Monthly Archives: aprile 2018

Croce e delizia – La musica di Utena la fillette révolutionnaire

Il seguente articolo è stato scritto per il volume Take My Revolution! 20 anni di Utena la fillette révolutionnaire edito dall’Associazione Culturale EVA IMPACT. Oltre ad articoli scritti da esperti di animazione nipponica e appassionati della saga, il volume raccoglie anche le opere dell’omonima mostra realizzata da artisti italiani.

Dimensione Fumetto ringrazia per la disponibilità Ivan Ricci che ha ideato e curato volume e mostra, l’Associazione Culturale EVA IMPACT per la promozione, e Ilaria Azzurra Caiazza e Filippo Petrucci di Distopia Evangelion per i redazionali e l’editing.


L’animazione giapponese ha toccato il suo massimo livello di postmodernità durante gli anni ’90 del XX secolo, un periodo dominato da forte sperimentazione semantica e semiotica che ha prodotto interessanti serie tv: drammi umani mascherati da robot, robot mascherati da maghette, maghette mascherate da super sentai, super sentai mascherati da fantasy e fantasy mascherati da drammi umani. Al centro esatto di questo vortice inestricabile di creatività, che ha prodotto alcune fra le migliori e le peggiori opere della storia degli anime, spicca per impossibilità catalogativa Utena la fillette révolutionnaire, arrivato in Italia con vari titoli in base all’editore che ne ha pubblicato le sue molte incarnazioni. Utena è infatti il capolavoro assoluto del postmoderno, inteso come reintegrazione, trasfigurazione e al contempo superamento di qualunque linguaggio precedente in una forma unitaria e al contempo ibridata su quanti più media disponibili: fumetto, animazione, film, videogioco, romanzo e persino musical teatrale. Quest’ultimo media ha particolare significato per la saga, non tanto per il suo valore intrinseco quanto perché, in quest’opera multimediale composta da un’infinità di aspetti, la musica riveste un’importanza assolutamente centrale.

Poster dei musical di "Utena la fillette révolutionnaire".

I manifesti dei due musical di Utena la fillette révolutionnaire del 1997 e del 2018: in entrambi i casi produzioni molto simili al gusto flamboyant della compagnia teatrale Takarazuka Revue, di cui il regista Ikuhara è grande fan.

La musica di Ikuhara

L’ideatore della saga di Utena è il regista Kunihiko Ikuhara, noto per essere molto appariscente in tutto quello che fa, e la scelta delle musiche per le sue opere non fa eccezione. Nella quarta serie di Sailor Moon chiese al compositore Takanori Arisawa di reinventare la colonna sonora in chiave circense per potersi meglio adattare alla trama; in Mawaru-Penguindrum il gruppo di idol Triple H reinterpreta con sonorità j-pop alcuni brani del gruppo punk anni ’80 ARB; in Yurikuma Arashi addirittura la trasformazione delle protagoniste avviene sull’Ave Maria di Bach-Gounod riarrangiata in versione elettronica.

Il top della follia viene raggiunto da Ikuhara proprio in Utena, scindendo di fatto la colonna sonora in due parti distinte. La prima è strumentale e composta da Shinkichi Mitsumune, formata da brani di ispirazione classicheggiante con ricchi arrangiamenti orchestrali e grande varietà di atmosfere; la seconda parte invece è cantata ed è stata ideata dal signor Julious Arnest Seazer (vero nome: Taka’aki Terahara), chitarrista, compositore, attore, performer sperimentale, hippie, santone, idolo dei 68ini giapponesi e altro ancora. A queste due parti si aggiungono le sigle di apertura e chiusura del cartone animato e le canzoni dei musical, di stampo molto più tradizionale. Se le sigle, le canzoni e la colonna sonora di Mitsumune (inventive, brillanti e piacevoli da ascoltare anche a parte dall’anime) rientrano ancora negli standard di sanità mentale, i brani di J.A. Seazer decisamente no.

Le sigle

La sigla iniziale di Utena la fillette révolutionnaire è Rinbu-revolution (“Rondò-rivoluzione”) cantata da Masami Okui, specialista in anisong, che con questo brano raggiunge uno dei massimi successi della sua carriera. Grazie al ritmo incalzante, al ritornello che sale di tonalità e al testo un po’ girl power un po’ self enhancement, il brano col passare degli anni è diventato estremamente popolare, diventando un classicone da karaoke e comparendo in tutte le più importanti classifiche di sigle di anime stilate da programmi tv e riviste. Non altrettanta fortuna ha avuto la prima sigla finale truth della misteriosa Luca Yumi, scomparsa dalle scene nel 1999, mentre la seconda Virtual star hasseigaku è una delle sconcertanti composizioni di Seazer cantata dalla sua protégé Maki Kamiya.

Copertina del singolo con le OP & ED "Rinbu-revolution" e "truth" di "Utena la fillette révolutionnaire"

Copertina del singolo con le OP & ED Rinbu-revolution e truth: gli anni ’90, quando ancora in Giappone i singoli erano in formato libretto stretto e lungo.

I brani strumentali

La parte strumentale della colonna sonora è opera di Shinkichi Mitsumune, che oggi è ormai diventato un veterano delle OST per cartoni animati, ma non lo era nel 1997 quando ha partecipato a Utena la fillette révolutionnaire: era invece un musicista nella banda della marina militare giapponese che aveva iniziato da poco più di un anno a lavorare nel mondo degli anime. Utena è stato il suo primo lavoro importante e Mitsumune giocò al meglio la sua chance. I brani strumentali di Utena sono eccezionali in quanto nati da una bizzarra rielaborazione del patrimonio musicale tardobarocco, quanto mai inusuale applicato a quello che è (almeno teoricamente) un cartone animato televisivo per ragazze, e grazie alla loro fonte nobile raggiungono una qualità compositiva decisamente superiore alla media del periodo.

