Monthly Archives: marzo 2018

Rat Queens: Chiappa e spada – Le regine delle risse

Rat Queens - saldaPress

Oggi è il giorno di pubblicazione di Rat Queens, il nuovo titolo edito negli USA dalla Image Comics e portato in Italia dall’ottima saldaPress che è stato presentato come un originale e sboccato fantasy con protagonista, facile da dedurre, un gruppo di ragazze pronte a menare le mani e tracannare alcol.

Questa presentazione ha decisamente messo di buonumore colei che scrive, soprattutto le definizioni “fantasy” e “sboccato” sono apparse in accordo con i suoi gusti, tanto che ha deciso di recensirlo senza neanche aver visto un’immagine e senza conoscerne gli autori.

Solo dopo averlo letto e goduto, da buona nerd non-così-nerd, è andata a informarsi sulla sua genesi e quindi, per chi come lei si sta avvicinando al fumetto americano indipendente, ecco alcuni retroscena dell’opera che magari non tutti conoscono (immagino).

Il giovane autore di origine canadese Kurtis J. Wiebe ha ricevuto diverse nomination a premi come lo Shuster Award e l’Eisner Award (per Rat Queens) e ha ammesso di essersi ispirato alle atmosfere di D&D, suo amore di gioventù, mescolandole a elementi classici del fantasy in stile Il Signore degli Anelli. Il disegnatore Roc Upchurch invece, che troviamo in questo primo numero della serie, è stato estromesso dal progetto dopo che nel 2014 è stato condannato per violenza domestica e sostituito da Stjepan Šejić. Il titolo inizialmente doveva partire attraverso il crowdfunding di Kickstarter, ma la Image Comics ne ha acquistato i diritti; purtroppo però dal 2015, quando anche Šejić abbandona il lavoro per motivi di salute, i disegnatori si alternano senza rimanere per più di un anno e la serie passa a diventare una webcomic per poi ritornare in formato cartaceo lo scorso anno, con le matite affidate a Owen Gieni, già visto su Manifest Destiny.

Questi erano i “fun (ehm) facts” riguardanti l’opera, ma: allora, com’è? Abbastanza sboccata e fantasiosa? Assolutamente sì.

Rat Queens - saldaPress

Ecco le Queens nel loro originale schieramento: da sinistra Dee, Violet, Betty e Hannah. Sappiamo già che nei prossimi numeri aumenterà anche il numero delle “regine”…

Le Queens sono quattro tipe sopra le righe e simpaticissime: Hannah è un’elfa con il pugno facile e uno sfrenato amore per le bevande alcoliche, Violet è una nana sui generis che ha lasciato il suo popolo per cercare la sua strada, Dee è una bellissima chierica (atea) capace di poteri di guarigione, che le richiedono purtroppo la perfetta castità, e Betty è un mezzuomo dolcissima, ma abilissima ladra, che ama fare l’amore e i funghetti allucinogeni. Deliziose.

Rat Queens - saldaPress

Se questo non vi basta, dietro c’è anche una storia: catapultati in questo mondo medieval-fantasy ci troviamo nella città di Palisade, dove il Sindaco, ormai esasperato dalla “esuberanza” dei gruppi di mercenari, tra cui, le più “vivaci”, le Queens che non avendo altro da fare si prendono a cazzotti con tutti distruggendo e insultando cose e persone sulla loro strada, affida a ognuno un incarico “utile”, che serva a rinsaldare la sicurezza della “città delle mura”. Ma qualcosa va molto, molto storto, e le ragazze, unendosi agli altri mercenari coinvolti, diventano molto, molto pericolose mentre cercano chi e perché sta cercando di farle fuori.

Wiebe non inventa niente, prende elementi e genti dal mondo fantasy preesistente, come orchi, goblin, vampiri e quant’altro, senza cercare di snaturarli per renderli più originali, e questa è una gran cosa (per capirci, vedi i vampiri che luccicano) anche perché è perfettamente in grado di pescare nel classico per trasformare la pasta madre in altro, solo attraverso la caratterizzazione fisica e psicologica dei personaggi. Grazie anche al disegno di Upchurch, le varietà umane e meno umane sono molto belle da guardare, con i loro abiti tematici, il colore di pelle e capelli sapientemente utilizzato, e da vedere agire. Il tono dei dialoghi è sempre scanzonato e ironico, e riescono a far ridere anche quando ci viene presentata una di quelle gag che sembrano quasi scontate (come il grande classico: – Hey vecchia! – Non sono vecchia, ho trentanove anni!). Il gruppo delle Queens inoltre è un misto di orgoglio femminista e cortese attenzione al non offendere nessuno (compreso nelle preferenze sessuali): a vederle sono quasi delle Spice Girls della dimensione brutal, ognuna a rappresentare un popolo e un colore (anche se ne manca una, secondo me Mel C.), orgogliose della loro femminilità, messa anche bene in mostra mentre nascondono le loro fragilità, ma anche indipendenti, forti e cazzute (scusate) che non se le fanno dare da nessuno. Sicuramente senza peli sulla lingua, ma di cosa dovrebbero aver timore? La loro libertà sessuale, mai volgare, le completa e le rende sempre più concrete e vicine a noi, da entrare nelle grazie di lettori e lettrici indiscriminatamente. Sono così complesse e allo stesso tempo comprensibili da perderci la testa a cercare di spiegarlo, segno che Wiebe sa fare molto bene il suo lavoro.

Rat Queens - saldaPress

I disegni, come accennato, sono molto ben riusciti e completano il tutto tondo dei personaggi. Sono anche molto allietanti occhio e spirito, grazie, come dicevamo, all’uso del colore, ma soprattutto alla capacità dell’artista di creare linee avvolgenti, che si prestano bene sia alla staticità che alle scene dinamiche. Non che siano perfetti, tutt’altro: il vestito elasticizzato rosso di Hannah fa spesso pieghe strane e spigolose, i fianchi di Violet sono fin troppo forti e naneschi, ma direi che nella vita, soprattutto se stai facendo una rissa, il vestito non può essere fresco di lavanderia e le cosce grosse assicurano stabilità negli affondi con la spada. Insomma, il comparto artistico è più che soddisfacente, a parte una tendenza a trascurare lo sfondo creato spesso da sole evocative sfocature di colore.

L’importante è che il tutto sia funzionale alla narrazione e al ritmo, che è anch’esso vivace. Partendo da una griglia inizialmente convenzionale troviamo le vignette che si sovrappongono come se avessero fretta di farsi avanti e armi (praticamente solo armi) che sfondano la quarta dimensione e puntano direttamente alla gola del lettore, che non può così non sentirsi coinvolto.

Insomma, Rat Queens, le parolacce non ci spaventano, con tutte quelle diciamo anche noi, da oggi in vendita; un ottimo prodotto che si allontana dalle major e che soddisfa diversi tipi di palato: che state aspettando?

Watson & Holmes: uno studio in nero

Watson and HolmesDice Sherlock Holmes a Watson nel primo romanzo dedicato al geniale detective della Londra vittoriana:

There’s the scarlet thread of murder running through the colourless skein of life, and our duty is to unravel it, and isolate it, and expose every inch of it.

Che suona più o meno così:

“C’è il filo rosso dell’omicidio che corre attraverso la matassa incolore della vita, e nostro dovere è svelarlo, isolarlo ed esporne ogni centimetro.”

Anche qui ci sono fili da dirimere, ma sono due, perché due sono i misteri da svelare, e si colorano di nero per tanti motivi:

  • perché Holmes e Watson sono due ragazzoni di Harlem;
  • perché tutti i personaggi principali hanno a loro volta la pelle oscura, non solo la coppia degli investigatori, ma anche quasi tutti i comprimari, compresa la signorina Hudson; di colore, nel senso che fuori da questo contesto è la versione femminile dell’Ispettore Lestrade (la detective Leslie Stroud);
  • perché si parla lo slang e si vivono molte delle situazioni che siamo abituati a vedere nelle serie TV ambientate nei condomini e nei magazzini delle zone meno raccomandabili della Grande Mela;
  • perché alcuni degli autori che hanno lavorato sui personaggi sono a loro volta black;
  • perché la storia è forse meno classicamente gialla e più noir.

La New Paradigm Studios ha lanciato oltre cinque anni fa questa revisione in chiave noir/pulp e in ambientazione newyorkese dell’investigatore più famoso del mondo.

Creata da Brandon Perlow e Paul J. Mendoza, con Karl Bollers (Emma Frost, What If?) ai testi e Rick Leonardi alle matite, vede Holmes abitare sempre in Baker Street 221B (anche se a New York non c’è nessuna Baker Street, solo un Baker Avenue nel Bronx) e Jon (senza “H”) Watson è un medico che ha combattuto in Afghanistan. Portandolo al giorno d’oggi, diventa uno specializzando, ex marine, con un fisico di conseguenza e con figlio ed ex moglie a carico.

Alcuni elementi richiamano in maniera chiara l’opera di Sir Arthur Conan Doyle: ovviamente i nomi dei personaggi, ma anche gli Irregulars di Baker Street; il fratello Mycroft Mike Holmes che staziona al Diogenes Club; le caratteristiche di osservatore deduttivo e sopra le righe di Holmes; alla relazione tra i due protagonisti, che da perfetti sconosciuti diverranno coinquilini, e Holmes offrirà a Watson di vivere con lui in Baker Street.

D’altra parte, l’opera è ben di più di una rivisitazione o attualizzazione delle storie del capostipite del cosiddetto giallo deduttivo. Il nostro Holmes è a sua volta un ottimo deduttore, ma ha anche lui, come Watson, una ex moglie.

È vero che anche nell’opera originale è Watson il narratore. Ma se in quel caso la storia è completamente centrata su Holmes, qui i due sono coprotagonisti, direi alla pari.

La storia incrocia diverse linee narrative, e ci sono diversi elementi che si sovrappongono, portando in un contesto moderno l’adagio sherlockiano per cui: «Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità».

Così ritroviamo elementi tipici della New York contemporanea: gang, sparatorie e fughe, discoteche ambulanti che aprono in posti diversi ogni notte, droga, infiltrati e informatori. Anche se, a pensarci bene, Sir Conan Doyle le aveva già utilizzate pressoché tutte nei suoi libri e racconti. Ovviamente stavolta sono un po’ aggiornate: hacker che aiutano Holmes a estrarre dati da hard disk e server virtuali, sparatorie con armi semiautomatiche sui tetti newyorkesi, flash back sulla guerra in Afghanistan, delitti in streaming e taxi al posto dei vetturini londinesi. Ci troviamo in effetti gli elementi a cui il pubblico delle odierne serie poliziesche ormai immancabili in TV è abituato. E che, a ben vedere, ancora una volta Conan Doyle aveva anticipato.

La storia ha due linee narrative.

Una, pur sviluppandosi per tutto l’albo, a un certo punto arriva a un empasse e viene sospesa, evidentemente troppo complessa per finire in poco più di cento pagine (oltre che per convincere i lettori, se ce ne fosse bisogno, a comprare il secondo volume).

