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Falene: Welcome back Lorenzo!

Falene, Lorenzo Palloni

È passato quasi un anno da quando intervistai Lorenzo Palloni, o meglio, da quando avvertii l’impellente necessità di conoscere l’autore di una graphic novel – forse tra le più belle del 2017 che abbia letto – recensita sul nostro sito. Mi riferisco a Mooned, un voluminoso lavoro con il quale il bravo Lorenzo Palloni riuscì a stupire i lettori con un grande esercizio di stile, rivelando una considerevole abilità nello storytelling e una curiosa (o meglio affascinante) capacità grafica, incrementata dalla saggezza dell’autore, nell’impiego dei suoi strumenti (la famosa penna-pennello).

Fortuna volle che incontrai Lorenzo anche a Pescara (in occasione del Pescara Comic), circostanza in cui riuscimmo a conoscerci meglio e funzionale anche a un obiettivo personale: ottenere la dedica sul mio volume di Mooned.

Qualche tempo fa su Mammaiuto balzò agli occhi del sottoscritto la notizia che un’antologia del nostro amico sarebbe stata distribuita al grande pubblico dei fruitori di fumetti e, ovviamente, non ho perso l’occasione per richiedere la mia copia corredata – come tutte – da una bellissima dedica dell’autore. Il volume al quale faccio riferimento è Falene, un’opera completamente diversa rispetto a Mooned che mi ha permesso di esplorare l’arte di Lorenzo Palloni con una prospettiva diversa rispetto a quella che già conoscevo.

Lo stesso autore, in occasione della precedente intervista, aveva annunciato di avere in programma una serie di lavori ed eccone uno, pronto per essere divorato dal pubblico. Falene, come sopra detto, è un’antologia che comprende quattro storie che in comune hanno forse l’atmosfera tenebrosa e un po’ noir che talvolta può pervadere l’animo umano. In ciascuna di esse Lorenzo Palloni ripropone la sua capacità, che è un po’ quasi una sua prerogativa: “sbucciare il personaggio” (come ci aveva già raccontato per Mooned). In ciascuna delle quattro storie la negatività e l’oscurità interiore permeano un mondo che non sembra essere in grado di trovare la luce. I personaggi che si alternano rappresentano appunto il buio (che a parere di chi scrive è talvolta percettibile finanche sul comparto grafico e, ovviamente, questa è la bravura dell’autore) e vengono rappresentati nella loro crudezza (siano essi assassini, scafisti o creature della notte) la cui verosimiglianza, invero, induce il lettore verso una progressiva sensibilizzazione alle tematiche trattate con lucidità e precisione.

Falene, Lorenzo Palloni

La prima differenza sostanziale che balza agli occhi, specie di chi come me ha amato Mooned, è che per Falene l’autore impiega tutt’altro registro grafico. Ogni disegnatore che ho conosciuto/intervistato, mi ha sempre confermato un aspetto del proprio lavoro che è divenuto quasi un assunto: i disegni vanno adeguati al soggetto. Tecnica e stile, storia e soggetto, idee e… Basta così, chiediamo a Lorenzo, che ancora una volta ci manifesta la sua amicizia offrendosi per un’intervista sulla sua opera.

Ciao Lorenzo, piacere di risentirti!

Ciao Daniele, è bello sentirti ancora.

Ci siamo lasciati circa un anno fa con Mooned, che come ricordi ci aveva entusiasmato parecchio. Sei tornato in fretta e in grande forma!

È che vado a correre tre volte a settimana e ho buttato giù un po’ di chili. Scherzi a parte: non me ne sono mai andato, al di fuori di Mooned, Mammaiuto e Shockdom, continuo a fare fumetti per i francesi e altre case editrici italiane. E poi ogni tanto insegno. Quando il tuo lavoro è il tuo hobby, lavorare è un piacere. Una benedizione che è una maledizione, insomma.

Falene, Lorenzo Palloni

Arriviamo a Falene, la tua antologia articolata in quattro racconti. Utilizzi soggetti particolari e sviluppi trame diverse rispetto a quelle che abbiamo conosciuto pochi mesi fa: come hai avuto l’idea per la scelta dei soggetti e perché?

Le mie idee per le storie brevi nascono e si evolvono in modo molto diverso da quelle per racconti lunghi o graphic novel. Prima di tutto devi sapere che ho un pacco assurdo di fogli già squadrati, con le vignette già definite, e che sarebbero dovute diventare altre storie, altre pagine di fumetti mai realizzati, o che sono state sostituite. Il mio odio per gli sprechi e il fatto che ogni tanto un minimo di brivido ci vuole mi innescano la volontà di provare a riutilizzare quelle pagine già squadrate. Questo mi permette un piccolo esercizio di storytelling che mi mantiene la testa fresca e sveglia: adattare storie e idee per racconti brevi all’interno delle tavole già pronte, di forzare, accompagnare la narrazione e farsi guidare dalle vignette vuote. Tutte le storie di Falene in effetti sono state fatte con questo procedimento. Passando alla scrittura: i racconti brevi sono veloci come ghepardi nel deserto e devono essere altrettanto forti e feroci. Quando l’idea e il concetto base sono semplici ma ti permettono di costruire un mondo, sai che sei davanti a qualcosa di buono. In questo caso volevo raccontare che significa essere mostri, anche se non lo sapevo ancora.

Ci hai raccontato che a te piace lo storytelling, stavolta i racconti sono quattro: perché un’antologia?

La ragione è prima di tutto pragmatica: con i colleghi Daveti e Ravazzani abbiamo avuto l’idea della Collana Duepunti, una serie di monografie degli autori Mammaiuto in spillati riconoscibili negli scaffali, e volevamo avere un numero in fretta per testarne l’efficacia. Di solito io mi trovo a lavorare ai racconti brevi fra un libro e l’altro, per ammazzare il tempo, e si dà il caso che avessi quelli che sono entrati in Falene già pronti, insieme ad altri che poi abbiamo scartato. L’idea di un’antologia mi ondeggiava da tempo in testa, a dirla tutta. Ne ho altre due in lavorazione, e una terza è praticamente pronta. Usciranno con calma, tutte sulla Collana Duepunti.

Ti ha accompagnato nella narrazione un particolare nesso che avevi pensato esistesse tra i personaggi che hai scelto?

Quando mi sono messo a lavorare alla storia breve Falene, ancora non sapevo che sarebbe entrata in un’antologia e che i mostri sarebbero stati il fil rouge di essa. Personaggi e storia, che vanno sempre a braccetto, nascono dopo l’idea, e il concetto di mostro mi ha sempre affascinato per la solitudine e la sofferenze implicite in esso. È pieno di mostri là fuori, esseri singolari per furore o inumanità, o addirittura che non lo sono e che si ritengono tali. Penso di voler sempre raccontare l’eccezionale che si trova nell’ordinario, in queste storie più che mai.

Falene, Lorenzo Palloni

I temi che affronti sono di corrente attualità. Credi che il fumetto possa essere pedagogico/educativo?

Non ho una versione strettamente pasoliniana dell’arte, per me si può anche fare arte per intrattenere, per riflettere sull’umano e sulla storia, anche se non hai un impatto immediato e positivo sulla società. In generale credo che il fumetto sia il mezzo dalla potenza espressiva più dirompente e sottovalutata di ogni tempo: credo e sono certo che possa essere pedagogico ed educativo, e che debba essere usato nelle scuole. Crederò a Dio il giorno in cui sostituiranno l’imbarazzante I Promessi Sposi con Blankets di Thompson e stapperò champagne quando Maus di Spiegelman verrà letto in classe al posto del noiosissimo L’amico ritrovato: quel giorno il mondo sarà un posto migliore per tutti.

Veniamo ora al comparto grafico. Stavolta il tuo tratto e lo stile impiegati sono decisamente diversi rispetto a Mooned. Cosa è cambiato a livello tecnico – stilistico?

Tutto. Intanto in mezzo ci sono diversi anni di esperienze e sperimentazioni, oltre al fatto che storie breve così “di genere” necessitavano di un tratto più realistico, qualcosa che, unito a una regia cinematografica, prendesse il lettore per la giacca e dicesse “ehi, capito cos’è un mostro? Guardati intorno, che potresti vederne, soprattutto nello specchio”. Pennarello e pentel veloci, molto nero, scacchiera b/n molto curata, storytelling curatissimo. Il resto è storia.

