Monthly Archives: aprile 2018

Dimensione Fumetto presenta: FREE COMIC BOOK DAY

Amiche e Amici! Il giorno 23 aprile si celebrerà la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore. Questa giornata è dedicata al libro e alla lettura e ci sono moltissime iniziative dedicate a questo evento in tutto il mondo.

Dimensione Fumetto non è da meno e festeggia la Giornata Mondiale del Libro a modo suo: con un Free Comic Book Day!

Il giorno 23 aprile presso la biblioteca comunale Giulio Gabrielli di Ascoli Piceno, Dimensione Fumetto regalerà dei fumetti nuovi belli e adatti a tutte le età. Non c’è bisogno di pagare nulla, non bisogna iscriversi, basta venire in biblioteca e scegliere due fumetti tra quelli proposti, portarli a casa e leggerli!

Molte importanti case editrici ci hanno supportato e potrete trovare volumi offerti dalla Star Comics, Panini Comics e Nicola Pesce Editore. Ci sarà inoltre una selezione di titoli proposta dai soci di Dimensione Fumetto, e altri selezionati dalla Biblioteca Gabrielli.

L’evento non ha orario, durerà tutta la giornata: inizierà alle 9.30 e terminerà alle 19 in concomitanza con la chiusura della biblioteca. Quindi segnate la data sul calendario mettete la sveglia e preparatevi al Free Comic Book Day 2018!!

 

Bibbia a fumetti: un altro tentativo

bibbia copertina

Anche se è difficile che si pensi a lui in questi termini, è Dio il primo grande eroe della storia. Si rimane tutti senza fiato quando Superman fa volare via un’auto con un soffio; con il suo soffio, però, Dio ha creato l’intero universo.

Comincia così la prefazione da parte di Doug Mauss, curatore dell’opera. Non certo un esperto di scrittura dei fumetti, come viene desunto dal suo curriculum. Piuttosto un esperto di christian publishing, creatore di una app per sfogliare la Bibbia a fumetti ed esperto di marketing, oltre che pastore evangelico.

In effetti l’opera, il cui titolo originale è The Action Bible (riferimento agli Action Comics testata che ha presentato per la prima volta il più grande dei supereroi dei fumetti?), viene pubblicata da BE Edizioni, casa editrice fiorentina. E costola italiana di Word of Life, una delle principali chiese evangeliche statunitensi. Di Word of Life è anche pastore Sergio Cariello, artista di origini brasiliane, con trascorsi anche nelle major, che pare sia stato chiamato da Joe Kubert in DC proprio durante il suo anno (!) di studi teologici.

Il testo della Bibbia non è quello a cui siamo abituati in Europa, ma quello pubblicato dalla David C Cook, probabilmente la più grande casa editrice cristiana (evangelica) del mondo.

Tradurre in fumetti un libro come la Bibbia riuscendo a renderne minimamente la profondità dei concetti e del linguaggio, è di per sé opera improba. In effetti in Europa ce ne siamo accorti da tempo, pertanto le riduzioni illustrate sono spesso utilizzate per avvicinare i bambini ai personaggi biblici, rimandando al testo vero e proprio gli approfondimenti. In Italia abbiamo infatti una lunga tradizione di fumetti a sfondo biblico, o ispirati alle narrazioni della Bibbia.

Basti pensare alle storie pubblicate su Il Giornalino o ai tanti giornali di origine cattolica, come Il Vittorioso.  Ricordo i miei trascorsi di lettore delle Edizioni Paoline, in cui il linguaggio del fumetto era usato in modo da avvicinare tutti, ma in particolare gli adolescenti, a temi sociali e religiosi.

Più spesso, soprattutto nel tempo più recente, i fumetti sono stati usati per ironizzare, quando non in modo sarcastico o addirittura blasfemo, su una visione del mondo e su dei valori che ai più (non a chi scrive) sembrano ormai quanto meno anacronistici. Ne abbiamo parlato anche su queste pagine

Abbiamo recentemente anche analizzato altri tentativi europei di trasposizione a fumetti del testo biblico, meno enciclopedici, e comunque anche in quel caso non del tutto convincenti.

paulus, bibbiaForse il termine di paragone è elevato, ma in fondo lo scopo era lo stesso.

Condividere e diffondere un messaggio anche etico e morale attraverso uno strumento sicuramente più attrattivo. Ma, mentre quei prodotti erano essenzialmente diretti a bambini e adolescenti e avevano un elevato contenuto artistico, che consentiva a chiunque di accostarvisi, l’opera di Carello si pone come un vero strumento di evangelizzazione, come si evince dalla prefazione e dalla quarta di copertina.

In effetti i fumetti biblici italiani hanno visto all’opera veri artisti a tutto tondo, di grandissimo spessore e cultura, a volte neanche cristiani. Si può pensare a Paulus di Gianni De Luca, che proprio a causa degli argomenti e dell’ambiente da cui è uscito non ha avuto praticamente diffusione, o Iacopo del Mare, con i disegni di Nadir Quinto, entrambi pubblicati dalle Edizioni Paoline sulla quasi centenaria testata per ragazzi. Artisti che, al di là delle loro convinzioni, hanno saputo rappresentare con grande intelligenza, passione e talento storie che fanno parte (quanto meno) dell’epica dell’intera umanità.

The Action Bible si pone invece come un vero e proprio fumetto divulgativo, con un taglio supereroistico, forse per incontrare maggiormente il pubblico americano. E sembra più indirizzato agli adulti. Certamente per la mole (oltre 700 pagine).

Inoltre le didascalie e i dialoghi sono corposi, nel tentativo di riproporre la maggior parte possibile del testo biblico. L’opera vuole raccontare praticamente TUTTI i libri della Bibbia, compresi quelli meno facili, ad esempio le lettere del Nuovo Testamento. Sembra non voler tralasciare i dettagli importanti, concentrandosi sui grandi libri delle origini (Pentateuco) e sui cosiddetti libri storici. Ma, ad esempio, non attinge affatto ai cosiddetti libri poetici ad esempio il Cantico dei Cantici, o i Salmi, certamente più difficili da trasporre.

Anche per questo il libro risulta piuttosto vuoto, senza un grande appeal. È il racconto di una storia abbastanza nota, senza approfondimenti e senza la ricerca del messaggio che questa storia porta.

