Monthly Archives: Febbraio 2018

La catena della fiducia – Fumetti a Belmonte Piceno

Quando leggiamo un fumetto o un romanzo, guardiamo un film o un documentario, assistiamo a uno spettacolo o a una manifestazione, spesso ci concentriamo su ciò che abbiamo davanti, ma non consideriamo ciò che viene prima del risultato finale, trascurando un complesso di attività, problemi, soluzioni e l’impegno di vari soggetti che hanno collaborato e speso un tempo anche piuttosto lungo per raggiungere insieme uno scopo comune. Per questo voglio parlarvi di alcune opere per me molto speciali e spiegarvi come hanno preso lentamente forma durante il corso di fumetto che ho tenuto a Belmonte Piceno come docente per la parte teorica, in piacevole sinergia con Chiara Pezzella, in arte Claire Piece, curatrice della parte pratica.

Il progetto

Nei primi tre incontri abbiamo scelto di trattare ogni volta nella fase iniziale la storia del medium e i suoi aspetti formali, dalla griglia al lettering, mostrando attraverso diapositive e opere molteplici esempi e possibilità, e di far esercitare nella seconda fase i corsisti, dei quali alcuni alle prime armi, altri già preparati, sulle basi del disegno e della colorazione. Nella terza lezione abbiamo affrontato anche l’argomento della sceneggiatura, mettendolo subito in pratica con un esercizio di ricostruzione del soggetto di un fumetto di Sio e affidando ai ragazzi il compito di scrivere e inviare a me la storia del loro fumetto prima del successivo incontro. Le ultime due lezioni sono state destinate a trasformare il racconto in storyboard e a scegliere gli elementi formali fino ad arrivare alla realizzazione dei fumetti, tutti ambientati a Belmonte Piceno, accogliente e affascinante paesino del fermano.

Gli elaborati

Il fumetto di Julia, Il sentiero del picchio, è stato dedicato alle origini remote delle prime comunità che si sono insediate nel rigoglioso territorio piceno seguendo il volo di un animale totem, il picchio, per trovare i luoghi più favorevoli all’insediamento umano.

La spiccata sensibilità di Julia e la sua tecnica di disegno già sicura le hanno permesso di creare con estrema naturalezza le tavole, come se già tutto fosse già pronto nella sua mente e non aspettasse altro che di essere messo sul foglio. Con un tratto realistico e dolce e con pochi e ben dosati colori Julia ha tradotto in immagini una storia antichissima di una migrazione carica di speranze trasponendovi la delicatezza del suo animo e la gentilezza della sua dote artistica.

 

 

 

Il fumetto di Alessia, Giochi del destino, ha preso spunto da un fatto realmente accaduto, legato al personaggio più famoso di Belmonte Piceno, Silvestro Baglioni, docente universitario, studioso di fisiologia, appassionato di musica, poesia, archeologia, che per una fortuita coincidenza riuscì a salvare da morte certa alcuni compaesani durante l’invasione nazista, giunta purtroppo anche nel tranquillo entroterra marchigiano.

Oltre all’intensità umana della vicenda narrata, degna testimonianza di uno degli innumerevoli atti di eroismo di cui gli uomini sono capaci soprattutto nel pericolo comune, bisogna apprezzare la maturazione compiuta da Alessia, che per la prima volta ha affrontato tutti i passi della creazione di un fumetto, riuscendoci molto bene con uno stile iconico atto a sdrammatizzare i terribili eventi raffigurati e con vignette concentrate sui personaggi piuttosto che sull’ambiente circostante. Malgrado i dubbi scherzosamente espressi più volte sulle sue capacità, come accade a chiunque con umiltà sia disposto a migliorare, Alessia ha affinato le sue doti finora nascoste compiendo un significativo progresso nel corso delle lezioni.

Filippo ha immaginato la storia di un amore ostacolato e poi coronato nell’immancabile lieto fine, dando ai fatti anche una chiave di lettura simbolica in relazione al recente terremoto che ha colpito la nostra bella terra, infatti la vicenda da lui disegnata è diventata un’allegoria della resistenza alle avversità della vita e un simbolo della resilienza degli individui, pronti a risollevarsi nei momenti di difficoltà e ricostruire mattone dopo mattone le loro case e la loro quotidianità. Da qui la scelta del titolo La rinascita, che si inserisce come elemento tridimensionale nella prima scena all’inizio della strada principale di Belmonte Piceno ed è uno dei pochi elementi del fumetto a essere colorato, mentre la maggior parte delle vignette presenta solo delle ombreggiature in grigio e, quando si vuole dare maggiore risalto ai personaggi e alle loro azioni, lo sfondo è lasciato bianco, senza dettagli paesaggistici.

Notevole la capacità di scandire il racconto creando i momenti di maggiore attesa nella vignetta finale di ogni tavola, con il famoso espediente del “volta-pagina”, e di dare rilievo all’evento centrale con una tavola a tre vignette in cui l’elemento architettonico è predominante e la sensazione di smarrimento e instabilità è proprio quella che si avverte durante un sisma. «Il ragazzo si farà», come si suol dire, ma già Filippo ha dato prova di grande impegno e professionalità, rispettando con puntualità le consegne, seguendo con costanza i consigli delle insegnanti, lavorando con l’energia propria della sua giovane età a un’opera di alto pregio.