L’altra, che aveva dato inizio al fumetto, viene ripresa e conclusa nell’epilogo.

La prima è piuttosto intricata, aggiunge elementi su elementi, e quando sembra chiarirsi in realtà la coppia di investigatori perde tutti gli elementi che ha in mano.

La seconda ha le caratteristiche di uno dei racconti brevi delle raccolte di Conan Doyle. Stavolta è Watson che, quando il caso principale stagna, nota quasi per caso la foto di un neonato e lo collega all’inizio della storia. Dà così il la alla soluzione del caso minore e portando a scoprire chi e come rapisce bambini appena nati.

Entrambe le storie hanno origine nel Centro Ricoveri Urgenti di Harlem, dove il dottor Watson lavora e dove Holmes va a trovare il secondo paziente di Watson, che è la vittima da cui parte l’investigazione principale.

Ovviamente i fatti si legano alle vite private dei due protagonisti, fino alla convivenza.

Vite che sono anch’esse in un momento di empasse, almeno dal punto di vista relazionale. E come il caso dei neonati è un modo per superare il momento di difficoltà del caso in cui sono coinvolti Shon e Trina, i due sembrano utilizzare l’amicizia che nasce tra loro come palliativo di una situazione sentimentale difficile per entrambi, che vedono le rispettive ex-mogli costruirsi una nuova vita con nuovi “fidanzati”.

Anche questa è una modalità ormai frequente nelle storie a cui siamo abituati in TV, in cui spesso le vicende personali dei protagonisti non sono solo di contorno, ma diventano il filo principale dell’intreccio.

La serie è partita come web comic, ma attraverso il crowdfunding ha raccolto oltre 15000 $, grazie anche al supporto di storiche società di fan di Holmes, come le Baker Street Babes, famoso collettivo di fan di Los Angeles. E ha avuto successo, se è vero che i diritti cinematografici dei personaggi sono già da tempo stati venduti e c’è stata una nomina per gli Eisner Awards e la vittoria dei Glyph Award 2014.

I disegni di un artista di più che trentennale esperienza, che ha attraversato tutte le major, danno spessore grafico alla storia. Lo stile è dinamico e pulp, anche nell’epilogo, disegnato da Larry Stroman. Infatti nonostante il cambio di matite, la parte grafica mantiene una sostanziale omogeneità. Molto fa anche il colore nero della carta, che dà una sensazione di “oscurità” diffusa, anche di giorno. Come succede, per fare ancora una volta un riferimento televisivo, in quelle puntate di CSI in cui, anche se sembra sia giorno, i detective usano le torce elettriche per esaminare la scena del crimine.

Comunque il cambio un poco si nota, sia nel tratto, che nella gabbia, decisamente più regolare e con pochissime concessioni a splash page o altre estemporaneità grafiche da parte dell’autore di origini italiane. Ma il registro risulta infine abbastanza omogeneo.

L’opera, anche se arriva tardi in Italia, merita. L’intreccio tiene ben alta la tensione, gli eventi e i colpi di scena si susseguono, e quando sembra che si arrivi al punto, la storia si resetta.

La parte grafica accompagna la storia in maniera adattissima.

Insomma, la speranza è che questo fumetto faccia venire voglia di leggere anche gli originali, perché Conan Doyle è stato davvero l’iniziatore del genere e nelle sue opere troviamo in nuce tutte le caratteristiche delle serie che oggi tengono davanti alla TV tante persone.

Paranoid Boyd – Disneycide

Dopo un po’ di attesa, ecco arrivare finalmente l’ultimo numero di Paranoid Boyd, la serie di Andrea Cavaletto, pubblicata dalla Edizioni Inkiostro.

Probabilmente la lunga gestione è dovuta anche al difficile coordinamento di ben cinque disegnatori che si sono avvicendati nella realizzazione del volume. Ben 96 pagine pregne di impegno e di dedizione.

La serie più psicologica (e non psichedelica!) della casa editrice abruzzese non tradisce le atmosfere dei precedenti numeri, anzi Cavaletto spinge l’acceleratore e ingrana la quinta arrivando quasi a un delirio che ci farà venire voglia di rileggere l’intera serie, anche per capire se non abbiamo avuto degli abbagli o se veramente lo sceneggiatore ha voluto fare una narrazione sregolata al limite dello sberleffo verso il lettore.

Il calvario di William Boyd continua dopo la morte della figlia a causa della sua follia e la sua vita in cella sta per concludersi. Troverà la libertà? Ma nemmeno per sogno, anzi le cose sono destinate a peggiorare…

Senza fare spoiler, si arriva a una pagina quasi metafisica, e mi riferisco al personaggio di Boyd che viene disegnato da ben dodici disegnatori (tutti quelli che hanno contribuito alla serie!) in primo piano sulla stessa tavola, mentre si chiede chi è veramente.

Flashback e salti temporali, questa volta non lasciano tempo di respirare e i colpi di coda sono sempre dietro l’angolo, o meglio, dietro la pagina seguente. Una lettura non certo rilassante ma davvero appagante per chi entra in questo malato mondo. Si passa dalla povertà del Congo, toccando l’11 Settembre fino a Disneyland, ma i luoghi sono solo un appoggio per il percorso mentale dei protagonisti. Se proprio devo essere severo, non mi è piaciuto lo spiegone verso la fine, anche se si fa perdonare nel momento di chiudere la storia (avviso: finale assolutamente non scontato!).

Da punto di vista grafico, come ho scritto, ben cinque sono i disegnatori (esclusi omaggi a fine albo e la pagina delle dodici vignette) che hanno creato graficamente l’albo, alternandosi tra un gruppo di pagine e l’altra. Sono cinque che hanno un tratto davvero diverso l’uno dall’altro e sono stati utilizzati per varie situazioni narrative.

Francesco Giani, che realizza le prime tavole, ha un tratto sognante, incrociando iperrealismo e surrealismo. Immaginate un incrocio tra Dino Battaglia e Dave McKean. Sperimenta e usa anche immagini reali per filtrarle e metterle in un’aurea sognante. Ester Cardella ha un tratto più realistico che potrebbe ricordare Stefano Casini. Non arriva ovviamente al livello del maestro Casini, ma già è a un buon livello. Segue Cristiano Sartor: grande promessa che fa cose straordinarie nel disegnare mostri e ambientazioni fanta/horror; ha alcune incertezze nelle ambientazioni più realistiche, ma penso che sia solo una questione di tempo e il ragazzo avrà molto da mostrare per sorprenderci sempre più. Simona Simone ci mostra un tipo di disegno più pulito. Tecnicamente preparatissima. Tratto deciso e, nonostante faccia poche ombre, dà il suo senso di inquietudine. La vedo adatta a disegnare Dampyr. Per me sarebbe perfetta.

Sicuramente un degno finale per una serie che ha la forza di ritagliarsi la nominata di “cult” nel fumetto italiano. Ovviamente numero da non perdere per chi ha già letto i numeri precedenti e per chi apprezza i fumetti della Edizioni Inkiostro, ma consiglio di recuperare la serie anche a chi vuole esplorare un altro lato oscuro del fumetto italiano che spalleggia con serie ormai affermate come Cannibal Family e La Iena.

 

Un calcio per la storia: una squadra per l’Algeria

una maglia per l'Algeria copertinaUn disegnatore belga (Javi Rey), due sceneggiatori bretoni (Kris e Betrand Galic) per raccontare una storia al di là del Mediterraneo: la prima nazionale di calcio d’Algeria.

Nata quando l’Algeria non esisteva ancora.

Nata dalla fantasia dei due scénariste, che, pur ispirandosi alla realtà, hanno romanzato questa avventura umana, sportiva e politica fuori dal comune.

Filo conduttore è Rachid Mekhloufi.

Figlio di un ausiliario algerino della polizia francese, da Setìf, città resa famosa proprio dagli scontri fra militari francesi e rivoltosi algerini nel 1945, Rachid diventa protagonista assoluto del calcio francese degli anni ’50, meritandosi la convocazione nella nazionale dei bleus e trascinando l’A.S.S.E  alla conquista di diversi campionati.

Ma non dal 1958 al 1962.

Nei quattro anni a cavallo tra il mondiale di Svezia e quello del Cile, con l’aiuto di Mokhtar Arribi, e sotto la guida di Mohamed Boumezrag, infatti, Mekhloufi diede vita al progetto nazionale algerina, anche se la nazione Algeria non esisteva.

il giovane Rachid

Questo fumetto racconta i momenti importanti della storia di Rachid e di altri giocatori algerini, dalla strage di Setif, alla partenza per la Francia, ma si concentra soprattutto su quei quattro anni, dalla fuga dell’aprile 1958, al ritorno nel dicembre 1962.

Quattro anni che hanno fatto la storia dello sport, dell’Algeria e della Francia; una storia di storie, con protagonisti calciatori, allenatori e politici.

Un fumetto di cronaca e storia, certamente romanzato, ma più che verosimile anche nei dettagli, in cui lo sport è sicuramente protagonista, ma si intreccia con le amicizie, anche con quelle lontane, con i viaggi lunghi e complessi, che mettono alla prova e fanno nascere relazioni personali e familiari. I personaggi sono pienamente umani, si alternano tra il patriottismo, la passione sportiva e la vita quotidiana con delusioni, amori, frustrazioni. E vengono rappresentati con profondità, senza eroismi e senza nascondere difetti e difficoltà.

Sullo sfondo non vengono dimenticate le realtà storiche: le sanzioni che la FIFA promise alle nazionali che avessero giocato con la squadra algerina, i personaggi storici che hanno incrociato il percorso, da Ben Bella a Ho Chi Min.

I piani di lettura di quest’opera sono tanti, come i sentimenti che suscita. Grazie alla capacità degli autori di cogliere le piccole umanità che si incontrano nel quotidiano: la durezza del comandante Kaci e la macchietta del doganiere; la difficoltà del viaggio sul predellino e l’invidia per i compagni di squadra in campo nel mondiale svedese. Con il rimpianto per tutti i francesi che con i giocatori algerini quel mondiale magari avrebbero potuto vincerlo invece di accontentarsi del terzo posto e del record di gol di Fontaine.

Lo stile è quello più classico delle bande dessinée: tratto sottile e pulito, al limite della linea chiara, con pochissime ombre. Forse non sempre adatto a raccontare dei posti presentati: i furgoncini utilizzati nelle diverse tourneé, gli uffici del FNL e gli scarafaggi negli hotel polacchi sono fin troppo puliti.

La gabbia è dinamica, con una divisione in vignette mai uguale, ma allo stesso tempo classica: da tre a cinque righe, divise in riquadri sempre rettangolari. Il tratto è ovviamente realistico, rende riconoscibili luoghi e personaggi, riporta dettagli minuziosi negli sfondi, nelle azioni, nei volti.

