Monthly Archives: maggio 2018

ARF! 2018 e l’elogio del lettore non-consumatore

Attenzione: questo editoriale sull’ARF! Festival del Fumetto di Roma 2018 conterrà un alto tasso di aneddotica in stile Abraham Simpson. Giovinastri, siete avvisati.

Dei consumatori

Qualche tempo fa giravo tra gli scaffali della fumetteria Matrix di Ascoli Piceno quando un ragazzino, avrà avuto sì e no 16 anni, si avvicina a Peppe (il gestore) dicendogli: «Ho venti euro, che ci posso comprare?»
Molto gentilmente, e con un tono tra lo scherzoso e il paterno Peppe rispose «Niente. Noi qui vendiamo solo ai clienti, non ai consumatori».

Ecco, Peppe non sarà mai un uomo ricco, ma ha capito una cosa: che il mercato del fumetto non si può reggere sulle tendenze, ma deve avere dietro di sé una cultura che gli permetta di sostenersi anche al mutamento delle mode.

(Per la cronaca: il ragazzino ha poi chiesto consigli specificando quali altri fumetti già leggeva. Gli abbiamo appioppato Berserk perché essere lettori di fumetti vuol dire anche soffrire).

Del confronto

Nel 1990 leggevo fumetti già da un po’ e avevo un vicino di casa, Francesco, col quale ci scambiavamo gli albi dei supereroi Star Comics e Play Press, ma aldilà di questo le occasioni di confronto erano davvero poche: si scriveva alla pagina della posta e se andava bene Marco M. Lupoi ti rispondeva, altrimenti leggevi le risposte che si davano ad altri. Con l’inizio dell’università però cambiò tutto: conobbi altri ragazzi appassionati di fumetti, si parlava di autori, scrittori, disegnatori, pubblicazioni e quant’altro e, per la prima volta nella mia vita, riuscii ad andare a Lucca Comics.
Una svolta epocale nella mia vita: nel palazzetto, spalla a spalla con altri appassionati si conoscevano gli autori e gli editori dei fumetti che leggevi avidamente, chiedevi loro novità, suggerimenti, informazioni; si davano giudizi e si parlava con gli altri lettori e si scoprivano cose nuove.

Ritorno al futuro

Arriviamo ai giorni nostri: Lucca Comics & Games è una fiera gigantesca e bellissima, un coacervo di esperienze e linguaggi diversi che si parlano, si scontrano si confrontano. Centinaia di migliaia di persone che si stipano dentro le mura della città toscana a caccia delle proprie passioni. Il confronto si è allargato sul web dalle prime mailing-list fino ai social. La comunità dell’intrattenimento, che parte dal fumetto, passa per i giochi e arriva al cinema, TV e cosplay è vasta e attiva come non mai. Abbiamo una mezza dozzina di fiere “generaliste” di grosso spessore (tipo il Comicon, Cartoomics o Etna Comics) centinaia di manifestazioni medio-piccole e una manciata di fiere specializzate come il Ratatà, il TCBF, il Crack e così via.
Tra queste ultime c’è, appunto l’ARF! (gioite, Nonno Simpson è finalmente arrivato al dunque).

Obiettivi e risultati

L’ARF!, a quanto mi è sembrato di capire, nasce dall’esigenza di alcuni autori romani (Mauro Uzzeo,  Stefano Piccoli, Fabrizio Verrocchi, Daniele Bonomo e Paolo Campana) di rimettere al centro di una manifestazione sui fumetti chi i fumetti li fa: ovvero gli autori.
Ce l’ha fatta? Se volessimo farla breve diremmo di sì, ma, in realtà, giunto alla sua quarta edizione, l‘ARFestival ha ottenuto un risultato ben diverso e forse molto più importante di quello prefisso.

L’ARF! rimette al centro il Fumetto.

E con esso rimette al centro tutti gli “attori” di questo fenomeno, non solo gli autori, ma anche chi vuole diventarlo: ho visto amici uscire commossi ed entusiasti dalle sessioni del JobARF! e davvero una grandissima soddisfazione da parte di tutti i partecipanti alla Self Area. Cito un mio amico: «Abbiamo venduto più qui nel primo giorno e mezzo di quanto abbiamo fatto durante tutto [nome di grossa fiera generalista che stacca centinaia di migliaia di biglietti]».
Ma non solo loro: mette al centro anche noi lettori. E uso questa parola pesandola attentamente: non si parla di mercato, di pubblico, di consumatori o quello che volete, ma proprio di chi effettivamente legge il fumetto e ha voglia e bisogno di confrontarsi. E, guarda un po’ tu la sorpresa, anche gli autori sono felici (stanchi, ma felici) di parlare con chi apprezza e stima il loro lavoro.
Durante i due giorni mi sono trovato a fare lunghe, spero non vessatorie, chiacchierate con Mauro Uzzeo, Giovanni Masi, Giorgio Salati, Antonio Silvestri e tanti altri. Per tacere delle conferenze, o Lectio Magistralis se preferite, di Jordi Bernet, Enrique Breccia, Altan e via dicendo.

“Non consumatori, ma clienti” diventa “non consumatori, ma lettori”.

Ci si confronta su tematiche, disegni, progetti, possibilità in una maniera che è diventata impossibile alla Lucca C&G odierna, troppo vasta per dimensioni e contenuti per potersi permettere venti minuti di chiacchiere su fumetti e trapizzini con un lettore.

Serve ai lettori? Per esperienza personale dico assolutamente di sì.
Serve agli autori e agli editori? Non ne ho un riscontro diretto, ma da quel che vedo mi sembra che il confronto arricchisca loro tanto quanto i lettori.

Cosimo de’ Medici: come tutto è cominciato

Un nemico che precipita da una torre non giova a nessuno, ma neanche può recar di danno!

Il vecchio o Pater patriae, questo è il soprannome con cui Cosimo de’ Medici è storicamente noto.

Nonno del forse più famoso Lorenzo il Magnifico, ma tra i più intelligenti e brillanti politici del tempo e protagonista assoluto dell’ascesa di Firenze e, con essa, della sua famiglia.

Pur non essendo il capostipite, infatti, fu colui che trasformò la famiglia di banchieri nella casata egemone sulla città toscana.

La casa editrice fiorentina Kleiner Flug arriva al diciassettesimo volume dei suoi Prodigi fra le nuvole. E lo fa continuando a esplorare i personaggi fiorentini.

Così dopo gli artisti (Cellini, Giotto), i letterati (Dante, Petrarca), questo numero si innesta nel filone delle figure storiche di Firenze. Insieme a Farinata, Pier Capponi, Savonarola.

E il suo discendente Giovanni, già protagonista su queste pagine.

