Monthly Archives: febbraio 2018

Moon Girl e Devil Dinosaur: Migliori amici

Migliori amici è un volume scanzonato, frizzante e divertente con chiari rimandi alle atmosfere tipiche degli anni ’80/’90 e con un tocco visivamente pop nel tratto e nel colore.

Ma andiamo per ordine, ed è obbligo per me fare una premessa: non sono un seguace dei comics, li leggo molto poco e nonostante sia un accanito lettore di fumetti da quasi trentanni, il panorama supereroistico mi ha sempre spaventato, e nonostante i continui reboot, universi paralleli, esplosioni galattiche e nuovi inizi, per me avvicinarmi a questo mondo è sempre stato uno scoglio duro da superare.

Per fortuna però qualcosa sta cambiando e la Marvel ha deciso, ormai da qualche anno, di dare vita a tutta una serie di nuovi eroi le cui genesi possiamo leggere o recuperare con facilità e con esse appassionarci alle loro vicende. È il caso questo del Il fichissimo Hulk, di Spider-Man Miles Morales, di Ms. Marvel, e di tutta una serie di giovani eroi nati con l’intento di tirare dentro una cerchia di nuovi fan.

 

Il grosso lucertolone rosso Devil non è però un personaggio nuovo, fu creato da Jack Kirby nel 1978 e al tempo ad affiancarlo trovavamo la scimmia antropomorfa Moon-Boy (lo stesso che lo spingerà in questa nuova veste a divenire partner di Moon Girl); la storia era ambientata nell’universo parallelo di Dinosaur World, una terra dove i dinosauri coesistono insieme agli uomini primitivi. La serie però non ebbe molto successo e fu cancellata dopo solo nove uscite.

La Marvel ha però deciso di riprendere e modernizzare il concetto legato alla serie affidando la sceneggiatura a Brandon Montclare e Amy Reeder e il risultato è il volume che ho tra le mani.

Fin da subito è chiaro che l’intento degli autori di creare una storia che possa accogliere un pubblico vasto non è stato poi così centrato: scegliere come protagonista una ragazzina di nove anni rende difficile a persone più adulte l’immedesimazione, la lettura scorre però piacevole e si apprezzano anche i temi trattati, che seppur con leggerezza, mettono in risalto il bisogno di Lunella Lafayette (l’alter ego di Moon Girl) di essere accettata dal mondo e dai suoi genitori.

Se da un lato troviamo una ragazzina nera con un QI ben oltre la norma, intelligente e sveglia, dall’altro abbiamo il sarcasmo dei suoi compagni che faticano a comprenderla, un po’ quello che avviene a Sheldon in The Big Bang Theory per intenderci. Luna si annoia a lezione, ama la scienza, ma non le lezioni di scienza, lei quel programma lo conosce già e non lo trova per nulla stimolante, non come lo studio della tecnologia Kree che potrebbe essere l’unica soluzione per impedire che il gene inumano dentro di lei possa risvegliarsi.

Gli Inumani sono individui geneticamente superiori agli esseri umani, creati con esperimenti di laboratorio dalla razza aliena Kree, da usare come armi contro i loro nemici di sempre, gli Skrull. Gli esperimenti per la creazione di questa nuova razza furono però interrotti a causa di una profezia secondo la quale gli inumani avrebbero presto sviluppato un potere tale da distruggere lo stesso impero alieno. I Kree decisero dunque di abbandonare i loro figliocci al proprio destino senza distruggerli; il popolo rinnegato crebbe in segreto e formò una propria civiltà residente nella città di Attilan. La situazione viene complicata però dalla creazione delle Nebbie Terrigene, una nube composta da una sostanza in grado di potenziare il gene inumano esasperandone però pregi e difetti. A seguito degli eventi narrati nel crossover Infinity, un’immensa nube terrigena investì la Terra risvegliando i geni sopiti nei corpi dei loro ignari possessori. Questo avvenimento ha portato alla nascita di molti nuovi personaggi tra cui la stessa Ms. Marvel, che con Moon Girl ha in comune diversi punti, a partire dalla propria appartenenza a una minoranza etnica: Kamala Khan è infatti di origine pakistana, anche lei è inumana e anche lei è molto giovane.

Sia Lunella che i suoi genitori sanno perfettamente dell’esistenza del gene sopito ed è proprio questo a sviluppare un forte senso di protezione verso la piccola protagonista che fatica a essere compresa e ha solo desiderio di impedirne il risveglio.

L’incontro con Devil Dinosaur è apparentemente casuale: il Diavolo rosso si ritrova nel nostro universo inviato da Moon Boy che in punto di morte lo sprona a trovare un nuovo compagno e a inseguire alcuni membri del Piccolo Popolo, loro giurati nemici, fuggiti sul nostro pianeta attraverso un varco temporale aperto dalla Pietra della Notte, un misterioso oggetto dorato che Lunella trova in una discarica e che rinominerà Proiettore Omni-Onda Kree. Fin dal primo incontro Devil prende a cuore le sorti della piccola protagonista proteggendola dagli attacchi del Piccolo Popolo intenzionato a riprendere la pietra misteriosa.

Come già detto in precedenza, l’aria che si respira è un mix tra vecchio e nuovo, la trovata di avere degli uomini primitivi che si vestono con abiti moderni, e imparano la lingua nel giro di poche pagine, profuma tanto di quella ingenuità tipica delle produzioni anni ’80 ma che a noi hanno segnato la crescita.

Molto apprezzato anche il tratto di Natacha Bustos caratterizzato da linee semplici e con uno stile cartoonesco che, unito ai colori brillanti e sgargianti di Tamra Bonvillain, dà vita a delle tavole squisitamente pop.

Di certo non dedicato a un pubblico adulto, questo volume riesce comunque a garantire una piacevole lettura anche ai non giovanissimi, le premesse per una crescita del personaggio ci sono tutte, visto che la serie, al contrario del suo antenato, sta ancora proseguendo e con il tempo la schiera di neo supereroi di cui anche Moon Girl fa parte riuscirà a ricavarsi il proprio pubblico, come in parte sta già accadendo.


Brandon Montclare e Amy Reeder (testi), Natacha Bustos (disegni), Tamra Bonvillain (colori)
Moon Girl e Devil Dinosaur
3 volumi, serie in corso
Editore: Panini Comics
Brossurato con sovraccoperta, cm 17×26, 136 pagg., colore

I Got Faith in You, Baby

Le Edizioni Star Comics sta pubblicando i titoli dell’interessante casa editrice statunitense Valiant, e tra questi Faith, eroina con il fisico non proprio da pin-up, che, pur essendo da 25 anni una colonna della serie Harbringer, solo un paio di anni fa ha trovato la fama come personaggio singolo.

Non sono un esperto dell’universo Valiant, però prima o poi dovevo cimentarmici, e sono stato molto incuriosito dalla psiota (umana con superpoteri) Faith.

Ho sempre pensato che le supereroine ipermaggiorate e in costumini succintissimi, per quanto divertenti da vedere per noi maschietti, non esplorassero tutte le possibilità dell’universo femminile nei fumetti supereroistici. Oltre a essere particolarmente scomode: ci pensate a come ballerebbe tutta quella roba, per quanto compressa dentro il latex colorato? Una buona idea per distrarre gli avversari (e i lettori) maschi, ma una supereroina senza misure da capogiro necessita sicuramente di maggior consistenza come personaggio. E direi che in questo caso la consistenza c’è, se è vero che la miniserie che Star Comics ha diviso in quattro volumi, dal novembre 2016 al novembre 2017, è stata la serie più ristampata nel minor tempo.

Così Faith, oltre ad avere un aspetto normale, tanto più in America, dove buona parte della popolazione oscilla tra il sovrappeso e l’obesità, fa anche un lavoro normale: redattrice in un blog, con tanto di capo che tiene conto delle condivisioni dei suoi articoli. Ha una vita normale ed è una nerd, al punto di partecipare alla West Coast Comicon, con tanto di costume da cosplayer.

In un mondo altrettanto normale, in cui si parla di serie TV (Night Shifters, che richiama nel titolo The Night Shift, che esiste davvero, anche se con tutt’altra ambientazione), reality show e attori palestrati.

E il titolo del fumetto non è il suo nome da eroina (eroina, da non confondere con una vigilante), che sarebbe Zephir, cioè il vento che soffia da ovest, di solito lieve e tiepido, ma il suo nome di battesimo. Perché in realtà che Faith sia Zephir è di dominio pubblico, quindi non occorre nascondere questo legame, inoltre, non avendo Zephir nessuna maschera sul viso, neppure togliere gli occhiali come succede a Clark Kent avrebbe nascosto la sua identità segreta.

