Monthly Archives: giugno 2018

Le donne nella matematica: cosa ne dicono i fumetti

L’argomento della presenza delle donne nella scienza (in particolare nella matematica) è diventato ormai di interesse mondiale. La parità nell’accesso alle cosiddette STEM (Science, Technology, Engineering, Maths) è ormai argomento che i maggiori enti scientifici hanno preso a cuore. Al punto che esiste anche una Associazione per le Donne in Matematica (AWM) con sede in Virginia e oltre 5000 soci in tutto il mondo.

E anche nel mio mestiere di docente c’è grande attenzione a fare in modo che le ragazze non vengano in qualche modo sfavorite o discriminate nella scelta della carriera futura, in particolare se è scientifica.

In principio fu Ipazia, poi Ada Lovelace, fino ad Amalie Noether.

Tutte loro, insieme a Dante Alighieri (!) e a Sofia Kovalevskaya, grande protagonista di questo numero, compaiono nel fumetto di Claudia Flandoli. Nel quale tutte insieme, con la guida del sommo poeta, si recano a Firenze per l’EGMO: Olimpiade Europea di Matematica per Ragazze. L’edizione del 2018 si è tenuta proprio in Italia, e le quattro matematiche che hanno segnato la storia sono in viaggio tra esercizi di allenamento e siti per nerd un po’ secchioni. E per riuscire a mangiare nell’ostello in cui soggiornano devono trovare il codice per aprire la cucina avendo a disposizione quelli delle loro stanze.

Così la nostra biologa fumettista preferita si diverte (sembrerebbe non poco) nel trasformare in adolescenti in ipoglicemia le quattro menti matematiche al femminile più famose della storia.

Il suo stile grafico si dimostra ancora una volta molto divertente e altrettanto incisivo nella narrazione.

La seconda autrice, esordiente tra le recensioni del nostro sito, si è dedicata nella sua breve ma brillante carriera, a storie di donne più o meno importanti, spesso dell’est europeo. E dopo Wislawa Szymborska e Marie Curie, si occupa di Sofia Kovalevska, che, pur giovanissima, ha scritto articoli su diversi campi della matematica. Allieva di Weierstrass, si è occupata del caos, del moto dei corpi rigidi, della dinamica di sistemi complessi come gli anelli di Saturno, fino ai problemi con le equazioni alle derivate parziali. È noto il problema di Cauchy-Kovalevska, spesso associato più al grande matematico francese dell’800, anche se molto più studiato dalla nostra Sofia.

Sono in qualche modo legato a questa seconda autrice, perché ho avuto modo di conoscere i suoi genitori, che sono stati miei docenti all’Università di Pisa. Come emerge anche dalla chiacchierata triangolare tra le due scienziate-fumettiste e la matematica aquilana Barbara Nelli. Tredici tavole disegnate con uno stile molto personale ma regolare. Per raccontare una vita che meriterebbe molto più di queste poche pagine. Come scrive la stessa Milani, e come ci fa intuire Natalini nell’articolo in cui parla della vita della matematica russa.

Oltre alle due (purtroppo troppo brevi) storie a fumetti, il magazine scientifico a fumetti del CNR con gli editoriali si concentra sul rapporto tra donne e scienza, in particolare con la matematica. Fa anche il punto sulla situazione in Italia, sulle figure di donne importanti. Perché se dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna, questo è stato vero talvolta anche nella storia della scienza. Basta pensare ai coniugi Curie, o ad Einstein e Mileva Maric.

Concludono il volume i due interventi standard: il fumetto disegnato male di Davide La Rosa, che, parlando dell’harem di Pickering, non riesce fare a meno di qualche luogo comune. E la pagina dei titoli di Lercio.

Ancora una volta il duo Natalini-Plazzi colpisce nel segno, con un argomento di grande attualità, ma altrettanto sconosciuto. Un numero che tutte le ragazze delle scuole secondarie dovrebbero leggere, perché le storie di Ipazia, della Kovalevska, possono essere di grande ispirazione per le donne, che in questo paese ormai primeggiano in molti campi. In quello matematico ancora non lo fanno del tutto perché, forse, non sono indirizzate e stimolate nel modo giusto.

In un mondo che ha dato la medaglia Field per la prima volta a una donna (dal 1936) solo nel 2014, forse anche in questo campo un maggior coinvolgimento del sesso debole (?) ci consentirebbe un passo in avanti. Però le prime a convincersene devono essere proprio le donne.

Comics&Science, Women in math issue
Editore CNR Edizioni – www.edizioni.cnr.it
A cura di Roberto Natalini, Andrea Plazzi
Formato 16,8×24,6 cm, 48 pagine brossurate COL
Prezzo 7,00 Euro

Jupiter’s Legacy: la destrutturazione del super eroe secondo Millar

L’icona classica del supereroe a cui siamo abituati ha il volto sbarbato e i capelli pieni di gelatina di Clark Kent o le sembianze dello studente modello di Peter Parker, magari ha uno spropositato conto in banca come Bruce Wayne o un potentissimo martello come Thor, ma cosa accomuna tutti questi personaggi?
Tutti hanno deciso di mettersi al servizio della giustizia e difendere l’umanità, sono carismatici e pieni di giudizio ma… fin troppo stereotipati.
I supereroi classici che tutti conosciamo non sono certo impersonali e inespressivi, tutti hanno delle caratteristiche ben distinte, un proprio carattere, una propria abilità: quello che li rende tutti uguali fra loro è l’indole, fin troppo buonista, che li accomuna, fare la cosa giusta al momento giusto e se questo non avviene, zack! punizione (e di questo Spiderman ne sa qualcosa).

Non c’è mai un secondo fine in tutto ciò che fanno e intendiamoci non che questo sia errato ma alla lunga perdono di spessore e rischiano di diventare delle macchiette, motivo per cui spesso troviamo più affascinante l’antagonista con le sue fragilità e imperfezioni piuttosto che un protagonista sempre perfetto e inattaccabile.

Le origini di tale buonismo risalgono alla genesi stessa di questi personaggi e nel dettaglio parliamo di Superman! L’eroe per eccellenza fu creato nel 1933 in un periodo storico poco successivo alla grande crisi economica mondiale, un’epoca dove ormai in molti si sentivano persi, senza speranza e avevano bisogno di un appiglio al quale aggrapparsi e fu proprio in quel momento che Jerry Siegel e Joe Shuster crearono il super eroe kryptoniano, una figura a cui i ragazzi dell’epoca potevano guardare con ammirazione e speranza e fu così che sulla sua scia nacquero un numero sterminato di personaggi devoti al bene e in perenne lotta contro il male.

Con il tempo, però, si iniziò ad avere la necessità fisiologica di approfondire il concetto stesso di supereroe scandagliando il suo lato più fragile, umano e, perché no, anche oscuro, e fu proprio questo che nel tempo hanno cercato di fare Alan Moore e Grant Morrison; un’operazione di destrutturazione della figura del supereroe cercando di renderlo più concreto, più vero, più credibile, più umano.

E non ultimo Mark Millar fa la stessa cosa in questo suo Jupiter’s Legacy.

Già il contesto storico legato alla crisi economica del 1929 è inconsueto, il bisogno di rivalsa di un gruppo di esseri umani li spinge a seguire, letteralmente, un sogno nella speranza di poter uscire dal baratro in cui il crollo di Wall Street li ha gettati. Grazie alle indicazioni che Sheldon Sampson ha avuto nel sonno, la comitiva giunge su una misteriosa isola dalla quale salperanno pregni di super poteri donati da degli esseri extraterrestri.