Alex Lucchesi, sceneggiatore, regista, attore, si cimenta nella sceneggiatura di una storia a fumetti tra politica e storia, tra omicidi e trame di potere.

Affidando le matite e i colori a Davide Susini.

I due ripercorrono la storia dell’ascesa della famiglia più potente di Firenze con dovizia di particolari. Certo non con pretese filologiche, ma raccontando le relazioni, gli intrecci, i giochi di potere fra le famiglie, come negli scacchi.

E i giocatori sono i Medici e gli Albizzi, che muovono, e più frequentemente eliminano fisicamente, i pezzi sullo scacchiere fiorentino, che in realtà si espande fino a Padova. Così partendo da Niccolò da Uzzano, il primo degli alfieri abbattuti, incontriamo Bernardo Guadagni, gonfaloniere legato agli Albizzi che deciderà l’esilio di Cosimo, provando a dare scacco al re.

Poi il carceriere Malavolti, il Capitano Giuliani, i De Luca, il noto architetto Michelozzo e lo stesso Luca degli Albizzi tra i bianchi medicei; Palla Strozzi, il mercenario Baldiaccio d’Anghiari e il già citato Guadagni tra gli antimedicei.

Tutti personaggi storici, che si muovono su uno scacchiere che va da Firenze a Padova. E i pezzi bianchi e neri ricordano i guelfi bianchi e neri, già protagonisti di una lotta intestina a Firenze alla fine del 1200.

D’altra parte l’epopea dei Medici non ha tanti segreti. Quella dei libri di storia, ma anche quella della serie TV prodotta dalla RAI (dove peraltro Cosimo aveva le stesse fattezze di Robb Stark).

Quindi Alex Lucchesi si muove sui binari di un soggetto già definito, volendo rimanere nell’ambito della realtà storica.

Ma riempie di dettagli la sua sceneggiatura, arricchendo di particolari la cornice storica. La storia avanza con numerosi variazioni di ritmo, qualche volta rischiando di addentrarsi in dettagli troppo particolari, portando il lettore al punto di perdere il filo, ma dando in conclusione una dinamicità sostanzialmente piacevole.

Riesce a delineare i caratteri dei personaggi con poche pennellate, nascondendo efficacemente trame e doppiogiochismi.
Con altrettanta efficacia in poco tempo riesce a modificare non solo il quadro sociale e politico, ma anche quello dei sentimenti personali, all’interno della storia.

Proprio come può succedere nelle partite a scacchi, in cui una sola mossa può far cambiare l’esito, anche quando la fine sembra scontata. Così l’esilio padovano di Cosimo, che doveva essere l’inizio della sua fine, in realtà non è mai cominciato, e in qualche modo tutta la partita risulta truccata.

E come nelle partite a scacchi i giocatori stessi possono tenere in serbo delle mosse a sorpresa, dissimulando la loro tattica, nascondendo dei pezzi rispetto al centro del proscenio. E per questo sono decisive le figure incappucciate. Che rovesciano la situazione proprio quando gli Albizzi e i loro mercenari sembravano sul punto di scoprire il gioco dei Medici.

Così l’intera partita dell’egemonia a Firenze si rovescia con poche, semplici mosse. Che hanno alcune conseguenze immediate ma anche, come sulle scacchiere più interessanti, effetti a lungo termine, nascondendo sorprese fino all’ultimo.

Lucchesi infatti ci fa credere che la longa manus dello scacchista Cosimo colpisca i pezzi avversari ben oltre la fine della partita per l’egemonia fiorentina, ricordandoci che la storia dell’uomo è fatta più di vendette che di gioie, anche nella vittoria.

Se la storia ha dei confini ben precisi, all’interno dei quali ci si può muovere quasi esclusivamente con dettagli ed episodi, anche la parte grafica è in qualche modo definita.

I pittori dell’epoca hanno ritratto molti dei personaggi della storia, e anche i paesaggi, per lo meno gli scorci fiorentini.

Susini ha un bell’approccio: il ritratto estremamente espressivo di Cosimo in copertina, l’approccio alla città con lo scontro anche sportivo tra due fazioni di colore diverso, i dettagli sui vestiti e sulle vie cittadine.

Il tratto è descrittivo al punto giusto, e fa gustare anche i suoni caratteristici di chi Firenze l’ha visitata. Rende quasi tangibile l’accento della parlata toscana.

Ma dopo un avvio più che promettente, quella sensazione un po’ si perde. Ci sono alcuni passaggi a vuoto, il più evidente nell’unica splash page di tutto il volume, peraltro ben posizionata. Infatti riguarda una scena collettiva: l’assedio di Lucca da parte dei fiorentini.

Ma, invece di essere l’apice, anche grafico, della storia, concretizza una sensazione che cresce da qualche pagina addietro: il tratto e la definizione dei particolari si fanno meno attenti. E la scena, che poteva essere ben più epica, viene appena tratteggiata. Anche i lineamenti di Rinaldo nel riquadro sono grezzi, quasi sfocati.

Forse serve anche graficamente a sfocare la figura di Albizzi, ma il cambio di registro, se di questo si tratta, appare eccessivo. Nelle pagine centrali, forse a sottolineare da una parte il momento di difficoltà di Cosimo in fuga verso Venezia, e dall’altra la confusione in cui si trova Firenze, si nota una diminuzione del dettaglio e una minore efficacia nella resa. Che nella pagina a cui si faceva riferimento sopra è però eccessivamente grezza. Parallelamente la storia non è più centrata su Cosimo: per diverse pagine, dopo il suo approdo a Venezia, la storia si concentra su cosa accade in Toscana e a Firenze in sua assenza. Queste pagine sembrano meno curate graficamente, anche se la storia mantiene un registro di tensione elevata.

È vero che poi la grafica in qualche modo recupera, anche se sembra tornare pienamente efficace solo nell’ultima parte con la sconfitta di Rinaldo e il ritorno di Cosimo a Firenze da trionfatore.

Questa disomogeneità non trova riscontro peraltro né nei colori, né nella struttura delle tavole. Le pagine iniziali sono certamente anche più vivide di colori, luminose. Progressivamente anche i colori, con l’inizio della prigionia e dell’esilio di Cosimo si ingrigiscono, le scene si svolgono sempre più frequentemente di notte o all’interno. E anche quelle all’esterno non hanno più l’ariosità e la freschezza di quelle iniziali.

La struttura delle pagine è abbastanza regolare. Le vignette, disposte per lo più su 4 righe, hanno tutte una forma rettangolare, anche quando si sovrappongono.

Anche questo aspetto nella parte centrale diventa meno regolare. La notte del trasferimento a Padova di Cosimo è una notte concitata, con avvenimenti inattesi, e anche la gabbia lo evidenzia. In queste pagine si trovano le gabbie meno regolari, con degli inserti che non si trovano in nessun’altra parte.