Ci hai lasciato nel 2017 annunciandoci una serie di impegni e lavori che avevi in programma. Per il 2018 puoi svelarci i tuoi obiettivi?

Ci sono tre libri pendenti per tre grosse case editrici francesi (di cui per ora non posso parlare);  i due volumi di The Desolation Club che Vittoria Macioci sta disegnando per Editions Sarbacane; l’Emma Wrong su cui è al lavoro Laura Guglielmo per Editions Akileon; poi due libri in uscita con Shockdom (365 con Paolo Castaldi, a Napoli Comicon, e Instantly Elsewhere con Martoz, più avanti); un libro per Oblomov da autore unico e tutte le raccolte di racconti brevi in lavorazione. Al di fuori dal fumetto, sto lavorando alla sceneggiatura del film di Un Lungo Cammino con Samuel Daveti, e seguo due adattamenti a corto di due mie storie brevi, uno dei quali in uscita quest’anno, Un’altra via. Troppa roba, ho bisogno di una segretaria.

Lorenzo, è sempre un immenso piacere leggerti e conversare con te sui tuoi lavori. Non possiamo che augurarti buona fortuna per tutti i tuoi progetti e sperare di risentirti per recensire presto un tuo nuovo lavoro. Grazie mille!

Ma grazie te, Daniele, sei sempre gentilissimo. Un abbraccio e alla prossima.

 

Fumetto o graphic novel: questo (non) è il problema – Intervista ad Andrea Tosti

Più vado avanti con gli anni e più mi pare che ogni incontro non sia casuale, ma tracci una pennellata in un punto preciso del quadro variegato della mia vita che acquista una forma sempre più definita. Ogni volta che conosco persone nuove mi chiedo quale tocco aggiungeranno al dipinto, se sarà di un rosso impastato di affetto o di un blu intriso di generosità o di un grigio denso di ostilità o di un bianco soffuso di indifferenza. Talvolta mi capita di imbattermi lungo la strada in qualcuno che ho incrociato in passato e poi non ho più rivisto per tanto tempo, e anche questo ritrovarsi mi pare non privo di senso. Così è accaduto che un bambino dagli occhi verdi che abitava vicino a casa mia sia diventato un giovane scrittore e io abbia partecipato alla presentazione del suo libro collegando in un cortocircuito temporale gli anni in cui l’ho salutato tante volte per strada con sua madre o nel laboratorio di ceramica vicino alla sua abitazione, al momento in cui ho condiviso con lui la soddisfazione per il suo saggio.

Ho avuto il grande piacere di leggere la sua opera durante l’estate scorsa e di prenderne numerosi spunti per il corso di fumetto che ho tenuto a Belmonte Piceno, al punto da portarla sempre con me a ogni lezione come una coperta di Linus. Insomma, questo incontro è stato per me particolarmente significativo ed è stata una fortuna ritrovare dopo un lungo tragitto quel bambino dai grandi occhi pieni di curiosità.

Sto parlando di Andrea Tosti, autore di Graphic Novel, un’imponente opera che tratta un ampio ventaglio di temi, dai protofumetti alla critica sul fumetto, dal rapporto del fumetto con il romanzo a quello con la musica, dalla relazione tra parola e immagine all’uso didattico dei fumetti, dai graphic novel europei a quelli italiani. La arricchiscono ulteriormente la prefazione di Marco Pellitteri, una testimonianza finale di Igort e numerosi contributi: di Matteo Piccioni su William Hogart, di Federica Lippi sulla storia del fumetto giapponese, sul kamishibai, sul gekiga, sulla serialità in Giappone, di Giulia Menzietti sul collegamento tra architettura e fumetto, di Vitantonio Troiani sulla “vignettizzazione”, sulla caricatura, sul fumetto diagrammatico, su arte e fumetto. Il libro risulta dunque un testo a tutto tondo sul fumetto e non solo sulla categoria commerciale diffusasi di recente in modo esponenziale, ovvero quella di “graphic novel”, una sorta di “veste buona” che alcuni vogliono fare indossare al fumetto per venderlo a un pubblico più colto, con un travestimento verbale per cui un serio, impegnato “graphic novel” è più accettabile e accattivante di un semplice, infantile “fumetto”.

La lettura dei capitoli, al di là della mole di pagine, è molto fruibile e interessante grazie alla ricchezza di informazioni, citazioni, esempi, immagini, riferimenti bibliografici e allo stile elegante e piacevole, in felice contrasto con la pesantezza erudita di molti altri saggi. Cercando di cogliere tra le pieghe del volume la personalità di chi lo ha scritto ho avuto l’impressione di una sincera passione e di un incessante lavoro di ricerca, quasi di una saggezza antica unita per rara combinazione con una giovane mente. L’assunto di fondo per cui chi legge i fumetti li adora proprio perché sono fumetti, oltre ogni tentativo di catalogazione, denominazione o interpretazione, mi è sembrato la più profonda e vera dichiarazione d’amore per questo medium.

Graphic Novel ha illuminato con un giallo solare i giorni delle mie vacanze, tanto che ho deciso di contattare Andrea per fargli sapere quanto ho apprezzato il suo lavoro e chiedergli un’intervista; la cordialità con cui ha accettato la mia richiesta e l’esaustività delle sue risposte hanno contribuito ad accrescere la mia simpatia e la mia stima nei suoi confronti.

Ed ecco il nostro dialogo a distanza.

Come ti sei appassionato ai fumetti, che pure sono considerati da alcuni «un mezzo dannoso, maledetto, banale e incapace di produrre senso»? 

Innanzitutto grazie dell’attenzione e delle domande. Spero di riuscire a dare delle risposte sensate e, soprattutto, sintetiche, su dei temi che mi hanno tenuto impegnato per alcuni, intensi anni.

La storia del come mi sono appassionato ai fumetti è, in realtà, molto banale e, credo, comune a tanti. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri e, anche se in misura nettamente minore, di fumetti. Quindi, essendomi sviluppato, sull’esempio dei miei genitori, come “lettore”, il salto ai fumetti è stato naturale e nient’affatto traumatico. Naturalmente sto parlando principalmente di quei fumetti considerati, spesso erroneamente, da bambini o ragazzini, come Topolino e le altre riviste di fumetti disneyani, Braccio di Ferro, Asterix ecc. Pur convivendo nella stessa casa non posso dire assolutamente che libri (intesi principalmente come romanzi) e fumetti godessero fra gli adulti della stessa considerazione, culturale e pedagogica. Eppure, alcuni divieti che mi sono stati giustamente posti, per esempio quando, troppo piccolo, prendevo in mano alcuni volumi di Crepax, mi hanno probabilmente convinto del fatto che il fumetto potesse essere considerato anche un mezzo adulto. Poi una serie di avvenimenti: l’apertura della prima fumetteria ad Ascoli, la mia città, l’incontro con altri appassionati, la scoperta delle classiche opere di “passaggio” (Watchmen, Maus, ma anche Tezuka o Otomo ecc.) e una passione che si è trasformata prima in domande, poi in studio.

Quali sono i fumetti che sono stati fondamentali per te e per quali motivi li ritieni significativi? 

Questa è una domanda cui è impossibile rispondere brevemente. Intervengono molti fattori, alcuni che fanno parte di un’esperienza condivisa da più di una generazione, come la scoperta di Maus o anche di Palestina, che ci hanno convinto (più o meno tutti, diciamo) del fatto che il fumetto è una roba seria. Però questi titoli, e altri continuamente citati in contesti simili, rischiano di trasmettere l’idea che si tratti di casi unici, quasi delle eccezioni o, come ho spiegato anche nel mio saggio, dei non-fumetti, qualcosa che ha un valore formale così alto da non poter essere considerato fumetto. I titoli che mi hanno segnato personalmente, per così dire, sono moltissimi. Posso citare i primi che mi vengono in mente, in ordine strettamente non cronologico.