In generale i personaggi sono piatti, poco caratterizzati, a volte appena accennati, nonostante il taglio essenzialmente storico ed eroistico del lavoro. Anche quelli centrali, come Mosè, non hanno una caratterizzazione spiccata.

Le storie non hanno una precisa collocazione geografica o storica. Se si eccettuano alcune mappe dei viaggi di Paolo, di cui non si può proprio fare a meno in un testo biblico.

Si potrebbe pensare che sia una scelta per concentrare l’attenzione su Dio e sul suo popolo, ma il libro non è, da questo punto di vista, per niente intriso di spiritualità. Rimane su un piano che nulla ha di trascendente. Un po’ come il dio (volutamente minuscolo) dell’In God We Trust, motto degli Stati Uniti d’America. Un dio generico, buono per tutte le occasioni, non troppo impegnativo, ma al quale ci si può riferire senza timore di impegnarsi troppo.

Le personalità dei profeti e dello stesso Gesù dovrebbero erompere dalle pagine, al di là del crederci o meno, quanto meno dal punto di vista del racconto. Invece restano scialbi, tutti i momenti sono privi di pathos, i personaggi sembrano di plastica, nell’aspetto e nel destino, forse così predeterminato da annullarne la personalità. Eventi come la discesa della colomba su Gesù al momento del battesimo, o la trasfigurazione, il crollo delle mura di Gerico o il passaggio del mar Rosso sono scialbi, sia nella narrazione che nella grafica.

Le visioni ultraterrene, da quelle di Isaia all’Apocalisse, lasciano l’amaro in bocca a chi si aspetta almeno un po’ di epica. Certo una versione a fumetti della Passione di Mel Gibson sarebbe stato troppo, ma “giocarsi” i tre giorni centrali della storia (per stessa ammissione dell’autore in quarta di copertina) in una decina di tavole è eccessivo nell’altro senso.

E tutto questo, nonostante per molti dei fedeli a cui questa versione della Bibbia è destinata, il libro dovrebbe essere in tutto e per tutto un libro storico. È indirizzato soprattutto a quei cristiani, parafrasando una canzone di Samuele Bersani, che credono che nella Bibbia sia un racconto reale, senza metafore…

Ad esempio il creazionismo dovrebbe essere visto come una teoria scientifica alternativa, quindi dovrebbe essere rappresentato con grande forza. Invece la creazione è priva di ogni forma di impatto, sia nella narrazione che nelle immagini, e viene esaurita in quattro tavole.

Quindi la sacralità e la spiritualità sono stati i grandi assenti. E già per questo l’ho trovato deludente.

Nella quarta di copertina si dice che

le storie presentate trasmettono le verità bibliche in modo immediato ed entusiasmante.

Ho fatto fatica a ritrovarmi in questa affermazione. Da una parte perché tutte le verità sono poste allo stesso modo, dal principio in cui non c’era nulla… tranne Dio (sigh!), fino a Gesù, che non viene trattato diversamente da qualsiasi altro personaggio.

Dall’altra perché di entusiasmante, anche dal punto di vista artistico, ho trovato poco.

Sicuramente era possibile fare un lavoro più degno dell’opera a cui si ispira (al di là del valore religioso che gli viene attribuito dai singoli lettori). Invece ne è venuto un lavoro certamente accessibile, ma faticoso da leggere e piuttosto insignificante anche nella qualità grafica.

Ho provato (devo dire faticosamente) a rileggere il libro come una storia a fumetti, senza bias legati al mio pensiero etico e religioso.

E… niente, non è migliorato.

L’idea principale, anche dall’introduzione, sembra quella di fare marketing religioso. E fin qui niente di male: le immagini avrebbero potuto essere uno strumento eccezionale. Ma non sono state sfruttate.

Graficamente il tratto è disordinato, sembra poco curato, a volte distorto. I personaggi sono graficamente poco caratterizzati.

Le scene sono statiche, non c’è una linea di movimento, neppure nelle battaglie. I dettagli sono scarsi. Le scene di massa o i paesaggi per lo più poco curati.

Anche la colorazione in generale è deludente. I coloristi di Impacto Studio accreditati non hanno altre opere nei database di fumetti. I colori contribuiscono a dare l’aspetto “plasticoso” e piatto alle immagini, non sottolineano mai eventi o sentimenti. Vorrebbero riprodurre il reale, ma sono spesso troppo accesi, le ombre mal gestite.

Forse l’arte visiva ispirata da questo libro negli ultimi due millenni, dalla pittura alle miniature, alle sculture, mi ha fatto sperare in una grande opera. E la delusione è stata cocente. Come accade spesso nel vedere edifici di culto moderni brutti e poco efficaci, di fronte a tante opere del passato realizzate con tecnologie meno avanzate ma certamente con maggior maestria e coinvolgimento.

La Nona Arte può certamente fare di meglio nel dare spessore a questa e altre epiche, per portare nella modernità nel migliore dei modi la storia dell’umanità. O le sue storie.

E per portare al grande pubblico un testo che, al di là del proprio credo, fa parte della cultura comune.


La Bibbia a fumetti
BE Edizioni, 2017
752 pagg, colore, 35 €

Ringrazio l’amica e collega (anche su questo sito) Maura Pugliese, che mi ha stimolato ad approfondire alcuni punti.

Fruits Basket – Un bellissimo ritorno

Con molta gioia da parte della sottoscritta, torna in fumetteria con una nuova ristampa Fruits Basket, uno shoujo manga tra lo scolastico e il soprannaturale dell’autrice Natsuki Takaya. Il manga è stato stampato per la prima volta in Italia dalla Dynit, ma oramai era diventato difficile reperirlo. Non possiamo che ringraziare la Planet Manga che ha deciso di ristampare quest’opera davvero meravigliosa.

La trama

Tohru Honda è una ragazza semplice e solare, molto allegra che frequenta il liceo locale. Purtroppo viene colpita da un grave lutto, sua madre che l’ha cresciuta da sola muore improvvisamente, lasciandola sola al mondo. Dopo il funerale va a vivere con il nonno, ma dopo qualche settimana viene cacciata di casa e va a vivere in una tenda nel bosco.