Infine arriviamo alla storia di Edoardo: un’esplosione nucleare risparmia solo Belmonte Piceno e un pazzoide ne approfitta per mettere in atto i suoi propositi scellerati… ma questo avvenimento è troppo catastrofico e io non approvo che il fumetto sia incentrato su di esso. Edoardo non si dà per vinto e propone un altro inizio e un altro ancora, ma io gli stronco sempre le idee perché mi sembrano troppo drammatiche o surreali o pessimistiche.

Ebbene, il fumetto di Edoardo è nato davvero da una discussione piuttosto accesa tra me e lui sul soggetto da disegnare, ma è emblematico di ciò che secondo me è alla base del rapporto tra docente e discente, ovvero la fiducia reciproca riguardo alle capacità e alle intenzioni dell’altro. Se manca da una delle due parti il gioco finisce o non va a buon fine, con un risultato negativo o addirittura nullo sia per chi insegna sia per chi impara. Quando invece entrambi hanno ben chiaro che la strada da seguire va nella stessa direzione ed è quella giusta, allora si spalancano possibilità inaspettate; così in questo caso da vicende tristi e cupe scaturite dalla fantasia di un ragazzo molto riflessivo e intelligente è venuto fuori un fumetto divertente e originale, con il titolo alla fine (che non posso svelarvi), in cui Edoardo ha manifestato un raro talento nella scelta delle inquadrature, nella riproduzione fotografica della realtà, nella colorazione delle scene, che finora ha espresso quasi sempre in forma digitale.

Conclusioni

Questo è il lavoro che c’è dietro la realizzazione dei fumetti, ma non bisogna dimenticare un altro elemento essenziale di ogni corso, cioè la collaborazione, senza la quale tutto ciò che vi ho raccontato non sarebbe stato possibile. E anche alla base di questa, guarda caso, sta la fiducia reciproca: la fiducia con cui Mauro ha contattato me e Chiara per realizzare il corso; la fiducia con cui Chiara e io abbiamo collaborato; la fiducia con cui gli amici di Dimensione Fumetto Veronica, Sabrina, Arianna, Amanda, Andrea, Riccardo, Luca e ancora Mauro hanno discusso con me ogni decisione; la fiducia con cui i magnifici ragazzi del Progetto Next, Giada, Silvia, Virginia, Loris, Alessandro mi hanno accolta dall’inizio e hanno fatto in modo che tutto filasse alla perfezione; la fiducia con cui le autorità dei comuni coinvolti nel Progetto Next, cioè Ivano Bascioni, sindaco di Belmonte Piceno, Marco Fabiani, sindaco di Monteleone di Fermo, e Marco Rotoni, sindaco di Servigliano, hanno definito con me, Chiara e i rappresentanti degli altri partner partecipanti i dettagli dell’iniziativa. A tutti loro e ai corsisti vanno i miei ringraziamenti e la mia gratitudine per questa esperienza entusiasmante, impegnativa, memorabile.

Nell’evento di chiusura, che si è svolto il 28 gennaio al Teatro Don Bosco di Belmonte Piceno, non mi sono sorpresa nell’avvertire l’emozione mia e di tutti quelli che hanno contribuito a questa impresa e sono rimasta incantata in particolare dal discorso di Adolfo Leoni, autore di una “guida-non guida” sulle Terre Farfensi, che con suadente eloquio mi ha fatto riflettere su un aspetto decisivo per la riuscita del progetto: la “catena” creata tra gli adulti e i giovani, il sostegno che gli uni hanno dato agli altri allacciando legami laddove talvolta tra generazioni si alzano muri o si scavano fossati. Insomma, sempre una questione di fiducia.

 

 

 

 

La parola a Claire

Dulcis in fundo, voglio lasciare la parte conclusiva di questo articolo a Chiara, compagna d’avventura e di viaggi (anche rocamboleschi) in auto, di cui ho ammirato la contagiosa positività, l’eccezionale bravura e l’inesauribile fantasia con le quali ha aiutato i ragazzi a realizzare opere meravigliose. Le ho chiesto le sue impressioni sulle attività svolte perché non potevo scrivere da sola su ciò per cui abbiamo lavorato fianco a fianco, e queste sono le sue parole.

La mia attività di disegno è partita dalle basi. 

Si è cominciato con un primo approccio all’anatomia umana, passando per l’inchiostrazione fatta con penne appositamente create per il ripasso, arrivando poi all’utilizzo della tecnica ad acquerello da applicare alla colorazione finale delle tavole illustrate. Inoltre nelle fasi decisive del lavoro pratico il contributo di Maura è stato importantissimo nella creazione delle sceneggiature, mettendo in condizione i ragazzi di analizzare all’atto pratico le tipologie  delle divisioni delle vignette e delle impaginazioni precedentemente affrontate.

Non è la prima volta che mi viene chiesto di provare a insegnare o infondere passione nel disegno tramite un corso di fumetto, per cui la gentile proposta venuta dall’associazione Dimensione Fumetto mi ha molto entusiasmato. 

Ci sarebbe stato là fuori un pubblico giovane e capace, pronto a creare qualcosa seguendo i tuoi consigli; qualcosa creato da una perfetta sinergia di insegnamenti, fantasia e creatività che avrebbe poi dato frutti emozionanti. E questa per me era solo la fase di pura immaginazione, quando il corso era nel suo stato embrionale.