I fumetti di Barks, la Trilogia della spada di ghiaccio, di Massimo De VitaLa storia del topo cattivoTeknophageRanma ½, tutto quello che quando ero adolescente era reperibile di Tezuka, Cybersix, Dylan DogFrom Hell… Questo per limitarmi ai fumetti letti fino alle superiori, diciamo. Ognuno mi ha colpito per un motivo diverso. Anche se ero molto piccolo quando lo lessi, per esempio, alcune scelte grafico-narrative degli episodi de La saga della spada di ghiaccio ancora mi tornano in mente come pietra di paragone quando leggo fumetti considerati più “seri”. La storia del topo cattivo, che oggi forse non rileggerei, mi insegnò come si potesse essere delicati nel trattare temi importanti anche con un mezzo apparentemente così caciarone, per lo meno per come era avvertito nell’opinione comune e in parte anche nella mia.

La tua opera è dedicata al graphic novel ma in realtà ha una struttura articolata e imponente, che si evince già dal sottotitolo: «Storia e teoria del romanzo a fumetti e del rapporto fra parola e immagine». Come è nato il progetto e quanto hanno influito sulle tue scelte le richieste della casa editrice Tunué?

Se si considera il numero di pagine esplicitamente dedicate alla nascita e all’affermazione del graphic novel il titolo del saggio potrebbe sembrare quasi un inganno. Ma, ovviamente, nulla nasce dal nulla, e più sono andato avanti nella progettazione del libro, prima, e nella scrittura dello stesso, poi, più ho sentito l’urgenza di allargare il discorso, di delineare non dico una consequenzialità (la storia del fumetto è anche notevolmente frammentaria) ma per lo meno una direttrice che collegasse il fumetto alla precedenti forme artistiche e narrative visuali e verbo-visuali. Il progetto nasce da una richiesta della casa editrice, che voleva mettere in catalogo un testo che facesse il punto su un contenitore, su di un’etichetta che negli ultimi anni aveva riscosso grande e trasversale successo, il graphic novel appunto. Il testo che ho consegnato alla fine credo andasse ben oltre le aspettative, anche semplicemente sotto il profilo della foliazione. Devo ringraziare soprattutto il curatore del volume, Marco Pellitteri, che mi ha sostenuto e incoraggiato nel realizzare un testo di sicuro non facile, soprattutto sotto il profilo dell’impegno personale.

Consideriamo l’idea centrale di tutto il tuo saggio: che cos’è il graphic novel? E perché in certi casi si usa l’espressione “graphic novel” piuttosto che “fumetto”?

 A questa domanda, a dispetto delle quasi mille pagine del mio libro, è molto facile dare una risposta diretta. “Graphic Novel” è semplicemente un modo diverso, più chic, più accettabile, di dire fumetto. È una definizione che alcuni autori hanno adottato per far sì che le loro opere potessero distaccarsi da una percezione comune, storicizzata, stratificata di questo medium, che vede il fumetto come forma di arte bassa (se di arte si può parlare) se non specificatamente dannosa. Un’etichetta che gli editori, ben contenti di penetrare nel più ampio mercato costituito dai consumatori di narrativa romanzesca, hanno accolto e promosso di buon grado. Ma è importante sempre ricordarsi che di fumetto stiamo parlando. Si parla di graphic novel come di un “fumetto lungo”, con “ambizioni romanzesche”, che tratta “temi importanti” e che permette di raggiungere un pubblico più alto. Tutte prerogative, queste che, come spiego nel mio saggio, il fumetto possedeva prima dell’invenzione di questo nuovo contenitore più adatto alle librerie e agli scaffali dei consumatori borghesi e colti. Un’etichetta nuova per un prodotto vecchio, se non antico, la cui adozione ha portato certo alcuni vantaggi: l’accendersi di un dibattito culturale sul fumetto che prima avveniva, quando avveniva, solo in ambiti più ristretti, la diversificazione del pubblico dei fruitori, la penetrazione nei luoghi precedentemente deputati solo alla narrativa verbale come scuole, biblioteche pubbliche ecc. Però, come sostengo anche nel saggio, questo apparentamento insistito al romanzo, al novel, con la conseguente focalizzazione su un numero ben preciso di temi e generi (il racconto bio-autobiografico, quello intimista ecc.) a lungo andare potrebbe, se non è già successo, portare come conseguenze l’indebolimento di alcune delle prerogative narrative più peculiari del fumetto, cioè quelle basate sulla narrazione principalmente visuale.

Nell’introduzione del tuo libro parti da una domanda che genera molte risposte: «Che cos’è il fumetto?», e più volte sostieni che il fumetto sfugga a leggi classificatorie. È dunque impossibile definire in modo esaustivo le caratteristiche di questo medium?

La questione credo sia più sottile. È impossibile, credo, ma non capisco perché se ne debba sentire questa grande necessità, fornire una definizione concisa di fumetto, come succede nel caso di altre forme artistiche: cinema, scultura, pittura. La pittura e la scultura, ad esempio, vengono definite dal gesto, dall’azione, dall’atto pratico che le genera. Nel fumetto convivono l’arte dello scrivere, del disegnare, del narrare spazialmente sulla stessa pagina ma anche la narrazione pagina dopo pagina. Si tratta di un dispositivo modernissimo, estremamente complesso, variegato e duttile. Una indagine storico-critica paragonabile a quella che è stata nei secoli dedicata alle altre arti o forme narrative avrebbe aiutato a definirlo sicuramente meglio, ma questa sua natura sfuggente è sicuramente componente intrinseca e affascinante di quello che il fumetto è e del modo, in parte altrettanto misterioso, attraverso cui lo fruiamo.

In che senso ci sono fumetti “standardizzati” o “addomesticati”?

Ci sono fumetti standardizzati o addomesticati, ma questo accade ed è sempre accaduto in tutti i campi della produzione artistica o letteraria. Non sempre è, necessariamente, un male. Ci sono prodotti di largo consumo che presentano delle caratteristiche fortemente standardizzate (penso, solo per fare un esempio, alla gabbia bonelliana) dentro i cui limiti imposti alcuni artisti, particolarmente intelligenti o creativi, riescono a creare piccoli gioielli. Non ricordo di aver usato questa terminologia specifica nel mio saggio, ma se l’ho fatto credo che abbia voluto rifermi a una certa normalizzazione che l’etichetta graphic novel ha introdotto nel campo della produzione fumettistica, normalizzazione cui ho accennato rispondendo a una domanda precedente di questa intervista.

Come dovrebbe essere, secondo te, un fumetto “fatto bene”?

Qui si entra ancora una volta nel campo dei gusti soggettivi. Ragionando a freddo, preferisco fumetti in cui la narrazione proceda soprattutto per invenzioni e stratagemmi narrativi visivi, cioè in cui la pagina sia utilizzata come uno spazio compiuto e autonomo in cui le vignette e i disegni nelle vignette dialoghino costantemente fra loro al di là della sequenzialità di matrice verbale. Detto questo, ci sono molti fumetti, in cui la componente di narrazione in prosa è preponderante e che si avvicinano più al campo dei libri illustrati, che ho amato molto. Sempre nell’ottica dell’indefinibilità del fumetto, è difficile definire uno standard. Sicuramente un fumetto in cui i disegni non “raccontano” ma “illustrano” mi interessa poco.

Anche la fruizione del fumetto suscita interrogativi e risposte non univoche: il fumetto “si guarda”? E in che senso invece il graphic novel “si legge”?

Mi ricollego alla domanda precedente, specificando ancora che i graphic novel altro non sono che fumetti. I fumetti si guardano quando la pagina viene concepita (penso ai fumetti di Chris Ware, ma anche a quelli di McGuire o David Aja) come un dispositivo temporale e narrativo, in cui è possibile passare dal totale (la pagina) al particolare (la vignetta o anche il singolo disegno nella vignetta) in un dialogo ininterrotto fra leggere e guardare.

La frammentarietà del racconto sequenziale per vignette, frammentarietà che il lettore, attraverso modalità ancora in parte misteriose, ricompone in una narrazione, può trovare compiutezza e unità nel tutto della pagina. Il guardare e il leggere possono coordinarsi per comporre un racconto comune, ma anche giocare di contrasto, di opposizione. Un fumetto in cui la “lettura” mima eccessivamente le strategie verbali procedendo un po’ troppo pigramente da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, lo ripeto ancora una volta, mi interessa meno. Ci sono diversi modi in cui l’occhio si muove attraverso le informazioni che un fumetto organizza come narrazione. Abbiamo già citato il passaggio, non univoco e non unidirezionale, dal tutto della pagina al dettaglio della vignetta, ma naturalmente anche la lettura sequenziale sx-dx ha un valore importantissimo, che però non andrebbe del tutto subordinato alla pagina. Poi, nel caso di fumetti costituiti da più di una tavola, anche il parziale “reset” introdotto dall’atto, ormai antico, di “voltare pagina” ha un valore narrativo tutto particolare. Per non parlare delle splash-page, ecc. Insomma, un bel casino, creativo e fecondo.