Non sempre il disegno è dinamico, neppure nelle “cronache” delle partite di calcio, che sembrano più una sequenza di foto. Infatti, non avendo che poche vignette per raccontare intere partite, il più delle volte si focalizzano sulle istantanee dei momenti più significativi.

Le linee di movimento, anche quando sono presenti, sono comunque ridotte all’osso. Anche se i voli dei portieri e i gesti dei giocatori sono sempre molto plastici. Come plastiche sono le espressioni dei volti che sottolineano gli stati d’animo e le situazioni di tutta la storia.

Il fumetto veicola bene le emozioni che vuole suscitare nel lettore. È divertente quanto basta, mantiene sempre un substrato di leggerezza, anche negli inevitabili snodi difficili della storia. Forse perché sappiamo che la storia è finita bene.

Così la tensione finale del ritorno di Rachid nello stadio del Saint Etienne traspare anche dal fumetto, ma si scioglie rapidamente, perché è la storia (finita bene) di un calciatore.

Di un calciatore che ha usato la sua tecnica e la sua fama per una cosa più grande, ma, in fondo, sempre di un semplice calciatore.

Che alla fine è tornato a giocare dentro il suo stadio, l’enfer vert, verde come la maglia del suo A.S.S.E. e anche come la maglia della sua Algeria.

Per approfondire la storia della squadra del FNL, oltre ai redazionali in coda al libro che contengono moltissime informazioni, compresa una buona bibliografia, è possibile trovare molto materiale sul web (un esempio in italiano e uno in inglese).

Una maglia per l’Algeria

Kris – Bertrand Galic – Javi Rey
136 pagine colori – 17×24 – cartonato
ReNoir – 19.90 €

Berlino 2.0: benvenuti a El Dorado?

Crisi economica e precarietà, due costanti della nostra generazione, sono solo gli aspetti più superficiale di Berlino 2.0, edito da Bao Publishing: sotto si nasconde il coraggio e la forza d’animo che Margot dimostra di avere nell’affrontare una nuova vita all’estero.

Alberto Madrigal e Mathilde Ramadier sono due giovani autori, lei un’autrice, una saggista e una sceneggiatrice francese, lui un illustratore e fumettista spagnolo, in comune hanno la loro migrazione a Berlino e ci raccontano da vicino com’è vivere nella capitale europea della cultura e della vita mondana.

La protagonista, Margot ha 23 anni, dottoranda in filosofia, e arriva a Berlino con un bagaglio ricco di aspettative e una palla da discoteca da appendere nel suo appartamento con soffitti così alti da farlo sembrare una reggia. Trovare una sistemazione è stato facile grazie al suo amico libraio Alex che le subaffitta un bilocale, più difficile sarà trovare lavoro. Il mito che Berlino sia la nuova El Dorado ha fatto sì che molti giovani, dopo il crollo del muro, si riversassero nella città, fenice rinata dalle sue ceneri, una meta che offre ampie prospettive e dove presto ci si accorge che non sempre il mito corrisponde alla realtà.

Nel 2015 il tasso medio di disoccupazione in Germania era del 7%, a Berlino del 10%, queste cifre escludono però tutti quei lavoratori di fascia bassa assunti con il minijob (orario flessibile, 400€ al mese, una durata massima di due mesi, con una soglia lavorativa di 15 ore settimanali e senza includere la costosissima previdenza sociale tedesca) e delle donne che usufruiscono del premio per le casalinghe (un sussidio di 150€ mensili concesso a quelle famiglie che decidessero di cresce un figlio a casa fino ai tre anni): se a tutto questo sommiamo la mancanza di un salario minimo ci accorgiamo che il quadro lavorativo non è più così dorato.

A giudicare da questo racconto direi che la situazione in Germania non è poi così diversa da quella italiana dove imprenditori di tutte le età hanno come unico scopo solo quello di sfruttare il dipendente, se possibile a costo a zero. Margot è però forte e determinata e non ha paura a rifiutare un lavoro mal pagato né a tentarne uno con altrettante pessime condizioni ma con prospettive più allettanti.

È disposta a tutto pur di non mollare e in fondo come l’amico Felix ammette: «Paradossalmente c’è bisogno che qualcuno resti perché la città si trasformi…», frase di critica mossa al libraio e sublocatario Alex che si lamenta di come Berlino sia cambiata nel tempo e spiega perché abbia scelto di vivere ad Amburgo.

Uno dei lati positivi di questa grande città rimane sicuramente il grande fermento culturale che ne ravviva le giornate fredde e umide, un movimento che nasce dall’incontro di un così folto gruppo di persone delle più svariate etnie; non a caso è definita la culla della musica techno e fu proprio nella capitale tedesca che nacque il leggendario Club Tresor a opera di Dimitri Hegemann.

Molto attivo anche il movimento femminista che vanta numerose iniziative ed eventi artistici, Margot stessa partecipa al Porn Film Festival che celebra qualsiasi tipo di genere sessuale e di sessualità. Circondati da tanto fermento il rischio maggiore che si può correre è proprio quello di subire un distacco dalla realtà e la protagonista lo scoprirà a proprie spese.

Come il romanziere Clément Bénech spiega nella prefazione, citando le parole del filosofo Rosset, «esistono due tipi di filosofi, gli imbonitori (compassionevoli e inutili) e i filosofi dottori (spietati ed efficaci)»; beh Berlino 2.0 è sicuramente un “dottore” e Ramadier ci racconta senza filtri la realtà della capitale, l’esistenza in quella zona d’ombra spesso inesplorata; non mi stupirei se il personaggio di Margot prendesse ispirazione dal vissuto della stessa autrice.

La controparte grafica in mano a Madrigal è funzionale e molto piacevole alla vista, il suo tratto stilizzato e immediato si fonde bene con la colorazione priva di sfumature ma che fa largo uso di zone nette a evidenziare in modo deciso il contrasto tra luce e ombra, quasi a rimarcare il confine nitido tra mito e realtà che avvolge questa città. La sua palette con colori desaturati con eccessi di magenta rendono le atmosfere calde e accoglienti quasi a voler coccolare l’animo del lettore messo bruscamente davanti alla realtà dei fatti.

Un libro sicuramente non di svago, ma una piacevole lettura che induce a riflessione.


Alberto Madrigal (disegni) e Mathilde Ramadier (storia)
Berlino 2.0
Volume unico
Editore: Bao Publishing
Brossurato con alette, cm 17×23, 96 pagg., colore, € 15,00

Settimana Canicola Bambini – Gli autori

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

Dopo aver parlato del progetto con le curatrici della collana e aver recensito i volumi Hansel e GretelLa mela mascherata e I gioielli di Elsa, in questo quinto e ultimo articolo DF intervista gli autori dei tre volumi chiedendo loro una immagine, un testo di presentazione e tre domande sul loro lavoro.

DF desidera ringraziare gli autori e la casa editrice per la loro grande disponibilità.


Sophia Martineck

Vignetta di "Hansel e Gretel" di Sophia Martineck.

Una vignetta di Hansel e Gretel di Sophia Martineck: se fosse musica, sarebbe un Notturno in re minore.

Da dieci anni a questa parte lavoro come illustratrice freelance. Quello che più mi piace del mio lavoro è la possibilità di lavorare con clienti da diversi paesi in Europa e in tutto il mondo. Tutti i differenti temi, prospettive e retroterra culturali mi sono sempre stati di fondamentale ispirazione. Hansel e Gretel è stato realizzato appositamente per Canicola. La maggior parte del lettering l’ho fatto a mano io stessa. Mi sono molto divertita a scrivere in italiano: non parlo la lingua, ma mi ha affascinato scoprire le parole e le frasi. Se non fossi diventata un’illustratrice, probabilmente oggi lavorerei come linguista.

(Sophia Martineck)

Intervista a cura di Mario Pasqualini.

In precedenti interviste hai dichiarato che è stata Canicola a proporti esplicitamente di realizzare la tua versione di Hansel e Gretel: per quale motivo credi che ti abbiamo scelta per questa storia, e che tipo di valore aggiunto puoi apportare a questa fiaba già narrata innumerevoli volte da innumerevoli illustratori negli ultimi 200 anni?

La storia di Hansel e Gretel è molto dark. I bambini devono fare i conti con l’essere abbandonati, combattere il male, e sopravvivere. Nel mio lavoro mi piace dedicarmi a temi dark come abbandono, solitudine e il dolore umano del vivere: credo che sia il motivo per cui Canicola mi ha chiesto una versione di Hansel e Gretel. Quando ho iniziato a lavorarci su, l’aspetto che mi interessava di più era come i bambini sopportano di essere abbandonati dai loro genitori nel folto della foresta, come sopravvivono al loro viaggio e alla strega cattiva. Ho trovato davvero toccante, quasi commovente la calma con cui affrontano il freddo, la fame e la paura. Per questo ho disegnato la fiaba dark come credo che sia, fisicamente (circondati dagli alberi, i bambini passano due giorni e due notti nel bosco) ed emotivamente (rischiano di morire).

Il racconto è estremamente fedele all’originale dei Fratelli Grimm fin nei minimi dettagli, come i gioielli gettati a terra al ritorno a casa, ma al contempo la narrazione è spostata alla realtà dei nostri giorni, come suggeriscono mobili e vestiti. La traslazione di eventi del passato nel presente è un tipico metodo narrativo usato dagli artisti visivi da Giotto in poi (raggiungendo un picco di realismo con Caravaggio), ma è piuttosto inusuale da trovare nei libri di fiabe per bambini, solitamente bloccati in un immaginario pre-industriale di abiti barocchi e niente elettricità. Non possiamo accusare Disney di questo, perché già da ben prima di lui artisti tradizionali come Arthur Rackham, e anche adesso avanguardisti come Lorenzo Mattotti hanno scelto di ambientare le loro versioni di Hansel e Gretel in un passato da “c’era una volta”. Credi che sia una scelta inconscia legata alla caratteristica delle fiabe di essere fuori dal tempo e dallo spazio? E perché hai scelto di ambientare il tuo Hansel e Gretel nel presente?

La fiaba originale dei Fratelli Grimm è stata per me una grande fonte per il mio adattamento. Ti dice tutto quello che devi sapere. Mi sono accorta che ogni frase è così ricca di informazioni e dettagli che non mi è stato difficile trasformare il testo nella mia versione grafica. Non ho nemmeno cercato qua e là altri adattamenti, come film o libri illustrati. Dopo aver iniziato con la prima pagina col bosco e la casetta, la storia mi ha trascinato.

Per l’ambientazione ho voluto una moderna atemporalità contemporanea. Non avevo assolutamente intenzione di tornare indietro all’immaginario del XIX secolo: volevo raccontare la fiaba per i bambini di oggi, quindi ci sono mobili moderni con forni e padelle e coltelli da cucina. Anche la casa della strega doveva sembrare deliziosa e colorata, e non come la “casetta di marzapane” ottocentesca. Non volevo fare un’altra versione da c’era-una-volta, quindi mi sono deliberatamente lasciata il passato alle spalle e ho creato qualcosa di nuovo. Suppongo che essendo una fiaba con elementi fantastici potrebbe sembrare logico lasciarla nel tanto-tempo-fa, ma preferivo realizzare qualcosa di diverso.