Le eleganti melodie di Mitsumune sono esaltate da raffinati arrangiamenti per orchestra da camera di gusto giocoso, ovvero il lavoro esattamente opposto rispetto a quello che svolse Leonard Rosenman per Barry Lyndon, in cui riarrangiò brani tedeschi del XVIII secolo in chiave drammatica. Mitsumune invece ha pescato a piene mani dalla musica italiana del Settecento, e in particolare da autori di scuola veneziana come Antonio Vivaldi, Carlo Tessarini e soprattutto Giuseppe Tartini: ad esempio, il Concerto n. 87 per viola da gamba del Tartini sembra essere stato di particolare ispirazione al compositore giapponese, soprattutto il terzo movimento che sembra significativamente sovrapponibile a Gakuen no lyric di Mitsumune.

Illustrazione da "Utena la fillette révolutionnaire" di Chiho Saito.

Un’illustrazione dell’autrice del fumetto Chiho Saito con i personaggi Utena, Anthy e Juri in abiti Luigi XVI, perfettamente in tono con la colonna sonora.

I cori

Ma per quanto la sigla iniziale sia famosa e la colonna sonora di Mitsumune sia riuscita, il vero shock musicale di Utena sono i cori di J.A. Seazer. Chiunque abbia visto anche solo un episodio della serie TV non può non ricordarli, dato che spiazzano totalmente lo spettatore. La prima volta che si vede questo cartone animato è inevitabile rimanere perlomeno sconcertati dall’arrivo improvviso di questi brani dalle melodie complesse e contraddittorie, arrangiamenti hard rock, e canto affidato a un gruppo di voci all’unisono completamente privo di qualunque armonizzazione. Il loro ascolto a distanza di anni non li rende più accettabili, anzi aumenta il senso di assurdità generale, soprattutto perché anche se nel cartone vengono usati come sottofondi delle scene d’azione, questi cori sono il frutto di una personalità compositiva talmente forte da superare nel ricordo le scene stesse.

L’ispirazione per questa particolare forma musicale proviene da diversi fattori: prima di tutto ci sono i cori effettivamente cantati dagli studenti delle scuole giapponesi nelle più svariate occasioni (cerimonie di inizio-fine anno, consegna dei diplomi, anniversari, eventi…), i quali derivano dall’influenza dei gruppi vocali scolastici statunitensi arrivata a inizio Novecento e consolidatasi dopo la Seconda guerra mondiale. I “cori di voci uguali” sono stati inoltre un genere molto diffuso nel XIX secolo nel nord Europa e in particolare in Francia, dove compositori come Claude Debussy e César Franck scrivevano pezzi su testi di ispirazione fantasy cantati da voci femminili in perfetta sincronia, come ne Les Norwégiennes di Léo Delibes la cui melodia molto variegata è assai simile alle maniere di Seazer. Infine e soprattutto, le filastrocche e cantilene infantili giapponesi possiedono un andamento melodico schizoide reso ancor più disturbante da testi a volte terrificanti: mentre i bimbi italiani contano ritmicamente con le civette sul comò, i loro coetanei nipponici invece intonano in coro conte melodiche come Tooryanse, in cui alla musica particolarmente inquietante si abbina il testo che racconta di bambini che entrano al tempio e non ne escono mai più.

Copertina del singolo "Subete no hito ga shinde iku toki ni"/"Kubitsuri no ki" di J.A. Seazer.

J.A. Seazer sulla copertina del singolo del 1970 Subete no hito ga shinde iku toki ni/Kubitsuri no ki, ovvero “Quando moriranno tutte le persone”/”L’albero degli impiccati”. Di sicuro non si può dire che è un cantautore commerciale.

Seazer ha fornito in tutto circa venticinque cori fra serie TV, film, musical e videogioco: alcuni sono stati scritti per l’occasione mentre altri provengono da suoi precedenti lavori, ma tutti sono figli di un’ispirazione perversa che unisce musiche ipnotiche con testi criptici, affascinanti e intrisi di esoterismo, come ad esempio Nikutai no naka no koseidai (“Il paleozoico dentro di me”) con la sua storia del mondo dal brodo primordiale a oggi, oppure Ensuikei zettairan algebra (“L’algebra dell’uovo assoluto conico”) che è una filastrocca completamente farneticante, o anche Watashi kuusou seimeitai (“Io, essere vivente immaginario”) dai riferimenti complessi e filosofici.

Ma forse i brani più rappresentativi sono la spettacolare seconda sigla finale Virtual star hasseigaku (“Embriologia di una stella virtuale”), il cui testo è in tutto e per tutto una formula magica ricca di elementi esoterici alchemici, e soprattutto Spira mirabilis gekijou (“Il teatro spira mirabilis”): il coro parte con una marcia funebre alla chitarra elettrica, aumenta gradualmente di ritmo mentre le voci delirano di ammoniti, tavoli operatori e vortici senza fine, e finisce nella follia più totale gridando a raffica «Morte e resurrezione!!!». Ce n’è abbastanza per urlare “manicomio, manicomio”, ma in realtà il tema del teatro come realtà contrapposta alla realtà come teatro è appunto uno dei cardini di Utena, la cui trama racconta lo sforzo personale necessario ad abbandonare il palco costruito dalla società «per poter rivoluzionare il mondo».