Perché le scacchiere sono squadrate, e solo su questo campo si può giocare, fino alla fine, fino alla cattura di tutti i pezzi dell’avversario. E chi vince prende tutto.

Come negli scacchi.

Cosimo de’ Medici
Alex Lucchesi, Davide Susini
Collana Prodigi tra le nuvole n. 17
Kleiner Flug 2018
€ 16

Comprendere il fumetto: “A tu per tu” con Max Brighel

La Marvel ha entusiasmato i lettori per anni e, sorprendentemente, dopo decenni di esistenza riesce ancora a farlo reinventandosi e proponendo soluzioni diverse e sempre più interessanti. I personaggi della Casa delle Meraviglie riescono sempre a convincere il pubblico, talvolta sollevando anche qualche critica per determinate scelte narrative, ma i fedelissimi sono ancora in barca e non intendono lasciare la propria postazione. Tra i personaggi più amati come non menzionare l’amichevole Uomo Ragno di quartiere? Scommetto che, solo leggendo quest’espressione, molti di voi abbiano immaginato Spidey volteggiare tra i grattacieli, alternando sempreverdi sfide con i classi villains (Goblin, Rinoceronte, Lizard ecc.) agli immancabili tentativi di accontentare un po’ tutta la collettività, anche con piccoli gesti (come un gattino sull’albero che viene aiutato a tornare a terra). Complice anche la parallela attività svolta dalla Marvel Cinematic Universe il nostro eroe ha un seguito vastissimo, sia su carta che sul grande schermo e, in questi anni più che mai, ha fatto molto parlare di sé.

Tutti ricordiamo il nostro Peter adolescente, ancora studente liceale, che viene morso da un ragno radioattivo acquistando così grandi poteri. Tuttavia il giovane Pete, non impedendo la fuga di un ladro che poco dopo avrebbe ucciso suo Zio Ben, apprende che da grandi poteri derivano grandi responsabilità e decide di impiegare la sua forza e i suoi talenti al servizio del prossimo. Oggi la storia è molto più avanti. Peter Parker, l’amichevole Spidey di quartiere, lavora come redattore scientifico per il supplemento settimanale del Daily Bugle. Ma sicuramente riuscirete ad apprendere molto di più portando l’attenzione sulle testate di riferimento.

Oggi conosceremo un professionista impegnato direttamente sul fronte del fumetto, ovvero Massimiliano “Max” Brighel, editor di tantissimi albi e sicuramente uno dei più grandi esperti della storia editoriale del Tessiragnatele in Italia. Cerchiamo di conoscerlo meglio e lasciamo a lui la parola, cercando così di comprendere meglio l’attività che svolge. 

Ciao Max, grazie per averci offerto parte del tuo tempo, è un immenso onore!

Wow. Grazie! È un piacere, davvero.

Dunque, raccontaci: come hai iniziato?

Da lettore infuocato e onnivoro di fumetti, che bombardava di lettere di elogi/critiche le case editrici già a partire dalla fine degli anni ’70. Poi, a inizio anni ’90, scrissi qualche articolo sulla Marvel per la versione cartacea di Glamazonia, una curatissima fanzine dell’epoca. Uno di essi raccontava di una mia chiacchierata con Mark Gruenwald, uno dei supervisori Marvel degli anni ’80/’90 e conteneva anche qualche gustosa anticipazione: ne mandai una copia a Luca Scatasta, oggi mio collega, convinto di fargli piacere. Anche grazie a questo, fui chiamato per un colloquio dal compianto Luigi Bernardi, il direttore editoriale di Granata Press, che prima di diventare la casa editrice di Ken il Guerriero e Nova Express, era un service editoriale per varie ditte, tra cui la Play Press di Roma. Granata aveva bisogno di un esperto di super eroi Marvel e DC da affiancare a Scatasta, che in quel periodo stava svolgendo il servizio civile. Luigi mi testò come revisore delle traduzioni di due albi (Justice League e Wolverine), e feci evidentemente un buon lavoro, oltretutto in poco tempo. Non avevo mai pensato di entrare nel campo finché non mi ci sono ritrovato, e non era quella la mia strada, considerando che mi stavo laureando in scienze politiche ramo economico.

Parliamo della tua attività. Ci spiegheresti come lavora un editor? Magari con riferimento a una testata come The Amazing Spider-Man?

Come bagaglio culturale di un editor di testate anglofone, ci sono o una laurea in inglese e/o un certificato Cambridge Advance, oltre a una conoscenza a 360° del fumetto. In poche parole, per Amazing, dopo varie discussioni, si scelgono le serie USA da pubblicare e si compilano i vari numeri della rivista in base a queste. Dopodiché, si rivedono le  traduzioni, si decide nello specifico cosa ci sarà in ciascuna pagina del numero, e si scrivono gli articoli di corredo.

 Se un nostro lettore scegliesse di perseguire questo obiettivo, ovvero svolgere questo lavoro, cosa ti sentiresti di consigliargli?

Di studiare l’inglese, leggendo e scrivendo più possibile in questa lingua. Nelle pause, leggere fumetti aiuta. 🙂

Parliamo del Tessiragnatele: quando è iniziato il tuo percorso con l’amichevole Spidey di quartiere?

Tecnicamente nel 1991, quando ho iniziato a supervisionare le traduzioni de L’Uomo Ragno Classic4.

Nel corso degli anni a Spider-Man è capitato davvero di tutto, ma The Superior Spider-Man ha avviato un dibattito molto acceso tra  i lettori. Alcuni affezionatissimi sono stati molto critici, altri (tra cui il sottoscritto) lo hanno invece apprezzato molto. Cosa puoi dirci al riguardo?

Nel bene e nel male, questo ciclo ha mantenuto vivo l’interesse sul personaggio sia in Italia sia in USA. Non ho mai pensato che Superior sarebbe durato per sempre (dopotutto film e cartoni hanno un personaggio ben diverso…), ma il fatto che alcuni lettori lo abbiano creduto e si siano arrabbiati di questo sviluppo è a mio avviso bellissimo: dimostra infatti come si possano ancora scrivere storie a fumetti sorprendenti di personaggi in giro da più di 50 anni, catalizzando l’attenzione dei lettori di super eroi oltre che della stampa.

Molto spesso le critiche che vengono mosse ai comics americani sono relative alla continuity, ritenuta difficile da gestire poiché il più delle volte implica la necessità di seguire molte testate per star dietro all’evoluzione degli eventi. Credi che la Marvel sia cambiata negli anni a questo proposito?