Per me era anche molto importante che le tasche del cappotto di Hansel fossero abbastanza capienti per contenere i sassolini così da poter realisticamente tornare a casa, e che la casa di torta fosse abbastanza grande per ospitare tre persone. Da bambina mi irritava molto quando dettagli come questi non erano verosimili.

Com’è stato possibile osservare nella mostra bolognese che ha accompagnato la pubblicazione di Hansel e Gretel, hai disegnato il fumetto a matita e poi aggiunto una colorazione a tinte piatte in postproduzione. La matita enfatizza il chiaroscuro, come nella splendide scene notturne, e al contempo sottolinea un preciso dettaglio: il nero puro. Ci sono solo tre elementi in nero puro nel tuo libro: la matrigna, la strega e gli alberi. Se i primi due sono chiaramente personaggi oscuri, cosa dire degli alberi? Poiché il bosco è totalmente muto e immoto di fronte alle sventure dei bambini, volevi forse suggerire che la natura ha un ruolo negativo, o comunque non positivo all’interno della vicenda umana, come se la natura fosse una rivale dell’uomo?

In questo caso non direi che la natura è una rivale dell’uomo. Direi piuttosto che gli alberi sono dei testimoni silenziosi. Quando mi sono resa conto che tutta la storia si svolge in una foresta mi sono leggermente preoccupata perché pensavo che non avrebbe offerto molto a livello di immagine, ma poi ho amato gli alberi, soprattutto nelle scene notturne col chiaro di luna e le ombre. Sì è vero, ho disegnato gli alberi come morti per enfatizzare la situazione disperata e la povertà dei bambini. Eppure, la natura qui è anche protettiva: Hansel e Gretel dormono sotto un albero, mangiano le bacche selvatiche, un’anatra li aiuta ad attaversare il fiume, il fuoco li tiene al caldo.

Quello che davvero mi è piaciuto è stato il modo in cui ho potuto usare i colori. All’inizio la casa della famiglia è molto povera, e quindi ho usato molti toni marroni, grigi e blu. La foresta di giorno è verde e piacevole, ma di notte diventa fredda e blu. Mi piacevano queste due atmosfere diverse. Mi sono divertita anche a dare alla casetta della strega dei colori rosa, arancioni e gialli dolci; anche all’interno tutto è caldo e zuccheroso e delizioso. Solo il giorno dopo tutto torna marrone e grigio e orribile.


Martoz

Vignetta inedita de "La mela mascherata" di Martoz.

Una prova grafica di Martoz per La mela mascherata, pubblicata qui su DF in esclusiva su concessione dell’autore.

Il fiume divenne rosa, dal vomitevole olezzo dolciastro. Quest’aria zuccherosa dava alla testa. Fu l’inizio di una rivolta!

(Martoz)

Intervista a cura di Silvia Forcina.

Ciao Alessandro, piacere di conoscerti, anche se in verità abbiamo già parlato di te sul nostro sito tempo fa: sei giovanissimo eppure sei già un artista apprezzato e impegnato in tantissime attività (illustrazioni, serigrafie, scenografia, street art, pittura) e con diversi titoli di fumetti alle spalle; cosa ti ha affascinato di questo progetto di Canicola dedicato ai bambini? Ti piaceva l’idea di avere un pubblico giovane da malleare o in realtà volevi far felice il bambino che è in te?

Devo ammettere che la sfida più intrigante era quella di misurarsi con la letteratura per l’infanzia, un terreno del tutto nuovo per me. Una bella sfida. Chi mi conosceva, al tempo, avrebbe potuto dire «Martoz? Col suo segno… e coi suoi precedenti? È inadatto», ma Canicola ha visto lontano. Per dire di più, i ragazzi di Canicola mi hanno conosciuto di persona e hanno capito che il fumetto per l’infanzia era nelle mie corde, era nelle mie possibilità. Per il resto, del progetto Canicola Bambini mi hanno affascinato la sfida, il rischio, l’inizio. Sì, l’inizio, perché io sono stato apriporta in tante situazioni, non perché io sia speciale, ma perché è quello che succede ai giovani di talento, si cerca di prendere due piccioni con una fava. Mi sono sempre divertito a partecipare a queste sanguinose prime linee, ma ci sono diversi modi di vedere la questione. Io vedo, in queste situazioni nuove, la possibilità di spaziare. Mi piace l’idea di avere un pubblico giovane, ma non da malleare, e sicuramente faccio felice anche me stesso perché è stato divertente, benché difficile, lavorare a La mela mascherata. Credo che tra queste due opzioni ci sia una terza sfumatura. Il bello è capire quanto ci somigliamo, creare una connessione reale. Non siamo io -scrittore grande e maestro, che deve immedesimarsi- e loro, bambini che hanno bisogno di un linguaggio alla loro portata. Ci siano noi, coi nostri punti in comune. Ne La mela mascherata si accendono delle spie presenti sia in me che nei bambini. È un fumetto molto sincero, dove, se c’è una magia, è quella di scoprire quelle spie e abbattere il dualismo grandi-piccini.

Anche se La mela mascherata è dedicato ai bambini, abbiamo notato con piacere che non hai modificato niente del tuo stile per disegnarlo: pensi che i piccoli lettori sapranno apprezzare le immagini che hai creato e perché? Magari ci siamo sbagliati, ma nel tuo immaginario abbiamo creduto di ravvisare una somiglianza con i disegni di Picasso, che non è esattamente un nome per l’infanzia: le opere dell’artista spagnolo sono tra le tue ispirazioni?

Beh, dopo un anno dall’uscita, abbiamo la fortuna di non dover parlare al futuro, sperando di essere compresi. Possiamo parlare di ciò che è già successo. Siete sicuri che Picasso non sia un nome per l’infanzia? Andiamo con ordine. Non è propriamente vero che non ho cambiato niente del mio stile, è stato invece quello l’aspetto più complicato, trovare una giusta evoluzione del mio stile. Volevo alleggerirmi, senza banalizzare il mio segno. Volevo rimanere me stesso, ma diventare agile e cedere alla simpatia. È significativo pensare che ho deciso di portare un po’ di questa agilità anche nei prossimi fumetti per grandi, è qualcosa su cui riflettere. Tornando all’inizio, i bambini lo hanno capito. Lo hanno apprezzato. Forse qualcuno ha detto «È un po’ strano, ma mi piace» e spero che qualcuno abbia detto «Non mi piace, lo odio». Piacere a tutti sarebbe la peggior sconfitta. Ma, grazie al dio dei gatti giganti, molti bambini lo hanno apprezzato. Perché? Non lo so. Forse perché per realizzarlo ho fatto un percorso di onestà. Forse perché non ho fatto un libro che finge di parlare ai bimbi, ma in realtà rassicura i genitori. Ho attinto alla mia età dell’oro e gli omini d’oro l’hanno capito.

P.S.: la questione Picasso viene tirata fuori spesso ed è una semplificazione tipica del nostro tempo. Picasso era troppo grande per farne un semplice motivo di ispirazione. Il mio stile è troppo piccolo per farlo derivare da questa singola fonte. Io mi ispiro a tanti e a nessuno. Disegno con la pancia. Mi piacerebbe che si smettesse di vedere Picasso in ogni cosa stramba.

Personalmente la storia de La mela mascherata mi è sembrata molto gradevole e divertente, arrivando alla fine del volume si scopre anche che i personaggi non sono esattamente inventati, ma fanno parte della storia della città di Cotignola: è stato divertente costruire una trama così fantasiosa basata su elementi reali o è stata una pesante responsabilità?

Ti ringrazio! Anche qui, forse è divertente perché ci siamo divertiti a farlo, io, Canicola e Cotignola. Ebbene sì, i personaggi della storia risultano essere ispirati, in nome e caratteristiche, a personaggi realmente esistiti nella storia del comune di Cotignola. Un mash-up di tanti tempi diversi. Mi è piaciuto parecchio dimenticare la distanza storica e far interagire tutti questi personaggi in un unico contenitore, che poi è quello che fa la memoria, solo che in questo caso la fantasia ha unito i puntini della memoria e lo ha fatto proprio come lo avrebbe fatto un bambino, a piacimento! È stato divertente ed è stato interessante scoprire e utilizzare le tante storie racchiuse in Cotignola. Quasi nulla è inventato, tutto rende omaggio ad aneddoti, fatti storici, pubblici e privati, leggende, cose antiche e attuali. Non ho vissuto questa trasposizione con pesantezza, nessuno mi ha chiesto di farlo, è avvenuto naturalmente. Quando mi è stata raccontata la storia di Cotignola, ho istantaneamente creato delle connessioni tra i vari fatti. Lontani nel tempo magari… ma uniti nell’immaginazione e, soprattutto, tutti vivi nel presente grazie agli abitanti di Cotignola, culturalmente iperattivi!


Sarah Mazzetti

Illustrazione di Sarah Mazzetti che ha ispirato "I gioielli di Elsa".

Il disegno di Sarah Mazzetti datato dicembre 2015 che l’ha ispirata per la creazione de I gioielli di Elsa, pubblicato qui su DF in esclusiva su concessione dell’autrice.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così.

(Peter Handke – Elogio dell’infanzia)

Intervista a cura di Maura Pugliese.

Perché hai scelto di diventare una disegnatrice? Quale percorso hai fatto? Quali sono le opere della tua produzione a cui sei più affezionata e perché?

Disegno da quando sono nata, quindi è un po’ strano per me pensare che sia una “scelta” il disegnare in sé, certo il decidere di farlo come professione è stato un po’ roccambolesco forse, mi ero già laureata in Scienze della Comunicazione, e invece di continuare in percorso universitario ho deciso di punto in bianco di iscrivermi all’Istituto Europeo di Design. Non so spiegare com’è andata, mi piace studiare, non avevo rimpianti rispetto al mio percorso, ma in quel momento non avevo nessun dubbio sul fatto che fare Illustrazione fosse la cosa giusta, è andata così, mi sa che sono fatta così. L’opera a cui sono più affezionata è I gioielli di Elsa naturalmente, quando scrivi una storia i personaggi per te diventano gente vera, per cui provi affetto. Per il resto l’unica cosa per cui provo attaccamento sono certi disegni del mio sketchbook, non le cose che faccio per lavoro.

A quali artisti ti sei ispirata per lo stile grafico del fumetto I gioielli di Elsa?

A nessuno che io sappia, anche se i riferimenti interiorizzati sono sicuramente tanti, come per ogni disegnatore.

Se un bambino entrasse in libreria, prendesse dallo scaffale il tuo fumetto e lo sfogliasse, per quali ragioni potrebbe piacergli e potrebbe leggerlo?

Chi lo sa! Da quello che ho visto i bambini si fanno molto prendere dalla narrazione, dal fatto che c’è un mistero da risolvere, e graficamente devo dire che lo assimilano senza nessuna difficoltà, per loro è assolutamente normale entrare in un linguaggio grafico nuovo, sono veramente magnifici in questo rispetto agli adulti.