Tornato alla normale vita di tutti i giorni, il gruppo decide di crearsi degli alter ego con i quali combattere le avversità; è così che nascono Utopian e il suo seguito di straordinari uomini. Per anni hanno combattuto per la salvaguardia dell’umanità e per aiutare le persone a risollevarsi da un periodo buio e difficile, ma è giunto il momento di confrontarsi con la nuova generazione di supereroi, con i loro figli e il confronto non sarà privo di perdite.

Nell’inizio della storia possiamo subito notare una citazione all’opera di Siegel e Shuster, Millar rende narrazione la genesi del genere superoistico ambientando la sua storia proprio negli anni che hanno portato, con le loro vicende, alla nascita di Superman e generando proprio in quell’epoca il suo personale gruppo di straordinari umani.

Il tema del super potere però è solo un pretesto che viene usato per raccontarci lo scontro tra la vecchia e la nuova guardia, tra una generazione che ormai in ginocchio si è rialzata con le proprie forze e quella che abbassa la testa solo per sniffare polvere bianca; una, per nulla velata, critica alla superficialità dell’età moderna che vede i valori umani sminuiti in favore di situazioni più effimere, la popolarità al primo posto a scapito della vita stessa per intenderci.

Interessante è anche l’attenta analisi all’ambito politico americano, in Jupiter’s Legacy alcuni personaggi tentano la carriera diplomatica e i super poteri vengono anche usati come mezzo per guidare il genere umano verso un utopistico futuro.

La penna di Millar ci regala sempre storie avvincenti, catalizzanti e appassionanti, i suoi personaggi son sempre molto intriganti ma mancano spesso di una degna e approfondita caratterizzazione, il ritmo è incalzante a tratti forse anche troppo ma nell’insieme risulta un’opera molto godibile.

Dall’altro lato troviamo la controparte visiva a opera di Frank Quitely, le sue tavole sono davvero ben fatte, il tratto pulito e finemente dettagliato valorizza a pieno le vignette ben strutturate e progettate, la plasticità che riesce a infondere alla figura umana è maestrale e le scene corali sono dinamiche ma non caotiche, sempre chiare e ben studiate.

Nonostante lo schema sia molto rigido (spesso le pagine risultano divise in quattro o cinque blocchi) la progettazione delle sequenze narrative rende comunque un buon dinamismo alla scena, sfruttando qualche piccolo stratagemma grafico come quello usato nel combattimento tra la ninja Raikou e il piccolo Jason (nipote di Utopian); la scelta di rappresentare il potere di lei con dei cubi dimensionali crea una sorta di vignetta nella vignetta, bucando in un certo senso la bidimensionalità della tavola in favore di un dinamismo visivo molto funzionale.
Ottimo compagno risulta essere in questo caso Sunny Gho, colorista, che con la sua palette cianotica infonde un’atmosfera vintage che tanto ci piace.

Un ottimo fumetto di supereroi, ma non di quelli senza macchia, super uomini direi, con le loro fragilità, i loro pregi e ancora di più con i loro difetti.
Una storia appassionante della quale ci auguriamo di leggere il seguito a breve.

Fumetti (educativi) sulla sdraio 2018

Il neoministro Bussetti al giuramento del Governo Conte

Il neoministro Bussetti al giuramento del Governo Conte

Sta facendo discutere (a volte in modo stucchevole) una intervista rilasciata dall’allora Dirigente dell’Ambito Territoriale di Milano, nel 2016 alla redazione milanese di Repubblica riguardante i compiti per le vacanze.

Da quella intervista (come al solito in modo strumentale e anche un po’ fuori contesto) è stata estratta una frase per attaccare il neoministro (ovviamente ignorata fino all’ascesa al soglio del MIUR):

Invece di stare tutta l’estate seduti sulla sdraio a leggere i fumetti o a giocare col cellulare, meglio essere stimolati da buone letture o attività che tengano acceso, vigile, attento, impegnato il cervello.

Hanno risposto, in maniera più o meno stizzita, diversi blog, da Wired a Tecnica della scuola, che titola addirittura «Il neoministro odia i fumetti».

Per quanto, da appassionato di fumetto e di cultura, mi infastidisca sentir parlare così di un medium che di per sé non è né buono né cattivo, non capisco perché tra gli appassionati o i produttori di cellulari non ci sia stata un’analoga alzata di scudi. Una battuta infelice, che ha identificato i fumetti come letture insulse o prive di contenuti. Beh, bisogna dire che effettivamente alcuni brutti fumetti sarebbero una cattiva lettura, come lo sono le riviste scandalistiche, o certi libri.

Inoltre la frase era riferita in opposizione ai famigerati compiti per le vacanze, quindi vedendo il nostro amato medium come un’attività solo rilassante, che in fondo è vero. Chi legge fumetti lo fa perché gli piacciono, non perché si è obbligati, come succede assai meno spesso con il lavoro scolastico, specie in estate.

Così, reputo più interessante, come hanno già fatto altri, consigliare qualche fumetto che, oltre a far vivere emozionanti avventure, che già di per sé non è male, può arricchire la cultura di chi lo legge. E può essere visto come una attività che tiene acceso, vigile, attento e impegnato il cervello.

  • La collana Prodigi tra le nuvole dell’italianissima casa editrice Kleiner Flug, arrivata al numero 18, che raccoglie le biografie di italiani illustri, concentrandosi particolarmente sui toscani, visto che editori e fumettisti vengono principalmente dalle terre dell’ex Granducato. Per saperne di più, potete trovare le recensioni di tutti i volumi pubblicati finora sul nostro sito.

  • Gen di Hiroshima di Keiji Nakazawa
    Tre volumi impegnativi, oltre 3500 pagine che raccontano la storia (autobiografa) di un sopravvissuto della bomba atomica del 1945. Tradotto in 17 lingue, adattato per la televisione e per il cinema, sia sotto forma di animazione che di film con attori in carne e ossa, è stato recentemente ripubblicato nella versione integrale in 3 volumi da 001 edizioni/Hikari. Racconta storicamente come i giapponesi sono usciti dal dramma della fine della guerra, sia come società, che nelle loro relazioni interpersonali.
  • la collana Historica di Mondadori Comics
    Arrivata all’uscita mensile numero 68, quindi in edicola e fumetteria da oltre 5 anni, racconta la storia con opere singole di fumettisti europei (per lo esponenti della bande dessinée franco-belga, ma anche con alcuni autori italiani). In questi anni ha spaziato dalla storia romana, alle popolazioni precolombiane, fino ai recenti episodi del Bataclan. Si è inoltre da un anno arricchita anche della collana parallela Historica biografie, in cui ogni numero racconta la vita di un personaggio storico da Lenin a Carlo Magno, da Vercingetorige a Lutero. Tutti i volumi delle collane hanno alle spalle una importante ricerca storica, per cui i riferimenti storici sono scientifici, anche se ovviamente non manca una parte romanzata con la sensibilità degli autori moderni.
  • Il mistero del mondo quantistico
    un fumetto uscito nel 2016  in Francia e portato in Italia da Gribaudo, che racconta la fisica quantistica facendo incontrare al lettore molti degli scienziati che l’hanno creata e fatta crescere. Mette insieme storia della scienza e teorie fisiche in modo dettagliato ma facilmente leggibile.
  • L’ultimo numero di Comics&Science
    La rivista edita dal CNR e nata dalla collaborazione tra il mondo del fumetto (Andrea Plazzi) e della scienza (Roberto Natalini), giunta al secondo anno della sua serializzazione semestrale, continua a proporre interessanti numeri monotematici. L’ultimo affronta il tema della relazione fra donne e matematica.