Ma un alter ego c’è: Summer Smith, perché Faith, che di cognome fa Herbert, vuole tenersi lontana dalla popolarità e dai supernemici, adesso che è da sola e non più parte di un gruppo di supereroi certificati. E quindi nella vita normale, al lavoro, si nasconde dietro una parrucca rossa e un paio di occhiali.  E fa una vita normale, in un condominio, con dei colleghi di lavoro (che scopriranno la sua identità quando i cattivi andranno a cercare Zephir mitra in mano nella sede del blog, ma decideranno di non dire nulla) normalmente str…i, e normalmente simpatici.

Meno normali sono i cattivi, visto che Faith deve affrontare gli alieni che, come nei peggiori (o migliori) sogni di Fox Mulder e Dana Scully, vivono tra noi; un gatto nel quale è rimasta intrappolata una entità psiotica parassitica; un attore di film supereroistici che sognava di fare il cattivo, perché cattivo lo è; e infine un esperto in arti oscure che porta una maschera da topo con un occhio solo, e per questo viene chiamato (suo malgrado) Murder Mouse. L’ultima degli alieni, con gli altri tre, costituirà il gruppo dei supernemici che, dopo aver provato a sconfiggerla separatamente, con poca fortuna, si uniranno nei Faithless (dopo aver provato a chiamarsi i Faithless 4, fin troppo scontato).

Faith... less...

Faith in realtà non è del tutto sola, la appoggia @x, che è l’equivalente di quello che Oracolo è per Batman (continua a turbarmi e a restare misteriosa la lettura del nome: semplicemente axeethics?)

E non è l’unico richiamo ai comic delle major, o ai manga, anzi, Jody Houser riempie la storia e la sceneggiatura di piccole e grandi citazioni, divertenti da trovare, sulle quali anche i disegnatori si sono sbizzarriti.

La scrittura al femminile è corposa e divertente, ironica e ricca di cambi di registro, centrata con grande sensibilità sulle emozioni dei personaggi. Non riesce talora a dare completa consistenza ai cattivi, che hanno forse la pecca di non essere del tutto credibili, risultando a volte macchiette fin troppo ridicole.

L’ironia della giovane scrittrice, che sta lavorando anche sulla serie Rebirth di Supergirl per la DC, non fa perdere il senso dell’azione, ma sottolinea bene la distanza di Faith dai supereroi a cui siamo abituati. E nonostante i superpoteri, rende Zephir/Faith/Summer un personaggio godibilmente umano.

Che ha problemi personali, di lavoro, di cuore.

Allo stesso modo, pure l’ambientazione grafica rende il fumetto vicinissimo alla realtà. Al punto che nell’Artist Alley della convention a cui Faith prende parte troviamo diversi autori reali, a partire dall’autocitazione della Houser, fino a un bel numero di autori Valiant, da Jeff Lemire a Clayton Henry.

Graficamente ovviamente i diversi disegnatori danno dei cambi di registro, che però non fanno perdere il senso dell’opera. Nella parte in cui si racconta la storia, nonostante l’uso di una griglia molto dinamica, di molte splash page, il tratto è abbastanza “classico”. I disegnatori che si alternano interpretano con il loro stile. Francis Portela richiama a volte lo stile di Jacen Burrows. Pere Perez, Meghan Hetrick, Joe Eisma e Kate Niemczyk nonostante stili diversi e diverse storie artistiche seguono i dettami di Jody Houser con qualità più che adeguata, che evidenzia il fatto che non siamo davanti a un fumetto supereroistico usuale.

Gli interventi di Marguerite Sauvage sottolineano in modo splendido i momenti in cui le tavole, prendendosi maggiore libertà nella gabbia, rappresentano direttamente i pensieri di Faith (e una volta anche del cattivo Chris Chriswell, che vuole esserne la nemesi), e danno ulteriore concretezza al personaggio. Infatti è lei in queste pagine a citare personaggi che fanno parte dell’immaginario del mondo del fumetto e non solo: da Batman e Robin a Sailor Moon, a Star Trek. Ma anche immaginandosi, in costume da supereroina, in situazioni assolutamente quotidiane.

Alla fine tutto concorre a rendere questa miniserie (che in realtà non si chiude, perché è Faith stessa a dire di «dover mostrare al mondo di essere una vera eroina») il fumetto supereroistico d’oltreoceano che maggiormente interseca lo straordinario con la realtà, fisica ed emotiva, delle persone comuni. L’umanità con cui i personaggi vivono le loro straordinarie avventure e loro ordinaria quotidianità è forse l’arma più vincente. Così le azioni straordinarie della psiota si sovrappongono semplicemente alle cose che accadono a tutti noi, e può accadere che Faith dica che «salvare il mondo è il miglior tipo di appuntamento in assoluto».

P.S.: il titolo dell’articolo viene dal testo della canzone Faith di Stevie Wonder, cantata con Ariana Grande, che fa da colonna sonora al film Sing e può essere adatto come sottofondo alla lettura.

Ipse Dixit: l’Hulk di Bill Mantlo ci insegna la Storia

In questa rubrica raccogliamo e analizziamo quei fumetti del passato che, in qualche modo, ci hanno mostrato uno squarcio del nostro presente. Qui trovate le puntate precedenti.


Negli anni ’80, leggere fumetti di supereroi era un atto di coraggio. A seconda di dove ne leggevi uno, rischiavi gravi ripercussioni sociali: a scuola prendevi una smutandata, in biblioteca ti prendevano per deficiente, a casa ti trattavano come il figliol prodigo che sperpera il denaro faticosamente guadagnato. A guardarli da fuori, bisogna dirlo, se ne aveva sempre una pessima impressione: tizi in colorati costumi sgargianti che affrontavano improbabili nemici che parlavano in terza persona e si davano nomi ridicoli.

Era difficile far capire perché quella non fosse roba per decerebrati. Il fumetto di supereroi era una cosa strana: perché bastava grattare quella patina slapstick per trovare messaggi universali e riflessioni su temi tutt’altro che decerebrati.

In questo Ipse Dixit vogliamo mostrarvi come persino le serie più vituperate dalla critica, scritte e disegnate da artigiani di cui oggi ci si ricorda a malapena, potevano trattare di temi di tutto rispetto.

Era il 1989 in Italia e la giovane ma intraprendente casa editrice Star Comics, sotto la guida di un giovane ma determinato Marco Marcello Lupoi, aveva riportato la Marvel Comics nelle edicole italiane. L’Uomo Ragno aveva ormai superato la sua fase più critica, Il Punitore si affacciava con la sua testata personale in bianco e nero, e Fantastici Quattro si prendeva il podio come migliore serie, tenendoselo per diversi anni grazie a John Byrne e al Devil di Miller. Nelle ultime pagine, come riempitivo, mesto come il reggicandela a un appuntamento amoroso, faceva capolino l’Hulk di Bill Mantlo e Sal Buscema. La rubrica della posta, all’epoca, era un florilegio di missive indignate per la bruttezza delle storie del Gigante di Giada, che per numeri e numeri si limitava a vagare per il mondo in cerca di pace, solo per incontrare una varia umanità di supercriminali da picchiare. I non certo spettacolari disegni di Sal Buscema, fratello sfigato del ben più dotato John Buscema, non aiutavano la serie a far breccia nei cuori dei lettori.

Eppure, nella sua propria semplicità, Mantlo ci provava: e a volte ci riusciva pure.

Un piccolo prodromo delle intenzioni di Bill si incontra già nel numero 4 della serie, che pubblica Incredibile Hulk 250 dell’agosto 1980. Qui incontriamo un Silver Surfer che, nel solco della tradizione classica, si lamenta di quanto facciano schifo gli esseri umani. Per l’occasione si reca al Polo Nord, una landa solitamente desolata, ma non abbastanza da non imbattersi, appunto, in esseri umani schifosi.

Non basta ammazzarle, le foche: bisogna farlo a bastonate sul cranio.

Sembra una semplicistica morale da quattro soldi sull’uomo cattivo e natura buona: giusto, se vi pare, ma fin troppo facile per scomodare un Ipse Dixit. In effetti Silver Surfer sembra di questa opinione quando si incacchia come una biscia. Il suo intervento però non fa in tempo a giungere, perché ci pensano prima le associazioni di animalisti.

Ma Mantlo dimostra inaspettata intelligenza quando butta lì un paio di battute, in bocca agli uomini schifosi, che ti lasciano con il dubbio.

È più importante la vita di un animale o quella di un uomo? Un dilemma etico su cui si sono scritte montagne di pagine. Anni dopo, Grant Morrison prenderà posizione sulla vicenda sulle pagine di Animal Man: «Un bambino con la leucemia non ha intrinsecamente un diritto alla vita maggiore di una cavia da laboratorio» (Animal Man 26).

La questione cadrà lì, ma è evidente che Mantlo non accetta di fornire soluzioni semplici a problemi complessi (non potrebbe mai candidarsi in Italia, vero?). Ci si aspetterebbe uno scioglimento della vicenda, una presa di posizione sullo sfruttamento umano del mondo animale, ma Mantlo si sfila, forse perché non ha una risposta (e chi ce l’ha?). Quello che gli preme sottolineare è il colpo di fucile, e l’incapacità dell’uomo di ragionare, capire assieme, e giungere a un compromesso.