Settimana Canicola Bambini – I gioielli di Elsa

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

Dopo aver parlato del progetto con le curatrici della collana e aver recensito i primi due volumi Hansel e Gretel e La mela mascherata, in questo quarto articolo si parla del terzo e finora ultimo titolo edito: I gioielli di Elsa di Sarah Mazzetti.


L’atmosfera natalizia che grandi e piccini aspettano per lunghi mesi è fatta di alcuni fondamentali ingredienti: i parenti, il presepe, l’albero, i regali, i dolci. Nell’infinita varietà di questi ultimi si distinguono per diffusione e gradimento il torrone, il pandoro e il panettone, che piacciono a tutti o quasi…Sì, perché la calorosa gioia della festa può essere turbata da un problema che affligge da tempo immemore le mamme, le nonne e le zie: i canditi. Nella stragrande maggioranza, i bambini odiano i canditi, quei pezzetti viscidi e gelatinosi che si celano in mezzo al soffice impasto del panettone e, se incidentalmente finiscono in bocca, lasciano nel loro palato un senso di fastidio che accompagnerà la loro crescita come un trauma indelebile. Le pasticcerie e le industrie dolciarie, consapevoli del dramma che attanaglia da decenni le famiglie alla fine di dicembre, si sono prodigate in varianti “depurate” e così, al pari dei dolci senza glutine, oggi si possono trovare panettoni “canditi free”. Ma anni di lotta per la sopravvivenza hanno affinato pure le armi di cui i pargoli, all’apparenza teneri e indifesi, si sono dotati per combattere contro le strane imposizioni degli adulti, usando nel caso in questione strategie di difesa infallibili: asportazione segreta dei corpi estranei, eliminazione metodica delle prove, occultamento dei relitti in luoghi sperduti.

Ma ecco che una nuova, sensazionale soluzione apre le porte a scenari impensati: se una bambina prendesse i canditi chirurgicamente asportati dai panettoni e ne facesse dei gioielli? Se le sue creazioni suscitassero l’interesse dello sfavillante mondo della moda? Se la bambina fosse così brava da divenire un’acclamata designer di gioielli?

Da questa idea nasce il fumetto I gioielli di Elsa, disegnato da Sarah Mazzetti, a cui ho avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande sulla sua opera, le cui risposte saranno disseminate nel corso dell’articolo per supportare, completare e arricchire la mia analisi.

Riguardo allo spunto iniziale del libro l’autrice mi ha raccontato che è derivato da un disegno natalizio di un paio di anni fa; aveva appunto disegnato una bambina su un panettone gigante che guarda un candito come se fosse un gioiello. Ha sempre voluto fare qualcosa con quell’idea, ma poi invece è rimasta lì, fino a quando Liliana (Cupido, ndr) non le ha chiesto se voleva fare una storia per Canicola Bambini.

Il personaggio principale, la bimba Elsa, si muove con la schiettezza propria dell’infanzia nella nuova realtà adulta in cui si trova per caso catapultata dal momento in cui la sua intuizione trova il sostegno delle zie e le dà la possibilità di scoprire nel mondo della moda persone eccentriche e fuori dall’ordinario. La domanda spontanea è se nella protagonista l’autrice abbia trasposto o proiettato qualche aspetto della sua infanzia, infatti a questo proposito la Mazzetti ha confermato che somiglia molto a lei quando era bambina. Del resto, ha sottolineato che non si è ispirata a nessuno in particolare, ma voleva giocare sui gesti piccoli e apparentemente insensati dei bambini, perché invece proprio quei gesti contengono dei piccoli mondi immaginati, quei mondi sono ciò che le interessa.

Nelle sue avventure Elsa è sempre affiancata da Karl, un cagnolino che somiglia a un topolino per la sua forma minuta e a un gattino per la sua insaziabile voglia di dormire, creando con le sue azioni un sottile racconto nel racconto. Di lui la disegnatrice mi ha detto che è sempre più contenta di averlo disegnato così perché sia coi bambini che a volte con gli adulti spesso parte questa conversazione: «-che cos’è lui? – è un cane – ma sembra un topo! – eh sì, è un cane che sembra un topo – silenzio/accettazione», insomma il fatto che non rientri nel prototipo del cane, prima crea stupore, e poi una pacifica accettazione di Karl per quello che è, e le sembra un processo molto bello nel suo piccolo! Lui comunque non fa niente, è il compagno di Elsa ma non l’aiuta affatto nella storia, però poi ha tutta una sua storia personale fuori dalla narrazione principale.

Come in ogni fiaba che si rispetti, nel suo percorso di formazione la bambina affronta degli ostacoli e subisce un danno da parte dell’antagonista, l’invidiosa signora Antéf, i cui gioielli sono messi in ombra dai bracciali, dalle collane e dagli anelli tutti tempestati di canditi di Elsa. Come al solito, un mezzo magico tira fuori dai guai la piccola designer agevolandola nelle sue ricerche, anche se al posto della classica bacchetta fatata, in linea con i tempi moderni, la soluzione del caso è affidata a una sportina biodegradabile che vaga per la strada. In merito a questa singolare scelta la Mazzetti ha affermato che è stata casuale, però in quel punto voleva un personaggio che desse un limite temporale a quella fase, quindi la sportina nel suo scomparire progressivamente è come la mezzanotte per Cenerentola, il limite oltre il quale non si può andare.

Anche il lieto fine è d’obbligo, con l’insegnamento che da cose insignificanti si possono trarre grandi soddisfazioni e, tutto sommato, una bambina non può agire come i grandi e diventare una stilista, ma ha bisogno di vivere una vita tranquilla con la sua famiglia e il suo cagnolino. Ma poi sarà proprio vero che questa fiaba debba insegnare qualcosa? A sentire l’autrice no, anzi, come ha precisato, proprio non le interessa l’aspetto “funzionale” delle storie, però certo ci sono valori importanti per lei, come quello sull’esaminare, fare attenzione ai piccoli gesti, le piccole cose, il fatto che è una storia in cui i protagonisti e gli “extra” sono creature minime, fino al batuffolo di polvere e sporco, che anche lui ha il suo piccolo excursus – e la capacità di vedere altro nelle cose che abbiamo attorno, l’avere voglia di trasformarle e reinventare sempre, tutto. Trovare valore al di là di quello che socialmente viene definito di valore.

La narrazione si sviluppa in tavole a pagine piene, senza bordi e campiture, con una struttura molto variabile delle vignette, separate tra loro da sottili closures e talvolta inserite a fianco di vignette scontornate che, insieme con le pagine intere o doppie, sono quelle di maggiore impatto visivo, in cui l’artista sembra avere più agio nell’esprimere la propria abilità grafica. Infatti, come lei stessa ha suggerito, ha deciso di lasciare tutto il più libero possibile, non avere una griglia fissa di riferimento, semplicemente perché non le era utile. Non nascendo come fumettista, per lei (nel senso di “quando lavora lei sulle sue cose”) la griglia fissa è sempre un elemento che definisce il fumetto “a priori”, se la usa è per definire un ritmo preciso, mentre per questa storia voleva sentirsi assolutamente libera di cambiare impostazione delle vignette e della pagina a seconda delle esigenze. L’unica parte che ha un ritmo preciso e sempre la stessa dimensione sono le strisce di Karl, che appunto ha queste avventure solitarie in una dimensione narrativa altra rispetto alla storia. Per il resto è di nuovo un discorso di gusto personale e modo di lavorare, questo fumetto è stato disegnato e colorato nel modo per lei più istintivo e naturale possibile.

A proposito delle soluzioni cromatiche, sono stati impiegati solo tre colori, il rosso, il verde e il marrone, anzi quest’ultimo, come mi ha fatto notare la disegnatrice, deriva in realtà dalla sovrapposizione dei primi due. Il tono d’insieme risulta pieno e uniforme e permette di concentrarsi più sui personaggi e sulla vicenda che sulle sfumature dei colori. Riguardo a questa scelta, che potrebbe apparire rassicurante ma forse anche un po’ monotona per gli occhi dei bambini, Sarah Mazzetti mi ha dato una precisa spiegazione, che permette di comprendere anche la passione per il suo lavoro: il colore per lei è uno strumento di lavoro, una cosa familiare e quotidiana, che quasi per scontata, ed è molto bello vedere che chi invece non ci ha tanto a che fare per mestiere, magari può scoprire qualcosa attraverso una scelta cromatica “diversa”. Ha dunque optato per questi colori perché funzionano bene, e il rosso naturalmente è perfetto per i canditi. Probabilmente è un po’ difficile spiegare come li ha gestiti, nel senso che per lei è una cosa molto istintiva, sa che vuole un certo ritmo ed equilibrio formale nella pagina – e nella sequenza di pagine – e agisce di conseguenza, aggiusta il tiro fino a quando non ci sono, ma è proprio un po’ come comporre una melodia, una cosa per cui si forma una certa consapevolezza, ci si fa l’occhio. E lei è ossessiva in questo, non riesce a tradire il suo occhio, se una cosa non va bene lo sa.

Lo stile grafico è caratterizzato da linee spesse e pochi tratti per le figure, che risaltano in ambienti definiti con elementi essenziali su sfondi vuoti, in una varia combinazione dei due colori, usati anche per i bordi delle nuvolette e per il lettering manuale. Si possono avvertire vari influssi, dalle pubblicità futuriste fino a Blexbolex, però bisogna riconoscere che questa ricerca dei modelli, legata all’indagine dei recensori, di fatto interessa poco agli artisti, che non creano miscelando con il misurino un po’ di questa e un po’ di quella fonte, ma si lasciano guidare dal loro estro e dalla loro ispirazione. A conferma di ciò, la Mazzetti mi ha risposto che non saprebbe definire il suo stile, per lei è tutto molto naturale, sicuramente porta con sé molti riferimenti a cose e autori che ama, ma sono elementi da lei interiorizzati, che fa fatica ad esaminare. Lo stile in questo caso è davvero un modo di disegnare che per lei era molto naturale. Dopo la fatica del pensare e strutturare/progettare la pagina, disegnarla poi era la parte facile, quella che viene istintivamente.

E così mi auguro che per voi possa essere facile e piacevole la lettura de I gioielli di Elsa e che magari dal prossimo Natale le bambine più intraprendenti si divertano a utilizzare in qualche altro fantasioso modo quei colorati, insopportabili canditi.


Sarah Mazzetti
I gioielli di Elsa
2017, Canicola Editore, Canicola Bambini, collana Dino Buzzati
cm 17×24, 48 pagg., colore, € 16
ISBN9788899524227

Settimana Canicola Bambini – La mela mascherata

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

Dopo aver parlato del progetto con le curatrici della collana e aver recensito i primo volume Hansel e Gretel, in questo terzo articolo si parla del secondo titolo edito: La mela mascherata di Martoz.