E assolutamente le mie elucubrazioni su questo corso non sono state smentite dalla realtà. I nostri allievi sono stati bravissimi, ma questo non lo dico perché va detto o si dovrebbe dire, infatti sono abbastanza severa se serve -e loro lo sanno. Sono stati bravissimi perché hanno affrontato in cinque lezioni dubbi, blocchi e ostacoli interiori attraverso matite, penne da ripasso, colori e l’ideazione delle loro avventure su carta. E per me, come docente del corso, non c’è soddisfazione più grande. La bravura, la tecnica e le ore di pratica sono importanti, ma senza una buona consapevolezza di sé può diventare difficile persino disegnare e creare. Questi ragazzi, consegnando i loro lavori grafici finiti, hanno espresso al mondo quello che sono nelle loro perfezioni e imperfezioni, hanno mostrato che nonostante si viva in una piccola realtà, di piccoli paesi, si possa aspirare – non solo tramite i social- ad arrivare alle persone con un mezzo intrigante come il fumetto. Per questo sono bravissimi.

ODY-C – Un’odissea fantascientifica al femminile

Copertina di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.ODY-C è un fumetto della Image Comics che la saldaPress pubblica in volume intitolato Verso Ithicaa raccogliendone i primi cinque numeri.

L’autore è il veterano Matt Fraction che riprende il mito dell’Odissea con vari protagonisti di altri classici delle tragedie greche, facendone una trasposizione tutta personale, in un contesto fantascientifico e sfruttando il talento del giovane Christian Ward per farne una versione coloratissima al limite dello psichedelico. I nomi dei protagonisti sono modificati rispetto all’opera originale e nessuno è di sesso maschile, o almeno non completamente.

La storia riprende, come abbiamo detto, l’Odissea, ma ne mantiene solamente lo svolgimento generale: Odyssa, Gamen e Ene, (versioni femminili di Ulisse, Agamennone e Menelao) dopo un’estenuante guerra a Troiia, vogliono tornare a casa (Itichaa) e il viaggio di ritorno, per mezzo della loro astronave ODY-C, sarà pieno di insidie per mano degli dei che si divertiranno a creare ostacoli, ma questo porterà anche squilibri e un punto di rottura tra di loro. Incontreremo versioni fanta-assurde di Polifemo, dei Ciconi ed Eolo.

Tavola di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.Sia Fraction che Ward fanno un lavoro decisamente contrastante in vari aspetti: la caratterizzazione dei personaggi è abbastanza buona e Fraction si affida spesso a monologhi interiori e primi piani per lo scavo psicologico. Personalmente preferisco che un personaggio, almeno nel fumetto, si caratterizzi attraverso azioni e interazioni con altri, ma il famoso sceneggiatore utilizza un tipo di prosa che vorrebbe riprendere quella di Omero. Probabilmente la lingua inglese e la conseguente traduzione, sicuramente fa perdere tante sfaccettature, come normale che sia, ma penso che più di un lettore troverà il tutto abbastanza ostico.

A livello di testi il lavoro svolto è decisamente poco riuscito, ma la sceneggiatura è spesso piena di grandi trovate che mostrano grande azione con una sequenza di vignette molto dinamiche. Sicuramente Ward ha messo il suo contributo.

Ovviamente il confine di competenze nelle sceneggiatura nei fumetti americani è spesso labile e il merito penso che vada anche per il giovane disegnatore.

Tavola di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.

Il lavoro effettivo di Ward è altrettanto contrastante: il suo modo di realizzare macchinari, astronavi, mostri, cabine di guida, al limite dell’assurdo, sono un viaggio mentale come poche volte ho mai visto. Anche i colori forti e accesi e definiti rendono il tutto un viaggio allucinante.

Potrei definire la sua immaginazione senza limiti, ma ovviamente anche qui abbiamo il rovescio della medaglia: mentre le trovate visive sono da rimanere a bocca aperta, Ward ha molte incertezze nella definizione delle anatomie e soprattutto dei volti. Il ragazzo è giovane e penso che queste incertezze con i prossimi lavori saranno superate, se non addirittura nei prossimi volumi di questa serie. Insomma grande spettacolo verso le cose inanimate, ma incertezze nei dettagli dei personaggi.

Un fumetto che non si erge rispetto a tanti altri, alla fine, anche se al primo impatto sembrerebbe scioccante. Non lo considero un bluff, assolutamente, ma solo un prodotto che spero si affini con l’andare dei numeri. Le possibilità ci sono. Fraction non è un imberbe e ha fatto fumetti davvero belli, e Ward è una promessa alla fine.

Un fumetto che non boccio, ma che lo rimando ai prossimi numeri.


Matt Fraction, Christian Ward
ODY-C, volume 1: Verso Ithicaa
cm 16,8×25,6, brossurato con alette, 120 pagine, colore, € 14,90
ISBN 9788869193507

Motor Girl, l’ultimo capolavoro di Terry Moore

Ho sentito definire Terry Moore, da fan nerdissimi, ma comunque vale, come il «dio del fumetto americano»: beh, dopo aver letto Motor Girl, in uscita per i tipi BAO Publishing si ha la netta percezione che quei nerd abbiano ragione.