Niente male, eh? Dopo di questo, Hulk e Silver Surfer si prenderanno a legnate. Ma non è questa la storia di cui si occupa questo Ipse Dixit. Saltiamo avanti di qualche mese.

Siamo al numero 8 di Fantastici Quattro, che si apre in modo strano: nelle note a firma di Lupoi, splendido e rimpiantissimo compendio agli albi dell’epoca, si parla della storia di Hulk.

Sabra è il nome di una città del Libano dove avvenne un massacro di Palestinesi con la complicità dell’esercito Israeliano. Lupoi rinfaccia questa infelice scelta a Mantlo, ma il povero sceneggiatore non poteva saperlo visto che la storia fu scritta due anni prima di questi tragici eventi. Lupoi all’epoca non poteva ricorrere al fantastico potere di Wikipedia e scoprire che “Sabra” è il nome ebraico del fico d’india e viene usato per indicare gli ebrei nati in Israele.

Vogliamo prescindere dall’indignazione di Lupoi, che preferiamo non riportare, e andare a leggere la storia. Non sono molti gli autori che, da allora fino a oggi, si sono occupati della questione palestinese in un fumetto di supereroi. Oggi che lo leggiamo negli anni ’10 del terzo millennio, però, non possiamo evitare di prescindere persino dalla situazione socio-politica di quella disgraziata area del mondo e cogliere un messaggio ancor più universale.

Siamo a Tel Aviv, capitale (Trump non era ancora diventato il Presidente degli USA) dello stato di Israele. Una nave approda nel porto, portando un carico inatteso.

Bruce Banner, con i suoi vestiti stracciati d’ordinanza, ha lasciato gli Stati Uniti d’America in cerca di pace. Visto che nella classifica dei personaggi dei fumetti sfigati Banner campeggia al primo posto, superando persino Paolino Paperino, i sacchi di merce dove dorme vengono tirati su da un argano. Sfido chiunque a non svegliarsi in una situazione simile senza dare in escandescenze. Ma quando Banner dà in escandescenze, le cose si mettono male.

Hulk, ovviamente, spacca tutto e si allontana, finché non si ritrasforma nel buon Banner. Il poveretto, affamato e nudo, finisce in un mercato all’aperto, dove fa un incontro particolare.

Un ragazzetto affamato si fa beccare a rubare un cocomero. I due si incrociano per un istante.

Bannera «si identifica» con il piccolo arabo solo, perseguitato, e affamato. Questo meccanismo di identificazione si chiama empatia, che è uno di quei sentimenti che, se esercitato, basterebbe a salvare il mondo, perché ne fa scattare un altro: la solidarietà. Banner si sente spinto ad aiutare il ragazzino, anche se è un ladro. Ma andiamo avanti.

Il meccanismo della solidarietà ha una potenza tutta particolare perché ha una caratteristica unica: è auto-replicante, vale a dire che si diffonde tra le persone. Così il piccolo ladruncolo decide di condividere quel cocomero con Banner. I due parlano della Palestina, una questione di una complessità assoluta poiché affonda le radici letteralmente in millenni di storia: ma il piccolo Sahad, che è un bambino analfabeta, ne rende un’idea semplicissima, ma pura, carica dell’innocenza infantile che è gravida di verità (non erano forse i bambini ad accorgersi che l’imperatore era nudo?): «Sia la mia gente che gli Israeliani dicono che questa terra è loro. E due libri antichi ordinano loro di uccidersi per essa. Io non leggo libri».

Sahad non ne sa niente dei motivi storici, culturali, religiosi, ideologici, per cui due popoli si contendono una striscia di terra con tanto accanimento, senza riuscire a trovare una soluzione pacifica che gli permetta di convivere. Come solo i bambini sanno fare, Sahad accetta lo stato delle cose senza farsi grandi domande. Poi decide di offrire un caffè a Banner, utilizzando dei soldi che ha appena mendicato.

Buroom.

Sahad improvvisamente muore, vittima di un attacco terroristico. Da questo momento in poi, la questione palestinese scompare dietro un tema più grande, quello della violenza come soluzione delle controversie, che schiaccia gli innocenti. Ma la violenza genera solo altra violenza, e questa violenza qui, ha la sorte di generare la violenza più grande che c’è: Hulk.

«Uomini con maschere hanno ucciso amico di Hulk… ora Hulk ucciderà loro!!!» Come dicevamo, la violenza può generare solo altra violenza, detto da un mostro con il cervello di un bambino.

Interviene la supereroina israeliana Sabra, con cui Hulk scambia qualche cazzotto. Ma Mantlo vuole ricordarci di cosa parla la storia.

«Il mondo è tutto pazzo?» detto da uno come Hulk, assume un significato davvero particolare.

Le pagine che seguono hanno un certo sapore di letteratura. Hulk si stufa di combattere, prende il corpo di Sahad e compie uno dei suoi balzi per andarsene: ma Sabra, che lo crede complice dell’attentato, lo insegue. Le tavole che seguono meritano di essere riportate per intero.

Il discorso di quel bruto che è Hulk non si riferisce soltanto alla situazione palestinese. La morte di Sahad è la morte di tutti gli innocenti schiacchiati nei meccanismi muti e violenti della Storia (da poveri scemi quali siamo, non possiamo non immaginare il piccolo Sahad, nell’Immateria, assieme al piccolo Useppe de La storia di Elsa Morante, a ridere e giocare).

Sal Buscema disegna un Hulk disperato, piangente, folle di rabbia come non si era mai visto.

Con buona pace di Lupoi, e con tutti i limiti e i distinguo, questa storia finisce per toccare il cuore di chi sa aprirlo.

Epilogo

Bill Mantlo continuerà a scrivere Incredibile Hulk per altri 60 numeri, con risultati a volte decenti, altre volte davvero scadenti. Oltre a Hulk si occuperà di centinaia di altre storie e personaggi per la Marvel: da L’Uomo Ragno a Rom Spaceknight, passando per Alpha Flight e Micronauti. Nel 1992 veniva investito da un pirata della strada, subendo gravi danni cerebrali che lo constringono ancora oggi in un letto d’ospedale. Rimasto senza un soldo, le sue spese mediche per anni furono pagate da iniziative benefiche promosse da autori amici, finché l’inatteso successo commerciale di una sua creazione non gli ha garantito una certa percentuale di royalties, che oggi gli permette di vivere dignitosamente. Quel personaggio è Rocket Raccoon, che creò assieme a Keith Giffen.

Sal Buscema, amatissimo in Marvel per la velocità con cui sfornava pagine su pagine, è forse l’unico disegnatore ad aver prestato la sua opera per quasi tutti i personaggi principali della Casa delle Idee. Sicuramente non dotato del talento del fratello John, ha saputo negli anni ritagliarsi comunque uno spazio nel cuore dei lettori grazie alle sue matite, sui testi di Jean Marc DeMatteis su Peter Parker, the Spectacular Spider-Man: una delle run più riuscite del personaggio. Oggi lascia la sua meritata pensione solo per qualche inchiostratura.

Marco Marcello Lupoi oggi è il dominus della Panini Comics. All’epoca non apprezzò la storia di cui parliamo, né le successive visto che di punto in bianco decise di saltare circa 60 storie rimaste della coppia Mantlo/Buscema per arrivare a quelle di Byrne, prima, e David/McFarlane poi (chiamalo scemo). Per l’occasione, nelle note al numero 16, scrisse:

Ebbene, i lettori avrebbero dovuto aspettare un po’ più che «i prossimi mesi», e la parola «momentaneamente» assume tutto un altro significato se riflettiamo sul fatto che Lupoi manterrà la sua promessa 25 anni dopo, nella collana Panini Hulk, gli anni perduti.

Non è mai troppo tardi!

Intervista a Liliana Sorrentino (prima parte)

Il Japan Day 2018, organizzato da Animanga Italia e che ha avuto luogo sabato 27 gennaio a Torino, è stato dedicato ai 40 anni dello sbarco nel nostro paese di UFO Robot Grendizer, da noi conosciuto come UFO Robot Goldrake.

L’ospite d’onore è stata la grandissima Liliana Sorrentino, attrice, doppiatrice, direttrice del doppiaggio, che ha donato la propria voce a innumerevoli personaggi, tra cui Pollon in C’era una volta… Pollon, Joanie Cunningham in Happy Days, Maria Grace Fleed in Goldrake, Sayaka Yumi in Mazinga Z e Ritsuko Akagi in Evangelion.

L’Associazione Culturale EVA IMPACT, che ha collaborato all’organizzazione dell’evento e ha contribuito con un intervento dedicato alle influenze di Go Nagai su Hideaki Anno ed Evangelion, ha conferito a Liliana Sorrentino il titolo di “Amica di EVA IMPACT” per aver donato voce e anima alla figura drammatica della dottoressa Ritsuko Akagi di Evangelion, interpretandola con passione e professionalità, e ha avuto l’onore di fare una lunga chiacchierata con una delle voci protagoniste del doppiaggio italiano.

