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L’uomo senza talento – Yoshiharu Tsuge e il senso della vita

Il mio primo incontro con Yoshiharu Tsuge è avvenuto circa tre anni fa, una domenica pomeriggio silenziosa e grigia, nel corridoio di un negozio di libri usati di periferia. Nella sezione tutto a 100 yen, fra i volumi ormai vecchi con la carta ingiallita, fra le costine con titoli roboanti e colori accesi, fra le altre persone annoiate, emergeva per contrasto un volume solitario con la copertina color porpora sbiadito con fiorellini grigi, quasi una carta da parati di inizio secolo. Era Akai hana (“I  fiori rossi”), il primo dei due volumi con la raccolta delle storie brevi di Tsuge. La prima di queste dà il titolo al volume: senza riuscire a fermarmi, nel giro di pochi minuti avevo letto tutta la novella con enorme stupore. Enorme stupore di trovarmi davanti a un autore così straordinariamente capace di mettere insieme la realtà e la surrealtà sullo stesso piano in maniera così eloquente e insieme criptica.

Copertina de L’uomo senza talento è la prima opera di Yoshiharu Tsuge pubblicata in Italia grazie all’impegno dell’associazione, casa editrice ed ente culturale Canicola, con sede ovviamente a Bologna. Impegno ripagato: dalla sua pubblicazione nel maggio dell’anno scorso a oggi L’uomo senza talento ha ricevuto il plauso unanime della critica incassando complimenti e premi a non finire, e in particolare il Gran Guinigi Stefano Beani per la migliore iniziativa editoriale allo scorso Lucca Comics & Games. Un piccolo trionfo per una piccola casa editrice che ha portato in Italia un grande autore con una grande opera.

Non c’è nome importante che non tessa le lodi di Tsuge: dai critici come Paul Gravett (organizzatore fra l’altro della mostra Mangasia) ai fumettisti come Igort (amante del Giappone da tempi non sospetti), la fortuna letteraria di Tsuge sembra in qualche modo simile a quella di Irène Némirovsky, anche lei moderatamente celebre in patria per un certo periodo e poi dimenticata fino a una esplosiva riscoperta internazionale, pur con decenni di ritardo, con la sua ultima opera-testamentoL’uomo senza talento risale infatti al 1985, quando è iniziata la pubblicazione a episodi sulla rivista trimestrale COMIC baku, fondata l’anno prima dall’editore Hiroshi Yaku appositamente per ospitare con totale libertà creativa i lavori di Tsuge e sopravvissuta nell’impietoso mercato giapponese per nemmeno quattro anni.

Ci si potrebbe chiedere come sia possibile che un fumetto tanto apprezzato abbia impiegato ben diciannove anni per arrivare in Francia, venti in Spagna e addirittura trentadue in Italia (ed è andata bene, anzi, dato che questi sono gli unici tre paesi fuori dal Giappone dove L’uomo senza talento è stato pubblicato), quando invece basta andare in una qualunque edicola, fumetteria o libreria per notare la sovrabbondanza di manga che fra un anno saranno già stati dimenticati da chiunque.

Dato che de L’uomo senza talento ne hanno parlato tutti, ma proprio tutti tutti tutti tutti tutti, e che sono già passati quasi nove mesi dalla pubblicazione nel mercato editoriale italiano, ha ancora senso parlare di questo fumetto che ha già ricevuto tutti gli elogi possibili?

La risposta è ovviamente sì, e per almeno tre buone ragioni.

Tratto

La prima ragione è che forse alcuni hanno letto solo la cartella stampa di Canicola senza aprire davvero il fumetto, dato che c’è chi attribuisce a Tsuge «virtuosismo compositivo per l’estrema finezza nel tratteggio e la generosa dovizia di particolari» e chi invece trova «i paesaggi e gli sfondi […] ben dettagliati, disegnati con una cura quasi maniacale». Eppure basta sfogliare il fumetto per capire chiaramente che la priorità di Tsuge non era la qualità grafica, o quantomeno la qualità grafica nel senso comunemente inteso dal fumetto giapponese, solitamente molto attento alla verosimiglianza delle scenografie al punto di usarne spesso di preconfezionate. Il disegno di Tsuge si esprime verso altre direzioni: quelle dell’espressionismo e del surrealismo, della riduzione del mondo a un miscuglio di zone in luce e zone in ombra.