Viso piuttosto anonimo, radi capelli solo sopra le orecchie, occhiali: guardando il viso dell’autore americano non verrebbe da definirlo un “dio”, né ci si aspetterebbe che dalla sua testa così poco protetta da chiome nascano storie come l’osannata Strangers in Paradise (di impianto realistico, che quest’anno festeggia il 25esimo anniversario) o la fantascientifica Echo.

Moore da sempre è stato poco interessato alla creazione di fumetti mainstream, con protagonisti supereroi, ma ha sempre amato il fantasy e la fantascienza, oltre al poter raccontare storie basate sui sentimenti e la psicologia dei personaggi (tanto da dover fondare una sua casa editrice indipendente per portare avanti i suoi lavori). Questa Motor Girl è la summa di entrambe le tendenze creative.

La protagonista Sam è un meccanico che lavora in uno sfasciacarrozze perso nel deserto del sud degli Stati Uniti, con un clima fisso di 45° all’ombra, alla dipendenze di Libby, anziana per niente convinta di essere anziana.

Sam è una veterana della guerra in Iraq, che è sopravvissuta alla prigionia, alle torture, e a due bombe.

Sam è una ragazza con la passione per i motori e la musica, che soffre spesso di mal di testa, dovuti alle sue disavventure passate, ma che per fortuna può chiacchierare con il suo inseparabile assistente Mikey: un gorilla.

Tutte queste versioni sono un modo corretto di iniziare a parlare della trama di questo volume, che raccoglie le dieci uscite in volumetto americane, e ognuna, come potete notare, racconta una storia diversa. Beh la vita di Sam è questa e molto di più, anche se non ho intenzione di anticiparvi nulla, e lo si può capire dal tipino di colore verde che spunta da dietro la sua spalla in copertina.

L’amore di Moore nel raccontare il reale si dispiega in sintonia con tutte le pieghe e le strane deviazioni che il reale impone alle vite comuni, anche se Sam è tutto tranne che una persona ordinaria: e il fantasy? Direte voi: la fantascienza? Mike, il gorilla, è l’amico invisibile di Sam, qualcuno che forse deve proteggere, o forse da cui deve essere protetta.

In un’intervista dello scorso anno Moore racconta che per Motor Girl è stato ispirato dall’idea di creare un rapporto tra un umano e un essere immaginario in stile Calvin & Hobbes, infatti i due interagiscono con allegria, affrontano insieme gli eventi con profonda ironia e divertimento (del lettore), intavolano discussioni intellettuali sul destino dell’umanità e così via. Fino a scoprire i ruoli che entrambi ricoprono.

E quel tipino verde, di cui anticiperemo solo il nome, Bik, si direbbe sia l’elemento fantascientifico dell’opera, ma non è il solo che scoprirete leggendo.

I disegni si Moore sono un incanto: realistici, puliti, perfettamente leggibili; che detto così pare niente, e invece sono aspetti rari e difficilissimi da ottenere. Confrontato con i disegni dei comics Marvel e DC, oltre l’ovvia mancanza del colore, il disegno di Moore non ha nulla di spettacolare o eclatante, senza effetti speciali eppure efficacissimo. Le linee sono pulite, i fondi chiari e luminosi, il tratto è nitido, particolareggiato, i campi spaziosi, e i tanti piccoli segni del suo inchiostro raccontano (come le mani rovinate dal lavoro di Sam) e descrivono tantissimo in pochissimo spazio.

Il nitore e la leggibilità sono elementi che si trasmettono anche alla griglia, che permette (in un numero limitato di vignette) una scorrevolezza di sequenze che piano piano attrae il lettore nella storia, tanto da non riuscire a chiudere le pagine, per il bisogno di capire quello che c’è da capire, nelle ultime battute.

Già da subito Sam e Mikey ci conquistano, perché sono bellissimi. Non sto parlando (solo) in senso estetico, ma in quello morale: perché questa di Motor Girl è una storia che parla dell’animo umano, di senso di giustizia, di umanità e disumanità e, per quest’ultima, di come lasci cicatrici ben più profonde e brucianti di quelle esteriori.

«Quando mandi qualcuno a fare qualcosa contrario alla natura umana, tornerà sfregiato. È difficilissimo farci i conti. Quindi semplicemente è in questo che la storia scava.»

(T. Moore, Interview: Cartoonist Terry Moore, 15/11/2017 – traduzione e adattamento dell’A.)

Il 15 febbraio fate vostro questo capolavoro, che come tale riesce a raccontare emozioni enormi sotto le spoglie di una fiaba egregiamente rappresentata, buffa e commovente.


Terry Moore
Motor Girl
256 pagine, b&n, € 19,00
ISBN: 9788865439845

La fine della ragione – Una recensione che vale uno

Preludio

Molto prima de La fine della ragione mi capitò di recensire una storia di Roberto Recchioni per Dylan Dog. La recensione non era positiva, e Recchioni mi rintracciò su Facebook protestando per un passaggio dell’articolo che, a suo parere, era fuori luogo. Rileggendo il pezzo mi resi conto che aveva ragione, e chiesi al direttore di rimuovere quelle tre parole che, con la recensione in sé, avevano poco a che fare. Recchioni mi ringraziò e tentai di approfittarne per squadernargli un’intervista di quelle che, in passato, hanno fatto fuggire molti altri autori. Recchioni ha accettato, si è sorbito quattro o cinque domande e poi, semplicemente, non ha più risposto.