Queste sono solo alcune delle proposte del fumetto culturale per l’estate, considerando anche che fumetti meno impegnativi possono parimenti essere letture edificanti. Un buon fumetto di avventura non ha meno valore di un libro di Salgari. Una raccolta dei Peanuts o di Calvin&Hobbes può valere uno spettacolo di intelligente cabaret. E il tutto può essere fatto con della buona musica di sottofondo…

Su Rick and Morty: gnam gnam stuffings

Rick&Morty

Rick and Morty è una serie animata americana ideata da Justin Roiland e Dan Harmon per la programmazione notturna di Cartoon Network di Adult Swim. Per ora consta di trentuno episodi, in tre stagioni in onda dal 2013, ma nel maggio del 2018 è stato annunciato che saranno prodotti altri settanta episodi in diverse stagioni e mentirei se non ammettessi di stare aspettando la quarta con una certa trepidazione.

Si tratta di un cartone horror-fantascientifico dai tratti comici e macabri, con ottime valutazioni un po’ ovunque negli Stati Uniti, molto amato dai suoi fan e in particolare dalle nuove generazioni, delle quali riesce a interpretare diversi cambi di paradigma rispetto alle precedenti.

I protagonisti sono uno scienziato alcolizzato e praticamente onnipotente, ma apatico e nichilista – Rick – e il suo pavido nipote –Morty -, non dotato come il progenitore e spesso in balia dello stesso. Insieme vivono varie avventure spostandosi grazie a una pistola-portale per un indefinito multiverso dove tutto pare possibile, popolato delle creature dei mondi più strani e bizzarri.

Fanno parte di una famiglia con varie vicissitudini interne, genitori separati in cui la madre – Beth -, figlia di Rick, è assai più dotata di un padre – Jerry -, davvero patetico e fiacco oltre che stupido; Morty ha anche una sorella – Summer – che si distingue per certa determinazione e freschezza.

Il leitmotiv è forse il completo nonsenso dell’esistenza e di qualunque sforzo umano, la mancanza di qualsivoglia ragione per andare avanti o avere obiettivi. Attorno a questo fulcro si dipanano poi tutte le altre vicende, spesso parodiche di altre più famose, paradossali, grottesche e angoscianti. Il gusto di fondo è sempre abbastanza oppressivo e disarmante, ma ciononostante è frequente ridere.

Chi ha concepito il cartone non appartiene alle nuove leve, ma ha saputo riassumerne alcuni tratti di considerevole importanza e accattivarsene i consensi. Ascoltando quello che gli ideatori hanno da dire, cosa da fare sempre tremando, l’opera non è neppure devastata come spesso avviene.

Se uno supera l’ostacolo dei disegni, a parere di molti così brutti da aver impedito la visione, potrebbe trovare ottime ragioni per detenersi su un lavoro che, sotto un’apparente volgarità gratuita, a volte un po’ pesante e insistente, e una generale superficialità di facciata, è invece utile in particolare proprio per apprezzare lo spostamento di vari punti di vista rispetto al passato, specie su visione del mondo e senso di vita e esistenza, su società, politica, ma anche molto altro.

Rick&Morty

Si dice che il successo di R&M si debba a un’eccellente interpretazione dello “zeitgeist” di oggi che ha superato di gran lunga il postmodernismo e per esempio sulla scienza si attesta oltre gli entusiasmi illuministici e positivistici, ma pure ben oltre i catastrofismi o il disincanto un po’ falso dell’ecologismo o per esempio delle religioni. La scienza, che è in un certo modo al centro del cartone, né ti salva né ti condanna, non è né dissacrante, ma tanto meno sacra, è lì e ti aiuta a metterci una pezza, risolve problemi e ne crea di nuovi.

Forse, fatte le debite proporzioni e senza voler esagerare, i Simpson hanno incarnato la Generazione X (a cui purtroppo appartengo), Futurama si è dedicato ai Millennial, come R&M si riferisce alla Generazione Z. Prima o poi ci si sarebbe arrivati!

L’opera non è priva delle sue ingenuità e anche banalità, per esempio l’analisi sociale in “caste”, allegoria o metafora della società americana di oggi, a fine della terza stagione, non è idea delle meglio elaborate, anzi è un po’ pigra e inerziale, ma il cartone è realizzato da uomini e quindi per lo meno imperfetto.

Per dirne un’altra, non si libera della piaga di ammettere tra gli “attori” famosi e famosetti del tempo, piaga che ha contribuito ad affossare i Simpson e ha appesantito parecchio pure certi momenti di Futurama… adoro i Beastie Boys, ma chi se ne frega di vedere un loro concerto di teste in giara!

Rick&Morty

Il meccanismo delle storie e di molte battute può apparire a una prima analisi un po’ ripetitivo e segue lo schema solito dell’alternanza tra cinismo e sentimentalismo, ma sarebbe un errore liquidare il tutto come una congerie di volgarità gratuite e insensate e un gioco emotivo già visto mille volte.

In genere la narrazione è incredibilmente asciutta e ben scritta e il pendolo che oscilla tra cinismo-ipocrisia-sentimentalismo-ipocrisia-cinismo-ipocrisia… non gira a vuoto per strappare un’emozione allo spettatore e reiterare il reiterabile di un mondo a vario titolo e tutto sommato sempre confortante, ma riproduce in modo fedele alcune delle situazioni reali di una società estremamente contraddittoria, dinamica, ma priva di cognizione sul futuro e la sua rotta.

Inoltre e a onor del vero va anche detto che alcune battute sono semplicemente memorabili e valgono da sole il tempo impiegato davanti alla tv, eccone una selezione: Rick rutta mentre parla, ma Morty che ripete cinque volte “what” vale da solo una risata, Il Dio degli Alberi, Tu Passi il Burro, Grazieeee!, Simple Rick.

Sotto l’apparenza di una perenne barzelletta zozza reiterata all’infinito, e un amore distinto per la coprolalia e il bizzarro, il cartone offre una visione di molte delle inquietudini sorte in seno a chi non ha mai conosciuto un mondo senza internet, senza motori di ricerca, senza youtuber e social, dove tutto è a disposizione, che a ben vedere ama più gli sconosciuti che le celebrità e che ha modo di apprezzare l’incredibile nonsenso di una società in cui ti si mette in guardia in due lingue da ogni rischio, pavimento bagnato, “piso mojado…” ma dove si va a scuola consapevoli di poter essere colpiti da una pallottola e certi che se ciò avvenisse una mandria di vecchi babbei farebbe di tutto per spostare l’attenzione dalla sofferenza delle vittime e delle loro famiglie su tutto quello che possa garantirgli di non perdere oggetti feticcio a cui tiene particolarmente.

Si cresce in un posto dove ci si indebita per fare qualcosa di ritenuto virtuoso come studiare, con l’obiettivo di avere un lavoro remunerativo, che non arriva e che se arriva si esegue al meglio per non venire citati in tribunale. Ma alla fine un’operazione chirurgica ben riuscita è un successo sia che il chirurgo sia gay che eterosessuale, sia che abbia fatto il suo lavoro per adesione ideologica al giuramento di Ippocrate e per amore dell’umanità, sia che lo abbia fatto per evitare di pagare i danni in caso di negligenza e pagarsi costose vacanze.