Nei confronti del fumetto esistono ancora pregiudizi e diffidenza. In quali modi e in quali contesti credi che si possa superare il perdurante atteggiamento di «imbarazzo culturale»?

Gli atteggiamenti di imbarazzo culturale nei confronti del fumetto sono, per fortuna, sempre più rari. Il fatto di poterlo chiamare con un più innocuo e disinnescante termine, “graphic novel”, invece che fumetto ha di certo aiutato. Manca però, per quanto riguarda le istituzioni culturali, pubbliche e private (testate giornalistiche generaliste, musei, corsi universitari, scuole ecc.) la formazione di figure specifiche che si possano occupare con precisa consapevolezza di questo medium. Prevale invece ancora un approccio da opinionisti per quanto riguarda i fumetti (e non solo, ahimé). Di questo argomento pare se ne possa occupare chiunque. Nel migliore dei casi, ma non sempre questo è il minore dei mali, chi parla di fumetto viene da contesti considerati attigui: penso a storici e critici dell’arte o della letteratura. Il confronto con altri ambiti è sempre auspicabile e, sulla carta, fecondo, ma si corre il rischio che il fumetto continui a essere giudicato attraverso filtri parziali: la sua artisticità, la “bellezza” dei disegni, la “letterarietà” delle sceneggiature e dei testi verbali. Tutti elementi che il fumetto contiene o può contenere, ma che non bastano sicuramente a definirlo. Il fumetto non deve essere “bello”, né “elegante”, se mi si passa una semplificazione nell’utilizzo di queste “categorie”, né dovrebbe essere giudicato per il suo valore pittorico o letterario. È quello che succede, in ambito cinematografico, quando si loda la “bella” fotografia di un film, o si pone l’attenzione in particolare su una sceneggiatura particolarmente ben scritta. Ci sono brutti film meravigliosamente scritti e magnificamente fotografati. In tempi anche recenti, inoltre, ci sono stati ancora episodi, nati soprattutto in ambito politico o giornalistico, in cui il fumetto ha destato scandalo perché si è occupato di temi (la morte, l’eutanasia ecc.) non considerati a questo adatti. Scandalo che proviene dalla percezione, si spera non più maggioritaria, che vede ancora il fumetto come un “qualcosa per bambini”. Ecco, come detto, questi casi sono sempre più rari, eppure si potrebbe persino rimpiangere la capacità perduta del fumetto, soprattutto nella sua nuova veste di “graphic novel” di generare scandalo. In fondo per molti anni, se non decenni o secoli, il fumetto ha dato ottime prove da una posizione minoritaria, bastarda, si è permesso sberleffi e affondi in quanto, appunto, poco considerato, preso sottogamba, fruito da minoranze, per lo più proletari o bambini e adolescenti. Oggi, che si affaccia quasi da pari sul palcoscenico del dibattito culturale pubblico, questa sua dimensione si sta un po’ perdendo.

In quali forme la scuola potrebbe dare il suo contributo allo sviluppo di una cultura visuale in cui rientrino anche i fumetti?

Semplicemente introducendo i fumetti come testi scolastici. Ce ne sono di adattissimi allo scopo. Inoltre sarebbe auspicabile, come si fa con i temi, spingere gli studenti a realizzarne di propri. Questo a volte avviene, ma per far sì che la cosa abbia un valore apprezzabile, bisognerebbe che gli insegnanti che promuovono, spesso con fatica, queste attività, siano formati per quanto riguarda questo campo così particolare o che, per lo meno, vengano coadiuvati da specialisti del settore. Non si tratta di un vezzo. Il fumetto, pur con una lunga storia alle spalle, ha davanti un futuro ancora molto interessante, grazie anche alla frontiera non solo del fumetto digitale ma anche di quello multimediale, spesso utilizzato per la comunicazione da grandi aziende.

Le nuove frontiere dei fumetti digitali possono cambiare o addirittura far perdere alcune caratteristiche proprie del fumetto?

Alcune caratteristiche proprie si perderanno, ma la cosa non è necessariamente un male. Il fumetto convive già da moltissimi anni, e molto bene, con il web, ma il più delle volte ci si è limitati a impaginare per un formato nuovo strategie e dispositivi narrativi consolidati. Ci sono però anche tantissimi esperimenti interessanti che sfruttano al massimo le possibilità del nuovo contenitore (o dei nuovi contenitori, considerano l’eterogeneità dei device). All’atto di sfogliare la pagina si è sostituito lo scroll, le vignette non sono più solo delle monadi immutabili ma sono diventate dei dispositivi multimediali che possono non solo contenere animazioni e musica, ma anche link ad altri siti, altre pagine, altri disegni, altri contenuti. Come sempre accade il futuro è tutto da scrivere e disegnare.

Il giro di vite – Un grande classico a fumetti

Il Giro Di Vite è un romanzo di Henry James diventato un classico della letteratura inglese e punto fermo per gli studi di letteratura sulla teoria del punto di vista. Scrivere di quest’opera scomoderebbe manuali e saggi di critica letteraria, Henry James ha costruito un romanzo perfetto, che coinvolge dalla prima all’ultima pagina, di una intensità senza pari che lascia sulle spine il lettore fino alla fine.

Una giovane istitutrice accetta di lavorare nella tenuta di Bly e badare a due bambini di otto e nove anni. Il suo datore di lavoro è un importante uomo di affari di Londra, che dal primo incontro affascina la ragazza che ha un solo obbligo morale verso di lui: qualsiasi cosa accada ai bambini, non vuole esserne informato. La giovane si affeziona subito ai ragazzi ma qualcosa comincia a insospettirla, i bambini si comportano in modo strano, diventano sfuggenti. Si viene a scoprire che l’istitutrice che l’ha preceduta è morta misteriosamente e con lei un altro ragazzo che lavorava alla tenuta di Bly.

L’istitutrice comincia a provare un vago senso di inquietudine, comincia a vedere spiriti all’interno della casa. Ma sono davvero spiriti, oppure la giovane ragazza è in preda a un delirio paranoide?

Da questo romanzo è stato tratto un film che possiamo definire un piccolo gioiello del genere Horror.

 

Il Giro di Vite edito da Star Comics fa parte della collana I maestri del mistero a cura di Roberto Recchioni. Sceneggiato da Dario Sicchio e disegnato da Elisa Di Virgilio, Letizia Cadonici e Sakka, cerca di raccontare la storia tramite il formato della graphic novel.  L’intento è lodevole, un libro come quello di Henry James non è spesso molto conosciuto al pubblico delle fumetterie, e certo il nome di Recchioni attira un vasto pubblico e stuzzica la curiosità dei lettori.

il giro di vite istritutrice

Dal punto di vista grafico, le tavole rendono perfettamente il clima di ansia e terrore che si respira a Bly, come il cambio di di espressione nel volto dell’istitutrice, prima solare e poi sempre più tetro, o gli spiriti e la tenuta che sono resi in maniera davvero superba. Il lettore tavola dopo tavola nota il cambiamento di atmosfera e la pressione psicologica dell’istitutrice che comincia a dubitare di se stessa e dei bambini.

il giro di vite arrivo del bambino

Tuttavia se il mezzo grafico è molto ben impostato la sceneggiatura non è riuscita a rendere tutto l’intricato meccanismo del cambio di punti di vista, che è proprio la forza del romanzo di Henry James, quello che induce il lettore a una seconda lettura una volta terminato per ripercorrere tutta la storia nella tenuta di Bly.

Altra pecca è che il fumetto, per essere compreso adeguatamente, ha avuto bisogno del prologo e degli approfondimenti forniti dallo sceneggiatore. Questo è un peccato in quanto, secondo l’opinione di chi scrive, una graphic novel dovrebbe essere conclusa e essere compresa senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Naturalmente sappiamo che ridurre un’opera di 300 pagine a un solo centinaio comporta dei tagli importanti e quindi non si può pretendere di ritrovare la trama integrale, tuttavia un piccolo sforzo per rendere più completa la storia poteva essere fatto.