No, anzi ha ampliato il concetto a tutti i film e telefilm prodotti dai Marvel Studios. Nei fumetti, la situazione è più o meno costante dal primo Guerre Segrete del 1984. L’evento editoriale – il crossover tra più serie – cambia (in modo più o meno sconvolgente) la facciata dell’Universo Marvel fino all’evento successivo. Alcuni crossover sono più invasivi di altri sulle storie, naturalmente. Comunque, da sempre, alcuni autori hanno la possibilità di non inglobare i crossover nelle loro trame. Per esempio, voi avete visto molti riferimenti a Secret Empire nella collana del Fichissimo Hulk?

L’esperienza Marvel Now ha avvicinato ai comics tantissimi lettori, alcuni dei quali conoscevano poco della vita editoriale di alcuni personaggi e delle loro storie. Credi che sia cambiato qualcosa a livello di target? Insomma, un pubblico diverso oppure uno sempre fedele agli affezionati di un tempo? 

Diciamo che, dopo Heroes Reborn/La rinascita degli eroi ossia dal 1996, la Marvel si è resa conto che, per trovare nuovi lettori, è necessario dare loro ogni tanto un buon punto d’inizio per cominciare a leggere le storie. Questo, senza cancellare mai il passato, al massimo ritoccandolo e/o aggiornandolo. Sì, capisco che la Diretta Concorrenza lo fa, ma la Marvel per adesso non ha mai fatto un vero reboot.

 Il Marvel Cinematic Universe tende a tracciare una linea narrativa dei personaggi un po’ diversa rispetto ai loro pregressi editoriali. Cosa ne pensi dei cinecomics? Tra quelli relativi a Spidey puoi dirci qual è il tuo preferito?

Li adoro. Mi piacciono un po’ tutti, e mi fa piacere vedere che scelgano strade narrative diverse dai fumetti, così da poter restare io stesso sorpreso degli sviluppi. Non potete immaginare quanto mi sia arrabbiato con un parente quando mi ha svelato come funzionava Avengers: Infinity War.

Il mio preferito di Spidey credo sia Amazing Spider-Man, con Homecoming al secondo posto.

Torniamo ai comics: i disegnatori sono una parte essenziale dell’esperienza fumettistica, quasi ontologica. Chi è il disegnatore a cui sei più affezionato? E quello che ti ha impressionato di più?

Forse John Romita padre, con cui ho anche chiacchierato un po’, in una Lucca Comics di tanti anni fa. Ogni volta che rivedo le sue tavole mi si scalda il cuore. Quello che mi impressiona sempre (tra gli autori ancora in vita) è Bill Sienkiewicz. Comunque, adoro centinaia di autori di tutte le scuole. Il mio autore italiano preferito è Magnus.

Ci avviamo alla conclusione e, ovviamente, vogliamo parlare ancora del Ragno! Se incontrassi qualcuno che non ha mai sentito parlare di Spider-Man, come lo incoraggeresti ad avvicinarsi alla sua storia?

È impossibile oggi come oggi, nel senso che persino i bimbi di 3 anni compagni d’asilo di mia figlia sono “griffati” Spider-Man. Più difficile è fare appassionare alla lettura dei fumetti un bambino delle elementari/medie che voglia iniziare a leggerli, perché sono un’esperienza diversa dai libri illustrati, anche solo per il fatto che continuano.

Comunque, un numero vale l’altro: l’importante è che non sia troppo violento o pauroso, e soprattutto che sia una storia a puntate che spinga il piccolo lettore a comprare il numero successivo: questo perché la lettura di un fumetto dei supereroi dovrebbe portare sempre alla lettura del seguente.

Ultimissima domanda, quella più importante: i fumetti possono svolgere una funzione anche educativa? Trattandosi di una forma d’arte complessa, quale prospettiva si palesa per il fumetto sotto il profilo pedagogico? È possibile una visione simile? O ha ragione chi pensa sia solo intrattenimento?

Possono svolgerla. Se, però, si concentrano solo su questa difficilmente avranno successo tra i lettori di fumetti o creeranno nuovi lettori. Ricordo un bel fumetto (breve) educativo e utile di Giorgio Cavazzano sulla prevenzione dentaria, ma tanti bruttissimi, a partire da La storia d’Italia di Enzo Biagi. La Marvel ha fatto anche cose carine nel campo, tipo Spider-Man – Basta bullismo!.

 Max, sei stato gentilissimo ed estremamente prezioso. Conoscere personalità come la tua ci aiuta a comprendere meglio la nostra passione, quindi ti ringraziamo infinitamente per aver conversato con noi su questi temi.

Figurati. Grazie a voi dell’attenzione.

 Ovviamente, speriamo di sentirti ancora in futuro, così potrai aggiornarci su molte novità!

…Nei limiti del possibile. 🙂

Il marito di mio fratello: lacrimuccia per il finale

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Cover del secondo e ultimo volume de Il marito di mio fratello.

La conclusione de Il marito di mio fratello, la serie rivelazione candidata al Festival International de la Bande Dessinée d’Angoulême 2017, che parla di accettazione e di famiglia con grande naturalezza.

Di quanto mi sia piaciuta questa serie edita da Planet Manga ve ne ho già parlato qua, e vi ho raccontato di come il suo autore Gengoroh Tagame sia riuscito ad affrontare il tema del pregiudizio in modo magistrale sfruttando gli occhi della piccola Kana che, grazie alla sua spontaneità, ha aiutato il padre Yaichi a conoscere suo zio Mike venuto dal Canada per incontrare la famiglia di suo marito Ryoji, ormai defunto.

Quelli che invece la seconda parte va ad analizzare sono i concetti di accettazione e di famiglia, trattati sempre con il giusto equilibrio tra ironia e serietà.

Il volume si apre con una presa di coscienza da parte di Yaichi, che prima dell’arrivo di Mike non aveva mai approfondito l’argomento dell’omosessualità.

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Yaichi immagina Kana insieme a una donna.

Quando suo fratello Ryoji fece coming out la sua reazione fu una fredda e distaccata accettazione, e questo suo modo di agire aprì tra i due fratelli un invisibile, ma profondo divario; ora un dubbio lo attanaglia, nell’ipotesi mai vagliata che un giorno Kana possa innamorarsi di una donna, come reagirebbe?
A sorprendere è la velocità con cui si arriva alla risposta: mai più ripetere l’errore fatto in passato, mai più far soffrire una persona facendola sentire sola. Se la piccola Kana dovesse innamorarsi di una donna quello che Yaichi mette a sua disposizione è amore e dialogo, il necessario a farla sentire al sicuro e protetta.