Mela mascherata Canicola bambini Martoz

Nel regno di Cotignork si sta svolgendo un dramma: il fiume Senio è stato avvelenato e ora emana un odore fetido e nauseabondo, e si dice che sia stato proprio il conte Muzio a contaminarlo! Ora il destituito signore è chiuso nelle prigioni del suo stesso palazzo e sulla sua poltrona siede… il perfido Passatore!

Questo è l’inizio coloratissimo de La mela mascherata, uno dei tre volumi di esordio della collana Dino Buzzati dedicata ai bambini dell’associazione culturale Canicola, a opera dell’eclettico e giovanissimo Martoz.

L’apertura del volume è dedicata a una teatrale e surreale presentazione dei personaggi: insieme al «tremendissimo» Passatore e a Muzio troviamo l’affranta fidanzatina di quest’ultimo, Lucia, erborista con l’animo da gangster, poi Zanzi e i suoi cat-boys (cioè cowboy che però cavalcano i gattoni «diffidenti e vivaci»), tra cui Zaganelli che da buon artista lavora maschere per i suoi compagni, utili quando decidono di organizzare una ribellione contro il Passatore. Il loro spirito guida, il maestro Varoli, li indirizza da Lucia, perché lei è l’unica che può preparare un antidoto contro la puzza rosa del fiume, grazie alla mela mascherata. Trovata Lucia e convinta a collaborare non rimane che trovare il mitico ingrediente, e qui inizia la loro avventura.

Mela mascherata Canicola bambini Martoz

L’impianto della trama è solo apparentemente semplice: come l’iniziale caratteristica presentazione è un elemento che arriva dalla drammaturgia, così il teatro ritornerà, inteso proprio come rappresentazione su un palco, e avrà una parte importante per l’avanzamento della storia, con l’allestimento di un titolo, guarda caso, anch’esso collegato alla mela.

Suggestioni teatrali ritornano costantemente a interagire con la storia, basti pensare che un altro elemento molto importante è quello della maschera: i cat-boys le usano per nascondere il loro volto e per non essere riconosciuti mentre combattono per la giustizia, come i più classici supereroi, ma quella che daranno a Lucia sarà senza fessure per gli occhi (mancanza dovuta alla fretta) e proprio tale cecità, che non serve a nascondersi ma a celare le paure che sono fuori, permetterà alla ragazza di rincontrare il suo innamorato.

Mela mascherata Canicola bambini Martoz

Fiaba e teatro si incontrano infine quando l’aiutante magico, la Fattucchiera, li farà entrare in possesso dello strumento magico: una mela, giustappunto, “mascherata”, dalla forma misteriosa e grottesca.

Martoz dunque crea con gran divertimento una trama ricca di trovate spassose e intriganti, che farà contenti i grandi tanto quanto i bambini, che forse non coglieranno le diverse sfumature di senso degli eventi ma saranno allietati dai dialoghi brillanti e dai personaggi buffi… che arrivati a fine volume riservano più di una sorpresa. Infatti il regno di Cotignork altro non è che la città di Cotignola, che si affaccia sul fiume Senio ecc. ecc. Non vogliamo rovinarvi la sorpresa di scoprire queste pagine finali che arricchiscono il valore del volume, basta sapere che a quel punto ci si rende conto che lo scopo didattico dell’opera è perfettamente raggiunto.

Martoz offre a questo scopo la sua mente vivace, capace di immaginare figure e ambientazioni oniriche ma in senso bello, non angoscioso: di quei sogni tutti colorati di rosa e giallo dove però i contorni e le definizioni diventano incerte e che quando ti svegli ti lasciano di buon umore.

Come nel suo stile classico troviamo contorni e ombre rese tutti a colpi di matita, linee non pulite, che sforano i margini e graffiano tutto l’insieme. I volti e i corpi sono resi attraverso le geometrie semplificate, nasi triangolari, cerchi imperfetti, cilindri e coni, senza troppo badare all’uniformità dei volumi e alle linee dritte.

Concede poco a quello che si penserebbe un “disegno per bambini”, solo l’uso dei colori pastello che si alternano ai neri e alle matite, e le scritte di diverse tonalità che enfatizzano i passaggi della storia e i dialoghi. Si potrebbe quasi dire che il disegno di Martoz non ha bisogno di essere per l’infanzia perché la sua vena artistica è simile a quella di un bimbo che si entusiasma e crea senza pensare alle convenzioni e alle imposizioni esterne, in totale libertà.

Perché se vuoi seguire i sogni, anche quelli che insegnano qualcosa, bisogna solo cavalcare un gattone e corrergli dietro.


Martoz
La mela mascherata
2017, Canicola Editore, Canicola Bambini, collana Dino Buzzati
cm 17×24, 64 pagg., colore, € 16
ISBN 9788899524135

Settimana Canicola Bambini – Hansel e Gretel

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

Dopo aver parlato del progetto con le curatrici della collana, in questo secondo articolo si parla del primo titolo edito: Hansel e Gretel di Sophia Martineck.


Non c’è immaginario letterario che presenti così spesso i temi della povertà, della fame, degli stenti e delle privazioni come la letteratura per l’infanzia. Ci sono molti motivi dietro questa continua abbondanza di mancanza cronica nelle storie per i più piccoli, fondamentalmente riassumibili in due macro-categorie: motivi narrativi di fiction, poiché un’ambientazione disagiata spinge i piccoli protagonisti a modificare la propria vita, e motivi storici di non-fiction, vista l’effettiva condizione di indigenza che da sempre grava sulla stragrande maggioranza della popolazione mondiale e soprattutto sui minori. Ci sono poi numerosissi esempi in cui i motivi di fiction e di non-fiction si fondono insieme: è il caso della letteratura vittoriana inglese, esemplificata in particolar modo nei romanzi di Charles Dickens, e soprattutto è il caso del più grande serbatoio di tragedie infantili della letteratura mondiale: le fiabe, e se c’è una fiaba che rappresenta al massimo livello il dramma della povertà, quella è senza dubbio Hansel e Gretel.

Dipinto di Evalds Dajevskis per il film

La pittoresca “casetta di marzapane” è certamente l’elemento più iconico di Hansel e Gretel e una delle immagini più celebri del mondo delle fiabe. Sopra: uno studio dell’artista lettone Evalds Dajevskis per la scenografia del film statunitense in stop motion Hansel and Gretel: An Opera Fantasy del 1954 basato sull’opera lirica di Engelbert Humperdinck.

La fiaba dei due bambini raccolta dai Fratelli Grimm nella loro antologia del 1812 è fra le più celebri e al contempo fra le più disperanti dell’intera tradizione fiabesca mondiale, dato che i suoi giovani protagonisti passano l’intero tempo diegetico della storia a evitare di morire: si tratta probabilmente dell’unico caso noto di una fiaba in cui lo scopo del protagonista non è ottenere qualcosa che non ha, ma piuttosto di mantenere quell’unica cosa che già ha, ovvero la vita. Non sono nemmeno i grandi temi universali a muovere i personaggi: non l’amore, non l’odio, non l’onore o l’identità spingono la matrigna a cacciare i due bambini di casa, ma più grettamente è la mancanza di vile denaro, e altrettanto è la sete di sangue a spingere la strega a mangiare bambini, il che identifica senza ombra di dubbio la storia all’interno di un ambiente di sottoproletariato miserabile e abbrutente.

Lo stesso schema di Propp è messo in difficoltà da Hansel e Gretel. Le funzioni sono presenti, ma il loro senso è ribaltato: ad esempio l’Infrazione della regola (non tornare a casa) non mette i protagonisti in pericolo, ma bensì li salva, e la Fornitura dell’oggetto magico/salvifico (l’ossicino) non avviene da una figura apposita, ma direttamente dai protagonisti. Anche i personaggi stessi sono del tutto inconsueti: chi è l’Antagonista, la matrigna o la strega o il bosco o l’uccellino color della neve? E chi è il Donatore se non i due protagonisti stessi, dato che sono loro a dover fare tutto da soli?

Schema narrativo di "Hansel e Gretel".

Molto peculiare e anch’essa probabilmente senza paragoni è la struttura narrativa di Hansel e Gretel, interamente speculare. Il palcoscenico della storia è unico (il bosco) e ci sono solo tre scenografie: la casa del padre (set 1), l’interno del bosco (set 2) e la casa della strega (set 3), con la fiaba che inizia e finisce nello stesso set. I bambini trovano nel set 1 la matrigna (figura negativa 1), la quale spinge Hansel all’azione: prima raccoglie e getta i sassolini e le bricioline, e poi guida Gretel nel bosco. Raggiunto il set 3, i bambini trovano la strega (figura negativa 2) e da lì Hansel passa all’inattività mentre Gretel diventa attiva: prima cucina i pasti e uccide la strega, e poi guida Hansel nel bosco. Infine i bambini ritornano al set 1 privo di figure negative e quindi finalmente vero nido familiare.

Schema narrativo di "Hansel e Gretel".

La specularità della storia non si rintraccia solo nei luoghi e nei personaggi, ma anche nelle eventi della trama, con un’alternanza continua di colpi di scena positivi e negativi. Uno dei punti di forza della fiaba di Hansel e Gretel è proprio il fatto che si compone di un continuo alternarsi di situazioni antipodiche che stressano e al contempo incalzano il lettore.

Copertina di "Hansel e Gretel" di Sophia Martineck.La non-incasellabilità nello schema standard, la specularità e il ritmo binario sono le tre caratteristiche principali che rendono Hansel e Gretel un caso-studio della letteratura fiabesca. Il suo fascino ha sedotto decine di artisti negli ultimi 200 anni, e uno dei risultati più convincenti in assoluto lo ha dato l’anno scorso illustratrice tedesca Sophia Martineck, alla sua prima prova con un fumetto per l’infanzia grazie alla commissione ricevuta dalla casa editrice italiana Canicola, che con questo lavoro ha inaugurato la collana Dino Buzzati nella sua divisione per i più piccoli Canicola Bambini.

Il lavoro della Martineck è di una chiarezza cristallina straordinaria. Gli aspetti tecnici legati a schema, specularità e ritmo sono esposti, anzi rivelati in maniera perfettamente leggibile senza alterare o modificare affatto la fonte originale. È sempre Hansel e Gretel, ma estratto dall’oscurità come uno psicanalista estrae il significato dalle parole del suo paziente. In 38 pagine l’autrice riporta il testo dei Fratelli Grimm con estrema fedeltà, arrivando ai minimi dettagli come gli animali sul tetto e le finestre tonde, e al contempo trasla la storia dal XIX al XXI secolo: l’innecessità di aggiungere, togliere o cambiare una sola parola al testo originale certifica Hansel e Gretel come storia senza tempo, e la scelta di non vestire i bambini con abiti tirolesi mostra che è anche senza spazio.

