredibilmente asciutta e ben scritta e il pendolo che oscilla tra cinismo-ipocrisia-sentimentalismo-ipocrisia-cinismo-ipocrisia… non gira a vuoto per strappare un’emozione allo spettatore e reiterare il reiterabile di un mondo a vario titolo e tutto sommato sempre confortante, ma riproduce in modo fedele alcune delle situazioni reali di una società estremamente contraddittoria, dinamica, ma priva di cognizione sul futuro e la sua rotta.

Inoltre e a onor del vero va anche detto che alcune battute sono semplicemente memorabili e valgono da sole il tempo impiegato davanti alla tv, eccone una selezione: Rick rutta mentre parla, ma Morty che ripete cinque volte “what” vale da solo una risata, Il Dio degli Alberi, Tu Passi il Burro, Grazieeee!, Simple Rick.

Sotto l’apparenza di una perenne barzelletta zozza reiterata all’infinito, e un amore distinto per la coprolalia e il bizzarro, il cartone offre una visione di molte delle inquietudini sorte in seno a chi non ha mai conosciuto un mondo senza internet, senza motori di ricerca, senza youtuber e social, dove tutto è a disposizione, che a ben vedere ama più gli sconosciuti che le celebrità e che ha modo di apprezzare l’incredibile nonsenso di una società in cui ti si mette in guardia in due lingue da ogni rischio, pavimento bagnato, “piso mojado…” ma dove si va a scuola consapevoli di poter essere colpiti da una pallottola e certi che se ciò avvenisse una mandria di vecchi babbei farebbe di tutto per spostare l’attenzione dalla sofferenza delle vittime e delle loro famiglie su tutto quello che possa garantirgli di non perdere oggetti feticcio a cui tiene particolarmente.

Si cresce in un posto dove ci si indebita per fare qualcosa di ritenuto virtuoso come studiare, con l’obiettivo di avere un lavoro remunerativo, che non arriva e che se arriva si esegue al meglio per non venire citati in tribunale. Ma alla fine un’operazione chirurgica ben riuscita è un successo sia che il chirurgo sia gay che eterosessuale, sia che abbia fatto il suo lavoro per adesione ideologica al giuramento di Ippocrate e per amore dell’umanità, sia che lo abbia fatto per evitare di pagare i danni in caso di negligenza e pagarsi costose vacanze.

I giovani di oggi non navigano nel multiverso, come fanno R&M, ma internet è altrettanto ricca, sconfinata, caotica, ingestibile e folle quanto lo è quel multiverso, e loro sono figli suoi e del suo tempo più di quanto siano figli dei loro petulanti e immaturi genitori (noi), spesso separati, e della loro stenta educazione di facciata, politicamente corretta. Stando a certe statistiche e sondaggi, i ragazzi di oggi preferiscono l’isolamento alla cooperazione, o per lo meno la gestione autonoma di tempi e risorse, ma non sono davvero isolati, anche quelli nei posti più sperduti e remoti possono fruire di molto in comune con tutti gli altri, si tengono al corrente, e uno spirito pure comune li unisce, una visione del mondo disincantata fornita dalle nuove scoperte scientifiche li forma e finirà per avere il suo peso.

Rick&Morty

La società americana cambia rapidamente, ogni dieci anni in modo apprezzabile, alcuni problemi si risolvono, altri ne sorgono; oggi il bullo a scuola viene liquidato in due secondi da un Rick che ha di meglio da fare che dedicargli tempo, nei Simpson Nelson è stato una costante per anni ed anni. E R&M spazia su una serie incredibile di topici di oggi, tralasciando quelli di ieri, si parla di politica, alcolismo e dipendenze, sentimenti, senso della vita e struttura dell’esistente, relazioni interpersonali; molti dei temi, così come trattati, ritengo siano incomprensibili per le generazioni più risalenti, quelle, per intenderci, di quei tipi bislacchi che magari si “attivano per ripulire la città”, vogliono usare i social e si indignano, dipingono e quindi si atteggiano alla Dalì, non la finiscono col volerti mostrare i “bellissimi scorci segreti tutti a un tiro di schioppo”. Non credo che tali soggetti sarebbero nemmeno in grado di letteralmente discernere cosa sta succedendo nella storia e quale sia il plot, a volte veramente geniale, cosa vogliano dire anche a livello più semplice e meccanico le scene che si sviluppano o cosa significhino alcuni del termini usati.

R&M è un cartone necessario, che finalmente applica ed estende a un punto di vista umano e concreto alcune delle conseguenze dell’attuale rappresentazione della realtà e dell’universo che non possiamo far finta di ignorare ancora per molto.

Il protagonista più che uno scienziato è una specie di Dio ubriaco e lascivo, quello che si merita il caos dove viviamo; è malinconico e di umore nero, il suo alcolismo non è davvero divertente, né qualcosa di cui vantarsi come magari farebbe un Generazione X o vergognarsi come farebbe suo padre Baby Boomer, è semplicemente un brutale dato di fatto: il presidente nero non è un eroe, una ragazzina ritiene con disarmante nonchalance che una conversazione da party possa vertere sul suo interesse per i video di bukkake.

Insomma, l’universo è troppo vasto e vario per avere ordine e senso, ma pure per rispettare o avere interesse e tempo da perdere per il suo stesso contenuto e le sue creature, qualunque cosa facciano o dicano, e universi interi, magari paradisi e inferni compresi, sono creati o distrutti solo per risolvere un problema pratico come ricaricare una batteria scarica, come vite ormai innumerevoli si spengono senza senso quotidianamente nel mondo reale per capriccio.