I giovani di oggi non navigano nel multiverso, come fanno R&M, ma internet è altrettanto ricca, sconfinata, caotica, ingestibile e folle quanto lo è quel multiverso, e loro sono figli suoi e del suo tempo più di quanto siano figli dei loro petulanti e immaturi genitori (noi), spesso separati, e della loro stenta educazione di facciata, politicamente corretta. Stando a certe statistiche e sondaggi, i ragazzi di oggi preferiscono l’isolamento alla cooperazione, o per lo meno la gestione autonoma di tempi e risorse, ma non sono davvero isolati, anche quelli nei posti più sperduti e remoti possono fruire di molto in comune con tutti gli altri, si tengono al corrente, e uno spirito pure comune li unisce, una visione del mondo disincantata fornita dalle nuove scoperte scientifiche li forma e finirà per avere il suo peso.

Rick&Morty

La società americana cambia rapidamente, ogni dieci anni in modo apprezzabile, alcuni problemi si risolvono, altri ne sorgono; oggi il bullo a scuola viene liquidato in due secondi da un Rick che ha di meglio da fare che dedicargli tempo, nei Simpson Nelson è stato una costante per anni ed anni. E R&M spazia su una serie incredibile di topici di oggi, tralasciando quelli di ieri, si parla di politica, alcolismo e dipendenze, sentimenti, senso della vita e struttura dell’esistente, relazioni interpersonali; molti dei temi, così come trattati, ritengo siano incomprensibili per le generazioni più risalenti, quelle, per intenderci, di quei tipi bislacchi che magari si “attivano per ripulire la città”, vogliono usare i social e si indignano, dipingono e quindi si atteggiano alla Dalì, non la finiscono col volerti mostrare i “bellissimi scorci segreti tutti a un tiro di schioppo”. Non credo che tali soggetti sarebbero nemmeno in grado di letteralmente discernere cosa sta succedendo nella storia e quale sia il plot, a volte veramente geniale, cosa vogliano dire anche a livello più semplice e meccanico le scene che si sviluppano o cosa significhino alcuni del termini usati.

R&M è un cartone necessario, che finalmente applica ed estende a un punto di vista umano e concreto alcune delle conseguenze dell’attuale rappresentazione della realtà e dell’universo che non possiamo far finta di ignorare ancora per molto.

Il protagonista più che uno scienziato è una specie di Dio ubriaco e lascivo, quello che si merita il caos dove viviamo; è malinconico e di umore nero, il suo alcolismo non è davvero divertente, né qualcosa di cui vantarsi come magari farebbe un Generazione X o vergognarsi come farebbe suo padre Baby Boomer, è semplicemente un brutale dato di fatto: il presidente nero non è un eroe, una ragazzina ritiene con disarmante nonchalance che una conversazione da party possa vertere sul suo interesse per i video di bukkake.

Insomma, l’universo è troppo vasto e vario per avere ordine e senso, ma pure per rispettare o avere interesse e tempo da perdere per il suo stesso contenuto e le sue creature, qualunque cosa facciano o dicano, e universi interi, magari paradisi e inferni compresi, sono creati o distrutti solo per risolvere un problema pratico come ricaricare una batteria scarica, come vite ormai innumerevoli si spengono senza senso quotidianamente nel mondo reale per capriccio.

 

Mercurio Loi: supereroe romano

Dopo la mia fugace apparizione all’ARF! di quest’anno e dopo l’incontro con Alessandro Bilotta allo stand Bonelli, ho riflettuto che la sua ultima creatura, Mercurio Loi, sia qualcosa di cui, nel bene e nel male, bisognerebbe parlare ancora, perché è un’opera che ha la peculiarità di non lasciare indifferenti. A prescindere se la si ami, odi, o non sia il genere che si preferisce.

Mercurio Loi è uno degli ultimi fumetti sfornati in casa Bonelli, uscito prima in un numero della serie antologica Le Storie (il 28) e poi, visto il successo, sulla serie personale.

Chi è il personaggio di Mercurio Loi, poi, è presto detto: è Batman, Sherlock Holmes e Sheldon Cooper.
Mischiati sapientemente da Bilotta per restituire un personaggio mai banale, che nel corso delle sue avventure è sempre diverso, nuovo, anche se sempre perfettamente riconoscibile.

Il professore di Storia agisce nella Roma Papale del XIX secolo con il fedele Ottone (suo assistente) combattendo le follie che di volta in volta arrivano nella Capitale, con la sua logica misteriosa e affascinante.
Il perché ne stia parlando ora, dopo più di un anno dall’uscita del primo numero può essere facilmente intuibile: è un fumetto che mi piace e non poco e ne sento parlare sempre meno.
Nel panorama del fumetto nazionalpopolare italiano, e, parliamoci chiaro, non solo, è infatti un animale raro.
Se da un lato la struttura narrativa è ancorata alla “rigidità” Bonelliana con una serie di numeri one shot, in pratica, dall’altro i soggetti e i personaggi sono qualcosa che molto difficilmente si vede in giro.

Bilotta non ha paura di osare. E lo dimostra a ogni albo, in cui caccia i poveri Mercurio e Ottone in situazioni via via più anomale e con risvolti sempre affascinanti che non mancheranno di spiazzare il lettore.
Per non parlare del comparto tecnico, che seppur con alti e bassi, ben si adatta alle atmosfere, ai luoghi ed agli “attori” coinvolti.
Lo stile dei disegnatori che di volta in volta vengono chiamati a interpretare la sceneggiatura di Bilotta è molto vario e potrebbe causare un certo “disturbo” a una prima occhiata. Passare dal tratto febbrile di Gerasi a uno molto più armonioso come quello di Casertano infatti potrebbe far storcere il naso. Questo possibile straniamento, di fatto però non fa che aumentare, se possibile, l’immedesimazione. Come essere uno dei conoscenti di Mercurio che fatica a stargli dietro.

Però, come avrete intuito, c’è un “ma”. La cadenza della serie è stata cambiata da mensile a bimestrale. Sul sito Bonelli leggiamo che è per lasciare tempo agli artisti di fare storie di qualità. Qualcuno, invece, lo imputa alle scarse vendite. Mettiamo sia la seconda ipotesi. Per puro gusto della speculazione dunque poniamoci una domanda: perché?
Perché una delle serie più innovative del panorama mainstream italiano (e a mio parere non solo) rischierebbe la chiusura?

Le cause a mio modo di vedere vanno ricercate nel tipo di intrattenimento che questa serie può o potrebbe offrire. È innanzitutto ambientata in Italia, seppure in una epoca “remota”. Per la generazione di Iliad, e della contaminazione attraverso internet da ogni sorta di cultura, questi personaggi potrebbero avere poco fascino. Lo stesso Mercurio Loi è un eroe anomalo, sostanzialmente un egoista che somiglia a una scimmia. Difficile essere empatici con lui, insomma.

I temi trattati sono un altro punto importante. Benché la serie sia di puro intrattenimento, a un primo sguardo dà l’idea di qualcosa di non fruibile in 30 minuti o come pura evasione. In due parole, quella che verrebbe definita una serie  “da vecchi”.
Il “confezionamento” del fumetto, benché più accattivante delle normali serie Bonelli non aiuta affatto e paga il confronto con ad esempio una rivista supereroistica (il cui target può essere simile a quello di Mercurio Loi), che si presenta in modo molto più appetibile dal mero punto di vista estetico.
La scelta della bimestralità, poi, è per me un altro punto dolente. Se una serie è a rischio chiusura, farla uscire più di rado non può contribuire a salvarla, anzi. Il nerd (o quello che una volta si definiva tale) è per sua natura un abitudinario. Togliere l’appuntamento mensile può portare a una ulteriore emorragia di lettori.