Non è un lavoro da buttare, anzi, la consiglio a chiunque voglia avvicinarsi alla Letteratura con la L maiuscola e a chi voglia immergersi in un lettura da cui si riemerge shockati e tremanti.

Moving Pictures – Figure in movimento…

Moving Pictures - Copertina…è la traduzione letterale del titolo, che potrebbe far pensare a un fumetto che racconti un film, invece il movimento è completamente diverso. Probabilmente perché in italiano picture si traduce in tanti modi (per Google Translate almeno 23)… avevo pensato a un fumetto che parlasse di cinema, anche per via del gioco di ombre e luci dell’immagine in copertina.

Invece devo ringraziare profondamente NPE e la sua campagna che lo scorso anno regalava titoli “casuali” dal catalogo in caso di acquisti online. E così ho conosciuto i coniugi Immonen, Stuart e Kathryn. Da trenta anni sulla scena del fumetto internazionale, hanno davvero esplorato tantissima parte del mondo dei comics (Marvel, DC, Image) e della bande dessineé, producendo nel 2010 un web comic che è poi stato raccolto in volume.

Lavorando in parallelo tra le major e le produzioni indipendenti, come hanno dichiarato più volte, si prendono i loro tempi per tirare fuori tutta l’arte che hanno dentro.

In questo lavoro si intrecciano molti aspetti, sia nella storia che nei disegni.

Una storia verosimile e a suo modo delicata, in un momento storico drammatico, che esplora un paradosso del periodo storico in cui è ambientata, e purtroppo non solo: il fatto che ci si occupi della cultura e dei quadri quando le persone venivano mandate a morire.

Un disegno schematico, appena accennato, con pochissimi dettagli dei personaggi e tante ombre completamente nere, senza sfumature, che diventa realistico solo nelle riproduzioni delle opere d’arte, per le quali invece si usa sempre la tecnica del tratteggio.

Vere protagoniste della parte grafica sono le opere d’arte, tra cui i dipinti, quelle pictures richiamate nel titolo, che si muovono non perché messe in ordine temporale su uno schermo, ma perché vengono trasportate. Trasportate via dal Louvre.

Infatti abbiamo da una parte i curatori francesi del Louvre che catalogano e nascondono nei vari castelli della Loira e della parte ancora sotto il controllo di Vichy: da Chambord a Chauvigny, dall’Abbazia di Loc Dieu a Chambord; dall’altra la Commissione Militare per l’Arte di stampo nazista. E discutono a lungo su dove e come sistemare le opere, andando incontro all’ineluttabile destino che finirà con il consegnare i capolavori all’invasore.

In realtà la storia (per fortuna) andò diversamente. Il responsabile del Louvre, Jacques Jaujard nel giro di qualche giorno (circa 72 ore) riuscì effettivamente a svuotare il museo, togliendo le opere principali dalle mani dell’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, incaricata di saccheggiare le principali gallerie d’arte europee per portare più capolavori possibile in Germania.

L’opera quindi è di fantasia, anche se perfettamente verosimile, e racconta della relazione fra il tedesco Rolf Hauptmann e la canadese Ila Gardner, che sui due fronti lavorano alla movimentazione delle opere d’arte del Louvre. La relazione e i rispettivi lavori si intrecciano, con una sensazione sempre presente di vischiosa oppressione che il tratto squadrato dei disegni e il netto bianco e nero della colorazione amplificano. Una relazione conflittuale, visto il lavoro che li porta a essere rivali, ma anche complice, alla ricerca di opere minori nascoste nei sotterranei e nelle casse, per mostre richieste dal Feldmaresciallo o per il solo gusto di trovarle (Hauptmann è alla ricerca di un’opera di George Braque, iniziatore del cubismo con Picasso, di piccolissime dimensioni, quasi un divertissement).

Moving3

Proprio le opere d’arte danno un po’ di sollievo dall’oscurità che spesso nasconde anche i visi, in tavole in cui il nero prevale quasi sempre sul bianco. Quadri e sculture vengono disegnate con maggior poesia e realismo, insieme agli scorci della campagna francese che chiudono il libro. Le une e le altre permettono di evadere da una realtà che è invece oscura, quadrata, senza scampo.

Anche la gabbia delle pagine è regolare, le vignette sono disposte su tre righe. E anche se spesso si hanno splash page, non si esce da quello che sembra un film in bianco e nero dal contrasto elevato e dalla fotografia “triste”.

Tolti i due protagonisti, appaiono dei personaggi che sono poco più che comprimari: Jane, che Ila manda via all’inizio della storia con il suo passaporto; Marc, il cinico collaboratore che scappa da Parigi e che scrive la lettera finale; gli operai che, tra sigarette e martelli, non hanno grande rispetto per le opere; il commesso al servizio di Hauptmann. Persino alla stazione non ci sono altre persone, solo ombre.

I veri comprimari, tolti Rolf e Ila, sono le opere d’arte: si parla pressoché solo di loro. Delle opere preferite, di come impacchettarle, di dove sono state nascoste. Del tempo passato davanti a un’opera. Si parla addirittura di emettere sentenze riferendosi a dipinti e statue, quando in quegli anni si prendevano decisioni almeno altrettanto gravi sulle persone.

Anche se, a essere sinceri, non compare neppure un simbolo nazista: le bandiere per le strade di Parigi sono anche loro nere e non si vedono soldati, neppure di sfuggita, nelle scene all’aperto.

In effetti sembra di essere in una realtà parallela, altrettanto ineluttabile che quella storica. In cui si respira un’aria oscura, con qualche sprazzo di luce, come quando l’operaio sottolinea

questa volta la Francia non perderà

parlando con Ila delle Nozze di Cana del Veronese e di come siano state date al Louvre dall’Italia in cambio della Cena in casa Levi alla caduta di Napoleone.

Le nozze di Cana

I coniugi Immonen ci mostrano la loro grande versatilità nell’esplorare con il fumetto argomenti e realtà particolari, con registri grafici e una poetica sottesa molto interessante, lontana dai comics che pure frequentano con assiduità. Il fumetto in sé è un po’ criptico e di lettura non immediata, ma dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la Nona Arte può spaziare, anche senza cambiare autori, dall’intrattenimento meno impegnato a opere che hanno molteplici livelli di approfondimento.


Kathryn & Stuart Immonen
Moving Pictures
Nicola Pesce Editore, 2010
144 tavv., b/n, € 14,90
ISBN 9788897141488

Dragon Ball Full Color: può il colore fare la differenza?

Ammetto che il titolo che ho scelto non è dei migliori, sembra quasi uno spot di serie B per qualche smacchiatore per capi colorati… Ma rendeva adeguatamente l’idea, almeno nel mio immaginario e credo sia prettamente calzante dal momento che in tantissimi (rectius: tutti) si sono chiesti se davvero l’aggiunta del colore all’opera di Akira Toriyama fosse davvero necessaria. I giudizi prognostici lasciano sempre e comunque il tempo che trovano, ragion per cui con ogni probabilità è sempre meglio indagare su cosa ci si para innanzi.

A dir la verità non nascondo come fossi pervaso da sincera curiosità quando appresi che la casa editrice Shueisha, in Giappone, aveva lanciato il brand e che lo stesso sarebbe poi approdato in Italia. In tantissimi, quando informai coloro che condividono con me la passione per il fumetto, piuttosto prevenuti si chiedevano cosa cambiasse dall’edizione normale (perfect edition, evergreen edition ecc.) e io, dopo aver testato il primo tankobon, ho capito che le differenze ci sono. E non sono poche!

Partiamo dal presupposto che Dragon Ball è un’opera che tutti dovrebbero leggere, non limitandosi alla visione dell’anime. Il lavoro di Toriyama è mastodontico, una storia senza eguali, fatta di personaggi epici che si confrontano in combattimenti permeati da un campo valoriale che comprende lealtà, coraggio, orgoglio e chi più ne ha… Ogni shonen necessita tuttavia di un disegnatore che riesca a rendere adeguatamente il concetto di azione, e qui le splash page e le onomatopee hanno sempre fatto da padrone, ma cosa accadrebbe se a uno shonen (che vieppiù ha fatto la storia dei manga) aggiungessimo… I colori?