È spiazzante come questa soluzione arrivi naturale e scontata e come invece non lo fosse  per nulla all’inizio, sottolineando quanto non sia semplice applicarla nella realtà, e come l’affetto per una persona cara dovrebbe eliminare ogni dubbio su come agire anche se il background culturale in cui viviamo rende tutto difficile, complicato e a volte tragico.Il_marito_di_mio_fratello_04

La parte più toccante di tutto il volume è invece l’inclusione di Mike nella famiglia: il concetto di famiglia è un tema quanto mai attuale nel panorama politico italiano, si dibatte da molto sull’argomento e molti gli associano il significato più evidente e scontato, ovvero “nucleo sociale rappresentato da due o più individui che vivono nella stessa abitazione e legati dal vincolo del matrimonio o di parentela”.

Quello che invece Tagame ci fa capire è che la famiglia può essere intesa in senso molto più ampio come l’insieme di persone che si vogliono bene, senza vincoli giuridici o legami di sangue; un concetto genuino e semplice che spesso non è facile accogliere e trasmettere.

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La famiglia non è formata solo da persone con legami di sangue.

Affrontati i temi sostanziali di cui sopra, il finale di questa storia si dipana tra un crescendo di sentimenti nati e sviluppati tra i protagonisti, conducendoci per mano al toccante e non stereotipato finale.

Se avete apprezzato il primo volume non potrete ignorare la lettura di questo secondo, a maggior ragione perché oltre allo sviluppo della storia viviamo anche quello dell’autore stesso che, procedendo con il racconto, acquisisce sempre maggiore disinvoltura sia nella narrazione che nel tratto.

Il marito di mio fratello fa l’effetto di un arcobaleno dopo la tempesta, è difficile rimanerne indifferenti.

DF a Folignano Librarte

Dal 26 maggio al 3 giugno si terrà Librarte, kermesse culturale organizzata dal Comune di Folignano.

Il programma, ricchissimo, vedrà coinvolta anche Dimensione Fumetto in due distinti momenti:

  • l’allestimento della mostra relativa alle tavole Marvel degli anni ’80
  • un intervento dal titolo Comics&Science: fare cultura scientifica con i fumetti, a cura del nostro socio Andrea Cittadini Bellini domenica 3 giugno alle ore 15

Trovate il programma completo della manifestazione sul sito http://www.leggiamounlibroamammaepapa.it/eventi/44-librarte-2018-folignano.html

 

Mr Higgins: Mignola reloaded

Mike Mignola è probabilmente il più influente scrittore di comics dell’ultimo ventennio. Al punto che, nella scrittura o nel disegno, ha coinvolto gran parte dello scenario fumettistico americano. E non solo nel campo delle storie noir, horror e legate in qualche modo al soprannaturale.

Ha collaborato con, e ispirato, scrittori e artisti in qualsiasi parte del mondo e le testate da lui create, principalmente legate all’universo di Hellboy, ma non solo, hanno dato origine al Mignolaverse. Rinnova storie ancestrali, che quindi il lettore sente sue, mescolando in modo sapiente atmosfere vittoriane, leggende di tutto il mondo, personaggi moderni ma, allo stesso tempo, già un po’ ingrigiti.

Higgins copertinaQuesta volta si dedica a un divertissement che torna alle sue origini gotiche e horror, con l’aiuto di Warwick Johnson-Cadwell (Tank Girl, Samurai Jack, Helena Crash), ma con un taglio molto ironico e ai limiti del comico.

Che la storia sia poco seria lo afferma lo stesso Mignola nelle dediche.

Questo libro è un omaggio ai grandi film della Hammer, ma in particolare al mio film di vampiri preferito Per favore non mordermi sul collo.

Il fumetto è pieno di stereotipi delle storie di vampiri: il cacciatore di vampiri, il castello tra i Carpazi e il Mar Nero, la notte di Valpurga, la giovane sposa vampirizzata, il castello, paletti di frassino e proiettili d’argento.

Anche se Mignola li legge in un modo leggero e ricco di facezie.

Il signor Higgins è una vittima del nobile Golga, che ne ha vampirizzato la giovane moglie e lo ha reso un licantropo, dopo che erano stati costretti a passare la notte nel Castello Golga da un incidente durante la luna di miele (toh, un altro classico).

E Higgins viene usato dal prof. Meinhardt, dell’Università di Ingolstadt (quella dove ha studiato Victor Frankenstein) per entrare nel castello e uccidere tutti i vampiri.

Il disegno, che sembra minato fin dall’inizio a causa dell’intervento del Barone Ladzo che visita nottetempo il professore e avvisa il padrone di casa, trova compimento proprio grazie a Mr. Higgins.  E a Satana che ne stimola la metamorfosi: lo porta ad accettare e ad usare ciò che egli è.

Anche se in modo rocambolesco, proprio come nei film. Quando tutto sembra perduto, il professore e il suo assistente per errore colpiscono con un piccolo proiettile d’argento la (fu?) signora Higgins. La rabbia che ne consegue porta alla distruzione del castello, alla distruzione di tutti i vampiri e affini, e alla fine alla incenerazione di Golga.

Alla fine il ritorno a casa di Higgins si conclude bene, tranne che per lui, che aspirava alla pace eterna, e invece sopravvive a tutti i non morti.

Mignola mette a frutto la sua passione per le storie horror e la sua ironia, di cui comunque il suo Mignolaverso Hellboyesco è riccamente intriso, per raccontare una storia classica, semplice. Le citazioni stavolta riguardano le classiche storie di vampiri e dell’orrore. E si alternano con alcune gag. Una tra tutte: l’evocazione satanica malriuscita che porta alla lite tra l’evocatore e la sacrificata…

Mignola tratteggia i personaggi con il sorriso sulle labbra. E stavolta non un sorriso noir, ma che ha del divertito.

Satana che prova una profonda antipatia per coloro che vogliono evocarlo, al punto di perorarne la distruzione da parte di Higgins. La coppia dei cacciatori di vampiri, che poco hanno del Van Helsing, e finiscono senza vestiti nella piazza di Ingolstadt. Il servitore di Golga che, pur non avendone i lineamenti, ricorda un po’ l’Aigor di Marty Feldman. Golga stesso, che “fa il superiore” ma alla fine vede crollare il castello e viene ucciso. I vampiri che rappresentano una sorta di nobiltà decaduta.

higgins3Il Mignola che conosciamo, quello che pur senza mai tralasciare la vena ironica, necessaria per non impazzire davanti agli orrori che ha raccontato nelle storie di Hellboy e dei suoi comprimari, non si è mai limitato nel raccontare ogni forma di crudeltà, qui fa vincere la leggerezza e crea una storia che forse neanche ci aspetteremmo. Anche se non è la prima volta.

Già Hellboy in altre storie brevi, come Pancakes, o altri personaggi creati o rivisitati dall’autore californiano sono stati interpretati in modo così leggero, quasi comico.