Il lavoro che Bilotta e i suoi collaboratori stanno facendo negli ultimi anni è qualcosa di prezioso per l’intera industria del fumetto italico. Non solo portando un prodotto di ottima qualità, ma anche e soprattutto perché come ripetuto più volte sopra, è un qualcosa di nuovo. E queste novità sono ossigeno puro per l’industria, che nonostante non sia in crisi nerissima come molti pensano (o si auspicano), vive sempre più spesso di glorie passate. Brand che mostrano la corda soprattutto con le nuove generazioni e che per un motivo o per un altro sono formate da figli del loro tempo.

Mercurio Loi (e altre serie di recente uscita) può essere un punto di partenza per un modo nuovo di pensare e fare il fumetto in Italia. Non banale, non retorico e che sa intrattenere. Dunque, cento di questi numeri, Mercurio. Anzi, anche molti di più.

Modigliani Principe bohémien

Modigliani.

La prima traduzione tra i Prodigi fra le nuvole mantiene comunque la promessa della collana, che si concentra sulle biografie di italiani famosi.

Ancora una volta si parla di un toscano, il primo livornese della serie. Ed è anche il personaggio della collana (almeno finora) più vicino ai nostri giorni.

La sceneggiatura è di Laurent Seksik, medico e romanziere francese, che si è saltuariamente dedicato ai fumetti raccontando la vita di due protagonisti della prima metà del ‘900. Stefan Zweig, scrittore austriaco, e Modigliani, appunto. E concentrandosi in entrambi i casi sulla parte finale.

I disegni invece sono ad opera di Fabrice Le Henanff.

L’opera racconta gli ultimi anni della vita del pittore e scultore, dal 1917, da poco prima della conclusione della Grande Guerra, fino alla sua morte nel 1920. Quando ormai la sua vita era minata dalla tubercolosi, ma aveva finalmente trovato il grande amore.

L’albo si concentra proprio sul rapporto con Jeanne Hebuterne, che diede al pittore l’unica progenie riconosciuta e che si suicidò il giorno dopo la morte del livornese.

La giovane (poco più che ventenne) visse con Modigliani a Parigi, nonostante l’opposizione della famiglia, instaurando un connubio sentimentale e artistico che li portò entrambi alla morte.

Infatti Modigliani, distrutto dalla tisi, preferì tornare nella fredda Parigi, abbandonando Nizza, dove il fisico migliorava, ma arte e animo no. E Jeanne non riuscì a vivere senza l’istrionico compagno, al punto che l’epitaffio sulla tomba comune a Père Lachaise cita (in italiano) compagna devota fino all’estremo sacrifizio.

Modigliani è in tutto e per tutto un artista, apparentemente menefreghista, critico nei confronti dell’arte passata, assolutamente autoreferenziale. Anche di fronte a Renoir, invecchiato e non del tutto lucido, non esitò a criticarne la pittura, in un episodio raccontato anche in questo libro. Senza tener conto neppure della devozione della sua donna, che appare completamente succube, al punto di non resistere neppure un giorno senza il suo Pigmalione.

E i suoi biografi a fumetti non gli risparmiano nulla. Nella lettura rimane una sorta di sottofondo di critica e impossibilità di condividere le scelte umane di Dedo. Nonostante l’utilizzo del nomignolo, infatti, Modigliani rimane spigoloso, spesso sgradevole. E la drammatica evoluzione dei fatti appare come la naturale conseguenza del suo comportamento.

Il centro dell’opera è certamente il carattere e la vita del pittore, ma anche il quartiere parigino di Montmartre, per la cui fama il maledetto italiano è stato peraltro fondamentale. Un richiamo ineluttabile per gli artisti, nonostante il clima, la guerra, le tentazioni verso l’autodistruzione.

In realtà la sceneggiatura di Seksik è tratta da una sua piece teatrale dal titolo Modì. E l’origine teatrale si nota: nei dialoghi, nel ritmo con i passaggi di scena, l’ingresso e l’uscita dei personaggi, che sono fortemente caratterizzati, anche quelli cosiddetti minori. La regina madre della giovane Jeanne, Zbo (Leonard Zborowski) promotore della personale di Dedo nella galleria di Madame Weill, che fece scandalo.

L’autore infatti, pur mantenendo moltissimi riferimenti storici, personali e collettivi, con pochi decisi tratti evidenzia le caratteristiche dei personaggi. Quelli famosi, ma anche dei comprimari.

Anche la parte grafica ripropone la teatralità dell’opera originale. Le pagine con gabbie estremamente differenti, quasi volatili fanno muovere rapidamente l’occhio del lettore, come spazia quello dello spettatore sul palco di un teatro. Dove l’attenzione viene richiamata dalle parole degli attori, dalle luci che si spostano, dai rumori, a volte anche da immagini ed eventi lontani dal centro dell’azione o dai personaggi.

Così a ogni tavola cambia la struttura: a tre o quattro righe, o uno sfondo unico con le altre vignette incastonate sopra, spesso anche senza bordo. Un modo certo anche per tenere viva l’attenzione. Ma la forma delle vignette rimane estremamente regolare, sempre rettangolare, senza alcuna concessione, se si eccettua qualche piccola sbordatura.

Le parole sono spesso voci fuori campo, proprio come nelle opere teatrali, in cui i dialoghi possono raccontare di fatti lontani nello spazio e nel tempo rispetto all’azione. O in cui gli attori si fanno portavoce di parole non loro: dell’autore o in un contesto più generale, spesso esplicitando i pensieri che solitamente restano nella testa. Consentono alla fantasia dello spettatore di spaziare proprio come delle didascalie.

Pur essendo parti parlate, perfettamente comprensibile dal contesto, spesso manca la parte della nuvoletta che la collega alla bocca che parla. Pertanto, grazie anche alla forma rettangolare, a rafforzare il senso di regolarità dato dalle vignette, le voci danno l’impressione di essere impostate, ovattate, come quelle di attori ascoltati dal loggione.

Le tavole di Le Henanff sono personali, costruite con uno stile proprio. Pur raccontando la storia di un pittore, e di uno dei più famosi, in nessun modo ne ricalcano lo stile.

Solo nella riproduzione delle opere, ovviamente, usa lo stile pittorico di Modigliani. Peraltro solo 4, delle oltre 500 conosciute, ma significative. Il ritratto frontale di Jeanne Hebuterne, di cui si vede anche il lavoro preparatorio, a percorrere la loro storia. Il grande nudo disteso, che esposto nella galleria Weill fece grande scandalo. Albero e case, che nel racconto testimoniano la mancanza di ispirazione lontano da Parigi. E l’ultimo autoritratto, in cui l’autore si raffigura emaciato, al di là della deformazione che usualmente dà ai suoi volti, proprio perché vicino alla morte.

Per il resto lo stile è realistico, acquerellato. Coerente con le altre opere di Le Henanff, che si è cimentato in lavori a sfondo storico (Ostfront e Westfront) o biografie (Elvis).

La tecnica si sposa benissimo con i cambi di registro cromatico che sottolineano i passaggi della storia e gli stati d’animo dei personaggi.