L’universalità di Hansel e Gretel viene ancora più esaltata dalla Martineck con le sue scelte grafiche improntate a una ricercata semplicità, con disegni a matita colorati in digitale e caratterizzati da assonometrie cavaliere, anatomie elementari e alberi senza chioma. E sono proprio gli alberi e il bosco che compongono l’aspetto in assoluto più interessante dell’opera della Martineck: il bosco di Hansel e Gretel è un mondo astratto dove accade l’inspiegabile, dove gli elementi apparentemente realistici diventano magici (come i sassolini e gli animali) e gli elementi apparentemente magici diventano realistici (come la casa dolce e la strega). Un mondo composto da alberi che sono singoli oggetti muti, immobili, morti appoggiati sul suolo piatto e liscio, che fa apparire il bosco ancor più astratto e irreale: un palco teatrale.

Il bosco di "Hansel e Gretel" nelle quattro versioni di Lotte Reiniger, Tim Burton, Lorenzo Mattotti e Annie Leibovitz.

Quattro intepretazioni del bosco, l’elemento chiave di Hansel e Gretel. In alto a sinistra: il bosco rigoglioso e popolato da simpatici animaletti nel cortometraggio del 1955 animato in stop-motion da Lotte Reiniger (una versione che tradisce totalmente l’originale dei Grimm). In alto a destra: il bosco a bande verticali nere nello special televisivo Disney di Halloween del 1982 realizzato da Tim Burton, una delle versioni più disturbanti della fiaba. In basso a sinistra: il bosco al nero di china, turbinoso e terribile nelle tavole mute di Lorenzo Mattotti del 2009. In basso a destra: il bosco composto da alberi vestiti in un servizio fotografico di moda di Annie Leibovitz per la rivista Vogue di dicembre 2009 (in cui Lady Gaga interpreta la strega cattiva).

Confronto fra "Caccia notturna" di Paolo Uccello e "Hansel e Gretel" di Sophia Martineck.

Nel suo Hansel e Gretel, il bosco di Sophia Martineck assomiglia concettualmente a quello di Paolo Uccello nella sua Caccia notturna: benché graficamente i risultati siano del tutto diversi, in entrambi i casi abbiamo scene nel bosco di notte dove gli alberi sono trattati come elementi estranei e alteri, persino falsi, delle sagome di cartone posizionate su piani geometrici cartesiani con un distacco talmente freddo da generare un’atmosfera in qualche maniera irreale e onirica.

La Martineck affida al bosco l’intera narrazione della storia: tutto dipende dalla presenza di questa perturbante scenografia, composta da oggetti monocromi che creano strisciate bianche e nere in diretta consonanza con l’alternanza di situazioni positive e negative della trama. Alberi scuri separati da intervalli chiari: la metafora grafica della condizione di profonda inquietudine dei due bambini sperduti nel bosco, come se potessero imbattersi nella salvezza o nella catastrofe a ogni passo.

Analisi di tre tavole di "Hansel e Gretel" di Sophia Martineck.

A definitiva e inequivocabile conferma della centralità del bosco nella storia, le uniche tre doppie pagine del fumetto si collocano esattamente all’inizio, al centro e alla fine del volume rappresentando le tre case della storia. La prima casa è quella con la matrigna e il padre: sembra pericolosa, ma non lo è. La seconda è quella della strega: non sembra pericolosa, ma lo è. La terza è la casa del solo padre: non sembra pericolosa e non lo è. In tutto ciò, il bosco non fa una piega, e addirittura nella prima e ultima doppia pagina resta assolutamente identico, del tutto indifferente alla vita dei minuscoli esseri umani che lo popolano: il ritorno dei bambini non fa spuntare i fiori, non fa arrivare animali carini, non cambia nulla. Le meschine vicende umane non hanno alcuna ricaduta sul bosco secolare.

Hansel e Gretel di Sophia Mertineck è un classico della letteratura tedesca in una trasposizione quantomai tedesca, grigia e anaffettiva, e al contempo di un’efficacia sensazionale. Ci si potrebbe chiedere se un volume del genere, ideato e realizzato da adulti con grafica per adulti e una storia rivelata nel suo essere per adulti, possa essere piacevole o anche solo accessibile al pubblico dei bambini. La risposta è ovviamente sì, perché non c’è nulla che non sia accessibile ai bambini: è una pretesa degli adulti di credere che i bambini non siano in grado di capire. Semmai, il punto è che i bambini capiranno questo libro in una maniera diversa rispetto a come lo capiranno gli adulti, e se questa pluralità di punti di vista era quello a cui puntava la casa editrice, allora l’obiettivo è raggiunto in pieno.


Sophia Martineck
Hansel e Gretel
2017, Canicola Editore, Canicola Bambini, collana Dino Buzzati
cm 17×24, 48 pagg., colore, € 16
ISBN 9788899524135

Settimana Canicola Bambini – Il progetto

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

In questo primo articolo il progetto viene presentato e spiegato direttamente dalle curatrici Liliana Cupido e Roberta Colombo, che hanno risposto alle domande poste dalla redazione di DF.


Che cosa è e come è nata Canicola, e come mai ha un nome e un logo così apparentemente bizzarri?

Liliana Cupido: Canicola è una associazione culturale nata a Bologna nel 2004. “Canicola” allude al nome antico della stella di Sirio che in agosto sorge assieme al Sole annunciando il periodo più caldo dell’anno. Secondo i greci si tratta del momento più propizio dell’anno per la sregolatezza della vita sessuale. Ma il riferimento è anche allo sguardo spietato di Ulrich Seidl nel suo film Canicola che ci aveva molto colpito poco prima di nascere. Infine “Canicola”, per noi, è un bel nome con un bel suono.

Il nostro logo, disegnato da Vincenzo Filosa, rappresenta una specifica foto di Omobono Tenni, un pilota di velocità degli anni Trenta. Tenni era un uomo timido e taciturno che dava il meglio di sé con la moto, fu il primo “non inglese” a vincere nel 1937, su una Guzzi 250, il Tourist Trophy, una gara infernale sull’Isola di Man che per l’occasione si trasforma in pista. La stampa dell’epoca soprannominò Tenni «The Black Devil» per lo stile e la caparbietà con cui correva. Tenni rappresenta per noi la possibilità di esprimersi attraverso quello che si fa, il fumetto, l’editoria come forma, e in senso generale l’internazionalità del fumetto italiano.

Confronto fra una foto di Omobono Tenni e i loghi di Canicola e Canicola Bambini.

Dalla foto del motociclista Omobono Tenni in corsa, il fumettista Vincenzo Filosa ha tratto il logo di Canicola in moto e poi coerentemente in triciclo per Canicola Bambini.

Che tipo di persone lavorano in Canicola? E che tipo di libri pubblica Canicola?

L.C.: La redazione di Canicola è composta da persone che guardano al fumetto da molte prospettive. Ma i libri che produciamo o traduciamo, assieme ai progetti e le attività pedagogiche che vi ruotano attorno, potremmo dire che hanno l’obiettivo ultimo di fare cultura.

Come mai una casa editrice di ricerca artistica ed editoriale ha deciso di dedicarsi a un progetto di letteratura per l’infanzia, e perché l’avete intestato a Dino Buzzati?

L.C.: Nel 2010 pubblicando Canicola bambini, decimo numero della nostra rivista tutta dedicata a storie per l’infanzia, abbiamo coltivato il primo seme di quello che poi è diventato l’attuale progetto. È stata una dichiarazione di stampo particolarmente sperimentale e se vuoi provocatorio su come si possa raccontare ai piccoli, attraverso il fumetto allargandone i confini di stili e modalità narrative rispetto a modelli più tradizionali e stereotipati. Avevamo in testa stimoli provenienti dalle fonti più diverse: da Little Lit (la serie Mondadori curata da Art Spiegelman e Francoise Mouly) ai grandi Joann Sfar e Lewis Trondheim, dai maestri del fumetto italiano de Il corriere dei piccoli alle opere più sperimentali di José Parrondo, e tanti altri ancora. Essenziali comuni denominatori: massima libertà creativa e una irrefrenabile energia per appassionare ai racconti. Da lì l’idea di proseguire e approfondire questo binario di lavoro non ci ha mai lasciato, e affrontare in parallelo i percorsi pedagogici e le attività laboratoriali ci ha aiutato a focalizzare gli obiettivi della nuova collana che abbiamo intrapreso come grande sfida, un po’ come tutti i nostri progetti, un po’ ancor più di tutti gli altri…

L’omaggio a Buzzati lo abbiamo tirato fuori di pancia. Buzzati come narratore di avventure e di attese, decifratore dell’invisibile, ascoltatore del silenzio. Un nome che per noi lega tra loro storie diverse in cui, sempre, il bambino interviene tra le pieghe del Mistero, e impara a leggerlo.

Due pagine di "Canicola" 10 dedicato ai bambini.

Edo e Lillo (uhm…) firmano l’editoriale del decimo numero monografico dedicato ai bambini e datato primavera 2011 della rivista Canicola.

In cosa consistono le attività di Canicola Bambini? Perché avete coinvolto autori che generalmente non si occupano di infanzia?

Roberta Colombo: Intorno a ogni progetto libro costruiamo sempre un percorso culturale che ne prolunghi la sua esistenza, a oggi sempre più breve. Crediamo che un libro, un fumetto, un albo illustrato debbano essere fruiti con cura dai lettori, lasciandosi dedicare il giusto tempo di lettura, di sedimentazione e di rielaborazione. Solo così le storie hanno il tempo necessario di agire e modificare lo sguardo critico di chi legge nei confronti della realtà.

Negli ultimi anni la produzione editoriale per l’infanzia ha subito un’accelerazione riducendo sempre di più la vita di un libro. I nostri fumetti sono progetti costruiti passo per passo, e man mano che prendono forma, curiamo e costruiamo la rete di partner che sostengono la produzione e le attività pedagogiche intorno al libro. Non è facile, ci vuole del tempo per intessere rapporti e creare solide alleanze, e sempre, a ora, i contesti culturali con cui abbiamo dialogato ci hanno permesso di realizzare progetti straordinari: dalla realizzazione di mostre personali in contesti istituzionali come i musei, fino ad andare nelle biblioteche e nelle scuole con proposte di laboratori di promozione alla lettura e al linguaggio del fumetto. E ancora di realizzare incontri pubblici rivolti a giovani studenti delle accademie fino a sostenere e incentivare la promozione degli autori, chiamati a mettersi in gioco per confrontarsi con il pubblico di più piccoli. Questa circolazione virtuosa del fumetto ci permette di arrivare sempre più capillarmente alle famiglie e conseguentemente ai bambini, veri e primi destinatari.

La sfida di coinvolgere autori che in genere si occupano di racconti per adulti rientra tra i nostri obiettivi di intendere la produzione editoriale e del fare, nel nostro piccolo, pedagogia del visivo, di educare a un certo sguardo: individuare un autore o un’autrice che abbia una poetica e un segno qualitativamente alto, già pone le basi per un racconto che abbia la forza di portare alla luce tematiche che sentiamo vicine e che sono necessarie all’infanzia, senza andare a banalizzare o a semplificare. I bambini già possiedono le capacità per cogliere tutto questo, liberi ancora da condizionamenti e codici visivi di struttura, sono dei lettori attenti e scrupolosi e colgono intuitivamente quanto viene loro proposto, se pur apparentemente complesso. Spesso è l’adulto che censura e decide che cosa un bambino può o non può essere in grado di leggere e capire, prima ancora che abbia fatto l’esperienza di lettura. Non si possono negare le esperienze a priori, ma si possono aiutare i bambini a comprendere, sempre a partire da un approccio diretto e vivo.