Ilaria Azzurra Caiazza consegna la targa "Amica di EVA IMPACT" a Liliana Sorrentino al Japan Day 2018.

Vi presentiamo l’intervista, a cura di Ilaria Azzurra Caiazza, Mario Pasqualini e Filippo Petrucci, foto scattate da Paolo Cavazza, in un doppio articolo: la prima parte, pubblicata qui su Dimensione Fumetto, è incentrata sulla carriera di doppiatrice di Liliana Sorrentino; la seconda parte, pubblicata su Distopia Evangelion, è dedicata al doppiaggio del personaggio di Ritsuko Akagi in tutto il franchise di Evangelion.


Ilaria Azzurra Caiazza: Buongiorno, Liliana! Grazie per essere qui con noi e per concederci questa intervista. Partiamo con la più classica delle domande: come è iniziata la tua carriera da doppiatrice?

Liliana Sorrentino: La mia carriera è iniziata seguendo mio fratello Claudio, che già faceva questo lavoro; io chiedevo sempre a mia madre di portarmi al cinema perché per me la sala di doppiaggio era come il cinema, gli somigliava, solo che non c’erano le poltrone.
Per un film serviva un pianto di bambina e dissero a mia mamma: «Visto che c’è Liliana, lo facciamo fare a lei?»
Io avevo 4 anni ed ero piccola: ero in braccio a mia madre e quando mi dicevano di piangere io ridevo. Poi mi hanno tolto dalle braccia di mia madre e ho cominciato a piangere come una disperata… «Incidi! Incidi! Incidi!» e così è nata la mia carriera.

Collage di ruoli di Liliana Sorrentino.Ilaria: Quest’aneddoto è bellissimo, grazie per avercelo raccontato! Nella tua lunga carriera hai doppiato, fra gli altri, le piccole Gretel von Trapp di Tutti insieme appassionatamente, Jane Banks di Mary Poppins, Fiorellino di Fiorellino giramondo, Pollon di C’era una volta… Pollon, Heather Locklear di Melrose Place e Ritsuko Akagi di Neon Genesis Evangelion, che sono tutti personaggi dai capelli biondi: è un caso o vieni scelta dai direttori di doppiaggio per affinità tricotica?

Liliana: Assolutamente no, anche perché adesso sono bionda, ma c’è stato un momento della mia vita in cui ero birichina con il colore dei capelli ed ero una volta bionda, una volta nera, una volta rossa, una volta mechata… Perché? Perché mi divertiva molto cambiare e anche perché quando facevo teatro spesso e volentieri mi facevano cambiare colore. I doppiaggi delle attrici e dei personaggi animati che hai nominato sono nati sempre ed esclusivamente da una scelta vocale e anche dal fatto che ho sempre avuto questa facilità nel cambiare la voce, sia per poter fare le voci più mature che per le voci molto di testa o con un certo tipo di caratterizzazione. Ammetto che molte volte mi hanno chiesto, visto che ora sono bionda: «Le hai doppiate tutte bionde? Perché?»

Ilaria: Come è cambiato il doppiaggio da quando eri bambina agli anni ’90 e fino a ora? Quali sono secondo te grandi pregi e difetti di questi tre periodi?

Liliana: In passato si faceva un doppiaggio molto più selettivo, molto più curato; c’era molto più tempo per lavorare e c’era un parterre di voci che non abbiamo più, da Peppino Rinaldi a Pino Locchi a Rita Savagnone e chi più ne ha più ne metta: erano dei grandissimi doppiatori.
Oggi si corre. Io vado al cinema perché amo andarci cinema e non faccio attenzione al doppiaggio perché divento spettatrice e non mi interessa il lavoro in quel momento; in ogni caso, ahimè, noto che non c’è più -o quantomeno c’è poco- un doppiaggio fatto con il cuore e con l’anima, perché purtroppo bisogna correre, c’è poco tempo. Prima un film si doppiava in due settimane se non tre, adesso in quattro giorni, cinque giorni: il doppiaggio è cambiato anche in questo.
Inoltre un tempo non si facevamo mai le colonne separate, adesso si lavora ognuno per conto proprio e questo è bruttissimo perché ti trovi a lavorare spiazzato, non sai sempre quello che devi fare o dire perché non sai se l’ha già fatto il tuo collega o la tua collega. In questo devo dire che non amo molto il doppiaggio di adesso, anche se, quando si ha più tempo, si riescono ancora a fare delle cose buone.

Ilaria: Forse viene anche meno il senso di lavoro in gruppo.

Liliana: Sì, prima si era una grande famiglia, si stava tutti insieme e ci si conosceva tutti; anche adesso ci conosciamo e siamo una grande famiglia, però il doppiaggio è diventato un lavoro da “singolo”. Al giorno d’oggi siamo anche diventati tanti, proprio tanti… Prima si era in pochi e c’erano poche società di doppiaggio, mentre adesso ci sono un numero improbabile di doppiatori e di società. Prima ci si conosceva e si cresceva insieme, adesso c’è molta rivalità, è diventato molto più asettico, ecco.

Cartolina di Liliana Sorrentino.Ilaria: A uno sguardo superficiale il doppiatore sembra lavorare da solo e in completa autonomia, ma in realtà non è così. Puoi parlarci del lavoro di doppiaggio in funzione del rapporto tra doppiatore e direttore del doppiaggio?

Liliana: Il lavoro di doppiaggio è sempre basato sulla collaborazione tra il direttore e il doppiatore; uno dei compiti del direttore è proprio quello di armonizzare tutto il lavoro, in quanto ha visto tutto il film, conosce tutta la trama e ha scelto tutte le voci: la sinergia tra il doppiatore e il direttore è sicuramente uno degli ingredienti indispensabili per un buon doppiaggio.

Ilaria: C’è molta differenza tra il doppiaggio di un personaggio animato e quello di un personaggio in carne e ossa? Quale preferisci tra le due possibilità?

Liliana: Io preferisco decisamente gli umani, anche perché è un doppiaggio più facile. Anche il personaggio animato alla fine ti diverte; io mi diverto perché ne invento la voce, perché invento una risata, perché invento una qualsiasi espressione, però è molto più faticoso perché purtroppo non ci sono movimenti labiali veri. È quasi sempre un battito continuo e lì subentra anche il discorso dell’adattamento: se non c’è un buon adattamento non puoi fare molto, come del resto anche quando doppi gli umani… Se c’è un cattivo adattamento ti puoi fare viola, gialla e verde dallo sforzo, ma si riesce a fare poco.

Ilaria: Quali differenze ci sono fra doppiare e dirigere un doppiaggio?

Liliana: Mi piace ancora tanto fare la doppiatrice, stare davanti al leggio, però mi piace anche occuparmi della direzione perché mi dà la possibilità di far sì che diventi un’orchestra: io scelgo le voci, le sento, dico: «Sì, lui sta bene con questa voce…»
È come uno spartito musicale, no?

Ilaria: Ci deve essere armonia.

Liliana: Sì, ci deve essere armonia. E questo mi piace molto, moltissimo.

Ilaria: Hai partecipato a titoli iconici come pure a tante piccole produzioni: quali ruoli ricordi con particolare affetto e quali con antipatia?

Liliana: I miei personaggi mi sono quasi sempre piaciuti, vuoi per un motivo o per un altro: perché mi piaceva l’attrice che doppiavo o perché mi piaceva il film o perché c’era una sfida nel doppiare quel particolare personaggio. Mi divertirebbe molto farlo, ma non ho mai doppiato tanti film di vampiri per un motivo ben preciso: io chiudo gli occhi se vedo delle scene che mi danno fastidio, ma con gli occhi chiusi non si può doppiare; bisognerebbe andare in cuffia, ma non si può fare.
Ho sempre avuto questo problema: «Ti odio, però ti amo perché ti vorrei doppiare».

Copertina del box di "Bia, la sfida della magia".Ilaria: È arrivata una domanda in questo momento da Roma, in tempo reale: il nostro socio Massimo ci chiede se è vero che durante il doppiaggio di Bia, la sfida della magia tu e Cinzia De Carolis vi siete scambiate i ruoli per fare uno scherzo al direttore del doppiaggio…

Liliana: È vero, è verissimo: quando eravamo più giovani io e Cinzia avevamo una vocalità abbastanza simile, ma eravamo identiche -e lo siamo tuttora- quando ridiamo, abbiamo lo stesso modo di ridere. Eravamo davanti al leggio a dire sempre «Bia, Bia…», a un certo punto eravamo entrambe stufe e Cinzia disse: «Facciamo qualcosa, facciamo qualcosa!» e ci siamo scambiate le battute!
Abbiamo provato i nostri personaggi e quando ci hanno chiesto se eravamo pronte abbiamo risposto: «Sì, sì, incidiamo! Incidiamo!» e abbiamo letto ognuna le battute dell’altra. Abbiamo chiesto all’assistente se andasse bene ottenendo risposta positiva e il direttore disse: «C’è qualcosa che non sono riuscito a capire, però… Sì, sì, va bene, va bene».
Poi la risentimmo e noi: «Ma no, guarda che va benissimo! È perfetta! È perfetta!».
In realtà, io e Cinzia l’abbiamo fatto più di una volta!