Al momento in cui scrivo sono disponibili i primi due tankobon e, inutile dirlo, entrambi sono due toccasana per la vista. La Star Comics ha portato dunque nel bel Paese il manga originale ripulito e adeguatamente cromato, per poi riproporlo in tutti e sei gli archi narrativi della storia. Si inizierà quindi con la saga di Goku bambino, per poi arrivare a Piccolo Daimao, ai Saiyan, la saga di Freezer, la saga di Cell e la saga di Majin Bu.

La Shuesha ha chiarito sin dall’inizio che non si tratterà di un anime-comic, ovvero un volume realizzato attraverso il montaggio in sincronia delle immagini provenienti dalla versione animata, quanto piuttosto di un’attenta ripulitura e colorazione delle tavole originali del manga per la stampa. Una differenza sostanziale rispetto ai volumi tradizionali (la serie di 42 tankobon) sta nello svolgersi degli eventi: il primo volume della serie tradizionale si concludeva con l’incontro tra Goku e lo Stregone del Toro (padre di Chichi, futura moglie del nostro eroe) mentre la Full Color si spinge un po’ più avanti, arrivando alle vicende prodromiche all’incontro con Pilaf, ovvero il primo villain della saga che ritroveremo anche in Dragon Ball GT (quando tenta di rubare le sfere con la stella nera, create dal Supremo prima che questi scindesse la sua persona liberandosi della componente malvagia) ma anche in Dragon Ball Super.

La storia ci viene riproposta e ormai la conosciamo in tutte le salse, anche se questa edizione qualcosina in più (oltre alla rinnovatissima veste grafica che determina un effetto davvero appagante) cerca di riproporre. Il viaggio avrà inizio nel momento in cui il giovane Goku incontra Bulma che lo convince a intraprendere il viaggio alla ricerca delle sfere del Drago (solo perché nota che Goku possedeva quella da quattro stelle lasciatagli in eredità dal nonno Son Gohan, primo allievo del Maestro Muten).

Rassegniamo quindi le conclusioni, per cercare di capire quanto Dragon Ball Full Color sia meritevole e se l’iniziativa sia degna di nota. Ritengo che gli appassionati della saga di Dragon Ball non possano farne a meno e questo per due ordini di ragioni: primo, l’edizione lanciata dalla Star Comics propone tankobon più estesi e con l’aggiunta di piccoli dettagli rispetto alle edizioni precedenti e, secondo motivo, vedere Dragon Ball a colori è estremamente gratificante, soprattutto alla luce del fatto che l’anime non è stato mai realizzato in HD (sebbene il manga non sia, come detto sopra, un action comic ma una storia autentica). Ovviamente il prezzo di ogni singolo volume sarà un po’ più elevato, ma comunque entro parametri accettabilissimi per dei volumi da circa 256 pagine interamente a colori.

Ottimo direi! (Sì sembra lo slogan di un prodotto per capi colorati, lo ammetto…).

Devilman G – Grimoire: la genesi del demone

Comunicato stampa – È in dirittura d’arrivo lo spin-off di DEVILMAN che ripercorre le origini del celeberrimo antieroe: il primo volume di DEVILMAN G – GRIMOIRE, di Go Nagai e Rui Takato, sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon dal 14 Marzo.

Il grido di una ragazzina fa alzare il sipario su una nuova leggenda: la bestia infernale si risveglia e il suo nome è Amon! Quando risplendono le zanne e gli artigli dell’implacabile demone e si dispiegano le sue ali, il mondo viene avvolto nuovamente dalle fiamme e da fiumi di sangue fresco…

A metà fra la parodia del genere majokko e la classica, disturbante storia nagaiana a base di splatter, erotismo e lacerazione, il manca che approfondisce la storia di Akira.

Dal 14 Marzo DEVILMAN G – GRIMOIRE n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Go Nagai non ha bisogno di presentazioni. Nato a Wajima, Giappone, nel 1945, è il creatore dei più famosi “mecha”, giganteschi robot guidati da piloti che li manovrano dall’interno, il cui capostipite è MAZINGA Z, e l’autore dell’uomo diavolo Devilman. Tra le sue opere Edizioni Star Comics ha pubblicato DEVILMAN VS HADES, GOMADEN SHUTENDOJI e SATANIKUS ENMA KERBEROS.

ACTION 293

DEVILMAN G – GRIMOIRE 1
Go Nagai, Rui Takato
13×18, B, col-b/n, pp. 208, con sovraccoperta, € 5,90

Divinity III: Stalinverso – Ai tempi di Ronald Reagan

L’ucronia è un genere narrativo che offre sempre delle grandi possibilità agli scrittori, soprattutto a quelli di fumetti, che spesso sono riusciti a offrire delle storie avvincenti partendo da un singolo evento che devia dalla continuity ufficiale del personaggio. Pensiamo ai What if della Marvel o agli Elseworld della DC ad esempio.
La premessa di Divinity III però è leggermente differente: non assistiamo, infatti, a una storia ambientata in un mondo alternativo, parallelo al nostro, ma a una perversione dello stesso. Qualcuno, un essere dai poteri divini, ha alterato il corso “ufficiale” degli eventi e l’universo Valiant è cambiato drasticamente diventando il sogno di ogni veterocomunista nostalgico. L’Unione Sovietica ha conquistato e sottomesso tutto il mondo e convertito i suoi eroi: X-O Manowar, Bloodshot, Shadowman e soci sono agenti della grande Madre Russia dedicati alla repressione delle rivolte che ancora si accendono in tutto il mondo. Apparentemente c’è solo un uomo cosciente del fatto che la realtà attuale è sbagliata, quest’uomo è Colin King, Ninjak.
La Star Comics presenta Stalinverso nel nostro paese in due volumi separati: uno (Divinity III: Stalinverso) dedicato alla trama principale e un altro (Divinity III: Eroi del glorioso Stalinverso) che presenta le storie personali dei singoli eroi coinvolti nella saga.
Le premesse di questo evento Valiant rimandano ad altre iniziative editoriali simili già viste in passato come L’Era di Apocalisse e Flashpoint; due dei i tanti precursori di Stalinverso con il quale condividono anche le finalità.
Gli scopi non troppo nascosti di Matt Kindt sono infatti quelli di offrire un nuovo punto di accesso ai nuovi lettori e di creare dei nuovi personaggi da inserire nel mondo Valiant una volta che questo sarà tornato alla normalità. Perché tanto si sa che nel mondo dei supereroi alla fine si torna sempre al normale corso degli eventi.
L’importante è come lo si fa.


In questo caso il talentuoso scrittore di Saint Louis riesce a centrare tutti i suoi obiettivi ma il risultato finale non riesce a soddisfare del tutto. Divinity III è infatti perfettamente accessibile al lettore neofita, che non ha bisogno di particolari informazioni per godere della storia, e allo stesso modo i nuovi personaggi sono potenzialmente un buon innesto, ancorati come sono a un contesto fiabesco/mitologico poco sfruttato fino a questo momento nell’universo condiviso della Valiant.
Il perseguimento di questi obiettivi porta però Kindt a infarcire in maniera eccessiva la sceneggiatura di dialoghi e monologhi esplicativi, i cosiddetti spiegoni, a scapito della drammatizzazione degli eventi e delle caratterizzazioni dei personaggi.

Nonostante queste criticità la prima parte della miniserie principale riesce a essere comunque coinvolgente, la storia dell’underdog – Ninjak è un supereroe privo di veri superpoteri – che deve confrontarsi con degli avversari semidivini è indubbiamente intrigante e Kindt riesce anche a infilare un bel colpo di scena alla fine del terzo capitolo. Lo sviluppo risulta però un po’ scontato e sa molto di “già visto”, la scazzottata finale, la filosofia spicciola, e tanti elementi ricorrenti nella grande maggioranza dei mega-eventi Marvel e DC che non ci si aspetta da una casa editrice spesso innovativa come la Valiant.