Attività culturali e didattiche di Canicola.

La pubblicazione di libri è solo uno degli ambiti di lavoro di Canicola, che è prima di tutto un’associzione culturale che organizza eventi di diffusione della cultura del fumetto e laboratori con enti come il Teatro Comunica di Bologna, cui cui ha collaborato in occasione dell’allestimento dell’opera Il barbiere di Siviglia.

Per ora Canicola Bambini ha pubblicato solo opere originali esplicitamente commissionate a degli artisti selezionati: come funziona la scelta del tema e dell’autore? Pensate di continuare a portare avanti questa scelta editoriale o di pubblicare anche opere nate al di fuori di Canicola?

L.C.: Ogni libro realizzato finora ha dietro una storia diversa dall’altra. Abbiamo aperto la collana con Hansel e Gretel perché ci sembrava importante a livello simbolico inaugurare il progetto editoriale con una fiaba, e la scelta è ricaduta su una di quelle che più ci appassionano per la forza iconica estremamente attuale. Da lì l’idea di coinvolgere Sophia Martineck come autrice capace di restituire le atmosfere e le emozioni più buie insieme alla luminosità più viva della fiaba, attraverso un uso del linguaggio fumetto tradizionale e originalissimo nello stesso tempo grazie all’apertura verso una caratterizzante dimensione teatrale. Parallelamente abbiamo portato avanti il dialogo con il Goethe-Institut di Roma, tra le istituzioni che riteniamo più attive e sensibili in Italia a sostenere con coerenza e solidità progetti legati alla pedagogia del visivo, ed è così che dal libro è nata anche una mostra presso il MAMbo, con cui il confronto è sempre vivo e aperto, insieme a laboratori che tuttora continuiamo a realizzare su territorio nazionale (dopo Bologna: Matera, Rovereto presso Il Masetto, Lucca Comics & Games, Cagliari al Festival Tuttestorie, prossimamente al Festival della fiaba di Verona e al neonato Festival Leggenda di Empoli).

Il caso de La mela mascherata è ancora diverso perché il libro è nato dal desiderio di sviluppare un progetto insieme al festival Saluti da Cotignyork (a Cotignola, RA) e da lì l’immediata e lucida identificazione di Martoz, con cui stavamo ancora chiudendo Amore di lontano, come autore perfetto per affrontare quel tipo di racconto con la giusta dose di passione per la Storia e follia visionaria che lo contraddistinguono.

I gioielli di Elsa è nato invece dalla nostra precisa intenzione di attrarre Sarah Mazzetti nella rete di un progetto per piccoli, nonostante l’autrice non avesse mai dimostrato una particolare propensione per la sfera infantile. La sua raffinatezza estetica e l’ironia tagliente delle sue opere ci sono sembrate cifre stilistiche troppo preziose per non farle confluire in un fumetto per bambini; la ricerca e sperimentazione insite nel festival Uovokids di Milano, tutto basato su produzioni artistiche contemporanee innovative, hanno fatto sì che fosse per noi il partner ideale.

In futuro non escludiamo affatto la traduzione di opere estere piuttosto che la produzione dall’interno, tutto sta nel trovarci un senso poi a livello di progettualità collegata.

Libri di Canicola Bambini.

I tre libri di Canicola Bambini pubblicati finora non potrebbero essere più diversi fra loro sotto qualunque punto di vista.

Canicola ha un’immagine estremamente radicale, con volumi dalla grafica severa e font Helvetica. Qualunque altra casa editrice nelle sue collane per bambini viene incontro ai giovani lettori con una grafica più giocosa, persino la rigorosissima Adelphi nella sua collana I cavoli a merenda, ma Canicola Bambini mantiene la sua identità pur et dur. È una scelta comunicativa esplicita?

R.C.: Crediamo che la pulizia, la linearità e la sobrietà debbano accompagnare lo sguardo dei più piccoli. È anche questo un modo di educare al visivo. L’oggetto libro rappresenta un microcosmo affettivo per un bambino: la sua esperienza può aiutare a stabilire un legame con un adulto, può veicolare un dialogo tra pari, può innescare immagini interiori potenti, fino a dar forma a emozioni e paure. Avere a che fare con un oggetto di qualità, che non ammicchi al mondo dell’infanzia o persuada il bambino per scelte cromatiche furbe, conduce il lettore ad andare dritto all’essenza dell’oggetto stesso, senza divagazioni o distrazioni inutili. I bambini sono affascinati dagli oggetti reali, non dalle loro riproduzioni. D’altra parte aver chiesto a Sarah Mazzetti l’ideazione del progetto grafico di collana significava già da parte nostra prendere una posizione precisa rispetto alla sua futura veste.

Canicola è entrata nell’editoria per bambini solo dall’anno scorso: che tipo di pubblico avete trovato? Dal punto di vista della fruizione di storie, ritenete che l’attuale generazione di bambini (qualunque cosa significhi questa parola) sia in qualche maniera diversa da quelle dei decenni precedenti?

R.C.: No assolutamente, la matrice dei bambini è sempre la stessa. Cambiano le tendenze, l’avvento del digitale ha modificato il modo di leggere aumentando le potenzialità della narrazione di alcuni libri per esempio, ma la tendenza di farsi affascinare dalle storie belle, quelle vere, è sempre la stessa. I bambini sono alla ricerca costante di soddisfare la loro condizione di benessere, sta all’adulto predisporre un ambiente intorno a lui adatto al raggiungimento di questo scopo.

La fioritura di un gran numero di festival ed eventi legati al fumetto, il successo artistico e commerciale di autori come Zerocalcare, e persino il recente riconoscimento ufficiale dello Stato italiano del fumetto come arte con il progetto Fumetti nei musei sembrano indicatori che il fumetto italiano si trovi in una condizione di particolare grazia. Credete che sia una fase transitoria, oppure che il fumetto abbia finalmente conquistato il suo status di letteratura che i paesi francofoni gli riconoscono già da anni? In questa felice prospettiva, il fumetto per i bambini potrebbe smettere di essere solo quello comico o disneyano e arricchirsi a livello sia tematico sia semiotico?

L.C.: Crediamo che anche in Italia da diversi anni il fumetto sia sempre più riconosciuto come linguaggio alla pari della letteratura o il cinema, piuttosto il problema è che da più di un decennio l’assalto imprenditoriale dell’editoria alla graphic novel ha portato in certi casi a libri scadenti, che purtroppo hanno avuto molta visibilità pur essendo prodotti incapaci di sostenere con qualità le specificità del linguaggio. Così proprio mentre entravano nel mercato libri a fumetti importanti, tra classici del fumetto contemporaneo e importanti esordi di autori italiani, i lettori di varia si sono trovati spesso senza gli strumenti e gli indicatori per scegliere i libri buoni, per cui è probabile, e comprensibile, che per molti lettori adulti l’iniziazione alla graphic novel sia stata poco stimolante e sia in qualche modo “finita lì”. Ora viviamo un momento nuovamente straordinario, come possono essere stati i primi anni Duemila, ma tutto è più caotico e sta prendendo le orme pericolose dell’editoria tout court. È l’annoso problema: si produce troppo, c’è la corsa per la conquista degli scaffali, e in tutto questo la vita dei libri è brevissima ed è dettata per lo più dal marketing e dal potere di distribuzione della casa editrice di riferimento.

In questa situazione di iperproduzione, sarebbe buono che tutti gli editori dedicassero uno spazio anche piccolo al fumetto per bambini e naturalmente sarebbe interessante che ognuno lo facesse seguendo delle ipotetiche linee editoriali coerenti. Una situazione del genere permetterebbe la “conquista di uno spazio” nelle librerie di un piccolo settore specifico, che ancora fa fatica ad affermarsi, in cui ovviamente sarebbe stimolante e auspicabile trovarvi la migliore bibliodiversità possibile.

Promozioni di Canicola Bambini.

Tre momenti della promozione dei volumi Canicola Bambini: dolce pioggia di marshmallow dal soffitto per Hansel e Gretel, laboratorio di maschere di cartapesta a Cotignola per La mela mascherata, e tavole appese a fili rossi e verdi al MAMbo per I gioielli di Elsa.

Quale ruolo hanno partner come Uovokids, Funder35, la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e gli altri?

R.C.: I partner coinvolti innanzitutto contribuiscono con un supporto economico alle spese di produzione del libro, e in modo più ampio sono dei sostenitori del progetto Canicola Bambini. È solo creando sinergie con interlocutori forti che si riesce a creare un contesto culturale adatto per far circuitare i fumetti. Con il Comune di Cotignola nel ravennate, per esempio, siamo riusciti a produrre un progetto straordinario intorno a La mela mascherata di Martoz: il Comune ha voluto investire sulla produzione di un libro a fumetti per bambini che in qualche modo affondasse le radici nel paese in questione, con protagonisti dei personaggi liberamente ispirati a persone realmente vissute, che hanno fatto la storia di Cotignola (densissima di importanti e lodevoli avvenimenti storici che hanno contribuito a creare l’identità territoriale). Il libro è stato poi presentato a Saluti da Cotignyork, un bellissimo festival dedicato all’infanzia che mette al centro la narrazione visiva per immagini in tutte le sue forme: dal teatro contemporaneo, al cinema d’animazione, a forme sperimentali di contaminazioni di linguaggi, a performance, il tutto condito con un’accoglienza strepitosa e notti da trascorrere in tenda tra le zone verdi del paese. Per l’occasione Martoz è stato chiamato a condurre più workshop per diverse fasce di età e a dipingere un muro del paese.

In generale, per ogni libro costruiamo lentamente la rete delle collaborazioni che ci sembrano più coerenti con il tema/l’autore/il contesto in cui possono svilupparsi collegamenti e diramazioni. Nessun partner è mai “casuale”, solo in questo modo il progetto complessivo acquista più forza e senso per noi.

Fatevi una domanda e datevi una risposta!

In fondo, qual è il motore di tutto il progetto?
L.C. e R.C.: Credere nelle potenzialità pedagogiche del fumetto, nel valore che possono avere fin dall’infanzia la pratica della lettura e del racconto di sé attraverso un linguaggio che nel connubio di parole e immagini offre preziose prospettive di espressione. E poi il desiderio di affrontare progetti sempre diversi in cui mettere il fumetto in dialogo con linguaggi e situazioni non standardizzate, creando occasioni per lavorare con persone e realtà che stimiamo e far nascere dal confronto con loro una ricchezza di esperienza. Infine produrre libri che nella loro unicità riteniamo necessari.

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