Due tavole di Yoshiharu Tsuge da "Neji shiki" e da "L'uomo senza talento".

Gli sfondi di Yoshiharu Tsuge. A sinistra una celebre pagina di Neji shiki, suo manifesto artistico del 1968, dal realismo quasi fotografico a contrasto con l’assurdità della scena. A destra una pagina de L’uomo senza talento del 1985 che funziona esattamente all’opposto, con un irrealismo quasi Die Brüke a contrasto con la verosimiglianza della scena. È chiaro che Tsuge sa disegnare, e nei venti anni che separano le due opere ha raffinato il suo segno verso la molle essenzialità tipica della pittura tradizionale giapponese.

Tono

Una seconda buona ragione per tornare su Tsuge è il modo in cui viene recepito il suo atteggiamento filosofico. Il fumettista Berliac, che pratica buddhismo zen, rifiuta l’opinione occidentale secondo cui la visione di Tsuge è nichilista e pessimista: il fatto che con L’uomo senza talento Tsuge si sia congedato dal mondo del fumetto e dal mondo degli uomini (fatto metatestuale, perché è quel che accade anche al protagonista dell’opera) non è in sé un atteggiamento negativo e “passivo”, poiché si tratta comunque di una scelta volontaria e quindi “attiva”.

È pur vero però che la parabola professionale, sociale e umana del protagonista Sukegawa è una curva che si avvicina progressivamente e impietosamente all’asse delle ascisse. Dei sei episodi del fumetto, il primo e l’ultimo sono ambientati nel presente, e i quattro centrali sono dei flashback progressivamente sempre più indietro nella vita di Sukegawa, che chiariscono al lettore che la situazione attuale del protagonista è disperante. Quel che è peggio è che la sensazione di estremo disagio sociale, economico e morale provata dal personaggio sulla carta è trasmessa in maniera impietosa anche al lettore: ad esempio le scene con i litigi fra moglie e marito non sono macchiette, sono palesemente spaccati di vita vera tragicamente brutali.

La presa di coscienza avviene nel secondo capitolo, quando la moglie conta ogni singolo soldo speso in un giorno, e il lettore (che era stato precedentemente messo al corrente delle entrate della famiglia) si rende conto della miseria in cui stanno sprofondando. Tsuge non mette mai in bocca ai personaggi battute esplicative come «Siamo poveri»: il lettore se ne accorge da solo facendosi due conti, e questo è ancora più avvilente e spietato. Quando nel quarto capitolo nel giro di due pagine Sukegawa passa dallo schiaffeggiare il figlio sotto la pioggia al canticchiare la canzone di un vecchio spot tv, l’angustia raggiunge livelli intollerabili, quasi illeggibili.

Tavole di Yoshiharu Tsuge da "L'uomo senza talento".

Le due pagine con la scena della pioggia, semplicissima e iconica. Padre e figlio in bici: la merce cade, il padre si altera, il bimbo piange, lui lo schiaffegga e poi lo abbraccia. Una scena umanissima e devastante.

Teatro

Infine, la terza e ultima ragione è che l’apparente semplicità de L’uomo senza talento nasconde una grande profondità di livelli di lettura. Se ogni aspetto possibile del fumetto sembra essere già stato sviscerato, dal succitato buddhismo zen al valore dell’arte, dal rapporto con la natura al ruolo storico dei peti, c’è un altro tema che è stato solo nominato e che invece risulta centrale, forse il più centrale di tutti per l’opera: il teatro.

Per tutto il tempo della lettura del fumetto aleggia una sensazione costante di star assistendo a un’opera teatrale. La scenografia in cui si muove Sukegawa, ovvero quella del fiume Tama con gli indigenti e le baracche, sembra quella de L’anima buona del Sezuan di Bertolt Brecht, lavoro che condivide con L’uomo senza talento non solo l’ambientazione da slum urbano, ma anche il tema di fondo, ovvero l’impossibilità dell’uomo di vivere liberamente la propria condizione esistenziale nella società che l’uomo stesso ha costruito (l’essere buoni nel caso di Brecht e l’essere artisti nel caso di Tsuge). Né l’uccellatore, né il poeta veramente esistito Inoue Seigetsu detto Yanagi-no-ya, né Sukegawa riescono a vivere nella società umana, e quindi decidono rispettivamente di morire, di vivere allo stato selvatico, e di scendere di livello sociale: in tutti e tre i casi, sono tentativi di riavvicinarsi fisicamente alla natura e in questa maniera svanire.