Quel pezzo di terreno però non è del demanio come pensa Tohru, ma è di proprietà della famiglia Soma. Tohru conosce la famiglia in quanto uno dei ragazzi è un suo compagno di scuola Yuki Soma, il principe venerato da tutte le ragazze, che però si mostra freddo e scostante. 

Un giorno viene scoperta e invitata nella dimora dei Soma  per chiarire la sua posizione di occupante abusiva, ma proprio in quell’incontro scopre che ogni volta che un componente della famiglia Soma viene abbracciato da una persona di sesso opposto si trasforma in uno dei dodici animali dello Zodiaco cinese.

Tohru ora ha scoperto un grandissimo segreto ma i membri della famiglia decidono di aiutarla e di ospitarla in casa loro a patto che non riveli a nessuno il loro segreto. Inizia così la convivenza di Tohru con i ragazzi Soma, non senza problemi, gag, scontri e momenti imbarazzanti. Oltre al segreto della maledizione dei dodici animali ci sono molti altri misteri e intrighi che aleggiano intorno alla famiglia Soma.

Riuscirà Tohru a spezzare la maledizione?

Considerazioni

Fruits Basket (Furuba per i fan) è un manga sentimentale molto bello e delicato come, duole ammetterlo, non se ne scrivono più. Non è scontato, non cade nel solito cliché, non c’è la ragazza gallinella che muore per il bad boy, Tohru è una ragazza matura, seria che fa tutti i giorni i conti con la propria sofferenza ma non la usa per farsi compatire.

Ha passato brutti episodi per colpa del bullismo, ma tutto il male che ha provato non le ha fatto passare il sorriso. Proprio la sua serenità così pura e semplice attira i ragazzi Soma, che invece a volte sembrano affogare in una palude di tristezza a causa della maledizione e degli handicap che questa comporta. Se Tohru è quella che ha attraversato la tempesta, i ragazzi Soma ancora navigano a vista, ancora incerti se riusciranno ad avere una vita normale nonostante la maledizione dei dodici animali.

Questo è un manga che consiglio a tutti, giovani e grandi, perché nonostante abbia vent’anni ancora ha una grande freschezza e capacità espressiva, è un’opera che ha molto da dire e che coinvolgerà sicuramente chiunque, senza limiti di età.

toru e yuki sfondo rosa

 

G.i.a.d.a.: Guida Insolita Al Diventare Adulti

Amianto Comics Presenta Giada

G.I.A.D.A. è una storia è raccomandata a chi era adolescente negli anni ’90 e sa cosa vuol dire non avere tutto il mondo su una tastiera, avere in tasca solo poche lire per la miscela del motorino e una scheda telefonica per telefonare dalla cabina.

Questa storia infatti si svolge in quei tempi lontani in una cittadina della provincia toscana, e (il misterioso) Mordecai che ne è lo sceneggiatore fa parlare tutti i suoi personaggi in fiorentino: ma non pensate che le parole che fa pronunciare ai sui “attori” siano terzine dantesche, perché da buon racconto popolare gli adolescenti attorno a cui gira la trama sono sboccati e spontanei come è normale che sia.

Ho usato volutamente il termine attori perché nell’introduzione a questo fumetto edito da Amianto Comics, per la collana pop novel Amianto Comics Presenta n. 2, quindi in formato cartaceo oltre che digitale, gli editori ci raccontano che il primo soggetto era pensato proprio per diventare un film, e questa impostazione di base travalica anche nel supporto cartaceo: ci sembra di guardare un film di un regista toscano con le dovute differenze date dal diverso media.

G.I.A.D.A. ha anche uno scopo “didattico” a detta dello stesso Mordecai (e del sottotitolo), è infatti una Guida Insolita Al Diventare Adulti che si presenta nell’opera in ben due versioni: una guida scritta come prefazione in cinque punti per i ragazzi che si innamorano per la prima volta, con l’aggiunta di un’appendice più esplicita per i duri di comprendonio (regole molto semplici, che parlano direttamente ai maschietti); e una guida da interpretare ognuno per sé, attraverso le immagini del fumetto che mostrano lo svolgersi la vita di Francesco, diciottenne innamorato della compagna di classe Giada, affiancato da un gruppo di amici a metà tra “fighi” e “non fighi”.

Amianto Comics Presenta Giada

Francesco è orfano di madre e il padre non ha mai completamente superato (come lui stesso d’altronde) la morte della moglie, non esce di casa e l’unico suo impiego è dar da mangiare ai “coniglioli” della defunta. L’unica cosa che li unisce è guardare i porno (e le riviste porno), altrimenti il padre non si preoccupa di come il figlio passa il tempo e dove. Non che ci sia da temere perché il ragazzo passa il tempo con Giada, aiutandola a prepararsi per l’Accademia drammatica, mentre assiste alle sue avventure con altri ragazzi, non trovando mai il coraggio di dichiararsi. Tra amori non corrisposti, coppie che si formano, si sfasciano e si riformano, drammi adolescenziali e scolastici, la storia va avanti fino a un inatteso colpo di scena e un finale che si sporge nel futuro e rasserena i cuori.

I disegni sono affidati al giovane Leonardo Cino, fresco di Accademia ma che già mostra una mano originale e ben impostata, rendendo vignette ben leggibili e accurate che si adattano bene alla griglia tipica dell’Amianto. Il tratto di Cino è morbido e riesce ad essere sintetico e preciso pur restando aggraziato e ricco di particolari, così i personaggi risultano ben caratterizzati e con il proprio carattere.

La sceneggiatura segue la storia con semplicità, senza fermarsi troppo a riflettere sui particolari che rimangono un po’ tralasciati, compensando con soluzioni che fanno perno sul comico. Ad esempio le sedute con la psicologa imbianchina non hanno troppa consistenza, non propongono spunti di riflessioni e non sono determinanti per l’andamento della storia: infatti Francesco farà le sue scelte, giuste o sbagliate, seguendo il proprio istinto, non per qualche buon consiglio dalla specialista. L’intento ridanciano di cui sono circondate le scene non pareggia il conto purtroppo.