In seguito ho ripensato ai sentimenti che ho provato nel rendermi conto che Recchioni aveva deciso di non rispondere più alle mie domande per l’intervista, senza nemmeno scrivere un messaggio in cui dicesse “basta, mi hai rotto le palle”. Ho sentito un oscuro demone agitarsi nei recessi del mio cervello rettile. Ha levato il naso dalla palude dei miei sogni frustrati, annusando l’odore della preda facile.

«Come si è permesso quello sssssscrittore da quattro soldi di non rispondere alle tue domande?»

«Ki si krede di esssssssssere? Sssssssolo perchè gli pubblicano i fumetti?»

La fine della ragione

A un primo sguardo, La fine della ragione sembra un instant comic, un fumetto prodotto velocemente per cavalcare un momento storico (lo stesso Recchioni ha detto che la stesura è avvenuta in un periodo breve anche se estremamente intenso). In questa impressione c’è sicuramente un fondamento di verità, ed è forse dalla sua urgenza che il volume trae i suoi difetti; come spesso accade, però, è dall’urgenza che prende anche i suoi maggiori pregi.

Chiariamo subito le cose: La fine della ragione è un fumetto politico, ed esce oggi perché tra poco ci sono le elezioni politiche. La fine della ragione è un fumetto politico perché esprime una presa di posizione forte e ragionata su un tema di interesse generale. La fine della ragione è un fumetto politico perché esplora quel particolare sottogenere che è la distopia, che da sempre ha scopi politici.  Quindi, chi è convinto che i fumetti debbano occuparsi soltanto di supereroi, ragazzine tettute o di pistoleri, non lo compri e smetta di leggere questa recensione. Qui si crede che il fumetto possa e debba occuparsi di tutto quello che abbia importanza: supereroi, ragazzine tettute, pistoleri, e politica.

Il fumetto politico ha una sua onoratissima tradizione che parte da Mafalda e arriva fino a Kobane Calling, passando per Robert Crumb attraverso Spiegelman e Alan Moore e arriva a un autore romano che i generi non li teme, li studia e ce ne presenta la sua personale variante.

Recchioni così raccoglie la sfida ed entra nel fumetto di persona, parla direttamente al pubblico e si prende la responsabilità dell’idea che vuole comunicare, come vuole la tradizione del genere. Nel farlo l’autore tradisce, se non altro, una certa inesperienza nell’ambito, che lo spinge a mutuare alcune soluzioni stilistiche che non gli appartengono, come le incursioni pop, il citazionismo o gli stralci di dialetto romanesco un po’ sopra le righe, che rimandano a Zerocalcare. Molto più efficace risulta Recchioni quando decide di essere se stesso e di utilizzare la propria poetica al servizio del Messaggio. Così i suoi personaggi carichi ed essenziali, rielaborati dal mito popolare (la Madre), sono portatori molto più sinceri del Messaggio, sull’altare del quale Recchioni ha deciso di sacrificare trama, intreccio, profondità, struttura e, soprattutto, equilibrio: il continuo cambio di registro, dal dramma all’ironia, non avviene sempre in modo fluido. Eppure, in un paio di trovate (il giuramento di Ippocrate!), emerge il Messaggio scandito con una voce inconfondibile, personale, e per questo, autorevole: la voce di Roberto Recchioni.

Il Rettile riporta la testa fuori dalla palude, sbuffando fuori bile e detriti d’osso masticato.

«E chi è Recchioni per poter essssprimere le sssue opinioni? Cossssssa ha più di te? Le tue opinioni valgono come le ssssssssue!»

Il comparto grafico è furbo e intelligente: Recchioni utilizza una serie di strumenti di sicuro impatto, elaborando uno stile che unisce la sintesi con alcuni barocchismi digitali che hanno il pregio di impreziosire le pagine anziché affogarle. Emerge, anche qui, la volontà di focalizzare l’attenzione sul messaggio più che sulla forma, che è completamente al servizio della tesi. Traspare una sorta di studiata spontaneità, l’equivalente disegnato di un flusso di coscienza che, in qualche tavola, mostra la corda, vuoi per una calibrazione imprecisa, vuoi, ancora, per il carattere sperimentale (per Recchioni) dell’opera.

La fine della ragione, con tutti i suoi difetti (che, a dirla tutta, emergono soltanto quando si smette di leggerlo per leggerlo e si comincia a leggerlo per scriverne una recensione), è un passo avanti per il Recchioni autore, che aggiunge la sua voce a un dibattito politico oggi essenziale per la sopravvivenza di questa scalcagnata democrazia italiana.

Ecco che il Rettile torna alla carica.

«E tu ssssei qui a incensssssarlo ancora? Che ha detto Recchioni di tanto importante? Guarda ke tu ne ssssssai più di lui sssssull’argomento, e potresssssti scrivere un fumetto molto migliore, più argomentato, ma sssssolo che non ne hai il tempo! Devi lavorare e portare avanti la famiglia, tu!»