Fotogramma di "Utena la fillette révolutionnaire" di Kunihiko Ikuhara.

Le ragazze del teatro delle ombre sono dei personaggi ricorrenti col ruolo di narratrici/interpreti/coro greco delle trame degli episodi, accentuando ancor più il senso drammaturgico già suggerito dall’uso di sipari, costumi di scena, cornici, messinscene melodrammatiche, riflettori e altri espedienti ancora.

I musical

Il tema del teatro in Utena raggiunge un esito particolarmente felice nel Castello capovolto, sorta di macchinario scenografico luminoso molto simile nella forma a Xanadu di Quarto potere (che infatti si vede riflesso capovolto nell’acqua nell’incipit del film) e sospeso sopra l’Arena dei duellanti, ovvero il palco dove si svolgono le scene d’azione sottolineate dai cori. Al contempo, però, c’è anche un esito abbastanza infelice nei musical, che pur essendo allestiti in veri teatri non sottolineano in nessuna maniera il loro essere realmente “teatro nel teatro”, se non attraverso messinscene particolarmente posticce e spesso involontariamente comiche, comprese le nuove musiche banalotte e non all’altezza della controparte animata.

Utena la fillette révolutionnaire è stato effettivamente un anime rivoluzionario, e fra tutti i suoi aspetti quello della musica è stato e rimane ancora uno dei principali per il suo valore simbolico: il profondissimo contrasto fra le sigle j-pop, le musiche cameristiche, i cori astrusi e le canzonette dei musical è di fatto un volontario contrasto dialettico che crea tensione fra le parti e le fa risaltare l’un l’altra. Ecco dunque che l’apparente follia di Ikuhara e Seazer appare completamente lucida se vista alla luce delle parole di Giuseppe Ungaretti: «Il miracolo dell’arte non è il linguaggio, ma la tensione che lo anima». Tensione fra violini e chitarre, passato e futuro, croce e delizia in una scelta che ognuno è chiamato a fare per rivoluzionare il (suo) mondo.

Noragami: riprende la pubblicazione in Giappone!

Notizia bomba per i fan di Noragami. Dopo un anno di fermo Adachitoka pare stia meglio e riprenda il lavoro su Noragami, che a giugno uscirà con un capitolo riepilogativo e nei mesi di luglio e agosto riprenderà la serializzazione regolare.

Il fumetto è al momento uno dei più amati dal pubblico sia giapponese che estero, consta di 18 tankobon ed è pubblicato in Italia da Planet Manga. Dal manga è stato tratto un anime serializzato per due stagioni da 12 episodi ciascuno.

Attenti infedeli, il Dio Yato sta tornando!

 

Un piccolo vagabondo, un grande viaggio

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

Il tema del viaggio è tra i più affascinanti, coinvolgenti ed emozionanti dell’intera arte mondiale: Il piccolo vagabondo edito da BAO Publishing, della giovanissima autrice taiwanese Crystal Kung, ne è uno degli esempi più eclettici.

L’opera di cui vi parliamo, però, non è un fumetto, perché del fumetto manca completamente la parte esplicitamente dialettica, ma è un’opera che riesce a trasmettere concetti ed emozioni senza bisogno di usare le parole.

Il primo racconto, che altro non è se non il primo viaggio del piccolo e misterioso protagonista vagabondo, ci mostra anche il perché non sono state usate: le parole sono segni, simboli, suoni, sono cioè elementi magici. Possiamo raccoglierle, ma non imprigionarle, dovremo prima o poi lasciarle andare ed esse si trasformeranno in lucciole e poi stelle per indicare il cammino a colui che si è perso cercandolo.

Il primo racconto è la rappresentazione su carta degli intenti poetici dell’autrice: è il primo tassello e anche il punto di arrivo di quel girovagare per città ed emozioni in cui l’autrice prende per mano il lettore e inizia con lui a viaggiare.

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

Infatti ogni racconto è un piccolo capitolo, e un grande viaggio, spaziale, temporale, interiore, metafisico, concreto e astratto; ed è un piccolo pezzo del passato dell’autrice, e un piccolo pezzo del suo animo, e un piccolo passo della sua arte. Ogni capitolo è anche una città dove ha vissuto e dove ha perso se stessa trovando altro da sé.

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

Nell’introduzione Kung stessa racconta che da sempre non ha fatto altro che cambiare città, senza mai averne una a cui tornare, continuamente spaesata e meravigliata dal nuovo, senza radici, talmente libera da capire infine che non esiste un luogo a cui rivolgersi, ma che la casa è il continuo viaggio in cui portiamo con noi tutto il bagaglio di quanto abbiamo visto e vissuto.

Così il piccolo vagabondo non è altro che lei stessa che torna in luoghi che non ricorda, a parte improvvisi sprazzi di memoria, ma dove può aiutare gli altri a poggiare i piedi verso il giusto sentiero di diversi viaggi: può aiutare un anziano a ritrovare i suoi ricordi di gioventù, un viaggiatore a trovare l’indicazione perduta, un cercatore a scegliere cosa è più importante inseguire. È un buffo e delicato oggetto magico che dimentica se stesso per far trovare agli altri ciò che stanno desiderando; uno strano Cappuccetto Rosso che vaga nel vasto bosco universale.

Lo stile per rappresentare tutto ciò trova soluzioni poetiche pur in una tecnica, come la colorazione al computer, che poetica in fondo non è. I disegni di Kung sono caricaturali il giusto e incisivi il giusto da non cadere mai nel grottesco, piuttosto al contrario si innalzano verso un lirismo grafico che non può essere ignorato, pur non usando linee nette di demarcazione, se non per occhi e capigliature.