Amianto Comics Presenta Giada

Inoltre per chi ha vissuto quel periodo (che per il resto risulta ben rappresentato) suona davvero strano vedere Francesco insieme ai suoi strambi amici (il rasta anarchico e il rivoluzionario borbottante) e anche insieme all’élite scolastica. A quei tempi si era al di qua o al di là della barricata creata dalla popolarità a scuola: se si era fighi (per aspetto fisico, look, possibilità economiche) non ci si mescolava con gli strambi, che formavano gruppi a sé e si occupavano di cose che oggi chiameremo nerd, fregandosene dell’aspetto fisico, dei vestiti e dei soldi. Insomma non c’era il politically correct di oggi, i gruppi di inclusione e i discorsi sull’integrazione: ma non c’era neanche il bullismo feroce di oggi. Ma non è l’ambiente scolastico il punto della storia, quindi va bene così.

Altre situazioni sono solo sfiorate, come il dramma intimo del padre, la gravidanza indesiderata, le prime avventure sessuali con professioniste del genere, ma è anche normale che un fumetto di 96 pagine non possa approfondire tutti gli aspetti presentati.

La caratterizzazione è comunque abbastanza buona perché si segua la vicenda con scioltezza e il coinvolgimento emotivo è assicurato, perché tutti abbiamo amato o amiamo qualcuno che ci sembra sia troppo lontano e irraggiungibile, ma come Mordecai insegna il lieto fine può esserci, se non ci si perde dietro sentieri sbagliati.

Devilman Grimoire: tremate, tremate, le streghe son tornate!

Una rivisitazione pop e aggiornata del grande classico di Go Nagai, ricca di citazioni nerd, tutto questo è Devilman G, nuova opera dedicata al demone Amon.

Il 2018 in Italia sembra essere l’anno di Devilman, forte del successo della serie Crybaby (di cui Dimensione Fumetto ha parlato qui e qui), prodotta da Netflix, arriva, grazie a Star Comics, un’altra serie prodotta nel 2012 in occasione del quarantennale della serie classica, così come Devilman vs Hades.

Il plot iniziale prende spunto dal manga classico, ma se ne discosta subito, la protagonista dell’opera è infatti Miki Makimura che si fregia del ruolo di strega grazie all’anello di Salomone. Regalatole dai suoi genitori, questo pare essere l’anello che l’Arcangelo Gabriele donò all’omonimo re e che ha il potere di soggiogare i demoni; è proprio questa nuova caratterizzazione del personaggio di Miki a dare il nome all’opera. Grimoire infatti sta per Grimorio, che altro non è se non un libro di magia che racchiude in sé corrispondenze astrologiche, liste di angeli e demoni, incantesimi, pozioni e tutto ciò che può essere utile a una strega, una sorta di diario/manuale che nel Medioevo le maliarde erano solite scrivere.

A sinistra tavola del Devilman classico di Nagai, a destra tavola di Devilman G di Rui Takato.

Mentre nella serie classica troviamo un forte rapporto, direi morboso, tra Akira Fudo e Ryo Asuka, uno scontro tra luce e ombra, uno scambio di ruoli (Devilman è un demone ma difende gli uomini, Ryo è l’incarnazione di Lucifero, un angelo decaduto che invece vuole annientarli), in questa l’attenzione è posta sul rapporto tra il timido Akira e la giovane e prorompente Miki. Se nella storia classica Amon si fonde con un umano grazie a un’evocazione a opera di Asuka, qui il ruolo di evocatore è dato alla giovane Makimura che improvvisa un incantesimo di salvataggio e ottiene lo stesso effetto, la creazione di un Devilman.

Tavola di Devilman G

I toni questa volta sono smorzati, il target viene abbassato, e le vicende modernizzate, ma pur se cambia la formula il risultato non cambia e l’antica lotta tra bene e male ne esce comunque vincitrice. Le atmosfere più scanzonate vengono spesso interrotte bruscamente da eventi tragici che rimandano subito allo spirito che da sempre caratterizza il titolo, ritroviamo molti dei personaggi storici in vesti diverse, prima tra tutte l’arpia Silen, e il manga è infarcito fin da subito di rimandi all’opera originale e di un grande numero di citazioni a opere note.

La storia sempre in mano a Go Nagai, viene affiancata dal disegno di Rui Takato che ha un tratto meno stilizzato e iconico di quello del Sensei, ma che risulta comunque funzionale e accattivante, un buon uso del pennino e dei chiaroscuri rendono la narrazione molto piacevole e coinvolgente.

Che dire, l’opera sarà composta da cinque volumi bimestrali e io fossi in voi un occhio ce lo butterei, lo svago sarà assicurato!

 

The Real Cannibal: Ed Gein – La madre di tutti i serial killer

Ed GeinChiedete a un appassionato di film dell’orrore, di splatter e gore quali sono i suoi preferiti e avrete una buona possibilità di sentirvi nominare Psycho e Non aprite quella porta.
Due pellicole incredibili, ricche di suspense, tensione, puro raccapriccio verso la follia e la crudeltà umana, entrambi in grado di regalare personaggi memorabili come Norman Bates e Leatherface.

Sembra assurdo pensare, dunque, che queste due icone della morte al cinema siano figlie della stessa vera persona, la fonte d’ispirazione che illuminò Robert Bloch e sconvolse l’opinione pubblica nel 1957 in America e in tutto il mondo: Ed Gein, il Macellaio di Plainfield, serial killer, tombarolo, mostro dalla mente deviata.

Edizioni Inkiostro decide di dedicare il nuovo volume della sua collana The Real Cannibal proprio a Gein, dopo aver esplorato le vite omicide di Andrej Cikatilo e Charles Manson.

Scritto da Jacopo Masini e disegnato da Francesco Paciaroni, con una piccola introduzione di Rossano Piccioni, Ed Gein – La madre di tutti i serial killer racconta la vita di Gein partendo dal momento clou, dal climax, l’irruzione nella Fattoria Gein e la scoperta dei “trofei” finemente costruiti dalle sapienti mani di Ed.

La polizia di Plainfield si ritrova uno scenario raccapricciante di fronte: una donna decapitata e mutilata a partire dagli organi genitali, appesa tramite funi al soffitto, una testa mummificata, lampade, poltrone, sedie costruite in pelle umana; una veste mammale, teschi usati come tazze, set di posate in ossa umane.

Masini decide di approcciarsi alla biografia dell’assassino con una narrazione che ruota intorno a flashback “strategici”, raccontando i primi segni di disturbo mentale a partire dall’infanzia e seguendo la crescita di Gein, accostando gli sguardi nel passato a una esplorazione della mente del killer dopo l’arresto.