Caro Rettile, lasciati dire una cosa che ho capito di recente. È vero, Recchioni non sarà tanto diverso da me, forse non vale più di me. Magari è per questo che si è scocciato della nostra intervista e mi ha piantato senza una parola: perché non è poi diverso dalle tante persone che ci circondano. Però sa fare i fumetti, ne sa fare di tanti tipi, e sa pure fare in modo che dei suoi fumetti si parli. Si è sbattuto per farli, scendendo a dei compromessi che io non avrei accettato, facendo sacrifici a cui io non ero pronto, dandosi motivazioni a farli più forti di quelli che mi sono dato io. Lo rende un uomo migliore di me? No, di certo; ma sicuramente un autore migliore di me. E quindi, no, mio caro: ci sono momenti, luoghi, e ambiti, in cui uno non vale uno.

E se non sei capace di capirlo, allora è proprio vero che si sta avvicinando la fine della ragione.

Marie Antoinette – La giovane regina: una storia di vita

Il prossimo 16 maggio uscirà nelle fumetteria e nelle librerie reali e virtuali italiane il nuovo volume Marie Antoinette – La giovane regina, realizzato da Fuyumi Soryo e pubblicato dal suo editore italiano storico Star Comics.

Si tratta di un sontuoso volume unico di 208 pagine che verrà pubblicato con sovraccoperta in formato B6 giapponese (cm 13×18) al prezzo di € 7,00 all’interno della collana Must. Il titolo era già stato annunciato dalla casa editrice lo scorso 2 febbraio nella loro presentazione live su Facebook ed è stato realizato dalla Soryo sulla rivista Morning dopo aver messo temporaneamente in pausa la serie lunga Cesare – Il creatore che ha distrutto, non ancora conclusa e anch’essa pubblicata in Italia dalle Edizioni Star Comics.

Copertine dell'edizione giapponese e francese di "Marie Antoinette - La giovane regina" di Fuyumi Soryo.

A sinistra la copertina dell’edizione giapponese di Marie Antoinette – La giovane regina, a destra quella dell’edizione francese edita da Glénat. In entrambi i casi è ripertato ben visibile il loro dello Château de Versailles: le istituzioni francesi hanno capito molto meglio di quelle italiane che il fumetto, tanto più di autori stranieri, è un ottimo veicolo promozionale, come ha fatto anche il Museo del Louvre con Jiro Taniguchi e Hirohiko Araki.

Il volume ribadisce l’interesse che Fuyumi Soryo dimostra ormai da tempo verso la storia e la cultura europee, terra dove d’altronde è molto letta e amata. In Italia l’autrice ha sempre goduto di un vasto consenso che ha portato alla pubblicazione di praticamente tutte le sue opere, a partire dal celebre Mars che a fine anni ’90 rappresentò un piccolo caso editoriale per il suo essere uno shoujo così diverso rispetto ai suoi contemporanei sia come narrazione sia come grafica. La peculiarità della Soryo rispetto alle altre autrici continua con Marie Antoinette – La giovane regina, dato che questo volume a fumetti è uscito in Giappone abbinato con il romanzo Marie Antoinette no uso (“La bugia di Marie Antoinette”), scritto da Arina Tsukada con le illustrazioni della Soryo e inteso come volume complementare al fumetto.

Marie Antoinette – La giovane regina si concentra sulla vita della discendente d’Asburgo-Lorena prima del suo arrivo in Francia come consorte di Luigi XVI, in maniera simile a come aveva fatto Sofia Coppola col suo film del 2006. Al contrari per del film, però, il volume della Soryo è un lungo flashback di Maria Antonietta già adulta, ed evita la parte francese approfondendo l’esperienza umana della futura regina con estrema dovizia di dettagli sia storici sia grafici, grazie alla consulenza scientifica ricevuta direttamente dalla fonte primaria, grazie alla collaborazione con la Reggia di Versailles.

Un volume prestigioso immancabile nella collezione dei fan di Fuyumi Soryo!

La terra dei figli – Gipi: This is the end… my only friend

Ho sempre creduto che leggere le storie di Gipi potesse condurmi a una serie di valutazioni introspettive, tese soprattutto a indurre a chiedermi come mi sarei comportato laddove mi fossi trovato nelle vesti di uno dei suoi personaggi. Leggendo La terra dei figli, per la Coconino Press, non è stato così: la bravura dell’autore è evidenziata ancor di più dal fatto che le esperienze vissute dai protagonisti non possono ritenersi fungibili, dopotutto… chi ha mai avuto esperienza della fine?

Non abbiamo contezza alcuna di quale evento abbia determinato la fine del mondo, ma lo scenario che si para innanzi al lettore incredulo è quello di un pianeta ormai depauperato di ogni sua risorsa. Beni elementari e di prima necessità sono talmente rari da essere oggetto di aspra contesa tra i personaggi che si avvicendano nella storia. Ciascuno di essi ha cura esclusivamente della propria sopravvivenza, che tende a perseguire dimenticando ogni legge morale e riconducendo le relazioni umane al primitivo stato di natura, dove a prevalere è il più forte.

Come poc’anzi accennato non conosciamo l’origine dell’ormai avvenuta apocalisse, ma le parole iniziali poste a fronte del volume ci lasciano intendere qualcosa, quel minimo che al lettore è consentito sapere, poiché pretendere oltre avrebbe reso la storia forse meno avvincente. Su questo l’eccellenza narrativa di Gipi (uno dei miei artisti preferiti) si conferma come un paradigma: Gipi è un maestro e l’opera proposta tende a riconfermarlo.