Altri riferimenti teatrali più o meno evidenti sono distribuiti lungo tutto il fumetto, dal lussureggiante giardino dei ciliegi checoviano del terzo capitolo al “concerto” del monaco komusou nel quarto, dove la famiglia del protagonista assiste come pubblico pagante. Ma è soprattutto il secondo capitolo quello più esplicito, in cui Sukegawa partecipa a una mostra di pietre artistiche strutturata in tutto e per tutto come uno spettacolo teatrale, con il botteghino all’ingresso e gli spettatori rappresentati seduti e in ombra a osservare l’attore sul palcoscenico (il maestro che valuta le pietre). L’episodio si conclude in maniera estremamente teatrale, sia perché la moglie mette letteralmente in scena una sceneggiata contro il marito, sia perché coinvolge i due sensi della vista e dell’udito: il primo con le lacrime di moglie e figlio, che cadendo fungono da “sipario”, e il secondo con il rintocco della campana di un tempio buddhista.

Dettaglio di una tavola da "L'uomo senza talento" di Yoshiharu Tsuge.

La campana fa «Gooon» nella vignetta conclusiva del secondo capitolo.

La presenza della campana non è assolutamente casuale: una campana buddhista a dimensione naturale è infatti l’unico attrezzo di scena usato nel teatro nou, e precisamente nel dramma Doujouji, che è ambientato proprio vicino a un fiume e in cui compare proprio una donna piena di risentimento verso l’uomo che non la ama: esattamente come ne L’uomo senza talento.

Se i riferimenti diretti e indiretti non dovessero bastare, Tsuge ci tiene a farci capire senza possibilità di errore la centralità del tema del teatro con la scelta delle parole. Da questo punto di vista la traduzione italiana di Vincenzo Filosa, pur fondamentalmente corretta e molto scorrevole, si inceppa proprio in alcune parole dalla sfumatura teatrale, come lo enzetsu del maestro di pietre, tradotto in italiano come “discorso”, che però contenendo la parola en- (“recitare”) e data la natura di questo discorso declamato da una sola persona, poteva essere adattato come “monologo”. In particolare il gergo teatrale emerge proprio nel dialogo principale del volume, nel sesto capitolo, quando il libraio, parlando con Sukegawa, gli dice che «Se non sei utile, la gente ti considera un rifiuto. In fondo, essere inutili è come non esistere». Ma la parola scelta in originale da Tsuge non è affatto «inutile», bensì 役立たず yakudatazu, cioè “senza ruolo”. Ruolo teatrale. Quindi, non avere un ruolo è come non esistere. Il titolo stesso dell’opera in giapponese è 無能の人 Munou no hito, dove mu è “niente, nulla” (lo stesso mu dei monaci komusou) mentre nou è “talento”… lo stesso nou del teatro nou. Il titolo quindi è un gioco di parole che vuol dire sì “L’uomo senza talento”, ma contemporaneamente anche “L’uomo senza ruolo a teatro”: il teatro della vita.

D’altronde la tipologia di fumetto che disegna Tsuge, il gekiga vuol dire proprio questo: teatro. Il genere di fumetto autoriale che dai tardi anni ’50 in poi si contrappone al frivolo manga è sempre tradotto in italiano come “immagini drammatiche”, ma forse è un calco dell’inglese “dramatic pictures”, perché in giapponese 画 ga vuol dire “immagini”, ma 劇 geki vuol dire “teatro”. Quindi sono immagini drammatiche non nel senso di “contrario di comiche”, bensì drammatiche nel senso di “dramma teatrale”. Gekiga, “immagini drammaturgiche”.

Träumerei

Quando si parla di gekiga e in particolare di Tsuge si usa spesso l’espressione “realismo”, come a indicare che questi fumetti abbiano una maggiore aderenza con la realtà rispetto agli antagonisti manga. Questo può essere vero solo nel momento in cui si riconosce che i gekiga sono più realistici e al contempo anche più irrealistici dei manga.