Ed Gein 2Si può notare con quale vérve si racconta di un giovane Gein costretto a subire l’oppressione psicologica della madre, quello che sarà leit motiv non solo della vita del protagonista, ma anche chiave di lettura delle sue azioni.
L’intensità dei dialoghi, i volti distorti dallo stile essenziale, graffiante, scomodo e quasi scarabocchiato di Paciaroni illustrano un rapporto morboso e ripugnante, ammantato da una disgustosa integralità religiosa che maschera ignoranza e una paura innaturale nell’Altro, una paura che si trasforma in odio anche verso gli stessi membri della famiglia.

La madre di tutti i serial killer non ha intenzione di raccontare con censura, ma anzi indugia negli attimi più raccapriccianti, che spaziano dal tagliare le teste di corpi riesumati alla masturbazione compulsiva di Gein, che con il passare del tempo dimostra sempre di più i logoranti segni dell’influenza materna.

Le forze dell’ordine, gli abitanti di Plainfield e il “cast secondario” del fumetto sono principalmente uno specchio dell’opinione pubblica del tempo, mai venuta a contatto, finora, con una tale efferatezza; dopo la Guerra, l’America dei suburbs sembrava un luogo magico dove l’hard working American poteva vivere una vita tranquilla insieme alla propria famiglia.
Gein e i suoi omicidi, la sua pazzia, cambiarono il modo di vedere il vicino, misero in guardia sui mostri che potevano annidarsi anche nei più insospettabili e quieti vicini di casa.

Il fumetto non stupisce, non esalta, ma perché non è quello il suo compito: l’elemento biografico è talmente sporco e tristemente reale di suo che è la realtà a dover mettere paura, la concezione dell’esistenza di un uomo così lontano dalla normalità a incutere un senso di timore nel lettore.
Masini & Paciaroni ci riescono perfettamente, mostrando lati nascosti, segreti, pubblici e ormai leggendari di una figura malata; Ed Gein torna a fare paura sul serio e la EdInk si conferma come la dimensione più adatta per i fanatici dell’horror nostrano.Ed Gein 2

Einstein, tra poesia e realtà

La scienza è la poesia della realtà…

È una frase di Richard Dawkins, etologo, biologo, grande divulgatore, importante esponente del neo-ateismo.

Einstein sicuramente non era cattolico, anche perché di famiglia ebrea, ma aveva una consistente religiosità o almeno una visione per nulla meccanicista del mondo (qui qualche esempio di citazione), al contrario di Dawkins, che ha peraltro lungamente tentato di “portare” Einstein dal lato degli atei, fino a tentare di comperarne le lettere. In un articolo di Life del 2 maggio 1955 dal titolo Death of a genius, pubblicato proprio in occasione della morte di Einstein, c’è una serie di citazioni in cui il fisico ribadisce, in una lunga conversazione con William Hermanns, una visione non certo chiusa al trascendente.

Non so se il sottotitolo voleva dunque essere una citazione apocrifa di Einstein o semplicemente una evidenza di come la visione del mondo dello scienziato, che per primo forse è stato anche personaggio pubblico, abbia collegato la realtà a una ricerca più alta. Ovvero abbia cercato di trovare una sorta di armonia del tutto, affermando anche di voler conoscere il pensiero di Dio.

Forse una locuzione tratta da Dawkins non è il massimo per indicare in Einstein, come scritto nel risvolto di copertina,

la capacità, attraverso la percezione, di cogliere le infinite sfumature del creato, visto come un luogo in cui si intrecciano continuamente scienza e umanesimo.

In effetti l’opera ha una ambientazione per certi versi poetica, quasi onirica. Rimane su un piano spesso aulico, in cui la drammaticità del periodo storico (il Nazismo prima, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda poi) non emerge in maniera evidente, neppure dalla grafica, che anzi risulta un po’ piatta.

Il fil rouge dell’opera è duplice.

Mark, studente a Princeton nel 1953, ha conosciuto Einstein negli ultimi anni della vita, raccogliendone la testimonianza durante i suoi studi di fisica. Poi anziano scienziato al CERN nel 2015 è testimone di una conferenza sulla relatività generale tenuta da suo figlio, a sua volta fisico.

Ma soprattutto la bussola che Einstein ricevette (realmente) in regalo dal padre nel 1884, e che nella finzione diede allo stesso Mark poco prima di morire.

Dopo essere stata in tasca all’icona della scienza moderna in molti dei momenti importanti, la ritroviamo in mano alla giovanissima nipote di Mark nel 2015.

Quella della bussola è una storia che lo stesso Einstein ha raccontato nella sua autobiografia scientifica, considerandola il dettaglio che ha fatto nascere la sua curiosità di scienziato. Da qui è partito anche Marwan Kahil per raccontarci la vita e il pensiero del fisico che tutti citano e che maggiormente ha avuto influenza nell’ultimo secolo, grazie ai disegni di Manuel Garcia Iglesias.

Sceneggiatore e disegnatore non hanno molte opere alle spalle, e affrontano una personalità e una storia impegnativa, che ha già ispirato altri fumettisti, dei quali abbiamo già parlato anche su queste pagine.

Che il grande scienziato abbia avuto una vita relazionale non sempre facile è ormai noto, e forse questo aspetto viene un po’ edulcorato, nello stile dell’intera opera. Infatti si sottolineano le grandi amicizie con Besso e Grossmann, gli incontri con Habicht e Solovine nella Akademie Olympia, i rapporti epistolari con alcuni grandi della storia del mondo (Gandhi). Mentre le relazioni con le donne e i difficili rapporti con le famiglie, siano quella di origine o quelle da lui create, passano attraverso il filtro della scienza. Mi pare di poter dire che la storia personale dello scienziato venga sovrastata dalla storia delle sue scoperte scientifiche, che scandiscono i passaggi e fanno passare tutto in secondo piano. Riconoscendo la enormità dello scienziato, si edulcorano i difetti umani della persona, in misura un po’ eccessiva.