Il piccolo vagabondo, Crystal Kung, Bao Publishing

La griglia è quanto mai libera, non segue schemi fissi, ma solo le necessità del racconto e il numero di immagini che occorrono per rappresentare una scena leggibile, senza l’uso di didascalie o dialoghi. I fondali non sono mai scontati e i colori ricoprono un’importanza fondamentale in ogni singola vignetta: sono i colori che ci dicono se è giorno o notte e con la loro luminosità o cupezza completano l’intento emotivo della scena.

Un’opera che non ci si stanca mai di sfogliare e “rileggere”, perché a ogni passaggio si nota una sfumatura nuova, un nuovo significato nascosto, una linea, o un colore, che colpisce l’occhio e ci trasporta in un’altra dimensione, proprio quella del piccolo vagabondo e del suo viaggio attraverso la carta e da lì dentro la nostra sensibilità. Un’opera che segna la nascita di un talento che sembra immenso, come narratrice, come artista, come rappresentatrice di anime: quello di Crystal Kung.


Crystal Kung
Il piccolo vagabondo
BAO Publishing, 2018
17×23 cm, 172 pagg., colore, € 18.00
ISBN 9788865439814

Eccezionali storie di ordinarie Indomite

Indomite, Biagieu, Bao Publishing

Indomite è il coloratissimo primo volume edito da BAO Publishing e realizzato da Pénélope Bagieu per raccontare, ai più piccoli e non solo, le storie straordinarie di persone che non hanno voluto sentirsi limitate dal proprio status, dal proprio corpo o dalla società e battendosi per i loro diritti hanno cambiato il mondo.

Nel caso specifico, queste persone sono donne, di epoche e culture differenti, con differenti personalità, ma tutte interiormente indomabili.

È molto difficile definire questo volume, e credo che questo dipenda dall’eterogeneità della cultura e della ispirazioni dell’autrice, nata in Francia, laureata in studi economici e sociali, che ha frequentato corsi d’arte figurativa e design a Parigi, avvicinatasi al fumetto tramite il suo blog, trasposto su carta, La mia vita è assolutamente affascinante (Ma vie est tout à fait fascinante) in cui racconta con ironia e grazia le sue avventure quotidiane.

Dicevamo: difficile definirlo un fumetto, anche se ne ha le caratteristiche vignette, per quanto irregolari, con i baloon che si alternano alle didascalie; i contorni neri a definire i personaggi, la sequenzialità cronologica delle scene, i colori che riempiono ed evidenziano gli elementi più importanti. Eppure la consecutio della storia, che si dipana in sole sei facciate per biografia, non è data dalle immagini, che hanno solo la funzione di illustrare quanto raccontato dal testo; anche il disegno, che riesce a dare la giusta caratterizzazione a storia e personaggi, dà il meglio di sé nelle illustrazioni a doppia pagina che concludono i racconti e immortalano le protagoniste nel loro momento indomito e indimenticabile, eseguite con uno stile molto minimalista, tra la grafica pura e il decorativismo.

Indomite, Bagieu, Bao Publishing

Con questo non si intende assolutamente sminuire il valore artistico dell’opera, però il vero pregio della stessa è nel suo contenuto, per quanto semplificato, poiché rivolto a un pubblico di piccoli lettori. La vera goduria sta nello scorrere le vite di queste persone che sono andate avanti per la loro strada, spianando tabù e superando le difficoltà che la società opponeva loro, aprendo la strada a tutti quelli che sono arrivati dopo. La narrazione rimane spassosa anche nei momenti di maggiore pathos e l’interesse non subisce mai flessioni, considerando anche che molti dei personaggi e le loro imprese sono spesso sconosciuti ai più.

Indomite, Bagieu, Bao Publishing

Ma non è solo la curiosità la chiave di volta che regge l’impianto di Indomite: spesso dimentichiamo che se possiamo godere di cose che riteniamo ovvie, come la libertà di indossare un bikini o di partecipare da leader alla vita politica, lo dobbiamo a qualcuno che prima di noi ha lottato, a volte mettendo a repentaglio credibilità e serenità personali, per far riconoscere come normale e lecito quello che prima era inaudito. Per farlo è occorso spesso solo tanto coraggio e la forza di non tradire il proprio sogno di fronte a nulla e a nessuno. E se si è nate donne, l’impresa necessita di dosi massicce di entrambi.

Ma questa non è un’opera femminista: è un’opera che apre la mente ai grandi orizzonti che ancora oggi aspettano un animo indomito per essere disvelati.


Pénélope Bagieu
Indomite
BAO Publishing, 2018
colore, 19×26 cm, 144 pagg., € 20.00
ISBN 9788865439920

Pretty Guardians – Sailor Moon Official Fan Club: sono aperte le iscrizioni!

A tutti i lettori della combattente che veste alla marinara: Edizioni Star Comics è lieta di annunciare che sono aperte le iscrizioni a PRETTY GUARDIANS – SAILOR MOON OFFICIAL FAN CLUB per l’anno 2018!

Tutti gli interessati avranno tempo dal 1° luglio 2018 al 30 giugno 2019 per  completare la procedura d’iscrizione, partendo dal link accessibile cliccando qui.

All’avvenuta iscrizione i membri riceveranno una tessera club con un’illustrazione inedita e gadget speciali (il Sailor Moon communicator watch, briefcase e notebook), inoltre avranno diritto a particolari servizi come la vendita di merchandise esclusivo per il fan club, la ricezione della newsletter digitale, contenuti video dedicati, il diritto di prelazione riguardo all’accesso a eventi particolari e molto altro ancora.