Così i riferimenti alla guerra sono sempre virati tra il grigio del fango e dell’inverno e il blu-nero del ferro dei cannoni e dei fucili.

I colori caldi sono destinati principalmente al periodo trascorso in Costa Azzurra, con l’apoteosi di tricolori (italiani!) per la vittoria della Grande Guerra. E concludono l’opera, in Italia, dove la piccola Jeanne Modigliani viene portata da Zbo per essere cresciuta dalla zia Margherita.

Cromaticamente il fil rouge (è proprio il caso di dirlo) è il rosso, che per tutta l’opera ha un’unica tonalità. Quella della sciarpa di Modigliani, che indossa dalla quinta tavola in poi. Del vino, del sangue dovuto alla tisi, della tenda de La Rotonde, fino alle foglie che accompagnano l’incontro della regina madre con Zbo sulla tomba ormai congiunta di Amedeo e Jeanne.

Una lettura impegnativa, come impegnativo è il protagonista. A cavallo tra i prodigi fra le nuvole e il teatro fra le nuvole dell’editore fiorentino.Un’opera che prova a umanizzare un artista poco conosciuto in Italia e spesso mitizzato, bohemien, violento, alcolizzato, difficile da inquadrare anche nel complesso mondo dei movimenti artistici del primo Novecento.

Forse troppo solo e debole, che ha consumato in soli 36 anni tutta la sua grandezza.

Modigliani, principe bohemien
Laurent Seksik, Fabrice Le Henanff
Kleiner Flug, 2018
72 pagine, brossurato, colori – 16,00 €

LibrArte: la partecipazione di Dimensione Fumetto

Si è conclusa domenica 3 giugno l’evoluzione della storica Fiera del Libro di Folignano, che quest’anno, arrivata alla ventiquattresima edizione, ha cambiato passo e nome.

Ed è diventata LibrArte, con tante attività per le scuole, ma cercando di portare arte e cultura anche al resto della cittadinanza, in modo più convinto e convincente.

Così, nonostante molti degli spazi usati in passato siano indisponibili per i recenti fatti (terremoto e crollo della struttura integrata), grazie alla collaborazione di tante forze, è venuta fuori una bellissima manifestazione, con laboratori, musica, Street Art (Andrea Tarli e Urca), e Street food.

Dimensione Fumetto ha già partecipato in passato, e anche quest’anno, nonostante la concomitanza con un evento importante come San Beach Comix, dove pure ha contribuito in modo importante, è stata presente.

Tra musicisti di livello nazionale (sabato sera abbiamo apprezzato Lorenzo Baglioni, che ha portato a Sanremo Giovani una canzone sul congiuntivo, e ha pubblicato un album dal titolo Bella prof!) e non solo (domenica splendida performance dei Distretto13), tra presentazioni di libri di tutti i generi, aperitivi teatrali, e lo spettacolo di Pindarico, anche DF ha voluto dire la sua.

Abbiamo presentato la mostra POW! su fumetto e pop art, che ha fatto da sfondo ai laboratori di fumetto dei nostri amici Claudia e Leonardo di Robocake e che è rimasta istallata per tutto il weekend.

Poi il sottoscritto, nella canicola del primo pomeriggio di domenica 3 giugno ha presentato un percorso dal titolo Comics&Science: fare cultura scientifica con i fumetti, facendo il punto su un percorso che in Italia in modo particolare sta avendo interessanti sviluppi. Concentrando l’intervento sul tentativo di diffondere la cultura della scienza usando un medium che arriva facilmente a tutti.

La storia (da Tintin a Watterson alla Disney) e la geografia del rapporto tra scienza e fumetto (Italia, Europa, USA e Giappone), chiudendo con i più recenti studi anche con articoli internazionali sulla comunicazione scientifica attraverso il fumetto (qui un esempio).

Il fumetto sta infatti diventando, grazie all’allargamento del mercato, un medium non più solo di intrattenimento, ma a tutto tondo. E mentre i francesi stanno dando fondo a moltissime produzioni a sfondo storico, che anche in Italia stiamo importando, in tutto il mondo ormai, il linguaggio dei comics è utilizzato per storie con gli sfondi più diversi.

Anche su questo sito abbiamo parlato di fumetti a sfondo sociale, politico, storico, sportivo.

E, dopo i libretti illustrativi e divulgativi (uno per tutti che fece scalpore, Come ti frego il virus, con Lupo Alberto del 1991; con il suo creatore, Silver, abbiamo parlato di Comics&Science in una recentissima intervista) la scienza sta trovando una collocazione ben precisa nel mondo dei fumetti:

  • racconta le storie degli scienziati o delle scoperte scientifiche;
  • diventa sfondo per storie di intrattenimento o fiction;
  • spiega teorie, anche complesse, in modo divulgativo o tecnico (su phdcomics.com ad esempio, trovate un fumetto sulle onde gravitazionali);
  • è diventato uno dei linguaggi e dei mezzi usati dalle istituzioni scientifiche per divulgare i loro risultati, alcuni esempi: ASI, ESA, INAF, NASA…

Abbiamo anche fatto vedere degli esempi di opere: da Comics&Science, alle storie su Topolino, ai libri della Raffaello Cortina; dalle raccolte de I Manga delle Scienze, alla collana I grandi della scienza a fumetti.

Insomma, c’è tanto da imparare…

Bè, se ve la siete persa (la manifestazione, intendo), nella pagina Facebook di Librarte trovate tutte le foto, il programma completo e le iniziative, così l’anno prossimo non avrete scuse, e magari ci ritrovate lì.

Heavy Bone – L’ammazza rockstar!

Abbiamo conosciuto e apprezzato già da tempo le capacità di Enzo Rizzi grazie alle sue pubblicazioni per la Nicola Pesce Editore. La musica rock è il fulcro su cui ruota il lavoro dell’autore tarantino e anche in questa sua produzione non poteva di certo essere da meno.

Chi è Heavy Bone?

È l’antieroe per eccellenza esageratamente egocentrico e privo di freni, dedito all’alcool, droghe e sesso esplicito. Uno zombie in via di decomposizione nato dalle viscere dell’Hellsound: imprecisata dimensione parallela, moderna rappresentazione dell’Inferno dantesco, al cui comando si erge Sua Maestà Satanica, “divinità cornuta” dalle fattezze di un caprone antropomorfo.

Heavy Bone verrà di volta in volta chiamato a commettere i più efferati omicidi con l’obiettivo di eliminare tutti quegli esseri umani che deliberatamente hanno dato vita sul mondo terreno alla musica rock, che invece sarebbe dovuta essere esclusivo appannaggio dell’Hellsound.

Per decenni quindi Heavy Bone è stato il carnefice delle rockstar, colui il quale si cela dietro i casi costituenti il Club 27: espressione giornalistica attraverso cui vengono riuniti tutti quei cantati rock deceduti all’età di 27 anni.

Tuttavia, dopo tanti anni di “morti ammazzati”, anche un tipo come Heavy Bone ne ha abbastanza: si ribella ai comandi ricevuti e ingaggia una vera e proprio guerra contro tutto l’Hellsound mostrando la sua vera natura di (ex) essere umano…

La musica in grafica e narrazione

Saper ben comunicare il proprio “spirito metallaro” attraverso un media basato sulla rappresentazione visiva invece che sul suono non è sicuramente facile. Molti autori, nei propri fumetti, hanno dato sfogo alla loro passione musicale. Ad esempio Bastard!! di Kazushi Hagiwara oppure Le Bizzarre avventure di Jojo di Hirohiko Araki  sono infarciti di citazioni e rimandi al mondo del rock e metal attraverso i nomi dei personaggi che ne compongono le storie. Ancora, nel manga Detroit Metal City di Kiminori Wakasugi, il protagonista è proprio il frontman di un gruppo death metal.