Un po’ edulcorata appare anche la grafica. La tricromia (bianco, nero, grigio) ha un aspetto piatto, che non riesce a sottolineare i passaggi importanti. Il tratto delle parti più disegnate a volte dà la sensazione di essere quasi incerto, incostante. Gli sfondi e le ambientazioni sono perfetti nei minimi particolari, geometrici, con un tratto sottile e uniforme, al punto di sembrare ottenuti con la funzione trova contorni applicata a delle foto o con un CAD. I personaggi invece sono più schizzati, ma con un dettaglio fastidiosamente variabile, a volte al limite del deforme (teste troppo grandi, nasi storti). E le chine hanno spessori diversi, i tratteggi densità variabili, anche nella stessa vignetta; a volte del tutto inesistenti, a volte pesanti, senza apparente motivo. Questo registro dissonante non riesce a dare una sensazione piacevole, i due piani non si fondono, anzi, contrastano in maniera talora evidente.

Graficamente, la parte migliore sono i disegni a sfondo scientifico: i gedankenexperimen; Planck nel suo ufficio con lo sfondo del frontespizio de Annalen der Physik su cui nel 1905 verrà pubblicato il primo scritto importante di Einstein; la fedele riproduzione di LHC. E le illustrazioni di copertina. Perché Iglesias attinge spesso a foto e immagini, anche molto note.

La struttura delle pagine è tutto sommato equilibrata, le vignette sono pressoché sempre regolari, rettangolari, con poche concessioni.

Si fa anche  un uso abbastanza frequente di splash page utilizzate per i cambi di scena.

Il passaggio grafico più evocativo è certamente la doppia pagina con i funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, che segue, nella storia, la firma della lettera che conferma il sostegno di Einstein al Progetto Manhattan.

Nella tavola si mescolano due dipinti (unico cambio di tecnica) che riproducono fotografie note delle colonne di fumo delle due bombe con alcune vignette che mostrano foto familiari  associate alle esplosioni atomiche. Il  palazzo della fiera commerciale della prefettura di Hiroshima, oggi Memoriale della Pace, il torii di Nagasaki circondato dalle macerie, riprodotti con una dovizia di dettagli maniacale vicino a uno dei cadaveri ustionati invece appena schizzato.

Ancora una volta con una dissonanza grafica un po’ confusa, anche se in questo caso crea una forte cesura che porta all’ultima parte del fumetto, in cui l’argomento principale non sono più le scoperte scientifiche e la storia personale di Einstein ma le tragedie, i dolori personali, come la morte di Gandhi e di Besso.

E la speranza che il genio, la creatività, lo studio possano salvare l’umanità da quello che sembra un destino ineluttabile.

Per quanto i fumetti sulla scienza siano evocativi, possano fare cultura, incuriosire, in quest’opera troppi aspetti mi sono parsi poco curati. È anche vero che confrontarsi con lo scienziato più importante e iconico del secolo scorso (insieme a Stephen Hawking, scomparso proprio in questi giorni, che ha guidato anche l’ingresso della cosmologia moderna nel nuovo millennio) è impresa titanica.

È indispensabile infatti scegliere alcuni aspetti di una personalità veramente poliedrica, e dare un taglio alla propria opera. Ne esce però un fumetto un po’ naïf, interessante, ma che affronta una personalità complessa con un lavoro che dà la sensazione dell’incompiuta, di un realismo che arriva fino a un certo punto, nella sceneggiatura e nella grafica.

Le fonti sono numerose e per lo più francofone. L’autore afferma di aver utilizzato nei dialoghi le parole di interviste o di estratti di opere e articoli di Einstein.

Ma alla fine resta la sensazione di una occasione perduta: negli approfondimenti delle storie, delle personalità, nell’esplorare aneddoti e pensieri. Analogamente nella ricerca e nella resa grafica manca qualcosa.

E in un momento in cui la divulgazione scientifica e il fumetto stanno vivendo un connubio di grande vitalità, è davvero un peccato.

Book of Death – L’evento che ha scosso l’Universo Valiant

Book of Death – La caduta dell’ Universo Valiant

Un personaggio sovrumano, colpito da morte violenta, giace a terra senza vita, avvolto da una bellezza sacrale. Il sangue copioso, intorno al capo, si è esteso in modo perfettamente circolare, dando forma ad un’aureola di sangue. Segno di glorificazione di un eroe sacrificatosi per una nobile causa. Un martire il cui nome era Bloodshot. Questa è la copertina, una versione tra tante realizzate per l’occasione, firmata da Cary Nord, con la quale il 19 aprile 2017, Edizioni Star Comics ha pubblicato il primo volume della mini serie Book of Death.

 L’ evento più drammatico in assoluto scritto, sceneggiato e disegnato dall’ intero cast di casa Valiant. 

Una resa dei conti, un’apocalisse, una fine.

Così si presenta il primo volume Book of Death – La caduta dell’ Universo Valiant. Volume che contiene Book of Death: The fall of Bloodshot, Book of Death: The fall of Ninjak, Book of Death: The fall of Harbinger, Book of Death: The fall of X-O Manowar. Pubblicati singolarmente in America da luglio a ottobre 2015. Quattro storie profetiche con tragici epiloghi, tratte dal Libro del Geomante, custodito da Tama, una ragazzina venuta dal futuro.

Book of Death – Il libro della morte (Valiant 45)

 

La prima storia è firmata da Jeff Lemire e ha come protagonista Bloodshot, la macchina assassina perfetta. In lui sono stati infusi miliardi di naniti che gli conferiscono una vasta gamma di capacità sovrumane. Sottoposto a lavaggio del cervello per essere il soldato ideale di una multinazionale paramilitare privata, si libera e diventa un eroe. Lemire e Dough Braithwaite (disegni) ci presentano un Bloodshot nostalgico che non ha più voglia di combattere. Solo e rassegnato, il nostro eroe vaga da un luogo all’altro fuggendo dai suoi ricordi e anelando la pace. La sua fine è commovente.

Andando in ordine, è la volta di Ninjak, spia e mercenario al saldo del miglior offerente. Matt Kindt (storia) e Trevor Hairsine (disegni) immaginano un Ninjak invecchiato ma ancora tenace e forte che ha messo le sue abilità letali al servizio di una giusta causa, salvare l’umanità da una grande minaccia.

La terza parte riguarda gli Harbinger, Toyo Harada e Peter Stanchek. La storia è realizzata da Kano e scritta da Joshua Dysart che immagina l’esito catastrofico di un ultimo scontro tra i due Omega e la loro trascendenza, a riprova che nessuna fine è veramente tale.