Communicator watch, gadget esclusivo di "Pretty Guardians - Sailor Moon Official Fan Club".

Il communicator watch, un gadget esclusivo disponibile solo per i soci di Pretty Guardians.

Il costo per la registrazione di fan non residenti in Giappone è pari a 7’000 yen. Per ulteriori informazioni è possibile compilare il form della pagina “Contattaci” a questo link.

Il ritorno del mito – Akira: trentesimo anniversario

Locandina di "Akira" di Katsuhiro Otomo.Questo non vuole essere l’ennesimo articolo sulla validità o meno del lungometraggio Akira, croce e delizia del regista/mangaka Katsuhiro Otomo che ha marchiato a vita il suo operato, oscurando le sue successive opere. Di siti e saggi che ne parlano ne troverete a volontà. Qui si parla del suo trentesimo anniversario e della terza proiezione nei cinema italiani, grazie a Nexo Digital e Dynit.

Qui troviamo un nuovo doppiaggio e anche, almeno in una parte, un leggero cambio di montaggio delle musiche (il Requiem dei Geinoh Yamashirogumi, durante la distruzione della città, rimane montato come su disco). Il nuovo doppiaggio stavolta, rispetto a quello precedente, rimane fedele praticamente al 100% a quello originale giapponese, realizzando anche gli stessi effetti vocali e anche la scelta delle voci è stata fatta per essere più simile possibile a quelle dei doppiatori giapponesi. Ad esempio Takashi, Masaru e Kyoko hanno una voce da bambini. Molti nomi vengono corretti (Ryu anziché Roy, Yamagata anziché Yama). Addirittura gli accenti tonici dei nomi vengono rispettati come dovrebbero essere pronunciati, rinunciando alla italianizzazione utilizzata da sempre nella nostra penisola. Finalmente, dopo più di un quarto di secolo dalla prima edizione, abbiamo una versione rispettosa, quasi timorosa e accorta verso qualsiasi possibile critica di chi è particolarmente puntiglioso, di questo capolavoro cinematografico.

Molti spettatori potranno capire molto meglio l’intricata trama, grazie a questo nuovo adattamento e personalmente la cosa mi è stata confermata da più di una persona, dopo la visione. I precedenti doppiatori erano sicuramente bravi (da citare Angelo Maggi e soprattutto Alessandro Quarta), ma avevano a che fare con una traduzione fatta alla meno peggio in più punti, probabilmente per il fatto che furono ripresi i dialoghi inglesi fatti a suo tempo dalla Streamline Pictures, che adattò alla fine degli anni ’80 Akira per gli Stati Uniti d’America. Qui troviamo doppiatori altrettanto professionisti (Pierluigi Astore, Manuel Meli, Alessio Puccio e tanti altri bravi) e che finalmente possono anche loro capire quello che stanno recitando!

Ecco i punti migliorati sensibilmente, citando le incongruenze e gli errori nel vecchio doppiaggio:

  • Nella scena all’inizio nel bar Harukiya il proprietario smercia di nascosto della droga e si lamenta dell’ingresso improvviso di Yamagata. Nella versione precedentemente si lamenta di Kaneda che attacca un pezzo al jukebox dicendo che non è una sala da ballo (se ha un jukebox, qualcuno metterà ogni tanto della musica, no?).
  • Masaru capisce dove si trova Takashi e si dirigono nella zona ovest della città. Nella versione precedente Masaru dice «Questo capitolo è finalmente chiuso», e il colonnello risponde «Molto bene, e adesso andiamo via di qui!» (Quale capitolo? Via da dove?).
  • Il primo incontro tra Kaneda e Kei: Kaneda la fissa mentre Kei rimane sorpresa della rissa che si sta svolgendo nella stanza delle interrogazioni, invece nel primo adattamento sembrerebbe che Kei fissi Kaneda facendo sembrare che già si conoscessero, cosa non vera ovviamente.
  • Viene finalmente citata la Babyroom dove alloggiano i tre bambini vecchi, mentre nel vecchio doppiaggio parrebbe che Tetsuo la trovi per caso.
  • Viene nominato e citato Nezu, capo della ribellione e ministro con doppio ruolo che riesce a procurare i pass per Kei e i suoi compagni per entrare nel palazzo dove si trovano i bambini. Precedentemente veniva citato solo un certo «amico», creando confusione.
  • Più volte vengono nominati i soggetti degli esperimenti con il loro numero tatuato sulla mano, compreso Akira. Nella scorsa versione non si cita mai.
  • Viene detto a chiare lettere che Akira ha provocato l’esplosione che si vede all’inizio del film, scatenando la Terza guerra mondiale. Tutto ciò viene omesso nella passata versione.
  • La riunione del consiglio esecutivo è decisamente più chiara e capiamo che il colonnello vuole investire il budget per evitare che Akira si possa risvegliare. Prima era impossibile da capire.
  • Tetsuo legge nella mente di Kyoko per capire dove si trova Akira. Prima lo potevamo solo intuire. Da citare l’assurdo dialogo di Kyoko che c’era, rivolgendosi a Tetsuo: «Farai del male a qualcuno se non la smetti!», poco prima aveva già fatto un vero massacro!
  • Tetsuo di fronte ai resti in capsule di Akira non è più un improvviso sedicente esperto di chimica: «Questo ha un valore chimico superiore a 101» (?).
  • Kaneda distrugge la moto di Yamagata per fare in modo che possa avere la sua moto nell’aldilà. Prima completamente omesso.
  • Soprattutto il risentimento di Tetsuo verso Kaneda è finalmente esplicito.