Le parole che scandiscono l’introduzione mi hanno fatto pensare a lungo alla sigla dell’anime di Ken il guerriero… la ricordate tutti, non è vero?

Mai scorderai, l’attimo, la terra che tremò. L’aria si incendiò. E poi… silenzio.

Ascoltare i primi versi della sigla di Ken il guerriero mi entusiasmava poiché, da quelle poche ma azzeccatissime parole, apprendevo quanto bastava per figurarmi gli eventi passati e così, allo stesso modo e magistralmente, avviene in questo straordinario volume.

Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più.

È inevitabile come il lettore si trovi involontariamente a leggere queste prime battute con animo quieto, ma rassegnato. Un po’ come il timbro della voce di Jim Morrison quando canta The End.

Inevitabilmente l’opera si presta a essere apprezzata sotto molteplici punti di vista, laddove si abbia come parametro di riferimento il compendio narrativo: la trama si palesa lineare e di facile intuizione ma, quel che l’arricchisce, è ciò che l’autore non racconta e che lascia alla libera intuizione del lettore avido di sviluppi. Leggere La terra dei figli conduce in un universo distopico connotato da ogni riprovevole lato oscuro dell’uomo, come se questi avesse perso la consapevolezza della sua natura per proiettarsi in una dimensione selvaggia e materiale, dove ogni spazio emotivo viene soffocato dallo stato di necessità. Il capolavoro, già tempo addietro annunziato, si palesa nel momento in cui il lettore condivide quella grettezza in cui si riconducono i pochi superstiti, nell’angosciosa speranza che un margine di umanità possa rifiorire in loro per così rimettere in pristino quel che resta del genere umano.

Gipi riesce a tenersi lontano da giudizi e da improvvide valutazioni morali: i personaggi sono prospettati nella crudezza di un mondo ormai caduto (e con maestria il Maestro toscano cela le cause del declino) alle prese con la pochezza di risorse e la stringente necessità di sopravvivere.

La trama, seppur in molti crederanno che un futuro post apocalittico sia ormai un topos, si sviluppa accompagnando la delicatezza di alcuni momenti con la durezza di altri che talvolta avvengono contestualmente ai primi. Scoprire un quaderno, nel corso della storia, determina il sorgere della curiosità dei protagonisti i quali, in pieno ossequio della dicotomia cui si è fatto testè cenno, bramano di conoscerne il contenuto, quasi come se la grafia suscitasse in loro una brama (ma qual è il loro reale intento? Dovrete leggere la storia!).

Sotto il comparto grafico ogni giudizio sarebbe talmente superfluo da apparire pretenzioso. Esprimere valutazioni sul disegno di Gipi sarebbe come criticare l’arte di Van Gogh. Volendo comunque rassegnare brevi considerazioni su detto profilo credo che l’indagine dell’autore si sia spinta verso la ricerca di un’essenzialità resa necessaria dagli eventi narrati.

Il mondo, nella storia raccontata, è un residuo di avvenimenti che, sebbene non descritti, ne hanno causato la fine. Impiegare ampollose tecniche di inchiostrazione o voler riempire le tavole di tratti inutili e barocchi avrebbe stonato: si sarebbe creata una fastidiosa dicotomia che il lettore non avrebbe retto.

Il disegno è essenziale, tanto lo è la sceneggiatura quanto il tratto e, il tutto si esalta in un connubio di perfetta complementarietà tra tavole e concept.

Il giudizio non può che essere positivo, parliamo ovviamente di un lavoro di notevole qualità destinato a un pubblico potenzialmente sconfinato.

La storia è abbastanza avvincente per chi cerca un racconto basato su eventi post-apocalittici ma anche introspettiva a sufficienza per chi mira a indagare di più sul lato umano delle relazioni.

Prova superata a pieni voti! Ottimo!


Gipi
La terra dei figli
Fandango-Coconino, collana Coconino Cult
288 pagine, b&n, cm 17×24, cartonato, € 19,50
ISBN 9788876183256

Il romanticismo di Nocturno e il filo rosso con Tony Sandoval

Leggere le opere di Tony Sandoval per me è un’esperienza emozionale, non pretendo che tutti condividano la mia passione, perché parlando di corde emotive è necessario sentire una particolare sintonia con l’autore, con le sue tematiche e il suo modo di rappresentarle, però per me è proprio così.

Nel caso di Nocturno, edito in Italia da Tunué, i fili rossi che mi legano a Sandoval si sono rafforzati, infatti il titolo di quest’opera era inserito nella lista dei “wished comics” che avevo consegnato al mio compagno per aiutarlo nella scelta del regalo di Natale. Non era neanche al primo posto, ma piuttosto sotto, mimetizzato. Eppure il mio ragazzo tra i tanti ha ordinato proprio lui, senza sapere niente della mia passione per l’autore messicano (che gli tengo nascosta per evitare gelosie) e quando ho tolto la carta rossa e me lo sono visto davanti ho capito che non poteva essere altrimenti.

Perché avevo inserito proprio questo titolo e non altri che pure non ho? Perché avevo letto da qualche parte la definizione “il fumetto più romantico di Sandoval”, e oggi non posso che essere d’accordo con essa.