La parte grafica è coerente con la storia. Pur raccontando di licantropi e vampiri è del tutto priva di atmosfere oscure, addirittura quasi senza ombre. Il tratto di WJC ricorda un po’ Kevin O’Neill, anche nelle deformità. Interessante è l’utilizzo delle onomatopee come parte integrante del disegno.

La caratterizzazione che dà ai personaggi è a sua volta ironica, ma non li ridicolizza. Ci scherza su. Li deforma quanto basta per non renderli ridicoli.

Da lettore di Mignola non sono abituato a questo tratto: sottile, luminoso, poco realistico. Ma devo riconoscere che è del tutto adatto al taglio della storia. Anche se in qualche tratto fa pensare a un racconto illustrato per bambini.

Tutto è deforme ma senza orrore, mi piace paragonarlo in qualche modo alle illustrazioni tolkieniane di Mr Bliss.

Come in quelle, anche il paesaggio e le linee prospettiche servono a muovere lo sguardo del lettore. Oltre che a rendere la storia paradossale, irreale, al di là dei contenuti. Anche se a volte questa deformità è un po’ fastidiosa. E sempre ricca di dettagli. Spesso Mignola chiede a Johnson-Cadwell di soffermarsi sui dettagli e di cambiare inquadratura più volte nella stessa pagina.

Le vignette sono tutte piuttosto regolari e squadrate, di ampio respiro, con un continuo cambio di punto di vista e livello di dettaglio. È assai raro che si incontrino due vignette che raccontano in sequenza la storia, se non forse proprio all’epilogo della storia.

I colori sono pastello, e vividamente inadatti a una storia horror. Tranne forse nelle pagine rosse e nere dell’esplosione di violenza del Mr Higgins licantropo.

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L’azzurro del cielo, il verde splendente dei boschi della Transilvania, i luminosi ambienti del Castello Golga, persino durante l’evocazione satanica non preludono però a un finale altrettanto luminoso.

Alla fine, infatti, al povero Mr Higgins tornare nella casa dove è rinato per opera di Golga e dove sperava di porre fine alla sua esistenza eterna di licantropo non è servito a nulla.

Mr Higgins torna a casa
Mike Mignola, Warwick Johnson Cadwell
17×26, 56 pagg, colori, cartonato
€ 15

ARF! – Pronti per la quarta edizione

Dal 25 al 27 maggio 2018 torna «il fumetto a Roma!» negli spazi del MATTATOIO con la quarta edizione di ARF!, il Festival ideato e organizzato da Daniele “Gud” Bonomo, Paolo “Ottokin” Campana, Stefano “S3Keno” Piccoli, Mauro Uzzeo e Fabrizio Verrocchi.

Dopo il grande successo delle prime tre edizioni, ARF! 2018 cresce negli spazi con un padiglione in più e si arricchisce nelle rassegne e nei contenuti grazie alla presenza dei più importanti editori italiani e dei migliori autori contemporanei, attraverso mostre di grandissimo prestigio, incontri e confronti con professionisti del settore, Masterclass, Lectio Magistralis e anteprime esclusive.

Un intenso weekend di attività, dalle 10 alle 20, a partire da venerdì 25 con l’inaugurazione di «Andrea Pazienza, trent’anni senza», la grande esposizione che – nell’anno del trentennale della sua scomparsa – celebra e finalmente riunisce le eredità artistiche e l’intera opera del più eclettico e geniale fumettista italiano di tutti i tempi (una coproduzione ARF!/Comicon, dal 25 maggio al 15 luglio 2018).

Oltre a Pazienza, sei le mostre allestite per i tre giorni del Festival: Alessandro Barbucci, disegnatore per Disney Italia, co-creatore di W.I.T.C.H., Monster Allergy Sky Doll e autore del manifesto ARF! 2018lo spagnolo Jordi Bernet con «Il Buono, le Belle e il Cattivo» dedicata a Tex, alle sensualissime protagoniste dei suoi fumetti (Chiara di Notte, Sarvan, Custer, Cicca) e al gangster Torpedo; il croato Danijel Zezelj, talento visionario di questo fine millennio (anche per Marvel, DC Comics, Vertigo e Image) con «Black Oxygen»; la personale di Francesco Guarnaccia (vincitore del Premio Bartoli 2017) «Ce ne sono di cose strane in questo regno».

Come le scorse edizioni non mancherà la Self ARF! (ad accesso gratuito) dedicata esclusivamente al mondo delle autoproduzioni e dell’editoria indipendente, che in questa quarta edizione si arricchisce con l’importante mostra sul tema dell’autoerotismo «Love yourSELF (V.M.18)».

Infine anche la mostra dedicata alle tavole originali di Will Eisner, il “padre” del moderno graphic novel, che avrà luogo alla CArt Gallery di via del Gesù dal 15 maggio al 6 giugno 2018, realizzata da CArt Gallery in collaborazione con ARF!, che insieme pubblicheranno anche ARFBOOK, il catalogo di tutte le mostre del 2018.

Tra le sezioni del Festival, anche nel 2018, riapre l’area dedicata alle opportunità professionali: la Job ARF!, uno spazio dove poter mostrare a editor e case editrici il proprio portfolio con idee, progetti e creatività, realizzata quest’anno grazie al contributo di RUFA – Rome University of Fine Arts.

Per i più piccoli torna ARF! Kids, il luogo dedicato all’immaginario dei bambini (a ingresso gratuito fino ai 12 anni) con un ricco programma di laboratori creativi curati da alcuni dei più rinomati illustratori italiani, letture ad alta voce, disegni, giochi e tanti libri a disposizione di tutti.

E per la formazione di aspiranti fumettisti e illustratori non mancheranno le Masterclass, vere e proprie classi “a numero chiuso” con le superstar del fumetto italiano, per tutti coloro che vogliono imparare a scrivere, disegnare e colorare fumetti Da venerdì a domenica saliranno in cattedra, oltre all’autore in mostra Alessandro Barbucci, Mirka Andolfo, Alessandro Bilotta, Davide De Cubellis, Ale Giorgini, Emiliano Mammucari e Michele Masiero.

Altri appuntamenti di assoluto rilievo sono le tre Lectio Magistralis tenute dai tre maestri del fumetto d’autore Jordi Bernet, Altan e Enrique Breccia e gli incontri con Peter Kuper, David B, Marcello Quintanilha, Giacomo Bevilacqua, Zerocalcare, Gipi…

Confermata per il secondo anno di seguito l’Artist Alley che ospiterà i migliori autori italiani che pubblicano all’estero (esportando l’eccellenza del fumetto “made in Italy”), tutti presenti per disegni, dediche, stampe esclusive e commission.