Rizzi è riuscito a creare con la storia di Heavy Bone il giusto intreccio narrativo capace di incuriosire il lettore mantenendone sempre viva l’attenzione mediante il continuo gioco citazionistico, misto al grottesco e il fantastico. Ad arricchire le atmosfere così delineate, si sono interscambiati nel disegno gli artisti Gero Grassi e Nathan Ramirez: due autori dal tratto marcatamente realistico nella rappresentazione delle scene e delle fisionomie tanto da farmi tornare alla mente lo stile del noto autore giapponese Tetsuo Hara già autore di Ken il Guerriero, che molto spesso “prendeva in prestito” i tratti somatici di attori o cantanti famosi per delineare graficamente i propri personaggi.

Sebbene in soli cinque volumi non credo si sia scritto tutto quello che l’autore abbia ancora in mente, l’universo di Heavy Bone mi ha convinto e magari, considerando il finale aperto, credo non sia improbabile che il nostro zombie metallaro non torni a farci visita prima o poi!

 

 

 

 

Silver a SanBeach Comix: l’intervista

Copertina di "Comics&Science: The Women in Math" dedicato al rapporto fra le donne e la matematica.A due anni dalla sua collaborazione con Comics&Science, che ora è diventata una testata a tutti gli effetti, intervistiamo, in occasione di SanBeach Comics, il maestro Silver.

Nel numero del maggio 2016 di Comics&Science affrontò un tema che è ancora oggi di attualità, al punto di essere diventato argomento di leggi: le bufale e la pseudoscienza. Anche noi, nel nostro territorio ci abbiamo avuto a che fare in maniera piuttosto evidente: negli ultimi due anni i “previsori di terremoti” hanno spopolato. L’incontro, a latere della conferenza tenuta presso la Mondadori di San Benedetto del Tronto il 2 giugno 2018, è stato a tutto tondo su fumetti, insegnamento, scienza e non solo.

Lupo Alberto tornerà a essere protagonista sulle pagine di Comics&Science?

Questo non lo so, dipenderà dalla redazione e dai responsabili di Comics&Science, ma se mi chiedessero altre cose le farei molto volentieri. Tra l’altro, quella sulle bufale è stato un argomento un po’ eccentrico rispetto a quelli trattati fino a quel momento e anche dopo, più tecnici. Però mi sono divertito a farlo e soprattutto ho trovato conferma al fatto che il fumetto deve essere divulgazione. E l’evoluzione editoriale di Comics&Science lo ha dimostrato in modo eccellente.

Non che il fumetto debba essere solo quello. Si parla spesso di questo aspetto, ci sono altre collane che affrontano temi scientifici; ci sono istituti, enti di ricerca che cominciano a esplorare questo mondo. E si accorgono che attraverso questo mondo è più facile divulgare, avvicinare i giovani, spiegare le cose con un approccio più semplice, in modo da agganciare l’interesse di tutti. Oggi c’è una carenza culturale, che non solo non viene combattuta, ma in certo qual modo incoraggiata, a volte anche dall’establishment. Perché un livello culturale basso rende il popolo più facile da guidare.

Quindi, per facilitare l’approccio con la scienza, molti enti si stanno muovendo in questa direzione.

Non vorrei però che diventasse solo una moda.

Comics&Science di sicuro non è nato per moda e non prosegue per questo motivo. È fatto da persone che conoscono bene entrambi i settori, sia quello scientifico, sia quello del fumetto. Dietro c’è una vera squadra.

Se altre istituzioni riescono a fare la stessa cosa, benissimo, ma il timore che diventi una moda c’è.

Per la sensazione che ho io, questi fumetti non sempre arrivano ai ragazzi. Sembrano a volte più destinati a quelli della mia generazione (quella dei 30-40enni). I ragazzi spesso fanno fatica a leggere qualsiasi cosa, compresi i fumetti. Meno che mai se hanno il sentore che serva a imparare qualcosa. Pur essendo un linguaggio più immediato della lettura, quello del fumetto sembra ancora troppo poco diretto per i ritmi a cui loro sono abituati, vista l’enorme velocità con cui consumano tutto. Bisognerebbe trovare un linguaggio a fumetti che riesca a tenere questo ritmo?

Credo che in questo momento, per affrontare un tema delicato come quello della passione per il sapere e della formazione delle giovani generazioni sia importante formare bravi insegnanti. Forse è quello che manca. Se non ci sono insegnanti formati…

Io non sono un intellettuale, ma ho capito alcune cose della fisica attraverso alcuni libri che la spiegavano in termini accessibili anche ai non specialisti.

Ci sono insegnanti che insegnano materie che non hanno capito fino in fondo, di cui non sono padroni. Per cui se gli insegnanti acquisiscono una modalità che consente loro di spiegare in termini semplici la materia, è un passo avanti. E i fumetti possono aiutare sicuramente in questo lavoro di semplificazione.

Il lavoro di Comics&Science nel 2016 fu fatto a quattro mani con Francesco Artibani. Artibani è stato un suo importante collaboratore per le storie di Lupo Alberto, ma diversi anni fa. Come è stato lavorarci di nuovo insieme dopo tanto tempo?

Con Francesco, anche se non ci vediamo per lunghi periodi, ci sentiamo continuamente via email e con altri strumenti. Continuiamo a scambiarci pareri e riflessioni, per cui siamo sempre molto in sintonia.

Era in qualche modo previsto che quel numero di Comics&Science sulle bufale fosse affidato a Lupo Alberto, Artibani, avendolo saputo, si è un po’ “messo in mezzo”, simpaticamente.

Mi ha detto «mi piacerebbe farlo io», e io sono stato ben contento.

È un grande professionista, una persona di grande intelligenza, che sa fare bene il suo mestiere, oltre che un amico.

Nell’intervista sempre su quel numero, lei disse proprio che la scienza fa fatica a comunicarsi. Oggi stanno nascendo una serie di strumenti, ad esempio i webcomics, più immediati. Mi viene in mente phdcomics.com, con i suoi fumetti divulgativi. Uno molto famoso lo scorso anno è stato quello sulle onde gravitazionali. Il fumettista che deve proporre un argomento del genere, si può limitare a pensare solo al fumetto, o deve avere un buon background anche scientifico?

Nel fumetto c’è un aspetto di storia e di scrittura. Quindi il fumettista, in quanto scrittore, è anche nel suo piccolo un esperto di quanto scrive.

Se lei parla con il mio amico Giancarlo Manfredi, che ha fatto Magico Vento, è in grado di parlare per ore (è anche un po’ mortale, lo dice sottovoce, ndr) degli Indiani d’America. Li conosce tutti, per nome e per cognome. È diventato davvero uno studioso in questo campo. Ci ha perso del tempo, lo ha studiato. Anche quando si affronta una storia o un tema in modo leggero, è indispensabile che alcuni dati siano esatti.

Alfredo Castelli, papà di Martin Mystère, anche lui mio grande amico, costruisce delle storie immaginarie, ovviamente, però la premessa è autentica. C’è uno studio delle fonti: i disegni di Nazca esistono veramente. Gli UFO forse no, ma si può parlare del legame che c’è, usando precisione sui dati scientifici noti finora.