Possiamo dire che questo è il punto di arrivo di Akira in Italia che, da lungometraggio passato in sordina giusto perché era un vero kolossal dell’animazione e niente più, è diventato un capolavoro lodato da tutta la critica ufficiale: il tanto apprezzato Dizionario dei film curato da Paolo Mereghetti, dopo un iniziale voto intermedio, nelle successive edizioni ha dato il massimo dei voti. Stessa cosa per il famoso sito MYmovies, da una iniziale recensione dal tono sufficiente, oggi vediamo sul sito una lode esorbitante. Adesso lo si paragona per importanza a Matrix o addirittura a Blade Runner e 2001 Odissea nello spazio. Anche lo stesso pubblico italiano l’ha scoperto con estremo ritardo. Quando uscì nei primi anni ’90 fu un vero fallimento. Stavolta, con un solo giorno di proiezione, ha totalizzato quasi 70 mila euro con più di settemila spettatori.

L’influenza e l’importanza di Akira, invece che diminuire con il passare del tempo, aumentano con gli anni e oggi non possiamo che ringraziare, anche se con un notevole ritardo, per questa nuova edizione. Ovviamente l’acquisto del Bluray, quando uscirà, sarà d’obbligo per me, per ogni appassionato di questo immortale titolo, e anche per i veri amanti del grande cinema, d’animazione o non.

Silver ospite del San Beach Comix 2018

Comunicato Stampa

Guido Silvestri, Silver il papà di Lupo Alberto, sarà Ospite d’Onore al San Beach Comix 2018.

Il San Beach Comix e l’Associazione Culturale Fumetti Indelebili sono onorati di annunciare la presenza, in qualità di Ospite D’Onore della manifestazione, di Guido Silvestri in arte Silver, il papà di Lupo Alberto, fumettista di fama nazionale.
La manifestazione, patrocinata dal Comune di San Benedetto del Tronto, si terrà il 2 e 3 Giugno 2018, nel cuore della città, in viale Secondo Moretti, Piazza Giorgini e Viale Buozzi, l’ingresso è libero.

Guido Silvestri, modenese, inizia la sua carriera con il maestro Franco Bonvicini, in arte Bonvi, con il quale compie l’apprendistato. Lavora inizialmente su personaggi noti come Nick Carter, Cattivik e Capitan Posapiano, fino ad ampliare il suo lavoro diventando egli stesso l’autore delle proprie storie con questi personaggi.
Nel 1974 avviene la svolta nella sua carriera. Sul Corriere dei ragazzi iniziano a essere pubblicate delle strisce con protagonisti gli animali di una fattoria. Nonostante la prima striscia in assoluto abbia come protagonista un gallo, è un simpatico lupo azzurro il vero protagonista della serie, ambientata nella fattoria McKenzie, Lupo Alberto, appunto, follemente innamorato di una gallina, Marta, ed ostacolato da un grosso cane bobtail di nome Mosè, guardiano del pollaio. Il personaggio ed i suoi comprimari riscuotono subito un grande successo.

A oggi Silver, vanta numerose pubblicazioni e onorificenze, portandolo di diritto nella rosa dei Maestri Italiani di Fumetto.

San Beach Comix dell’Associazione Culturale Fumetti Indelebili 
email: fumettindelebili.associazione@gmail.com

Ready Player One, ovvero il nerd nel 2018

Ready Player One è l’ultima fatica di Steven Spielberg. Da quando è uscito nelle sale cinematografiche poche settimane fa, ma forse anche prima grazie alla campagna pubblicitaria, è sotto le luci dei riflettori dell’Internet: centinaia di video su YouTube analizzano fotogramma per fotogramma il film alla ricerca dei migliaia di easter egg che hanno fatto impazzire i fan. Perché questo Ready Player One non è un film, ma una mera gara a scoprire chi è più nerd. Ma che un’opera appena passabile sia idolatrata come capolavoro della fantascienza è ben comprensibile dato che Ready Player One non è altro che l’ovvia conseguenza di una serie di eventi. Facciamo dunque qualche passo indietro.

31 gennaio 2001: va in onda il primo episodio di House of Mouse, serie animata che vede protagonisti tutti, ma proprio TUTTI i personaggi dell’universo Disney. Nella stessa stanza si vedono interagire Topolino, Aladdin, Ade e Biancaneve. Per la prima volta si vede un’intera opera completamente dedicata al crossover. Questa serie inoltre fece il suo esordio strategicamente pochi mesi prima l’uscita di un altro progetto nato dalla collaborazione della Disney e l’allora Squaresoft: Kingdom Hearts, saga celeberrima che chiunque abbia avuto una PlayStation in casa conosce. Queste due opere insieme fomentarono più che mai l’amore del pubblico nel vedere mondi diversi incontrarsi, portando il mercato sempre più verso quella scelta. Esempi lampanti sono Tsubasa RESERVoir CHRoNiCLE, fumetto del 2003 delle CLAMP, storiche amanti dei crossover, ma anche Vendicatori divisi del 2004, serie Marvel che ha ispirato la fortunatissima serie di film.