Ilaria: Ah, ecco!

Liliana: Una volta sola l’abbiamo fatta franca, altrimenti sarebbe stata un po’ critica come situazione. Però è vero!

Ilaria: Bello anche questo aneddoto! Per quanto riguarda la tua voce, riesci a modularla e a cambiarla notevolmente tra un personaggio e l’altro, ma come ti prepari al doppiaggio?

Liliana: Tutte le mattine, prima di andare a lavorare, io ho da sempre un’abitudine: incomincio a scaldare la voce, faccio degli esercizi leggendo o parlando a voce alta, poi con la voce più bassa… Il lavoro per il personaggio che vado a doppiare è molto all’impronta; l’unica cosa che curo, ma non a livello maniacale, è lavorare molto con la mia voce. Negli anni ho cambiato la mia vocalità, io ero molto più leggera, avevo una voce molto più giovanile, non per età ma proprio per emissione vocale. Poi ci ho lavorato su, ho scaldato e ho fatto più matura la mia voce, però se voglio faccio ancora le voci giovanili e di testa. Ogni volta faccio solo questo, ecco: scaldo la voce, la preparo e poi quando vado in sala fa tutto da sola.

Continua a leggere l’intervista su Distopia Evangelion!

Ilaria Azzurra Caiazza, Liliana Sorrentino e Filippo Petrucci al Japan Day 2018.

Devilman Vs Hades: scontro tra titani

Cover primo volume italiano.

Devilman Crybaby, la nuova serie Netflix di cui abbiamo parlato qui e qui, ha portato di nuovo alla ribalta il nome del demone con il cuore umano, e spinto dalla rinnovata curiosità ho scoperto questa opera uscita qualche anno fa per la Star Comics.

Go Nagai è un nome che per tutti gli appassionati vuol dire molto, è grazie a lui se si è dato vita a un vero e proprio genere, quello dei robottoni, ma le sue opere non sono limitate solo a questo: innumerevoli i temi trattati, ma è il sovrannaturale a fare da filo conduttore tra tutte.

Il primo manga sul genere fu Mao Dante pubblicato nel 1971, ma lasciato incompiuto fino al 2002: in questa opera troviamo molte delle tematiche care al Maestro, temi che ritroveremo in Mazinga Z e, soprattuto, in Devilman.

La storia di Akira Fudo e della sua fusione con il demone Amon la conosciamo in tanti, soprattutto quelli come me della vecchia guardia: più nota è senza dubbio la trama della serie animata, che fu però molto edulcorata nei toni e nelle tematiche; il vero spirito dell’uomo diavolo lo ritroviamo infatti nel manga con tinte forti, a tratti splatter, e con temi molto più profondi legati all’esistenza dell’uomo, all’eterna lotta tra luce e ombra rappresentata dallo scontro con Satana, le cui vesti terrene sono impersonificate da Ryo Asuka, nonché una spiccata critica alla società moderna.

Quella che ci viene proposta in Devilman vs Hades, opera creata in collaborazione con il Team Moon in occasione del quarantennale di Devilman, è un ipotetico seguito ambientato dopo il finale del manga.

La storia prende il via senza troppi preliminari: troviamo Amon negli Inferi alla ricerca dell’anima della sua amata Miki, convinto che solo il sovrano di questo luogo possa riportarla in vita. Molte sono le divinità infernali a cadere sotto la sua mano e tra queste anche la regina Persefone, la leggendaria compagna di Hades.

Dopo un avvio un po’ incerto la storia esplode all’inizio del secondo volume dove entra in scena niente meno che il Great Mazinger. Il sapiente intreccio ci porta a conoscenza di come la vittoria di Tetsuya fu inconsapevolmente agevolata proprio da queste vicende. Nella serie animata di Great Mazinger l’Imperatore delle Tenebre si ritira e lascia il comando al Dottor Hell: la trama di Devilman vs Hades ci spiega che la causa della sua ritirata è proprio l’arrivo dell’uomo diavolo negli Inferi. Infatti il sovrano del mondo dei morti altri non è che l’Imperatore delle Tenebre, storico nemico del Great Mazinger, raffigurato da una massa informe avvolta nelle fiamme, che qui ha una figura meglio delineata e con sembianze umane.

Come abbiamo potuto apprendere in Shin Mazinger Zero (qui la nostra recensione del seguito Shin Mazinger Zero vs Il Generale Oscuro), le varie storie di Nagai con protagonista Mazinger Z sono ambientate in universi paralleli, e grazie a questa trovata ci sembra plausibile lo sviluppo della storia di Devilman vs Hades ambientata in un mondo parallelo a quello del Great Mazinger, e dove l’Imperatore delle Tenebre deve far ritorno proprio perché la comparsa di Devilman ha destabilizzato l’ordine e messo fine alla vita della sua consorte.

In questa versione ritroviamo molti dei personaggi cari a Nagai: Silen, Jinmen, ma anche tutti i personaggi dell’universo “robotico”, Koji, Boss, Tetsuya e tutti gli altri, che trovano la loro giusta collocazione in questa trama che cerca di dare una spiegazione a molte vicende lasciate in sospeso nelle vecchie storie, ma che, purtroppo, apre anche nuovi interrogativi ai quali, per il momento, non abbiamo avuto risposta. Certo è che i fan del Maestro sono abituati a questo suo modo di fare, ma in questo caso l’opera che aveva raggiunto un ottimo sviluppo di trama e che aveva gettato le basi per delle interessanti vicende, si interrompe nel punto di massima tensione lasciando aperti molti interrogativi.

***SPOILER***

In cosa si trasforma Great Mazinger dopo l’attivazione del motore a energia fotonica? Persefone e Miki sono sul punto di risvegliarsi, ma chi delle due si sveglierà? Lo faranno entrambe? Ritroveremo l’anima umana di Miki nel corpo divino di Persefone? E soprattutto chi avrà la meglio nello scontro tra Devilman e Hades?

***FINE SPOILER***

A sinistra il Devilman di Nagai, a destra l’Akira del Team Moon.

La controparte grafica è ottima e il lavoro svolto dal Team Moon è davvero eccellente, il disegno graffiante e molto dettagliato ben si sposa con le tematiche proposte e anche i pochi intermezzi comici non stonano e ci riportano alla mente quelli già proposti anche nelle serie storiche. Inevitabile il confronto con il tratto del maestro Nagai che aveva connotazioni più caricaturali e abbozzate, al contrario di questo nuovo stile molto più realistico che va a delineare delle figure plastiche e accattivanti. Evidente è anche la scelta di rappresentare i personaggi femminili con tratti più dolci e sinuosi, decisione che strizza fortemente l’occhio al genere hentai.

Benché l’opera sia un chiaro anello di giunzione tra la vecchia e la nuova guardia dei fan, la lettura è consigliata a entrambe le categorie in quanto gli uni ritroveranno dei personaggi molto amati e ben rappresentati, gli altri verranno a conoscenza di un universo fumettistico molto appassionante e si troveranno davanti un buon fumetto, coinvolgente e appassionante, che però lascerà la bocca amara, con un senso di incompiuto, un po’ come un coito interrotto.


Go Nagai, Team MOON
Devilman vs Hades
Serie completa in 3 volumi
Editore: Star Comics
Brossurato con sovraccoperta, cm 13×18, 224 pagg., b/n, € 5,90 a volume

Fumetti nei musei – Uno straordinario progetto del MiBACT

Oggi mercoledì 21 febbraio 2018, durante una conferenza stampa è stato presentato a Roma il progetto Fumetti nei musei, ideato e curato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT), in collaborazione con la casa editrice Coconino Press-Fandango.

Maria Antonella Fusco, Antonio Lampis, Dario Franceschini e Ratigher alla conferenza di presentazione di "Fumetti nei musei".

Maria Antonella Fusco (direttrice dell’Istituto Centrale per la Grafica), Antonio Lampis (direttore generale dei musei MiBACT), Dario Franceschini (ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) e Ratigher (direttore editoriale di Coconino Press-Fandango) alla conferenza di presentazione di Fumetti nei musei.

Il progetto consiste in 22 fumetti commissionati dal MiBACT ai migliori fumettisti nostrani e ambientati nei musei italiani; la risultante collana di graphic novel sarà distribuita gratis ai bambini e ai ragazzi che parteciperanno ai laboratori didattici dei musei e poi resa disponibile per la lettura su Internet.