 

Mercurio Loi: supereroe romano

Dopo la mia fugace apparizione all’ARF! di quest’anno e dopo l’incontro con Alessandro Bilotta allo stand Bonelli, ho riflettuto che la sua ultima creatura, Mercurio Loi, sia qualcosa di cui, nel bene e nel male, bisognerebbe parlare ancora, perché è un’opera che ha la peculiarità di non lasciare indifferenti. A prescindere se la si ami, odi, o non sia il genere che si preferisce.

Mercurio Loi è uno degli ultimi fumetti sfornati in casa Bonelli, uscito prima in un numero della serie antologica Le Storie (il 28) e poi, visto il successo, sulla serie personale.

Chi è il personaggio di Mercurio Loi, poi, è presto detto: è Batman, Sherlock Holmes e Sheldon Cooper.
Mischiati sapientemente da Bilotta per restituire un personaggio mai banale, che nel corso delle sue avventure è sempre diverso, nuovo, anche se sempre perfettamente riconoscibile.

Il professore di Storia agisce nella Roma Papale del XIX secolo con il fedele Ottone (suo assistente) combattendo le follie che di volta in volta arrivano nella Capitale, con la sua logica misteriosa e affascinante.
Il perché ne stia parlando ora, dopo più di un anno dall’uscita del primo numero può essere facilmente intuibile: è un fumetto che mi piace e non poco e ne sento parlare sempre meno.
Nel panorama del fumetto nazionalpopolare italiano, e, parliamoci chiaro, non solo, è infatti un animale raro.
Se da un lato la struttura narrativa è ancorata alla “rigidità” Bonelliana con una serie di numeri one shot, in pratica, dall’altro i soggetti e i personaggi sono qualcosa che molto difficilmente si vede in giro.

Bilotta non ha paura di osare. E lo dimostra a ogni albo, in cui caccia i poveri Mercurio e Ottone in situazioni via via più anomale e con risvolti sempre affascinanti che non mancheranno di spiazzare il lettore.
Per non parlare del comparto tecnico, che seppur con alti e bassi, ben si adatta alle atmosfere, ai luoghi ed agli “attori” coinvolti.
Lo stile dei disegnatori che di volta in volta vengono chiamati a interpretare la sceneggiatura di Bilotta è molto vario e potrebbe causare un certo “disturbo” a una prima occhiata. Passare dal tratto febbrile di Gerasi a uno molto più armonioso come quello di Casertano infatti potrebbe far storcere il naso. Questo possibile straniamento, di fatto però non fa che aumentare, se possibile, l’immedesimazione. Come essere uno dei conoscenti di Mercurio che fatica a stargli dietro.

Però, come avrete intuito, c’è un “ma”. La cadenza della serie è stata cambiata da mensile a bimestrale. Sul sito Bonelli leggiamo che è per lasciare tempo agli artisti di fare storie di qualità. Qualcuno, invece, lo imputa alle scarse vendite. Mettiamo sia la seconda ipotesi. Per puro gusto della speculazione dunque poniamoci una domanda: perché?
Perché una delle serie più innovative del panorama mainstream italiano (e a mio parere non solo) rischierebbe la chiusura?

Le cause a mio modo di vedere vanno ricercate nel tipo di intrattenimento che questa serie può o potrebbe offrire. È innanzitutto ambientata in Italia, seppure in una epoca “remota”. Per la generazione di Iliad, e della contaminazione attraverso internet da ogni sorta di cultura, questi personaggi potrebbero avere poco fascino. Lo stesso Mercurio Loi è un eroe anomalo, sostanzialmente un egoista che somiglia a una scimmia. Difficile essere empatici con lui, insomma.

I temi trattati sono un altro punto importante. Benché la serie sia di puro intrattenimento, a un primo sguardo dà l’idea di qualcosa di non fruibile in 30 minuti o come pura evasione. In due parole, quella che verrebbe definita una serie  “da vecchi”.
Il “confezionamento” del fumetto, benché più accattivante delle normali serie Bonelli non aiuta affatto e paga il confronto con ad esempio una rivista supereroistica (il cui target può essere simile a quello di Mercurio Loi), che si presenta in modo molto più appetibile dal mero punto di vista estetico.
La scelta della bimestralità, poi, è per me un altro punto dolente. Se una serie è a rischio chiusura, farla uscire più di rado non può contribuire a salvarla, anzi. Il nerd (o quello che una volta si definiva tale) è per sua natura un abitudinario. Togliere l’appuntamento mensile può portare a una ulteriore emorragia di lettori.

Il lavoro che Bilotta e i suoi collaboratori stanno facendo negli ultimi anni è qualcosa di prezioso per l’intera industria del fumetto italico. Non solo portando un prodotto di ottima qualità, ma anche e soprattutto perché come ripetuto più volte sopra, è un qualcosa di nuovo. E queste novità sono ossigeno puro per l’industria, che nonostante non sia in crisi nerissima come molti pensano (o si auspicano), vive sempre più spesso di glorie passate. Brand che mostrano la corda soprattutto con le nuove generazioni e che per un motivo o per un altro sono formate da figli del loro tempo.

Mercurio Loi (e altre serie di recente uscita) può essere un punto di partenza per un modo nuovo di pensare e fare il fumetto in Italia. Non banale, non retorico e che sa intrattenere. Dunque, cento di questi numeri, Mercurio. Anzi, anche molti di più.

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