Margherita Hack (con Viviano Domenici, giornalista, a lungo caporedattore delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, ndr) ha sfatato un sacco dei miti sugli UFO. Si sono costruiti miti sulla presenza degli alieni su Marte per la scoperta dei canali da parte di Schiaparelli, che poi si dimostrarono una illusione ottica (al di là dell’errore di traduzione). C’è gente che ancora parla di queste cose come se fossero reali. Il senso di questo libro è questo.

Per tornare alla domanda, è importante che chi scrive, ovviamente, conosca quello che scrive. E questo a volte diventa così coinvolgente da fare dello scrittore un esperto in materia.

Quindi, per concludere, rivedremo Bovinda, visto che lei ha detto anche che questo personaggio le è costato un po’ di fatica?

Io spero proprio di sì.

Le bufale sono un aspetto della modernità che fa veramente paura. Sembrano inarrestabili. Più se ne dimostra la falsità, più sembra che prendano piede. Vengono usate fuori contesto, addirittura come argomento di campagna elettorale…

I bacini di persone non in grado di controllarle sembrano crescere rapidamente. È inoltre pericolosissima la velocità con cui queste notizie si diffondono, grazie ai canali comunicativi del web. Le baggianate sono sempre state raccontate, probabilmente né più né meno di oggi; alcune assurdità sono sempre state elevate a verità. Il problema è proprio la rapidità, per cui sul web una notizia falsa sembra inarrestabile già pochissimo tempo dopo essere stata “prodotta”.

Grazie mille maestro!

Grazie, anche se la qualifica di maestro, che fa sempre piacere, la userei con parsimonia. Perché a volte ho visto che subito dopo la qualifica di maestro scatta quella di compianto maestro.

Uno due tre – Stelle o sparo!

nova stelle o sparo

Quando ho preso in mano Stelle o sparo di Nova per la prima volta mi sono tornate in mente le fanzine punk anni ’90.  Quelle che si trovano in giro ai festival scalcinati e che erano stampate in genere con la fotocopiatrice dello spazio studenti, dove andavi due ore, fotocopiavi gratis, pinzavi e uscivi facendo finta di aver usato i potenti mezzi dell’Ateneo per importantissime dispense. Quelle fanzine zeppe di disegni strapazzati, storti, sghembi, dove spesso gli articoli erano scritti a mano, con calligrafie di solito incomprensibili e non al computer, dove gli Skiantos erano troppo mainstrem e i gruppi di tiro erano quattro sfatti che se riuscivano a mettere tre accordi di fila era già tanto.

Ecco se siete abbastanza âgée da ricordare queste fanzine e le avete lette, già alla prima pagina di Stelle o sparo, edito da BAO Publishing, vi sentirete trascinati indietro nel tempo, tirati per i capelli (chi li ha ancora) in quegli anni.

Stelle o sparo di Nova è, graficamente, un inno a quegli anni, punk grunge e garage, scegliete il vostro genere preferito, ed è la scommessa del 2018 di Bao Publishing, che nell’ultimo periodo pare avere tra le sue mission quella di raccontare e dare voce ai figli dimenticati degli anni Ottanta. Esce con due cover differenti: una disegnata da Nova e la variant di Zerocalcare colorata da Madrigal.

copertina stelle o sparo zerocalcare

L’opera di Nova attinge dunque a piene mani nell’immaginario anni  ’80/’90: già alle prima pagine, una tavola ricorda la morte di Kurt Cobain, morte che è  il trauma di una intera generazione, e sono presenti tanti riferimenti ai cult anni ’80 come Gremlins e Super Mario. I riferimenti non sono buttati a caso, ma si innestano in una caratterizzazione del personaggio e della fascia di persone che Stella, la protagonista, vuole rappresentare.

Stella è una ragazza che potrebbe avere trent’anni, la sua vita è confusione; vive in un ambiente disordinato, passa le sue giornate inerte aspettando un segnale, che qualcosa cambi. Come tutti i figli dei baby boomers ha sempre pensato che, passata l’adolescenza e le sue difficoltà, la vita da adulta avrebbe sistemato le cose, sarebbe arrivato un buon lavoro e una vita tranquilla.

La vita tranquilla per Stella non è mai arrivata,  la sua esistenza è cristallizzata in un infinito presente che si ripete uguale ogni giorno in cui “il momento della svolta” non arriva mai e ogni attimo è uguale a se stesso. Si invecchia, ma si rimane giovani, l’evoluzione personale rimane bloccata in un refrain di stesse frasi e stessi gesti come le televendite alla tv. In questa situazione di stallo, “un cambiamento è l’unica speranza”e viene da lontano, da Ed, una amica del liceo, l’unica con cui non ha perso i contatti, la sola a dimostrare empatia verso Stella da quando erano in classe insieme.

stelle o sparo cereali pistola

Ed vive all’estero, ha una sua vita, forse uguale a tanti altri ragazzi che sono rimasti in Italia, ma chissà perché chi vive fuori dal patrio confine sembra sempre avere una vita migliore. Ed convince Stella a partire per un viaggio, una settimana su un’isola greca; se per qualcuno potrebbe sembrare una avventura esaltante, per chi vive barricato in casa immersa nelle sue delusioni è anche troppo.

Stella accetta l’invito e parte con l’amica. L’isola non è il posto fashion che due ragazze giovani scelgono in genere come meta, è brulla, scabra, con abitanti vecchi e malandati. Tra queste identità fuori dal tempo una in particolare cattura l’attenzione di Stella: Cosmo.

Cosmo è un bambino, strano, folle, che vive ai margini del paese e come un randagio morde chiunque gli si avvicini: se dovessimo paragonare Cosmo a un personaggio della letteratura, sarebbe Arturo Gerace de L’isola di Arturo (Elsa Morante). Arturo Gerace vagava sull’isola sempre accompagnato dal cane Immacolatella, Cosmo invece vaga per l’isola con i suoi mostri, giocattoli assemblati con qualsiasi immondizia trovata sulla spiaggia.

stelle o sparo nova detersivo

Quando Stella e Cosmo si incontrano, due solitudini entrano in contatto, due orizzonti diversi convergono in un unico punto, la paura: del buio, del fallimento, di non farcela.

Ma se Stella non sa affrontare le sue di paure può aiutare Cosmo a sconfiggere le sue. Prova empatia per il bambino, vi rivede se stessa. Stella non può salvarsi dal suo male interiore e dall’immobilismo che la affligge, ma una cosa può fare: aiutare un altro a sconfiggere il buio.

Oltre alle tavole a fumetti, Nova inserisce delle pagine di solo testo, il flusso di coscienza della protagonista in cui si dà libero sfogo ai sentimenti più profondi e ai timori radicati dentro il suo animo.

Nova non cerca di rassicurare, non dice che andrà tutto bene, espone semplicemente un fatto: ci sono dei momenti in cui la vita ci blocca, in cui si rimane in stallo, senza che davanti ci sia una via d’uscita. Più che un “viaggio di formazione” è un viaggio di trasformazione, che porterà Stella a un nuovo livello di autocoscienza.

nova autoritrattp

Ognuno nel suo percorso arriva a determinate le proproe mete attraverso percorsi differenti: il percorso  che Stella ha trovato è in fondo a questa storia che vi consigliamo di leggere.


Nova
Stelle o sparo
BAO Publishing
cm 16×24, b/n, brossura, 144 pagg., 17 €
ISBN 9788832730715

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