Dal comunicato stampa:

Ventidue albi raccontano i musei italiani attraverso l’arte del fumetto. Nasce Fumetti nei musei, la collana di graphic novel ideata per la didattica museale, che inaugura un nuovo dialogo tra studenti e musei. L’iniziativa nasce dalla volontà di far conoscere ai ragazzi le collezioni dei musei italiani, attraverso un linguaggio inedito. L’obiettivo è quello di rendere la visita un’esperienza formativa e allo stesso tempo divertente. Il progetto prende vita dall’incontro tra i direttori dei musei italiani e alcuni tra i fumettisti più celebri del panorama nazionale, che hanno raccontato le collezioni del patrimonio museale italiano, attraverso storie di fantasia, prendendo spunto da elementi storici e artistici veri. Ognuno dei 22 musei metterà a disposizione dei servizi educativi il proprio fumetto gratuitamente per diffondere la conoscenza del proprio patrimonio e favorirne la fruizione.

È stata inoltre allestita una mostra presso l’Istituto Centrale per la Grafica in cui sono esposte, dal 21 febbraio al 1° aprile, tutte le immagini delle copertine degli albi nonché una selezione di tavole, schizzi e bozzetti degli artisti.

Il MiBACT ha inoltre lanciato il progetto anche su Twitter e Instagram con l’hashtag #fumettineimusei.

Ecco i musei e i fumettisti coinvolti per la prima edizione del 2018 di Fumetti nei musei:

  • Galleria Borghese – Martoz
  • Galleria dell’Accademia di Firenze – Tuono Pettinato
  • Galleria Nazionale d’Arte Moderna e ContemporaneaLRNZ
  • Galleria Nazionale dell’Umbria – Andrea Settimo
  • Galleria Nazionale delle Marche – Maicol&Mirco
  • Gallerie degli Uffizi – Alessandro Tota
  • Gallerie dell’Accademia di Venezia – Alice Socal
  • Gallerie Nazionali d’Arte Antica in Palazzo Barberini – Paolo Parisi
  • Musei Reali di Torino – Lorena Canottiere
  • Museo e Real Bosco di Capodimonte – Lorenzo Ghetti
  • Musei del Bargello – Otto Gabos
  • Palazzo Reale di Genova – Fabio Ramiro Rossin
  • Parco Archeologico di Paestum – Dr. Pira
  • Pinacoteca di Brera – Paolo Bacilieri
  • Reggia di Caserta – Maicol&Mirco
  • Gallerie Estensi – Marino Neri
  • Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Zuzu
  • Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria – Vincenzo Filosa
  • Museo Archeologico Nazionale di Taranto – Squaz
  • Palazzo Ducale di Mantova – Sara Colaone
  • Parco Archeologico di Pompei – Bianca Bagnarelli
  • Parco Archeologico del Colosseo – Roberto Grossi

Fumetti nei musei è solo il primo passo di un progetto molto più ampio. Il MiBACT ha infatti deciso di cominciare a integrare il fumetto all’interno delle collezioni museali italiane: le opere originali prodotte dai fumettisti contemporanei per Fumetti nei musei sono quindi solo il primo nucleo della collezione fumettistica dello Stato italiano, che nelle intenzioni dovrebbe continuare a espandersi con la ripetizione annuale del progetto e con l’acquisizione e musealizzazione anche di tavole e altri materiali fumettistici del passato.

Questa notizia, forse uno degli avvenimenti più importanti nella storia del fumetto del Belpaese, ha un’importanza enorme perché è un riconoscimento ufficiale, da parte dello Stato italiano, del fumetto come nona arte.

Come dichiarato dal curatore Ratigher, Fumetti nei musei è un evento «che non ha eguali»: nonostante, ad esempio, i musei francesi collaborino col mondo del fumetto da anni, nel loro caso gli albi prodotti sono disomogenei fra loro e hanno una funzione promozionale per gli enti che li producono. In questo caso invece lo scopo è di acquisire le opere prodotte dai fumettisti per ricondividerle con i fruitori del patrimonio museale italiano, nonché di creare una collezione permanente di fumetto di proprietà dello Stato Italiano.

La qualità del progetto ha un limite nel coinvolgimento allo stato attuale di una sola casa editrice, scelta opinabile e che probabilmente creerà polemiche. La nomina di un direttore artistico esterno, ruolo che lo stesso Ratigher avrebbe potuto ricoprire con autorità e competenza, e la stampa del materiale direttamente a nome del MiBACT sarebbero probabilmente state soluzioni più adeguate.

The Sheriff of Babylon, ovvero: come inseguire la verità nel deserto della guerra

Copertina di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.Questo non è un fumetto come gli altri. Partiamo da questo semplice concetto. Perché?  Per diversi motivi.

Il primo, è solamente “nostro”: fin da prima che uscisse, almeno qui da noi, è stato avvolto da un’aura quasi leggendaria. «È esaurito?» è la domanda che tutti bene o male si sono fatti, fino a “costringere” la RW Lion a pubblicare un post su Facebook in cui avvisava della disponibilità del prodotto. Poi ci sarebbe da indagare su quante persone dopo aver atteso spasmodicamente questo volume lo abbiano effettivamente comprato, ma questo è un altro discorso, come si suole dire.

Il secondo è di tutt’altro genere: questa è un’opera come se ne incontrano poche al giorno d’oggi. Un capolavoro? No di certo, ma è qualcosa di “anomalo”. Il fatto che sia pubblicato per la divisione per adulti della DC, la Vertigo, dovrebbe far intuire il modo in cui il tema della guerra è stato affrontato; ma il punto non è questo. Non del tutto, almeno.

The Sheriff of Babylon parla di qualcosa che tutti noi (o quasi tutti) abbiamo vissuto indirettamente e lo fa senza limitarsi mai. Ma, ed è un grosso ma, ciò che si legge ha sempre l’aria di essere quasi necessario. Tom King, astro nascente del Comicdom a stelle e strisce e autore di questi 12 numeri raccolti nel cartonato edito da RW, non va mai sopra le righe, nonostante ciò che avviene in questa lunga cavalcata sembri a volte uscito da un Bond Movie. Sarà perché forse gli eventi di “finzione” che sono mostrati sono inventati solo fino a un certo punto (l’attuale autore di Batman infatti ha un passato come agente CIA e avrà avuto sicuramente delle esperienze che ha poi riportato nella sua opera).

Vignetta di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.

Ma partiamo dal principio di questa grande storia: The Sheriff of Babylon è un giallo che si mischia con il thriller politico. Un cadavere viene trovato nella Green Zone della capitale irachena, ma a nessuno sembra importare, tranne che all’istruttore della vittima, l’americano Christopher, che cercherà di risalire all’assassino con l’aiuto di Sofia/Saffiya, politica locale, e Nassir, ex poliziotto al soldo di Saddam.

Nel corso della serie, la volontà di scoprire l’assassino del povero soldato iracheno si fonderà alla consapevolezza che non tutto è come sembra. Tom King intreccia le tre sottotrame dei protagonisti come se stesse raccontando di persone che ha conosciuto di persona, in cui gli eventi drammatici vengono mostrati nella loro più totale efferatezza. Senza censure, ma allo stesso tempo senza strafare e trasformare tutto nella fiera del sangue che molto spesso non fa altro che anestetizzare il fruitore.
Ogni colpo di pisola esploso e andato a segno fa sentire quasi dolore fisico, ogni pianto la sensazione di avere le guance bagnate.

Ciò che colpisce, infatti, di questa Baghdad del 2003, è l’aria che si respira. Il deserto, anche se non mostrato quasi mai direttamente, ma presente in ogni singola vignetta, sembra risucchiare ogni forma di umanità dai personaggi di questo affresco come risucchierebbe l’acqua.

Ed è proprio sull’ambiente e i tre personaggi principali che tutto ruota: il militare, il poliziotto, la politica, Baghdad. E poi il Potere. Quello dello Status Quo, quello della rivoluzione, quello della religione, quello degli oppressi e degli oppressori, quello della guerra. E tutto questo ci viene mostrato, come detto poco sopra, come fosse normale o naturale, e forse, dopo aver letto l’ultimo capitolo, lo è.

Dettaglio della copertina di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.

Tutto questo ci viene presentato da un Mitch Gerads, disegnatore dei 12 numeri, non ancora a proprio agio come con il più recente Mister Miracle (sempre con King), ma che ha dalla sua un tratto realistico che permette la totale immedesimazione. A chiudere questa splendida confezione, ci sono i colori sempre ad opera di Gerads. I marroni del deserto, delle uniformi, delle case spadroneggiano e lasciano senza fiato. E poi il verde degli americani e degli interni, che offrono all’occhio il riposo dopo tanta arsura, anche emotiva.

The Sheriff of Babylon non è un capolavoro, dicevo. Ma è qualcosa che vale la pena avere. Perché di tanto in tanto abbiamo bisogno di essere colpiti nello stomaco o di sentire il sapore del sangue in bocca, a ricordarci cosa significhi essere umani.