Se in un manga di Osamu Tezuka uno scienziato costruisce un bambino robot che vola e spara raggi laser, questo può sembrare irrealistico, ma a ben vedere all’interno del mondo narrativo di quel fumetto è perfettamente realistico. Finché rispettano le regole interne della fantascienza, del fantasy, dell’horror eccetera, la stragrande maggioranza dei manga è molto più realistica rispetto ai gekiga cosiddetti realistici; a riprova di ciò in Giappone vengono considerati gekiga anche Tommy, la stella dei Giants di Kajiwara & Kawasaki, Golgo 13 di Takao Saitou e Ultraman di Kazuo Umezu, non certo opere veriste. Questo è tanto più vero nel mondo di Tsuge, dove l’irrealtà irrompe all’interno della realtà e, nel farlo, infrange le regole interne del realismo.

Confronto fra "8 1/2" di Federico Fellini e "L'uomo senza talento" di Yoshiharu Tsuge.

Gemelli separati alla nascita. Sopra: un fotogramma tratto dalla scena iniziale del sogno in di Federico Fellini del 1963, in cui Guido di giorno spicca il volo silenzioso verso l’alto per allontanarsi dalla realtà. Sotto: il suo speculare, in cui Sukegawa di notte spicca il volo urlato verso il basso per allontanarsi dalla realtà.

Oltre a coinvolgere la parte grafica e la trama, il senso di fiction si ritrova anche alla struttura narrativa, grazie al continuo utilizzo di storie all’interno delle quali i personaggi raccontano altre storie ad altri personaggi, in un’applicazione fumettistica del teatro nel teatro pirandelliano. L’esempio migliore si trova nell’ultimo capitolo, in cui il lettore legge un libro in cui Sukegawa legge un libro in cui il poeta Inoue legge libri, in un effetto Droste potenzialmente infinito e surreale.

D’altronde il surrealismo e quindi il sogno sono dei dati costanti in Tsuge: in Akai hana, in Neji shiki e ne L’uomo senza talento è il salto nell’irrealtà (interna al personaggio, esterna al personaggio, o entrambe) che determina lo svolgimento/non svolgimento della storia. Il sogno è un elemento talmente centrale in Tsuge che la rivista fondata apposta per lui COMIC baku porta questo nome non a caso: baku è sì l’onomatopea dell’esplosione (come “boom”), ma è anche il nome di una creatura mitologica che mangia gli incubi e porta i sogni: nell’intenzione dell’editore Yaku, COMIC baku sarebbe dovuta essere la rivista che contiene i sogni dei fumettisti e dei loro lettori. È stata un sogno essa stessa, un sogno che si è interrotto dopo 15 numeri.

Copertina della rivista "COMIC baku".

Le copertine del primo e del sesto numero di COMIC baku: nel primo c’è la storia breve di Jiro Taniguchi Verso il bosco (inedita in Italia), nel secondo c’è l’episodio di Yoshiharu Tsuge L’uomo senza talento, che è poi diventato il secondo capitolo della serie a cui ha dato il nome.

Dopo questo eccezionale volume Tsuge ha prodotto solo un altro paio di episodietti autoconclusivi fino alla chiusura di COMIC baku, e poi più nulla: non avendo più una rivista che lo pubblicava non ha potuto (o non ha voluto) trovarne un’altra. Forse era solo la scusa che cercava per abbandonare i fumetti. Un fumettista così schivo da ritirarsi dal palcoscenico del mondo con un’opera in cui un fumettista schivo si ritira dal palcoscenico del mondo: un riferimento realistico così forte che necessitava di essere calmierato dall’irrealtà. Questo è L’uomo senza talento e questo è il debutto tardivo di Yoshiharu Tsuge in Italia, ma meglio tardi che mai. Benvenuto, maestro.


Yoshiharu Tsuge
L’uomo senza talento
2017 Canicola Edizioni, collana Jason Molina
Traduzione di Vincenzo Filosa
224 pagine, b/n, cm 15×21, € 19,00
ISBN 9788899524128

Devilman Crybaby – L’apoteosi di Go Nagai

Cosa si potrebbe aggiungere all’ottima recensione di Devilman Crybaby scritta da Fabrizio Nocerino? È un onore per me, nagaiano di ferro non girellaro, al netto dell’inevitabile nostalgia, affrontare un palcoscenico del calibro di Dimensione Fumetto proponendo una serie di considerazione sparse proprio su un’opera così divisiva e che tanto ha fatto discutere nelle ultime settimane.

Immagine promozionale di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Per parlare di Devilman Crybaby, ultima fatica del regista Masaaki Yuasa, salito alla ribalta per opere come Mind Game, Kaiba e le trasposizioni animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong, bisogna parlare della genesi dello sconvolgente Devilman e del suo celebre papà, il Maestro Go Nagai.