Nonostante il Romanticismo non si possa ridurre a uno standard, in quanto «non è il logico, coerente sviluppo deduttivo di un’idea, né un gruppo circoscritto di fenomeni riducibili a un’unica causa, né un sistema di pensiero chiuso, ma un ‘modo di sentire’, a cui s’intona tutto un vario modo di pensare, di poetare e di vivere» (Enciclopedia Treccani), quello che comunemente è associato a questo termine è il contrario del «razionalismo classicista e illuminista, che esalta il sentimento, la fantasia, la spiritualità, l’originalità creativa».

Bene. Vediamo.

Il sentimento

Nocturno è una immensa dichiarazione d’amore, verso la donna, l’unica, quella che il destino ha scelto per noi e lei soltanto, riconoscibile tra mille perché sembra la più bella che si sia mai vista; e verso la musica, il rock nella fattispecie, se volete l’heavy metal, l’unico genere che riesca a far uscire le fiamme del sentimento che traboccano dal cuore. Il protagonista Seck incontra e perde entrambi prima di diventare il Nocturno, ma quando il suo corpo si avvicina all’una o all’altro fiamme, simboliche e non solo, avvolgono con veemenza il suo cuore e creano un fascio, un cammino, una connessione con l’oggetto del sentimento. Il cuore fiammeggiante che per noi latini non può che essere il cuore ardente dell’iconografia cristiana qui ha una valenza universale e altamente iconica, e rappresenta la passione che alberga negli uomini che sanno amare davvero.

La fantasia

La realtà descritta da Sandoval è fortemente impregnata da elementi surreali e irreali che si muovono in essa senza stupore: mostri volanti generati dalla chitarra, scheletri che camminano a fianco dei personaggi, spiriti elementali e fantasmi che interagiscono con naturalezza con i panorami e le svolte del racconto. Se nei primi lavori dell’autore potevano essere creature innaturali che portavano con loro sconcerto e paura, in Nocturno queste presenze sono inserite nel racconto come elementi necessari, contribuiscono a spiegare gli eventi e sembrano familiari come le ombre del subconscio che finalmente arrivano alla luce: le conosciamo e le riconosciamo, sappiamo perfettamente quello che vogliono dirci e le rispettiamo.

La spiritualità

Tutti i personaggi di Sandoval hanno una crescita spirituale e umana a cui assistiamo nel proseguimento della storia. Pur vivendo in una quotidianità spesso depravata, triste, ai limiti della legalità e della violenza bruta, i protagonisti, come Seck, posseggono una purezza interiore che li rende portatori di un ideale universale che salverà loro e altri dallo squallore della realtà: tutti i caratteri che seguono una passione o si fanno carico di un compito più elevato sapranno riscattarsi dalla sorte infausta che li aspetta dietro l’angolo. Per molti questo gioiello spirituale risiede nella musica, hanno una voce o una potenzialità espressiva che li eleva sopra la massa, che fa di loro una guida, un faro sopra al buio della brutalità umana che illumina le potenzialità dell’amore, della fratellanza, della bellezza. Seck perdendo sia la musica che l’amore della sua donna si ritrova imbrutito, istupidito, senza più capire il valore della vita, ma sarà lo spirito di una ragazza morta alla ricerca del suo amore perduto che lo salverà e lo riporterà alla civiltà, che può essere crudele, ma anche generosa e avvolgente.

L’originalità creativa

Il disegno di Sandoval è estremamente personale, può piacere o dispiacere, con le sue testone dalle fronti ampissime, gli occhi lontanissimi e piccoli, che possono sembrare deformi ma che posseggono una loro grazia originale; sicuramente però non si può non riconoscergli un’abilità compositiva e coloristica fuori dal comune. L’uso delle griglie e delle tecniche coloristiche sono sempre funzionali alla storia: finché il racconto segue uno scorrimento logico e cronologico le vignette sono canoniche, spaziate di bianco, e seguono una regia da manuale; quando gli eventi iniziano a farsi caotici o mostrano elementi meno tradizionali la griglia si scioglie, le linee di demarcazione di sovrappongono o diventano fluide. La stessa cosa si dica del colore: all’inizio di questo racconto, quando Seck vive una vita deprimente e senza sbocchi troviamo disegni in bianco e nero, sfumati di grigi che rendono tangibile la tristezza; ma quando Seck decide di reagire ed andarsene tornano i colori e tutto ritrova ordine. L’uso diverse delle tecniche, dalle campiture realistiche, all’acquerello sfumato, alle matite grigie, a quelle colorate, alle penne, sottolinea e rende tangibili i passaggi della storia e la esalta, mescolando realizzazioni diverse che arricchiscono e rendono unico questo lavoro.

Non lasciatevi fuorviare dalla mia personale passione e dal filo rosso che mi lega, verificate con i vostri sensi se leggere Sandoval crea un varco emozionale come le migliori opere romantiche sanno fare: Nocturno è senz’altro un’ottima scelta.


Tony Sandoval
Nocturno
casa editrice Tunuè, collana Prospero’s Books Extra
2012, nuova edizione cartonata 2017
240 pagine, b&n e colore, cartonato, prezzo € 24,90
ISBN 978-88-6790-229-3

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