Vignetta di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.


Tom King, Mitch Gerards
The Sheriff of Babylon
Editore: RW Lion
292 pagine, colore, rilegato, € 27,95
ISBN 9788893517751

Sky Doll – La ricerca dell’identità di una sintobambola

Barbucci e Canepa, siano santificati i vostri nomi e benedette le vostre matite, noi vi preghiamo e adoriamo affinché l’opera vostra sia presto conclusa con gloria imperitura. Amen!

In attesa che venga pubblicato il quinto volume di Sky Doll, incrocio le dita e prego perché non passino dieci anni come è successo già nell’intervallo tra la pubblicazione del terzo e quarto volume. Mettiamoci comodi quindi perché ci vorrà del tempo prima che squillino di nuovo le trombe.

Realizzato da Alessandro Barbucci e Barbara Canepa, entrambi fumettisti di formazione disneyana, Sky Doll è una graphic novel pubblicata per la prima volta nel 2000 dall’editrice francese Soleil Editions per l’Europa, mentre per l’Italia da Vittorio Pavesio Productions prima e riproposta dalla BAO Publishing poi. I titoli che la compongono sono per ora quattro: La città gialla (2000), Aqua (2002), La città bianca (2006) e Sudra (2016). La serie conta molti spin-off e artbook, molti dei quali sono stati pubblicati solo in Francia e USA.

Tavole di "Sky Doll" di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa.

Lo stile grafico, un armoniosa fusione di influenze europee, giapponesi e americane, identifica Sky Doll come uno dei precursori dei progetti detti “ibridi”. Le tavole pittoresche sono un’esplosione orgiastica di colore.

In una galassia sconosciuta esiste un pianeta chiamato Papathea, dove regna, in quanto autorità suprema, la capricciosa, spietata e laida Papessa Lodovica, riconosciuta come “Dea dell’Amore carnale”. La sua dimora è il Palazzo papale, sito a Joanna, la città benedetta dove i fedeli si recano nel giorno delle apparizioni per poter ricevere la beatitudine di Lodovica, assistendo ai suoi miracoli spettacolari.

Immortalati dalle telecamere, i prodigi di Lodovica sono messi in onda, con tanto di regia ed effetti speciali, come in un normale palinsesto televisivo.

Tavola di "Sky Doll" di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa.Ma la popolarità e l’ autorità della Papessa sono minacciate dai proseliti della nuova chiesa dell’immacolata Papessa Agape, sua sorella, riconosciuta come “Dea dell’ Amore spirituale”. Un tempo le due papesse regnavano insieme ma, in seguito a un complotto, Agape è stata sconsacrata ed esiliata.

Gli abitanti di Papathea, per non commettere peccato e poter sfogare gli istinti carnali, si servono delle sky doll, sintobambole, munite di un inibitore di ricordi che impedisce loro di sviluppare una personalità. Noa è una sky doll difettosa per il suo genere, perché riesce a ricordare e ha sviluppato una propria coscienza. Insieme ad altre bambole, Noa è sfruttata dal suo proprietario Dio e costretta a lavorare nell’astrolavaggio Heaven. Stanca della sua condizione, fugge nascondendosi a bordo dell’astronave Sarvagata di Roy e Tahu, due emissari papali in missione. Ha inizio così l’ avventura della nostra protagonista.

Come suggerisce il suo nome, Noa è coraggiosa, determinata e dotata di grande forza di volontà. Il suo amore è fedele e dolce. È una creatura sintetica, ma prova sentimenti veri. Barbucci e Canepa ce la presentano così.

Vignetta di "Sky Doll" di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa.

Sensuale, innocente, fragile, delicata ma con un sorriso impertinente affronta la sua paura. Il decennio trascorso prima della pubblicazione del quarto capitolo, sembra essere trascorso anche nella storia. I personaggi principali si sono stabiliti da diverso tempo sul pianeta Sudra. Ci viene mostrato uno spaccato della loro quotidianità. Noa, in particolar modo, la ritroviamo cambiata grazie alle influenze del mondo esterno. È più matura, innamorata della vita, ma ancora perseguitata dai suoi ricordi che, come tasselli di un puzzle, cercano di ricostruire una verità che si è persa nel tempo.

Sky Doll è una graphic novel che mette tutti d’ accordo, che non si dimentica, che si vuole condividere, che si custodisce gelosamente perché un giorno vorremmo poterla tramandare ai nostri figli.

Di Sky Doll vorrei solo poter dire che è un opera bellissima, piacevole e attraente sotto ogni suo aspetto. Il formato, lo spessore della carta, le tavole, i dialoghi, la trama…

Quando si comincia a leggere si diventa inevitabilmente lettori avidi, pagina dopo pagina, diventa impossibile sottrarsi all’ipnotismo delle tavole dai colori brillanti e dei dialoghi divertenti ed esaustivi. E quando arrivi in fondo provi rammarico perché tutto è terminato troppo velocemente in solo 48 pagine, allora ne vuoi ancora, di più. Torni indietro sfogliando e ti soffermi incantato sulle tavole più belle, le contempli estasiato perché per quanto ci provi non riesci a trovare un solo difetto. È tutto meraviglioso! Come nei film Disney.

Illustrazione di "Sky Doll" di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa.

Non a caso l’opera, con uno stile apparentemente scanzonato e fiabesco, affronta tematiche forti come la teocrazia, l’odio tra religioni diverse, la clonazione, la crisi d’identità delle intelligenze artificiali, l’influenza dei mass media, il contrasto tra sacro e profano, l’emarginazione delle subculture, la globalizzazione, le disparità sociali…

Insomma, come spesso accade per le opere senza tempo, anche Sky Doll ha i suoi livelli di lettura (letterale, allegorico, morale e anagogico) perché si può leggere in modi molto diversi e soggettivi. Non si è mai certi di aver interpretato nel modo giusto il significato delle vicende di Noa perché ci sono troppi colpi di scena che ti spingono a cambiare la percezione dei personaggi.

Quel che è chiaro è che l’opera è incompleta, infatti il finale di Sudra presagisce un quinto volume. Nell’attesa possiamo solo rileggere i volumi già pubblicati cercando di cogliere nuovi particolari che ci sono sfuggiti a una prima lettura.

Al mondo ci sono due grandi multinazionali con un apparente obiettivo comune: la manipolazione delle masse a scopo di lucro. Una di esse è la Walt Disney Company. L’altra, altrettanto e forse ancora più celebre, è la Chiesa Cattolica.

Copertine di "Sky Doll" di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa.


Alessandro Barbucci, Barbara Canepa
Sky Doll
cartonato, cm 22×31, colore, € 15,00
volume 1 La città gialla: 48 pagine, ISBN 9788865438220
volume 2 Aqua: 48 pagine, ISBN 9788865438275
volume 3 La città bianca: 56 pagine, ISBN 9788865438435
volume 4 Sudra: 56 pagine, ISBN 9788865437506

Tex: Giustizia a Corpus Christi – Sulla giovinezza e l’invincibilità

Giustizia a Corpus Christi è il nuovo capitolo della serie di storie, scritte da Mauro Boselli, dedicate alla gioventù di Tex: una sorta di Year One del nostro ranger preferito che si snoda tra le varie testate “Texiane” partendo da Nueces Valley  per proseguire con Il vendicatore e arrivare a Il magnifico fuorileggeQuesto nuovo episodio si colloca cronologicamente tra Il vendicatore e Il magnifico fuorilegge e vede Tex impegnato nella caccia del resto della banda che lo ha messo nei guai con la giustizia per una falsa accusa.

Coadiuvato dal talentuoso quanto versatile Corrado Mastantuono, lo scrittore imbastisce una trama solida dall’impianto classico e lineare, ma non per questo priva di sorprese: le possibilità offerte dal formato, più grande rispetto al classico bonellide, e dal colore permettono al duo di autori di mettere su carta una sensibilità cinematografica pregna dell’iconografia tipica del cinema western. Siamo più dalle parti di John Ford che non di Sergio Leone: la composizione delle tavole, caratterizzata da inquadrature grandangolari e vignette widescreen, ha il respiro ampio dell’epopea della Frontiera, epica nella quale si svolge un altro capitolo della grande avventura dei nostri eroi. Su tutto il racconto infatti aleggia un’aura quasi mitologica, come si addice alla narrazioni delle origini di un’icona del fumetto, fatta di grandi spazi, grandi imprese e grandi personaggi.

A riportare l’umanità all’interno della storia ci pensa Corrado Mastantuono con la sua capacità di rendere tridimensionali e realistici i personaggi da lui disegnati: l’espressività dei volti, la naturalezza delle pose e la messa in scena generale offrono alla sceneggiatura di Boselli degli interpreti credibili quanto efficaci. Risalta, come è doveroso che sia, la caratterizzazione del giovane Tex: più impulsivo, sbruffone e meno esperto che, non a caso, si affida spesso ai consigli e ai piani di James Callahan – ranger realmente esistito ed entrato a far parte della mitologia Texiana ne Il vendicatore. 