Alcune trovate inoltre risultano caricaturali (la caratterizzazione del presidente Sovietico Vladimir Putin ad esempio) nel loro tentativo di ricercare una dialettica, quasi reaganiana, tipica degli anni della Guerra fredda. Il tratto di Trevor Hairsine riesce a trasmettere il tono dimesso e cupo di questo nuovo mondo, la sintesi raggiunta, in combinazione con un layout ordinato e una buona regia, aiuta il fluire della narrazione. Alcune vignette sembrano però realizzate frettolosamente e la mancanza di dettagli si presta poco alle necessità di costruzione dell’ambientazione.

Per poter godere maggiormente della storia la lettura del volume Eroi del glorioso Stalinverso è quindi fondamentale, non tanto per una comprensione della macrotrama – già tutta esplicitata nella serie principale – quanto per la maggiore profondità, conferita dalle singole storie autoconclusive qui presenti a questo mondo distopico e ai personaggi che lo popolano.

Divinity III: Stalinverso
Di Matt Kindt, Trevor Hairsine, Ryan Winn, David Baron, Renato Guedes
Uscita 14/02/2018
Formato: 17×26, colore, 128 pagine, brossura
Prezzo: 8.90 €

Divinity III: Eroi del glorioso Stalinverso
Di Jeff Lemire, Matt Kindt, Scott Bryan Wilson, Eliot Rahal, Clayton Crain, CAFU, Robert Gill, Francis Portela
Uscita 14/02/2018
Formato: 17×26, colore, 128 pagine, brossura
Prezzo: 8.90 €

Il cuore dell’ombra – Chi ha paura dell’uomo nero?

Il cuore dell'ombra - Marco Cosimo D'Amico, Laura Iorio, Roberto Ricci

Spesso condanniamo la paura considerandola un sentimento da sconfiggere ed evitare, dimenticandone l’utilità. Esistono due tipologie di paura.
La paura nemica è quella che immobilizza e rallenta eccessivamente, facendoci dare il peggio di noi stessi e boicottando pertanto i nostri desideri.
La paura amica, invece, si chiama prudenza, ci aiuta a non compiere sciocchezze e a evitare di agire in maniera scriteriata.

Il cuore dell’ombra è una graphic novel che affronta il tema della paura nemica.

Opera vincitrice della medaglia d’argento alla decima edizione dell’International Manga Award, un importante contest giapponese ideato dal ministro degli esteri Tarō Asō che dal 2006 premia i fumetti stranieri, Il cuore dell’ombra, titolo originale Le cœur de l’ombre, è stato pubblicato per la prima volta in Francia dalla casa editrice Darguad Benelux nel 2016, successivamente in Italia nel luglio 2017 da Tunué nella collana Tipitondi, dedicata ai giovanissimi lettori (ma non solo), che propone formati speciali dai bordi tondi.

La trama

«Ninna nanna, ninna oh/questo bimbo a chi lo do?/Se lo do alla Befana, se lo tiene una settimana/Se lo do all’Uomo Nero, se lo tiene un anno intero»

Luc ripensa all’incidente con l’Uomo Nero, pag. 06

Questa filastrocca che noi tutti conosciamo, introduce la storia di Luc, un bambino fragile di dieci anni che si nasconde dietro i suoi grandi occhiali. Vive a Parigi con il suo papà, molto preoccupato, sua madre iperprotettiva e sua nonna materna molto particolare.

Luc è molto ansioso e pieno di paure assurde, questo perché è  tenuto lontano da qualsiasi cosa possa metterlo a rishio di essere sottratto alla sua famiglia come è successo a sua sorella Claire, scomparsa misteriosamente prima che lui nascesse. Luc ha paura di tutto.

Ha paura dei bulli, degli insetti, dei professori, delle malattie, degli animali, delle macchine, di stare tra la gente, di restare da solo ma sopratutto ha paura dell’Uomo Nero, un ombra con le sembianze di un uomo distinto ed elegante con i capelli impomatati che si nasconde nel suo armadio e tutte le notti lo terrorizza accostandosi al suo letto.

Una notte succede l’imprevedibile. L’Uomo Nero si avvicina così tanto a Luc che i due battono la testa insieme. Superata l’ilarità del momento, il fatto suscita grande stupore perché le ombre e i vivi non possono toccarsi e così in merito a un evento tanto eccezionale e preoccupante, l’Uomo Nero porta con sé Luc nel Regno delle Ombre.

L’Uomo Nero esce dall’armadio di Luc, pag. 07

Qui Luc viene a conoscenza di una realtà vista da una prospettiva diversa e intraprende un lungo e meraviglioso viaggio che lo porta ad affrontare e vincere la sua paura di vivere.

Considerazioni

L’Uomo Nero è l’altro grande protagonista indiscusso di questa storia, così come delle storie folkloristiche di vari paesi del mondo. Conosciuto in America come “Boogeyman”, in Messico come “El Cucuy”, “Croquemitaine” in Francia o ancora “Bunyip” in Australia…

Nomi diversi, fattezze diverse, ma stessa figura. Perfino in letteratura e nell’arte troviamo El Coco ispanico ben rappresentato nell’acquatinta Que viene el Coco di Goya. Il Babau raccontato da Italo Calvino. Quello (di Babau) mutaforma raccontato e disegnato da Dino Buzzati. Il Baubau di Stephen King, nella raccolta di racconti A volte ritornano. Il Messer Babau o Herr Korbes dei fratelli Grimm.

Luc ripensa all’ incidente con l’ Uomo Nero. Pag. 08

Le tavole e le matite delicate, colorate e decise, trasmettono in maniera  giocosa l’alternanza tra luce e ombra, realtà e immaginazione, delicatezza e paura, intimità e angoscia. Lo stile narrativo evoca atmosfere “burtoniane”, quelle stesse figure dall’aspetto grottesco che fanno sorridere con battute ironiche. Ambientazioni lugubri e bizzarre realizzate con una buona dose di neri e grigi marcati e graffianti per rappresentare i momenti di paura e smarrimento del protagonista. Tavole vivaci e cangianti che comunicano la transizione psicologica del piccolo Luc.

Il cuore dell’ombra è una bellissima favola che mira a insegnare a i più piccoli ad affrontare le proprie paure, ma è anche rivolto ai più grandi. Pensate a come il nostro modo di vivere e approcciarci con gli altri siano condizionati dalla paura che possa succederci qualcosa di brutto, suscitata dalle notizie di cronaca. Molti genitori adottano un metodo sbagliato e diseducativo, trasmettendo le loro ansie e paure ai bambini. Credendo di preservarli dai pericoli, in realtà paralizzano la capacità e la voglia di crescere dei loro figli. Il bambino deve essere guidato e accompagnato nella crescita. Educato a essere prudente, il bambino impara a riconoscere quella paura amica che gli impedisce di farsi del male senza rinunciare alla gioia della scoperta.

Luc e l’Uomo Nero battono la testa. Pag. 09

Gli autori

Marco Cosimo D’Amico

(Roma, 1976). Si forma presso la Scuola Internazionale di Comics, dove conosce Roberto Ricci. Parallelamente comincia la sua carriera di sceneggiatore nel mercato francese con Moksha (edizioni R. Laffont).

Roberto Ricci

(Roma, 1976). Pubblica le prime storie brevi per Heavy Metal (USA). Nel 2001 approda in Francia con la serie Les ames d’Helios (Delcourt) e inizia la carriera da storyboardista (Break Point, Delta, L’Ombra del Tempo). Nel 2008 lavora alla serie Moksha (Robert Laffont) sia come disegnatore che come sceneggiatore (al fianco di Marco D’Amico). Con Laura Iorio realizza l’albo June Christy. Tra il 2013 e il 2014 lavora come copertinista per la rivista Splatter. Attualmente è impegnato nella serie a fumetti Urban (Futuropolis).

Laura Iorio

(Frosinone, 1982). Nel 2009, dopo aver frequentato la scuola internazionale di Comics a Roma, pubblica il suo primo albo a fumetti, June Christy, in collaborazione con Roberto Ricci e Giancarlo Di Maggio. Parallelamente al lavoro di fumettista intraprende anche la carriera di illustratrice e partecipa a varie esposizioni collettive sia in Francia che negli Stati Uniti.


Marco Cosimo D’Amico, Roberto Ricci, Laura Iorio
Il cuore dell’ombra
Tunué 2017, Collana «Tipitondi» n. 51
cm 19.5×27, pagg. 56, colore, pagine stondate, € 16,90
ISBN 9788867902262

Non facciamone un lesbodramma – Il mondo delle lesbiche non è mai stato così divertente!