Ninjak si batte con i positroni di Livewire

Si conclude con la storia di Robert Venditti (storia) e Clayton Henry (disegni) che segue la vicenda di X-O Manowar, il guerriero visigoto rapito da un popolo alieno nel quinto secolo e tornato sulla Terra dei giorni nostri. Gli autori ci illustrano la sua morte e il passaggio di proprietà della sua forza. La sua armatura senziente Shanhara viene ereditata da sua figlia.

Quattro storie visionarie, cariche di emozioni intense che riescono a catturare l’attenzione, anche da parte dei nuovi lettori che si avvicinano per la prima volta all’Universo Valiant.

Gilad ha un diverbio con X-O Manowar

Il secondo e ultimo volume della mini serie, Book of Death – Il libro della Morte è focalizzato sulla vicenda di Tama, la Geomante venuta dal futuro, e del suo protettore Gilad Anni-Padda, il Guerriero Eterno. Maestro nell’arte del combattimento antico e moderno, Gilad vaga per la Terra da migliaia di anni al servizio dei Geomanti, i Guardiani della Terra. 

Fin dall’alba dei tempi, il bene lotta contro il male in una guerra che attraverso millenni è giunta ai giorni nostri. Al centro della contesa c’è il Geomante, in grado di controllare la Terra e gli elementi, che ogni qualvolta viene ucciso dal Nemico Immortale si reincarna in un individuo diverso. Lo scopo di questi mistici è quello di guidare e salvaguardare la Terra e questa volta tocca adempiere a un così gravoso compito a un ragazzino di nome David, cresciuto a Concord nel North Carolina. Sulla scena però, si è presentata anche Tama, che vuole scongiurare l’arrivo di un epoca buia. Sfortunatamente alla sua comparsa coincide l’inizio di una serie di eventi naturali drammatici, nei quali perdono la vita centinaia di persone. La super squadra speciale Unity, a difesa del mondo, ne attribuisce la responsabilità a Tama. Gilad, membro della Unity, è certo dell’ innocenza della ragazzina e contravvenendo agli ordini dei suoi superiori decide di proteggerla dagli attacchi da parte dei suoi ex compagni di squadra. Il vero responsabile dei massacri è Master Darque, il Nemico Immortale che intende devastare la vita dell’intero pianeta.

La minaccia di Master Darque

Robert Venditti ha sceneggiato una bella storia dalla trama semplice ma con elementi originali, forse leggermente sbrigativa. Restano sconosciuti i fatti antecedenti l’incontro tra Tama e Gilad, ad esempio il modo con cui la Geomante è arrivata dal futuro.

La lettura è scorrevole e travolgente. I disegni sono di Robert Gill e Dough Braithwaite che si dividono le tavole secondo lo sviluppo della trama. Il primo si è dedicato alle tavole ambientate nel presente, distinte da un tratto sintetico e dinamico. Braithwaite invece ha curato le scene futuribili delineando forme sinuose e curate nei dettagli. Ma la vera differenza è data dai colori di David Baron e Brian Reber che passano dalle tonalità luminose e vivaci a quelle più scure e profonde che donano più enfasi alla narrazione.

Book of Death è un opera pregevole che fa riflettere.


Book of Death – La caduta dell’universo Valiant
Edizioni Star Comics – Valiant 44, aprile 2017
17×26 cm, brossurato, 116 pp. a colori
8,90 €
ISBN 978-88-2260-422-4

Book of Death – Il libro della morte
Eedizioni Star Comics – Valiant 45, aprile 2017
17×26 cm, brossurato, 144 pp. a colori
8,90 €
ISBN 978-88-2260-420-0

I figli del silenzio – La doppia faccia della verità

Spesso si sente dire come la vita dell’uomo si basi su tre principi fondamentali ovvero la famiglia, il lavoro, la religione: la perdita di uno solo di essi può essere causa di squilibrio nella propria esistenza. Già dalle prime pagine, capiamo come quello che viene narrato ne I figli del silenzio sia la rappresentazione di questo scompenso mentale.

Siamo in Italia, a Roma. Il protagonista Alex, un militare rientrato da una missione in Iraq, è sconvolto e segnato dalle esperienze vissute in terra mediorientale tanto da aver abbandonato l’arma. Rifiutato dalla sua stessa compagna, trova rifugio nella fede. Con numerosi flashback e flashforward, vengono un po’ per volta rivelati i tasselli della vita del nostro: scopriamo che Alex continua a combattere in difesa della razza umana in veste di confessore, gruppo armato della chiesa cattolica che come moderni crociati debella il pericolo derivante dalle bestemmie, mostri antropomorfi nascosti fra l’umanità.

Devo essere sincero, l’inizio della storia non è dei più esaltanti. Lo scrittore Andrea Caragiola dedica al protagonista ampio spazio: la sceneggiatura però indugia fin troppo nel delineare i tratti psicologici di Alex tanto da far cadere in secondo piano tutto il resto. Troppo spesso si passa da un contesto temporale a un altro senza aver ancora fornito al lettore sufficienti strumenti per comprendere appieno questi veri e propri viaggi nel tempo. La lettura ne risulta appesantita: in molte tavole si è reso necessario inserire dei baloon con “luogo e anno”, insieme alla rappresentazione di un elemento architettonico che ricordasse nell’immaginario collettivo quel determinato posto, per non far “perdere l’orientamento”.

Più avanti nel volume le cose migliorano. La narrazione si fa più lineare e l’intreccio, seppur fra alti e bassi, prende vita con un costante crescendo del ritmo culminante poi nel finale.

La rappresentazione grafica, affidata all’abruzzese Cristian Di Clemente, riesce a ben descrivere la storia con un tratto deciso, basato sul gioco di contrasto bicromatico fra toni chiari e scuri, opposto a quello della copertina realizzata con un sapiente uso del colore dal bravo Mattia Surroz. Nelle tavole, seppur strutturate su una griglia ben definita e quasi bonelliana, spesso troviamo soluzioni di più ampio respiro con vignette private dei margini, che combinate alle onomatopee, riescono a enfatizzare diversi passaggi della storia.

Nel bilancio finale, l’opera si attesta su livelli discreti: l’idea alla base della storia è comunque interessante ed e chiaro come gli autori si siano destreggiati al meglio nel rappresentarla. Il numero di pagine che compongono il volume (sotto le 100) credo abbia particolarmente influito nelle difficoltà narrative descritte: un albo più corposo avrebbe contribuito a dar maggior spazio di manovra al duo artistico.