Sin dalla prima edizione ARF! è anche sinonimo di solidarietà: dopo Emergency, Cesvi e Dynamo Camp, quest’anno il partner solidale del Festival è Amnesty International.

ARF! è promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale e Azienda speciale Palaexpo, con il sostegno della Regione Lazio, con il patrocinio delle Biblioteche di Roma, ed è gemellato con il Napoli Comicon, il Treviso Comic Book Festival, Lucca Comics & Games e Cartoons on The Bay.

Scarica qui il Programma_ARF_2018

INFO PUBBLICO ARF! «Festival di storie, segni e disegni» #ARF4
25/26/27 maggio 2018 – MATTATOIO Testaccio
piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
Orario: 10:00-20:00
Biglietti: giornaliero € 10,00 – abbonamento 3 giorni € 20,00
Info: 060608
www.arfestival.it – info@arfestival.it
Facebook: www.facebook.com/arfestival
Twitter: @arfestival
Instagram: @arfestival

www.mattatoioroma.it

Punta all’Arte! Disegna! Kakukaku shikajika!

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

Disegna! (Kakukaku shikajika) di Akiko Higashimura è il fumetto adatto a tutti quelli che come l’autrice amano il disegno e disegnare, che hanno sognato di diventare grandi fumettisti/pittori, che hanno sotto sotto sempre pensato di essere dei geni meglio di Van Gogh e poi si sono scontrati con la realtà.

Questo fumetto autobiografico, edito da J-Pop, ci racconta le esperienze dell’autrice, i suoi primi passi nel mondo dell’arte, le delusioni e i sogni che la porteranno a diventare un’affermata mangaka.

La giovane Akiko frequenta il liceo di una cittadina come tante in Giappone: non si cura della linea, della manicure o del trucco, in verità non si cura neanche della sua cultura personale, fregandosene fin troppo dello studio. Akiko ama solo il disegno ed è stolidamente convinta di essere un talento che aspetta solo di essere scoperto e osannato, circondata com’è dalla benevolenza e dai complimenti dell’insegnante. Il suo obiettivo è entrare in una Accademia prestigiosa, come quella di Tokyo, e da lì diventare una famosissima fumettista. Dov’è il problema, vista la sua bravura?

La sua compagna/amica Futami, che ha le stesse aspirazioni, ma i piedi ben piantati per terra, capisce benissimo che non basta la boria per percorrere la strada artistica, e la indirizza verso il suo stesso insegnante privato.

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

Costui, che sembra suscitare un certo tremore in chi lo sente nominare, è uno strano personaggio armato di spada di bambù che insegna a un ristretto gruppo di allievi, da bambini a vecchietti, nella sua casa in campagna, piuttosto lontana dalla città.

Il suo metodo è… il terrore. Ogni sbaglio è punito con urla e colpi di bambù. Ogni superficialità lo stesso, ogni perdita di tempo, idem. Akiko inizialmente non comprende tanta severità (visto poi che lei è così dotata!) e cerca anche di svignarsela e darsi per vinta, ma scopre anche che il maestro, nonostante non abbia frequentato accademie, è incredibilmente bravo e inaspettatamente generoso e gentile.

Tra loro si instaura un rapporto di fiducia, e Akiko si impegna davvero tantissimo, lavora assiduamente fino a provare l’esame d’ingresso il cui esito positivo le sembra addirittura scontato… e invece…

Disegna! non è solo una storia biografica, raccontata con humor (spesso nero), levità, anche nei momenti più cruenti, e malinconia, che si percepisce a tratti, ma è anche un manuale che sfata finalmente un pensiero comune, cioè che disegnare sia semplice, o che comunque venga semplice a chi possiede tale talento. La Higashimura spiega ai tanti una lezione fondamentale e spesso denigrata: per riuscire in qualsiasi ambito serve studio e tantissimo lavoro, tanto che spesso si preferirebbe mollare, ma per raggiungere il successo non c’è altra strada e il risultato non è comunque scontato.

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

Ovviamente tutto questo lo si racconta con lo stile tipico dell’autrice, che evidentemente con l’età ha saputo prendersi meno sul serio e ha cominciato a divertirsi con l’autoironia. È curioso riflettere su come il suo disegno sia il risultato di tanto lavoro su temi e tecniche artistiche classiche, arrivato come è all’essenzialità del tratto, che rimane fluido, arioso, ma anche incisivo e concentrato, tanto che con pochi tratti di pennino riesce a definire una testa, un viso, un abito.

Come già aveva mostrato in Kuragehime, le sue protagoniste brillano di bellezza interiore, entrando di prepotenza nella simpatia del lettore con la loro personalità ricca di pensieri inconsueti, vivaci, molto reali, mentre esteriormente sono tratteggiate come figure banalotte e tondeggianti.

Non mancano riferimenti ironici a personaggi famosi del fumetto mondiale (come il buonissimo professore del Liceo che richiama la figura di Osamu Tezuka) o alle tecniche classiche del fumetto, come i tratteggi drammatici e gli occhi bianchi alla Suzue Miuchi. Tutto reso nello stile personale e riconoscibilissimo dell’autrice.

Inoltre l’opera aumenta il proprio valore proponendosi come piccolo trattato sulla cultura giapponese per quanto riguarda l’ambito scolastico, simile per certi versi al nostro, ma con profonde differenze che si basano proprio sul peculiare spirito di sacrificio, il senso del dovere e l’ostinazione del popolo del Sol Levante.

 

Disegna, kakukaku shikajika, J-pop

 

Postilla: Il titolo originale, Kakukaku shikajika, che ha fatto sogghignare il mio fumettaro, si può tradurre come “eccetera eccetera” o “bla bla bla”, cioè è un modo di dire che si usa per non allungarsi troppo in spiegazioni (grazie a Mario Pasqualini per la consulenza), ma purtroppo la J-Pop non ha pensato di tradurlo né di spiegarlo all’interno del volume, togliendoci così la possibilità di apprezzare le varie sfumature che in questo modo il racconto assume. Ma nonostante questa mancanza dell’edizione, e il prezzo, che può portare scompensi nei portamonete, consiglio a tutti l’acquisto di questo fumetto, un piccolo gioiello di buonumore, buoni consigli di vita e curiosità.