Giappone, anni ’70 del XX secolo: la Toei Animation, avendo apprezzato il manga Mao Dante di Go Nagai, propone a questo autore di creare una serie animata ispirata a quest’opera, ma edulcorata, quasi supereroistica, in quanto rivolta a un pubblico di bambini. Parallelamente alla serie TV Devilman, Nagai sviluppa un omonimo manga dai toni maturi e orrorifici; quest’opera, ideata dall’autore per condannare tutte le guerre e alimentata dall’astio di Nagai nei confronti di coloro che avevano attaccato il suo lavoro precedente, Harenchi gakuen (in Italia La scuola senza pudore), entra con prepotenza nell’olimpo mondiale dei fumetti e influenza profondamente moltissimi manga e anime successivi. Un nome su tutti? Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno.

Go Nagai e Masaaki Yuasa davanti al poster di "Devilman Crybaby".

Go Nagai e Masaaki Yuasa posano orgogliosamente davanti al poster di Devilman Crybaby.

Molti anni dopo, XXI secolo: Netflix, il colosso dello streaming, distribuisce in tutto il mondo Devilman Crybaby, prodotto dallo Studio Science Saru, con Masaaki Yuasa alla regia, Ichiro Okouchi alla sceneggiatura, Ayumi Kurashima al character design e Kiyotaka Oshiyama al “devil design”, ovvero il design non solo del protagonista dell’opera, ma anche degli altri demoni.

Devilman Crybaby È il Devilman di Masaaki Yuasa, regista che ha come cifre stilistiche un continuo dinamismo e una plasticità totale: le animazioni in Devilman Crybaby sono particolari, talvolta eccessive all’occhio di uno spettatore non rimasto al passo con l’animazione moderna, ma rimangono sempre al servizio dell’opera e sono, nella quasi totalità, di una qualità sopraffina, anche tenendo conto del fatto che la serie è stata prodotta in sei mesi e che per ben tre episodi le animazioni chiave sono state realizzate da un unico animatore (Tomohisa Shimoyama per l’episodio 4, Kiyotaka Oshiyama per l’episodio 5 e Takashi Kojima per l’episodio 9).

Animazione di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Anche il character design è all’altezza di questa ambiziosa operazione: all’inizio delle vicende i personaggi sono tratteggiati in modo molto moderno e kawaii, soprattutto l’imbelle protagonista Akira; con l’ingresso in scena di Devilman il contrasto è a un primissimo impatto stridente ed estraniante, ma subito dopo la dolcezza del tratto si sposa meravigliosamente con la crescente e inarrestabile violenza.

Fotogrammi di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’aspetto dei demoni è un tuffo in una follia psichedelica dai colori accecanti, mentre per il protagonista c’è poco da dire: il Devilman di Oshiyama e Yuasa è bellissimo e quanto più nagaiano possibile.

Poster di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

L’approccio di Yuasa al capolavoro di Nagai è fortemente autoriale, ovvero omaggia fedelmente l’opera originale e parallelamente la fa sua uscendo a testa alta da questo confronto, esattamente come hanno fatto in precedenza due altri grandi registi d’animazione, da una parte Mamoru Oshii con Ghost in the Shell e Lamù – Beautiful Dreamer, dall’altra Hideaki Anno con Shin Godzilla: in questa chiave dovrebbe essere letto il trasferimento dell’elemento focale di Devilman, il conflitto, dall’esterno verso l’interno, incarnandolo nella figura di Akira/Devilman che soffre per l’infinita crudeltà umana e -non tanto inaspettatamente, in quanto il “crybaby” del titolo significa “piagnone”- versa copiose lacrime in molteplici occasioni.

La miniserie è concepita come un granitico unicum, un titanico film d’animazione: lo si può desumere non solo dal fatto che lo spettatore sia praticamente costretto dalla bellezza della storia e delle animazioni a una fruizione vorace e compulsiva, ma anche dal fatto che la sequenza di apertura, disegnata da Abel Gongora e accompagnata dal brano Man Human di Denki Groove, non sia presente in ogni episodio, ma solo una volta, nella seconda puntata.