24 settembre 2007: probabilmente una delle date più influenti del mondo nerd, viene trasmesso l’episodio pilota di The Big Bang Theory. La serie è un successo mondiale, tutti amano Leonard, Howard, Raj, ma soprattutto Sheldon, un fisico sociopatico amante dei fumetti. Ѐ una rivoluzione copernicana: improvvisamente il nerd è figo. E improvvisamente il mondo si divide in due categorie: i “Leonard” da un lato, quelli che si rivedono nei protagonisti, i secchioni bullizzati al liceo che trovavano rifugio nei fumetti e poi scoprono di non essere soli; e dall’altra parte ci sono i “Penny”, quelli che entrano per la prima volta a contatto con fumetti e quant’altro, ne sono incuriositi e pian piano ci affondano dentro. Il nerd diventa di moda e grazie al mondo dell’Internet è accessibile a chiunque, a favorire la sua diffusione è Netflix, piattaforma esistente dal lontano 1997, ma che guarda caso acquista popolarità solo dal 2013. Di punto in bianco quelle che erano passioni “di nicchia” diventano mainstream, se prima eri solo uno sfigato a leggere Le cronache del ghiaccio e del fuoco ora non sei nessuno se non hai mai visto un episodio di Game of Thrones e questo non fa certo piacere agli orgogliosi nerd delle precedenti generazioni.

2 novembre 2012: la Disney è di nuovo protagonista, non sfugge di certo la nuova moda e in risposta nei cinema esce Ralph Spaccatutto. Il film fa incontrare decine di mondi videoludici diversi, ovunque si possono trovare easter egg che fanno sempre solo da cornice alla storia principale. Ovviamente è un successo e casa Disney comprende appieno il motivo: il potere della nostalgia. Riconoscere elementi dell’infanzia fa appassionare ancora di più lo spettatore e zio Walt decide di sfruttare la cosa al massimo: cominciano una serie infinita di remake e reboot di vecchi film. Come sempre in molti seguono l’esempio e fioccano ovunque nuovi film tratti da idee vecchie, spesso con tragici risultati (sto guardando proprio te, Jumanji – Benvenuti nella giungla).

E infine arriviamo a Ready Player One. Riconosciuto il valore dei crossover, la vastità della cultura nerd e il potere della nostalgia, Spielberg decide di ripescare un bestseller del 2010 e adattarlo al cinema. Il risultato è la versione americana e decisamente meno riuscita di Summer Wars (film d’animazione datato 2009, precedente persino al libro), il tutto infiocchettato con una quantità quasi eccessiva di easter egg che spesso vanno ben oltre il loro ruolo che dovrebbe essere solo marginale. Per il nerd che aspetta solo una scusa per dimostrarsi più acculturato degli altri è il paradiso, ma in realtà ci troviamo di fronte a una storia banale, scritta di fretta e con personaggi opinabili.

Il film comincia con uno spiegone stile Boris in cui il protagonista parla da solo (sì da solo, neanche a dire che rompe la quarta parete interagendo con lo spettatore) e descrive il periodo in cui è ambientato il film: un futuro distopico in cui tutti si rifugiano nel mondo virtuale di OASIS perché nella realtà hanno rinunciato a risolvere i problemi. Quali sono questi problemi? L’inquinamento? La fame nel mondo? Le guerre? Non lo sapremo mai perché l’argomento non viene più citato, viene abbandonato lì. Più importante è invece trovare il famoso easter egg lasciato da James Halliday, creatore di OASIS, affrontando tre prove alla conclusione delle quali si potrà diventare padroni del mondo virtuale (dubbio personale, ma può il premio finale di un gioco considerarsi un easter egg?).

Wade Watts, meglio conosciuto su OASIS come Parzival, è un giocatore solitario che gareggia per l’easter egg con il suo unico amico Aech, un omone tutto muscoli che appena lo vedi non puoi far altro che pensare che nella realtà sia una donna (spoiler, nella realtà è una donna di colore, per il politically correct). Durante la prima gara conosciamo la femmina del gruppo, tale Art3mis, di cui Parzival s’innamora nel giro di cinque minuti d’orologio. Nello stesso frangente incontriamo la multinazionale IOI, malvagia associazione che per prendere il controllo di OASIS partecipa al gioco con centinaia di giocatori scelti più inutili dei marines semplici di One Piece; a capo della IOI c’è Nolan Sorrento, il cattivo della situazione che sembra uscito da un cartone dei Looney Tunes, decisamente inadeguato in un film che vuole sì essere una commedia leggera, ma non comica.

Il 90% delle immagini che si trovano in rete su Ready Player One sono di easter egg, c’è altro in questo film?

*** ATTENZIONE: DA QUI IN POI LA TRAMA CONTIENE SPOILER. ***

Ovviamente i nostri vincono la prima gara entrando nel mirino di Sorrento che decide di uccidere Wade; per farlo assume i-R0k, personaggio che vince a mani basse il premio inutilità vantandosi per tutto il film del suo piano per uccidere Wade, senza mai effettivamente fare nulla se non parlare in modo irritante. Sorrento almeno un tentativo di eliminare Wade lo fa e gli fa esplodere la casa, senza lui dentro… peccato. Viene salvato da Samantha, identità reale di Art3mis, la quale fa parte di un’armata di ribelli che combattono la IOI. E giustamente neanche il tempo di raccogliere il cadavere della zia morta nell’esplosione che Wade comincia a flirtare con “Sam”, alla faccia dell’elaborazione del lutto.

Il gruppo, a cui non si sa quando si sono aggiunti due membri, si cimenta nella seconda prova basata su fatti estremamente personali di Halliday: il suo amore segreto verso la moglie del migliore amico, il quale non si è mai accorto per tutta la vita di questi sentimenti, ma un branco di ragazzetti che neanche lo conoscevano sì… ok.