Akiko Higashimura
Disegna! Kakukaku shikajika
serie di 5 volumi
genere: josei, autobiografia
cm 15×21, b/n, 160 pagg., € 7,90

Maria Antonietta: la gioventù di una regina – Un gioiello di didattica pop

Copertina di "Maria Antonietta: la gioventù di una regina" di Fuyumi Soryo.Quando nel marzo 2002 uscì la famosa intervista a Fuyumi Soryo pubblicata sul numero 117 di Kappa Magazine, tutti i suoi fan restarono perlomeno perplessi. Era in corso di pubblicazione Mars e l’autrice aveva ricevuto una improvvisa ed enorme popolarità, quindi leggere dalle sue stesse parole che disegna fumetti solo per i soldi, che è solo un lavoro come un altro e che quando elabora le trame lo fa pescando qua e là i trend del momento, fu decisamente spiazzante. Possibile che un’autrice dalla così spiccata originalità e sensibilità artistica fosse in realtà una glaciale calcolatrice? Se alcuni fumetti della Soryo sembravano in effetti confermare le sue parole, come ES, l’uscita nel 2005 di un’opera così ambiziosa, così monumentale e così difficoltosa come Cesare: il creatore che ha distrutto ha completamente eliminato ogni possibilità che l’autrice disegnasse “solo per i soldi”, e questo suo nuovo volume Maria Antonietta: la gioventù di una regina conferma in pieno il talento di Fuyumi Soryo.

Forse lo scatto di qualità nella narrativa della Soryo è avvenuto nel momento in cui ha rinunciato alle sceneggiature originali per dedicarsi alle grandi biografie: in effetti un difetto dei suoi fumetti era l’eccesso di drammatizzazione che li portava pericolosamente vicini al limite della soap opera. In Mars, ad esempio, l’arrivo di continui problemi per la coppia Kira & Rei fra cui ex amanti gelosi, pazzi furiosi e parenti serpenti inficiavano la qualità della narrazione rendendola alla lunga patinata e noiosa. Questo non accade più da quando la Soryo si dedica a sceneggiature non originali, che riesce a mettere in scena con quelle che sono sempre state le sue grandi carte vincenti: una narrazione asciutta e pulita, una qualità grafica impeccabile e un notevole approfondimento psicologico.

Ecco quindi che dopo la biografia di Cesare Borgia, Fuyumi Soryo propone ai suoi lettori Maria Antonietta: la gioventù di una regina, uscito in patria nel 2016 e appena portato in Italia da Star Comics, come precedentemente annunciatoL’opera nasce dalla collaborazione fra l’autrice e vari enti come l’Istituto per il Costume di Kyoto e lo Château de Versailles stesso, che le hanno fornito tutto il supporto tecnico, iconografico e culturale necessario per lavorare al meglio.

Il risultato è una biografia di Maria Antonietta che copre in maniera tecnica e dettagliata un periodo molto breve della sua vita: dalla primavera all’estate del 1770, quando la quattordicenne granduchessina austriaca affronta il viaggio da Vienna a Versailles, ne sperimenta l’ambiente ostile, e pian piano comincia a familiarizzare con Luigi XVI. Il volume è inoltre introdotto da un breve sguardo sulla vita dell’ormai adulta Maria Antonietta (che rende di fatto il fumetto un lungo flashback) e concluso da una trentina di pagine con approfondimenti, saggi e bibliografia per poter ulteriormente approfondire la vita di questo personaggio storico così importante.

La trama è notoria e la Soryo la riporta col suo tipico storytelling molto lineare, senza particolari guizzi, ma nemmeno cadute di stile. La qualità grafica del fumetto è molto alta e porta allo stato dell’arte tutti gli standard dell’autrice: il tratto delicatissimo e sobrio, la quasi totale assenza di nero, il dettaglio microscopico, le ciglia bianche, i nasi perfetti, gli occhi sbarrati, i primissimi piani, la gran quantità di personaggi inquadrati immobili frontali o di profilo, e tutti quegli stilemi grafici a cui la Soryo ha abituato il suo pubblico, che conferiscono alle sue opere un allure leggermente freddo, ma molto raffinato.

Tavole da "Maria Antonietta: la gioventù di una regina" di Fuyumi Soryo.

Due pagine qualunque di Maria Antonietta: la gioventù di una regina testimoniano la straordinaria cura della Soryo per la scenografia, i costumi e persino i tratti somatici (i lineamenti dei personaggi sono stati ricalcati con una certa fedeltà su quelli dei dipinti d’epoca).

Al di là del fumetto in sé, molto valido pur senza essere memorabile, è interessante notare i diversi atteggiamenti messi in campo dalla Francia e dell’Italia nella promozione del patrimonio culturale attraverso i fumetti. Se la prima ha cominciato già anni fa applicando la strategia della grandeur française, con grandi opere realizzate da grandi autori per grandi beni culturali (oltre a questa storia di Fuyumi Soryo per Maria Antonietta/Versailles, si ricordano anche Hirohiko Araki e il compianto Jiro Tanigichi per il Louvre), l’Italia dall’anno scorso ha messo in moto il progetto Fumetti nei musei che invece recluta un gran numero di fumettisti piccolo-medio-grandi per reinventare in maniera personale un gran numero di musei piccoli-medi-grandi. Francia e Italia, così simili e così diverse.

Maria Antonietta: la gioventù di una regina potrebbe essere l’opera-manifesto di Fuyumi Soryo: è un volume autoconclusivo, è la biografia documentaristica di un personaggio storico, ed è la rappresentazione completa del suo modo di fare fumetto. È ottimo come materiale didattico, svolge benissimo la sua funzione promozionale-turistica, ed è consigliabile sia come entry level per chi ancora non conosce l’autrice sia come comfort zone per chi già la conosce bene. Inappuntabile.


Fuyumi Soryo
Maria Antonietta: la gioventù di una regina
Edizioni Star Comics
13×18 cm, b/n e colore, 208 pagg., € 7,00

Batman, vita con Alfred – Il nuovo Concorso di Illustrazione di Dimensione Fumetto

Dopo il successo delle manifestazioni passate l’Associazione Culturale Dimensione Fumetto torna a proporre a tutti gli artisti dilettanti, italiani e non, il proprio concorso di illustrazione.

Stavolta il tema del concorso è dedicato al più fedele dei collaboratori di Batman: il suo maggiordomo Alfred Pennyworth.

I partecipanti saranno chiamati a illustrare i momenti della vita di Alfred nelle sue mansioni di assistente dell’Uomo Pipistrello. Come sempre le possibilità lasciate agli illustratori saranno infinite: si potranno raffigurare situazioni domestiche e quotidiane così come ambientazioni estemporanee e fantasiose. L’importante è che gli elaborati riescano a raffigurare efficacemente il rapporto che lega il personaggio di Batman al suo maggiordomo.

In palio ci saranno premi offerti da: Pentel ItaliaScuola di Fumetto Marche, Cartoleria Cartarius, RW Edizioni e Nicola Pesce Edizioni.

La locandina è illustrata dalla talentuosa Claudia Plescia già vincitrice dell’edizione 2016.

Per il Bando e le FAQ di partecipazione clicca qui -> BANDO & FAQ
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