Sesso e violenza, inevitabilmente e come nel manga originale, vengono mostrati in abbondanza, ma senza compiacimento, morbosità né perversione. Allo sguardo dello spettatore, guidato con abilità da Yuasa, gli eccessi vengono proposti in modo grottesco e inumano al punto tale da sfociare in una freddezza quasi documentaristica e distaccata: che cosa sono i demoni, se non la controparte nuda e sfrenata degli infimi istinti dell’uomo? Che cosa possono fare, se non uccidere e accoppiarsi indulgendo in questi piaceri?

L’unico appunto che forse si può muovere a una serie come Devilman Crybaby è che dieci episodi siano troppo pochi: forse sarebbe stato il caso di avere un paio di episodi in più per approfondire ulteriormente il drammatico confronto con l’arpia Silen e il rapporto tra il protagonista Akira Fudo e la sua controparte Ryo Asuka.

Fotogramma di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa.

Se Devilman Crybaby ha profondamente turbato numerosi nostalgici oltranzisti, d’altro canto ha riscosso successo e consensi in tutto il mondo: il mangaka e character designer Yoshiyuki Sadamoto, che più volte ha dichiarato che Evangelion si è profondamente ispirato al manga di Nagai stilisticamente e concettualmente, ha mostrato apprezzamento nei confronti della serie animata di Yuasa tramite un tweet e uno schizzo del protagonista e del suo antagonista.

Fanart di "Devilman Crybaby" di Masaaki Yuasa disegnata da Yoshiyuki Sadamoto.

Per quanto riguarda il confronto con le precedenti opere del franchise, questa nuova serie animata omaggia anche quella degli anni ’70, che nell’universo di Devilman Crybaby esiste proprio come cartone rivolto ai bambini: in più occasioni sono inseriti riferimenti a essa, come i poster nelle camere dei personaggi e l’inserimento nel primo episodio della opening classica, la celeberrima Devilman no uta (“La canzone di Devilman”), potentemente remixata in chiave dance elettronica da Abu-chan e Kensuke Ushio, quest’ultimo curatore di tutta la colonna sonora.

Infine, Devilman Crybaby È anche e soprattutto il Devilman di Nagai, un tributo che rende onore a un mostro sacro del fumetto mondiale trascinandolo con violenza nel XXI secolo. Devilman è eterno e universale, il suo messaggio devastante è attuale ancora oggi, e Yuasa lo ripropone con successo in chiave ultracontemporanea: un esempio su tutti, nel manga anni ’70 il sabba, la festa pagana che conduce all’evocazione dei demoni, è accompagnato da un complesso rock/metal, all’epoca la “musica del demonio”, mentre ora, nel 2018, la controparte animata del sabba è sostanzialmente un rave party condotto verso la follia da un ossessivo e irresistibile ritmo tribale/elettronico.

Pagina di "Devilman" di Go Nagai.

Yuasa ha riletto il classico immortale di Nagai sulla base della consapevolezza del fatto che «il mondo è andato avanti» (cit.), e se se ne è reso conto anche Mark Renton in Trainspotting, ci auguriamo che anche chi è rimasto fino ad adesso bloccato solipsisticamente in un universo di 40 anni fa possa infine apprezzare Devilman Crybaby per quello che è, una serie contemporaneamente classica e attualissima, degna trasposizione del comunque inarrivabile originale di Nagai.

La linea d’ombra che separa dalla luce della consapevolezza

La linea d’ombra, oltre a essere il titolo del noto romanzo breve di Joseph Conrad, è un’espressione di valenza metaforica che indica quel passaggio che va da una giovinezza ancora incerta e insicura a quella adulta e consapevole, il passaggio obbligato che non sempre riconosciamo, ma che tutti affrontiamo o dobbiamo affrontare andando avanti nelle nostre vite.

Il racconto in sé è così ricco di chiavi di lettura e di livelli che ridurlo obbligatoriamente solo a tanto è un peccato, eppure questo passaggio verso una presa d’atto fondamentale è anche la sua parte più bella e riconoscibile, ed è su questo contrasto di ombre e luci a venire che gioca anche il fumetto realizzato da Andrea Laprovitera e Valentina Raddi per la collana Narrativa tra le nuvole di Kleiner Flug.