Superata anche questa seconda prova Wade e Sam vengono attaccati dalla IOI nel mondo reale: il primo scappa grazie alla ragazza che “prende tempo” per lui facendosi catturare (letteralmente, non fa nient’altro). Fortuna che tutti gli amici virtuali di Parzival vivono a 100 metri da casa sua visto che viene salvato dal suo amico Aech, Helen nella vita reale, e dagli altri due membri del gruppo chiaramente riempitivi, ah e asiatici così si completa il party americano standard. Insieme si dirigono alla sede della IOI per salvare Sam, compito non così difficile quando il cattivo di turno è così stupido da sbandierare la password del suo account.

Durante il climax della terza gara si susseguono una serie di scene che necessitano una sospensione dell’incredulità decisamente eccessiva: prima fra tutte Sam che corre tranquillamente nella sede della IOI senza che NESSUNO dei dipendenti se ne accorga; non meno degna di nota la folla di persone che combatte nel mondo virtuale senza che nella vita reale vada a sbattere contro un muro o un lampione; e non dimentichiamo l’assurdità di Sorrento che invece di sfruttare i suoi migliaia di dipendenti decide di cercare l’intrusa nella sua azienda da solo controllando le postazioni di gioco una ad una; infine quando è un dipendente della IOI a gareggiare per l’easter egg nessuno ci fa caso, ma quando tocca a Parzival il software di OASIS manda in diretta mondiale la partita.

Ovviamente il finale è all’altezza del film. Una volta superata la prova Wade sta per firmare il contratto con cui otterrà OASIS, ma si ferma: perché ha capito che non è giusto che un intero mondo appartenga a una singola persona? No, perché da bravo stalker riconosce la scena proposta come un vecchio ricordo che Halliday rimpiange. Difatti nella vita reale in seguito Wade è ben felice di firmare il contratto e dividere OASIS, ma solo con i suoi nuovi amici. Evviva l’oligarchia.

In conclusione Ready Player One spogliato della sua bella grafica, delle sue citazioni e di tutto ciò che è in superficie, risulta essere un film vuoto, banale e anche con un pessimo messaggio. Ma queste sono cose di ben poco conto se si considera il primo posto al botteghino.

In uscita il nuovo numero di Comics&Science: donne e matematica

Copertina di "Comics&Science: The Women in Math" dedicato al rapporto fra le donne e la matematica.Uscirà a breve, dopo la presentazione alle Olimpiadi Femminili Europee di Matematica 2018, nelle quali peraltro le nostre studentesse hanno avuto risultati lusinghieri, il nuovo numero di Comics&Science, dedicato proprio alle donne nella matematica.

Al femminile anche le disegnatrici delle storie, una delle quali, Claudia Flandoli, ha già trovato posto sulle pagine di Dimensione Fumetto, l’altra è una artista pisana, figlia di un matematico (Andrea Milani) e una fisica (Anna Nobili), che ha già disegnato (e come avrebbe potuto non farlo) la storia di Marie Curie.

In questo numero si racconta del rapporto tra le donne e la matematica (e la scienza più in generale). Un rapporto cruciale e complesso, che si intreccia con le questioni di genere, l’avanzamento delle carriere accademiche e il fatidico “soffitto di cristallo”, l’invisibile barriera che sembra impedire alle donne di salire “più di così” nelle gerarchie lavorative. Femminili sono molte delle presenze su questo numero, compresi i cognomi in copertina: Barbara Nelli, Susanna Terracini e Giada Rossi (insieme a Luigi Bianchi) sono note e in vista nel mondo matematico e divulgativo italiano.

Come è accaduto nei numeri precedenti si affianca un fumetto di stampo biografico  a una storia a sfondo scientifico. Questa volta si racconta di Sofia Kovalevska, pur morendo a soli 41 anni, segnò profondamente l’ultima parte del XIX secolo, ottenendo, prima donna in assoluto, un dottorato in matematica con Weierstrass a Gottinga, una delle università più prestigiose in questo campo, e vincendo diversi importanti premi. Ricordando un po’ la storia di Maryam Mirzakhani, prima donna a vincere la medaglia Fields nel 2014 e scomparsa nel 2017.

Qui trovate la presentazione completa sul sito di maddmaths.

Questa invece è la pagina facebook di Comics&Science, dove potete trovare anche informazioni sugli eventi divulgativi.

Tornate a trovarci fra qualche tempo per la recensione…

Dimensione Fumetto presenta: FREE COMIC BOOK DAY

Amiche e Amici! Il giorno 23 aprile si celebrerà la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore. Questa giornata è dedicata al libro e alla lettura e ci sono moltissime iniziative dedicate a questo evento in tutto il mondo.

Dimensione Fumetto non è da meno e festeggia la Giornata Mondiale del Libro a modo suo: con un Free Comic Book Day!

Il giorno 23 aprile presso la biblioteca comunale Giulio Gabrielli di Ascoli Piceno, Dimensione Fumetto regalerà dei fumetti nuovi belli e adatti a tutte le età. Non c’è bisogno di pagare nulla, non bisogna iscriversi, basta venire in biblioteca e scegliere due fumetti tra quelli proposti, portarli a casa e leggerli!

Molte importanti case editrici ci hanno supportato e potrete trovare volumi offerti dalla Star Comics, Panini Comics e Nicola Pesce Editore. Ci sarà inoltre una selezione di titoli proposta dai soci di Dimensione Fumetto, e altri selezionati dalla Biblioteca Gabrielli.

L’evento non ha orario, durerà tutta la giornata: inizierà alle 9.30 e terminerà alle 19 in concomitanza con la chiusura della biblioteca. Quindi segnate la data sul calendario mettete la sveglia e preparatevi al Free Comic Book Day 2018!!

 

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