Qui forse si evidenzia l’unica pecca del fumetto: avendo a disposizione un Tex alle prime armi si sarebbe potuta intaccare un po’ quell’aura di invincibilità del protagonista che caratterizza la gestione Boselli, comunque fedele a quella di Gian Luigi Bonelli, cogliendo così l’occasione per dare qualche brivido in più al lettore. Tutti sappiamo che “alla fine Tex vince sempre” però ci piace essere ingannati nel frattempo, mentre sospendiamo la nostra incredulità e fingiamo di preoccuparci davvero per le sorti del nostro beniamino. In questo senso le due pagine finali riescono a sortire quest’effetto, pur lasciandoci con qualche interrogativo, e donano all’intera storia un accento ironico che si addice al racconto delle avventure del giovane Tex.

Questo ulteriore tassello del “Tex: Year One”, come tutti gli altri capitoli della quadrilogia, è sicuramente un must per tutti i fan del ranger bonelliano, ma è anche consigliato agli amanti del buon fumetto di avventura ben scritto e altrettanto ben disegnato.


Mauro Boselli (testi), Corrado Mastantuono (disegni), Matteo Vattani (colori)
Giustizia a Corpus Christi – Tex romanzi a fumetti n. 7

Uscita: 23 febbraio 2018
cartonato, cm 22×30, 48 pagg., colore

 

La virgola e il punto – Una piccola avventura letteraria

Nel 2018 festeggia i cinque anni di attività la ManFont, nata come collettivo di autori, cresciuta come associazione culturale e ora casa editrice di titoli importanti come Kimera Mendax. Si tratta di una piccola, ma preziosa realtà editoriale interamente torinese che dà spazio a praticamente qualunque tipo di storia e soprattutto ha un atteggiamento profondamente etico nei confronti dei propri autori, detentori al 100% dei diritti sulle proprie opere e persino dei guadagni quando avvengono dal vivo (per esempio alle fiere del fumetto) senza dover nulla alla casa editrice. È palese che si tratta di un’attività fatta per passione e non per il vile denaro, e questo non può che essere apprezzato, al di là della qualità delle singole opere, a volte non eccezionale come nel caso de La virgola e il punto.

Copertina de "La virgola e il punto" di Giovanni Federico, Erika Bertoli e Federica Zancato.Nato da un lavoro a sei mani fra scrittore, disegnatrice e colorista, La virgola e il punto non è un fumetto bensì un libro illustrato per l’infanzia, il primo della nuova collana per bambini Mini ManFont che si propone come storia edificante, ma svolge il suo ruolo solo parzialmente.

Probabilmente il problema principale del volume è che le sei mani non hanno lavorato insieme, o quantomeno questo è quello che appare dal punto di vista del lettore: la storia e le immagini infatti non sembrano camminare sempre di pari passo, con le seconde che interpretano il testo più che illustrarlo.

La sceneggiatura di Giovanni Federico racconta la storia dei caratteri di stampa di un libro come personaggi fisici reali che si animano quando nessuno li vede, un po’ come i giocattoli di Toy Story. La protagonista è una virgola di nome Virginia che, sentendosi nient’altro che un’insignificante virgola circondata da caratteri di stampa più importanti, decide di diventare famosa e va a esplorare il mondo alla ricerca del Grande Punto, ovvero il punto finale del testo. Quando lo trova, costui le dice che gli dispiace, deve andare, il suo posto è là da dove è venuta. Virginia esegue.

Testi

Il problema della trama non è la sua deliziosa semplicità: è la mancanza di un qualunque sviluppo narrativo. La protagonista Virginia non vuole essere importante, o utile, o trovare una sua identità, o capire il suo posto nel mondo, o altro: no, lei vuole «diventare una celebrità». Ma perché? Per quasi metà volume ci sono solo testi e dialoghi descrittivi, e quando finalmente inizia l’azione nulla di quel che accade ha conseguenze pratiche ai fini della trama. Nel clou della storia, ovvero quando Virginia incontra il millantato saggio Grande Punto, si scopre che costui è un «vecchietto triste che vive solo e lontano da tutti» e il suo ruolo non sembra aver alcuna funzione costruttiva per Virginia, la quale se ne torna lì da dov’è venuta, attratta dal caro vecchio stile di vita.

È giusto e morale insegnare ai bambini che «tutti, anche la più piccola delle virgole, hanno il loro scopo all’interno della storia», ma non se questo avviene perché non ci sono assolutamente altre possibilità di vita. Virginia non affronta nessun reale pericolo, nessuna reale perdita, nessuna reale crescita: il massimo dell’azione che compie è nascondersi, e anche questo non è esattamente il migliore degli insegnamenti. Non è in nessuna maniera favorito lo sviluppo della personalità, la conoscenza del sé, l’esplorazione di un mondo nuovo: se passando attraverso un’avventura Virginia avesse scelto consapevolmente di tornarsene da dov’era venuta questo sarebbe andato benissimo, ma non c’è avventura ne La virgola e il punto: qui si specifica chiaramente che siccome una qualche entità superiore (in questo caso lo Scrittore) l’ha piazzata lì, allora lì deve rimanere, punto (anzi, virgola).

Eppure sarebbe stato così facile movimentare la storia: Virginia viene scoperta dal lettore, oppure la O e la P le dimostrano che cambiando posto cambierebbe la storia, oppure lo Scrittore prova a cancellarla… ma nulla di tutto ciò accade. Virginia deve restare lì non per scelta, ma per forza. Il fatto che l’autore Giovanni Federico sia giovane, nato nel 1986, rende questo immobilismo ancora più perplimente. La scrittura prolissa e le presenza di pagine con veri e propri wall of text (fra l’altro in un carattere gioviale, ma alla lunga poco piacevole e stancante per la lettura) sono solo dettagli rispetto alla gravità del difetto principale: la (non) lezione morale.

Al contempo, però, proprio il fatto che l’autore Giovanni Federico sia giovane rende questo libro un buon punto di partenza: è fresco, inventivo e a tratti molto divertente. La carne c’è, manca il fuoco.

Disegni

Se la trama de La virgola e il punto appare migliorabile, l’aspetto grafico invece è di livello decisamente superiore. I disegni sono affidati all’unica persona coinvolta in questo libro non di origine torinese, la bolognese Erika Bertoli (che comunque torinese c’è diventata d’adozione). Ipotizzando che l’acerba qualità della scrittura di Federico dipenda dal fatto che questo è il suo primo libro per bambini, allora la buona qualità dei disegni della Bertoli dipendono proprio dal fatto che questo non è affatto il suo primo libro.

Copertine di "Oggi tocca a me" e "Dark Phantasy" illustrate da Erika Bertoli.

Due precedenti lavori di Erika Bertoli, in entrambi i casi illustrazioni per testi in prosa: a sinistra il volume Oggi tocca a me del 2013 e a destra Dark Phantasy del 2016. Già dalle copertine è evidente l’evoluzione grafica e personale dell’autrice.

Erika Bertoli si è trasferita a Torino per frequentare la locale Accademia di Belle Arti e poi è rimasta in città. Prima di ManFont aveva pubblicato con varie altre case editrici all’ombra della Mole, come Eris edizioni e Pathos Edizioni, e il passaggio di stili e temi da illustrare le ha giovato molto. Il suo tratto, benché rientri perfettamente all’interno della produzione tipica degli ex studenti di accademia, possiede una certa qual grazia probabilmente figlia di un felice incontro fra lo stile super deformed giapponese e la rotondità disneyana. Il risultato è un disegno che non presenta nulla di nuovo o eccezionale, ma che accarezza dolcemente gli occhi del lettore e in alcuni momenti raggiunge esiti molto felici, resi ancora più evidenti dalla colorazione molto sobria e tutta giocata sulle variazioni di colori primari di Federica Zancato.

Tavole de "La virgola e il punto" di Giovanni Federico, Erika Bertoli e Federica Zancato.

Le letterine escono letteralmente fuori dalla macchina da scrivere e vanno a giocare sui fogli di carta. Erika Bertoli ha disegnato un intero alfabeto con 33 personaggi a rappresentare le lettere e i segni di punteggiatura.

La virgola e il punto è un esperimento non riuscitissimo, o meglio sbilanciato fra la parte testuale e quella grafica. Essendo un bel libro colorato può comunque funzionare per i bambini come regalo (magari come strenna natalizia), ma soprattutto deve servire agli autori come pietra di paragone per migliorare: Bertoli e Zancato sono già a buon punto, Federico è un po’ indietro, ma ha buone idee e gli basta solo metterle in pratica. Quest’esperienza è andata com’è andata, adesso è ora di pensare alla prossima: il mondo e i bambini hanno sempre bisogno di belle storie!

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