Il giovane protagonista lascia il suo incarico su una prima nave perché sente il bisogno di nuove sfide e di impegni con cui mettersi alla prova e poco dopo trova un fortunato incarico da capitano su un veliero… maledetto. Il defunto capitano della sua nuova nave è infatti morto pazzo, augurando al legno e all’equipaggio di non sopravvivergli. E questo è quello che sembra succedere: dal primo ufficiale in giù tutti i marinai si ammalano di colera, le scorte di chinino sono finite e la nave rimane ferma in una bonaccia di calma piatta che sembra annunciare la loro morte. Solo il giovane capitano e il cuoco malato di cuore sono in forze e quando tutto sembra perduto finalmente i venti portano la nave verso il porto e la salvezza.

Nei giorni più disperati il giovane protagonista ha potuto fare i conti con se stesso, con le sue insicurezze e disperazioni, sapendo di non avere nessuno su cui contare, tanto meno la propria esperienza o decisione. Eppure una volta superato il peggio ecco che le ombre oscure dell’animo si dissipano e il capitano può guardarsi allo specchio sapendo di essere un uomo diverso, con certezze e nuove conoscenze come zavorra.

Dal blog di Valentina Raddi

Molto semplicemente, ma anche molto efficacemente i disegni e i colori della Raddi sottolineano la presenza delle ombre, sensibili e sensitive, per tutta la durata della vicenda: la griglia ricca e densa, dalle cinque alle dieci vignette, è riempita di colori polverosi che vanno dall’ocra a tutte le sfumature di grigio. I volti dei personaggi e in particolare quello del protagonista sono costantemente tagliati dalla linea di un’ombra più scura. Molto spesso è il fondo a essere in luce mentre le figure sono silhouette scure che si stagliano nette e tondeggianti sulla base più chiara. Il disegno infatti è bozzettistico e semplificato, ma ricco di particolarizzazioni per cui ogni personaggio è molto diverso dall’altro, e nell’insieme della realizzazione rimanda al fascino delle ombre cinesi.

La sceneggiatura di Laprovitera è lineare e riesce ancora una volta (i miracoli degli autori di Kleiner Flug) a sintetizzare la storia senza perdere nessun aspetto importante, anche se si allontana dall’impostazione del testo originale. Di nuovo un ottimo lavoro da leggere con la testa tra le nuvole.

Freccia Nera – di sovrani, eroi e uomini comuni

Freccia Nera #1Una difficile impresa

Quando Saladin Ahmed e Christian Ward hanno accettato l’incarico di realizzare una serie regolare su Freccia Nera (all’anagrafe Blackagar Boltagon), il sovrano del non-più-tanto-perduto popolo degli Inumani, si sono accollati un compito particolarmente difficile: Black Bolt è sicuramente uno dei personaggi Marvel più difficili da scrivere.
Alle storiche difficoltà incontrate nel corso degli anni dalla Marvel a imporre il brand degli Inumani, si aggiunge l’oggettiva complessità che si incontra nel realizzare delle storie su un personaggio da sempre privo di una sua voce propria. Freccia Nera è infatti maledetto dal suo stesso superpotere, la sua voce, e ogni suo minimo sussurro è in grado di radere al suolo un edificio. È evidente come una serie incentrata su un personaggio sostanzialmente muto, impossibile da definire tramite dialoghi, sia una sfida notevole per qualunque autore.

In isolamento

Questo handicap è stato spesso aggirato dagli scrittori Marvel inserendo Freccia Nera all’interno di un racconto corale dove, di volta in volta, un personaggio della famiglia inumana, la moglie Medusa perlopiù, veniva reso portavoce del silenzioso sovrano. La caratterizzazione che ne conseguiva era quella di un personaggio nobile e sempre distaccato dal resto del mondo.
Alla ricerca di un grimaldello che gli permetta di approfondire la psicologia del protagonista Ahmed decide di calcare la mano sull’isolamento del personaggio dal mondo che lo circonda ricorrendo a diversi espedienti.

Freccia Nera #1Il primo è quello di aumentare la distanza col lettore ponendo quest’ultimo nella posizione di narratore onnisciente, lontano dal soggetto della storia. Le didascalie in terza persona, con uno stile ridondante a volte un po’ retrò ma esteticamente appagante, contribuiscono alla creazione di questo divario col lettore.

Altro espediente è quello di sradicare il protagonista dal suo contesto abituale, dalla sua famiglia, dai suoi amici, per inserirlo in un ambiente nuovo a lui alieno: una prigione da qualche parte nello spazio profondo. Impossibilitato a un lavoro diretto di introspezione Ahmed usa l’ambiente circostante per rappresentare l’isolamento di Freccia Nera, così si vengono a creare dei rapporti inediti di solidarietà e antagonismo che hanno lo scopo di rafforzare, o modificare, la percezione della sua natura.