Lo stereotipo (maschile?) vuole che il mondo delle lesbiche sia un mondo serio e privo di sesso nel quale a contare sono l’attivismo e un malcelato odio verso il genere maschile. Ma è ora di sfatare questi pregiudizi, perché quel misterioso mondo al femminile è finalmente raccontato da FRAD un’autrice giovane e loquace, irriverente e assolutamente fuori dal politicamente corretto. Tramite le vignette di “Non facciamone un lesbodramma”, pubblicate sul web a partire dal settembre 2016 prima su Facebook e poi sul sito “Lezpop”, FRAD ci racconta di un mondo fatto di sesso, ironia, contraddizioni e tanto lesbodramma.

Questa prima raccolta di vignette ha il sapore irresistibile di tante altre autrici donne venute prima di lei: Alison Bechdel, Paige Braddock, la romana Ren, per fare i nomi di tre autrici rappresentative di tutto il mondo del fumetto LGBT, ma allo stesso tempo presenta una freschezza mai vista finora che racconta in un modo tutto nuovo le donne del nuovo millennio e il loro punto di vista.

FRAD (Roma, 02 aprile 1987) dopo aver frequentato la scuola di Comics di Roma inizia a pubblicare vignette di satira politica grazie ad Arci Solidarietà. Nel settembre 2016 lancia su Facebook la sua pagina FRADART iniziando la pubblicazione di “Non facciamone un lesbodramma” che in breve tempo approda sul sito Lezpop con un gran successo di pubblico, tanto da consentirle di autopubblicare una raccolta delle prime vignette che va a ruba in pochi mesi.
Tra i suoi prossimi progetti, ma che molto drammaticamente lei considera un sogno nel cassetto, c’è la realizzazione di una graphic novel. Nel frattempo continua senza sosta a sfornare vignette per il web.

Le sue storie inventate sono tutte realmente accadute.

Per il pubblico femminile sono in arrivo da Renbooks anche le graphic novel “Le tende bianche” di Cecilia Latella e “The infinite Loop” di Pierrick Colinet ed Elsa Charretier.


FRAD
Non facciamone un lesbodramma
Renbooks, uscita marzo 2018
128 pagg., colore, € 13.00
ISBN: 9788899744045

Storia della musica pop a fumetti – Oops!… Heavy Bone Did It Again

Dimensione Fumetto dedica una serie di articoli ai fumetti sulla storia di vari generi musicali disegnati da Enzo Rizzi per la collana Music & Comics di Nicola Pesce Editore.

In questo terzo e ultimo volume si affronta il pop e i suoi grandi interpreti. I precedenti articoli erano dedicati alla musica metal e alla musica rock.


Copertina de "La storia della musica pop a fumetti" di Enzo Rizzi.A prima vista potrebbe sembrare un comune albo, ma dato il contesto l’uscita de La storia della musica pop a fumetti è perlomeno sorprendente.

Dopo tre volumi dedicati alla celebrazione del culto del rock, prima in forma più agiografica e poi anche in forma narrativa, l’illustratore e metallaro sfegatato Enzo Rizzi decide di dedicarsi alla musica pop.

Il passaggio non è del tutto chiaro. Il primo titolo della serie è stato Storia della musica metal, nato grazie alla Nicola Pesce Editore nel 2009 come raccolta in volume delle biografie di musicisti metal precedentemente pubblicate sulla rivista Rock Hard: il successo di pubblico ha poi portato all’uscita di Diabulus in musica, un’antologia di storie brevi a fumetti ideate da Rizzi e disegnate da undici autori, e poi a Storia della musica rock come naturale proseguimento del primo volume, che ha ricevuto un tale favore di pubblico da essere stato ripubblicato in edizione deluxe ampliata e adorna di copertina metallica, molto rock’n’roll.

Il trait d’union fra questi tre volumi è la presenza in funzione di narratore dello zombie assassino Heavy Bone, personaggio ideato da Rizzi mettendo insieme l’aspetto di Doyle Wolfgang von Frankenstein, il trucco di Alice Cooper e i capelli di Vince Neil dei Mötley Crüe, ottenendo una sorta di fratello maggiore palestrato di Eddie degli Iron Maiden. Costui risiede in un ameno vestibolo dell’Inferno e millanta di essere il serial killer che ha ucciso le numerose rock star del club dei 27.

Cosa c’entra tutto ciò con la musica pop? Apparentemente molto poco, e fattivamente meno ancora: la motivazione che Heavy Bone dichiara nelle prime due facciate del fumetto è che il pop è «il vero inferno […] la più indegna piaga di nequizie dello show biz», il che lo rende «ipocrita, cinico e spietato, alla pari -se non oltre- del tanto vituperato e temuto mostro del “rock and roll”». In pratica, poiché la musica pop è «un luogo musicale assai peggiore, più decadente e infestato da demoni» rispetto al rock, questo lo rende morboso e quindi interessante: una questione morale. Ora, ammesso che sia vero, e probabilmente lo è, raccontare gossip non dà all’autore la licenza di intitolare la sua opera La storia perché non c’è alcuna storia, né tantomeno Storia, ma al massimo tante storie. Non si può nemmeno dire che sia a fumetti, dato che il volume è fattivamente un libro illustrato e corredato da didascalie a volte goffamente impaginate.

Tavole de "La storia della musica pop" di Enzo Rizzi.

Due pagine qualunque de La storia della musica pop a fumetti: la sottilissima linea fra “fumetto” e “libro illustrato”. La firma con il monogramma ER che accompagna ogni pagina rafforza ancor di più lo stacco fra le immagini e il testo.

Infine, e questa è la maggior pecca del volume, non parla affatto della musica pop. Rizzi ha scelto 34 musicisti pop secondo personali criteri opinabili e ha raccontato le loro storiacce, con due pagine a ognuno. Non un accenno a cosa è il pop, al suo valore, a cosa rappresenta a livello sociale, alla sua storia. La scelta degli artisti ha del perplimente: perché ci sono gli Spandau Ballet, ma non i Beach Boys? Perché Amy Winehouse, ma non i Carpenters? Perché Boy George, ma non Morrissey? E soprattutto: come può non esserci Burt Bacharach??? La risposta che appare più probabile è che gli artisti presentati sono quelli più celebri in Italia e intesi secondo un’accezione particolarmente ampia di “musica pop”. Ma se Rizzi era stato così raffinato da scindere il sottogenere metal dal genere rock, allora perché inserire artisti come Bee Gees, Michael Bublé e Stevie Wonder (sottogeneri disco, swing e soul) in questo volume?

Cambiando quindi il titolo dell’opera nel più onesto Storie illustrate di musicisti controversi genericamente pop e notori in Italia, il volume assume un altro valore. I testi di Francesco Ceccamea, benché minati da una quantità incredibile di refusi (quasi uno a pagina!), sono perfettamente funzionali e hanno tono brillante, intenso o piccantino in base al soggetto in causa, e le illustrazioni in bianco & nero di Enzo Rizzi sono spettacolari nel loro ricercato realismo fotografico, nel senso letterale della parola dato che si basano su vere foto degli artisti.

Tavole de "La storia della musica pop" di Enzo Rizzi.

La verosimiglianza delle illustrazioni è veramente notevole, e la presenza di minuscole imperfezioni qua e là certifica che le immagini non sono ricalcate, ma opere originali. L’unico minimo difetto sono le texture (come calze a rete, pattern degli abiti e soprattutto capelli), spesso trattate con poca cura.

Preso come fumetto, beh, non è un fumetto dato che non esiste alcuna correlazione (nemmeno sottile o antitetica) fra testo e immagine, ma preso come volume illustrato da consultazione La storia della musica pop propone al lettore un’oretta di svago in compagnia degli artisti e di quelle loro storielle curiose che MTV trasmetteva negli infobox che spuntavano durante i videoclip. Sconsigliato per chi cerca quello che il titolo propone, ma perfetto per gli amanti del pop commerciale, del gossip, e della bella MTV che fu, o di tutte e tre le cose insieme.


Enzo Rizzi
Storia della musica pop a fumetti
Nicola Pesce Editore
cm 21×29.7, b&n, brossura, 80 pagg., € 9.90
ISBN 9788897141969

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