Kids With Guns – Magia, Pistole e Dinosauri

Kids With Guns, Capitan ArtiglioJulien Cittadino, in arte Capitan Artiglio, nasce nel 1993 proprio come il sottoscritto.
Intorno al 1993, andando un po’ avanti con il tempo, Jurassic Park divorò i box-office, due videogame cult come Doom e Secret Of Mana cambiarono una generazione di videogiocatori, I Simpson erano sulla cresta dell’onda e le Tartarughe Ninja andavano a trazione anteriore, mentre venivano sfornati altri cartoni dalla qualità altalenante come Biker Mice From Mars e gli Street Sharks; la giappo-invasione si preparava a sbarcare nel Bel Paese, a soli due anni di distanza dalla pubblicazione di Dragon Ball in Italia e con Mediaset che preparava il campo alla messa in onda di tutta la serie Dragon Ball Z.
Si può dire, dunque, che capisco il contesto mediatico che traspare dalle pagine di Kids With Guns, opera prima di Capitan Artiglio, pubblicato da Bao Publishing.

La generazione degli inizi degli anni ‘90 è molto strana; ufficialmente, si può parlare di loro come millennials, che corrono sulla scia underground e ribelle della generazione X e si affacciano alla generazione Y dei social media e dello sharing ossessivo-compulsivo.
Capire le sfumature di nostalgia, influenze mediatiche di un cinema che scopriva la potenza dei computer, videogiochi che esplodevano in popolarità e proprietà intellettuali che hanno formato la nostra persona è complicato, ma non impossibile.

L’esperimento di proporre un fantasy western è davvero audace, specialmente considerando che si tratta solo del primo volume di una trilogia, un’opera dunque che si prospetta ben più ampia di come si presenta nelle fitte 205 pagine del fumetto.

Kids With Guns comincia proprio come un western dovrebbe, mettendo bene in chiaro che i protagonisti sono ben altro che brave persone; figli del leggendario Bill ‘La Morte’ Doolin, Duke, Dan e Dave Doolin sono tre banditi che si ritrovano in un misero bar dopo un colpo andato a male, con grosse taglie sulla testa… e una bambina muta al fianco di Dave, senza nome e dai grandi occhi verdi.

Sebbene i dialoghi non siano sempre perfetti e spesso cascano in cliché forse eccessivamente datati anche per un western, l’inizio della storia racconta la base necessaria dal quale partiranno poi i fili narrativi del primo volume, specialmente dopo aver introdotto i Teschi di Moloch, artefatti occulti e oscuri che permettono al possessore di risvegliare poteri sopiti.Kids With Guns, Capitan Artiglio

Si può già notare come Kids With Guns non sia un fumetto col freno a mano tirato, ama mischiare elementi diversi e combinarli in un unico mondo.
Le gigantesche città, costruite in grossi blocchi, con case ammassate l’una sull’altra, ricordano i paesaggi urbani del manga e di Hayao Miyazaki viste con lo sguardo iper-dettagliato di Geoff Darrow; i protagonisti nascondono anch’essi lo spirito orientale con tocchi più occidentali, che ricordano autori come Brandon Graham e Ulisses Farinas.
Il character design di molti personaggi principali, antagonisti compresi, racchiude le già citate influenze cartoonesche da entrambi i lati del globo culturale, mostrando armature da road warriors á la Mad Max, animali antropomorfi in giacca di pelle, violenti bracci della legge usciti fuori da un episodio di He-Man.
DKids With Guns, Capitan Artiglioa non dimenticare, ovviamente, i dinosauri, vero punto di forza dell’arte di Capitan Artiglio; potenti, fumettosi, letali, veloci, coloratissimi e sempre particolari.

Posta in questo modo, l’atmosfera di Kids With Guns sembra un grosso minestrone che cita, omaggia e tributa un’infanzia nostalgica di giocattoli e cartoon.
Ma, graficamente, il mondo della storia risulta coeso e credibile: una volta lasciata andare la mente, questo universo partorito dalla fantasia dell’autore risulta sorprendentemente coerente con la storia che Capitan Artiglio cerca di raccontare.

Porre delle solide radici per un mondo così vasto risulta più facile da illustrare graficamente piuttosto che descriverlo narrativamente.
Se, come detto, il fumetto è un bel fumetto da osservare svilupparsi sulle pagine, è un po’ più difficile star dietro con i dialoghi, specialmente quelli tra i Fratelli Doolin, a mio avviso uno dei punti deboli della serie.
Il tempo trascorso con loro non li rende interessanti a sufficienza da rimanere investiti nella loro trama personale, una poco avvincente corsa al recupero di un bottino perduto che si dimostra essere piú una vetrina per mettere in mostra i poteri soprannaturali dei quali entreranno in possesso.

Fortunatamente, i Doolin sono protagonisti secondari, dato che, superato il primo centinaio di pagine, è la Bambina a diventare assoluta protagonista, permettendo all’autore di scatenarsi e lasciarsi andare alle influenze shonen manga che pulsano nelle vene di questo personaggio.

L’aspetto piú affascinante del fumetto è senza dubbio osservare l’evoluzione di questa piccoletta con la cresta, creta da modellare in un mondo in cui sopravvive chi spara per primo e chi ha il carattere adatto per sopravvivere; a lei il compito di prendere in mano l’action  del finale del volume, con scontri a cavallo di giganteschi sauri scarlatti, battaglie contro criminali minorenni dalla personalità infuocata e il sogno di diventare una vera e propria rockstar.

Il “To be continued…” che chiude questo primo exploit di Capitan Artiglio promette tanto: c’è la sensazione di trovarsi di fronte a una storia che sa benissimo di cosa e di chi vuole raccontare ma è ancora ingabbiata da schemi, cliché e tropes dei generi che ha scelto come veicolo della storia.
Se il western sta stretto e rallenta il racconto, il fantasy e lo shonen, il battle manga, meglio si adattano ai punti forti del fumetto; a fronte di un world-building non eccellente e dialoghi che hanno un necessario bisogno di limatura, Kids With Guns di Capitan Artiglio ha tempo e spazio per svilupparsi al meglio delle sue potenzialità.

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