Sovrano o Eroe?

Ahmed intraprende quindi un percorso interessante quanto controcorrente, e anche rischioso, allontanandosi dalla caratterizzazione canonica del sovrano di Attilan.

Laddove prima avevamo un personaggio imperscrutabile e per certi versi machiavellico, che fa della “ragion di stato” il suo motivo principale di esistenza, qui viene invece sottolineata la sua statura morale, il suo essere eroe prima che pragmatico capo di stato. In sintonia con una nuova sensibilità che permea questi ultimi anni il fumetto supereroistico, che vede autori come Tom King o G. Willow Wilson tra i maggiori esponenti, lavora per restituire al lettore un eroe più umano: nel corso della serie Freccia Nera viene posto di fronte a continue scelte che ne sottolineano la sua natura eroica ed empatica. Piano piano nel corso della serie l’isolamento di cui si parlava precedentemente viene sempre più a indebolirsi e la distanza personaggio-lettore si riduce sempre di più.

Freccia Nera #1

Una voce fioca

Freccia Nera #1Il misterioso carceriere, antagonista principale del nostro eroe, svolge un ruolo chiave nella serie: da una parte il mistero sulla sua identità è uno dei motori che manda avanti, seppur molto lentamente, la trama concepita dallo scrittore di Detroit; dall’altra la sua abilità di annullare il potere della voce di Freccia Nera ci permette di sentire finalmente la voce del protagonista.
Qui viene a galla forse l’unico punto debole di tutta la serie: la voce di Blackagar Boltagon è deludentemente banale. Le parole che pronuncia sono scarsamente rilevanti nella sua caratterizzazione, potrebbero essere messe in bocca a un qualunque “supereroe generico”, e sembrano figlie di una ricerca introspettiva superficiale e frettolosa. Ben più interessante invece è il quadro che viene fuori dalle sue azioni e dai suoi confronti con gli altri personaggi, particolarmente indovinato è il quarto capitolo incentrato su un incontro dialettico con Crusher Creel (l’Uomo Assorbente): è il racconto di un confronto di classe tra il sovrano di un regno, lontano dalle normali problematiche di ognuno di noi, e l’uomo della strada, costretto dalle situazioni contingenti a condurre una vita di espedienti e crimini. Qui Ahmed mostra la sua cifra di scrittore con la S maiuscola delineando brillantemente il personaggio di Creel, di cui è dichiaratamente fan, riuscendo così a dare vita anche a quello che dovrebbe essere il protagonista della serie ma che viene messo in ombra da un comprimario scritto in maniera decisamente più convincente.

Una storia in Technicolor

Sebbene la storia proceda con un ritmo studiatamente compassato, la narrazione resta avvincente grazie alle tavole psichedeliche di un Christian Ward particolarmente ispirato nella messa in scena dei combattimenti e nell’ampio registro di emozioni che riesce a far trasparire dai volti dei personaggi.
Notevole anche l’uso prepotente del colore in funzione narrativa: i forti contrasti caldo/freddo guidano l’occhio del lettore attraverso le tavole e ne condizionano la percezione dell’intensità delle singole vignette. Gli sfondi neutri vengono caratterizzati da un uso intelligente di diverse gradazioni di colori piatti che conferiscono a ogni vignetta un sottotesto emotivo rilevante. Queste vignette balzano così all’occhio all’interno di palette di colori generalmente limitate ma che esplodono in migliaia di colori nei momenti chiave.
Studiatamente funzionali anche i layout, figli di una concezione “eisneriana” della gabbia, sempre molto articolati e spesso integrati agli elementi presenti nella tavola: non solo confine delle vignette ma elemento stesso del racconto. L’apporto di Ward al racconto è determinante e fondamentale: non possiamo sapere come sarebbe stato Freccia Nera senza di lui ma sicuramente sono pochi gli artisti in grado di contribuire in maniera così decisiva allo sviluppo di un fumetto.

Freccia Nera #1

Freccia Nera è sicuramente uno dei migliori prodotti Marvel del 2017 e si colloca tra le proposte più interessanti di tutta la produzione mainstream statunitense dello scorso anno.

Inumani: Freccia Nera #1 – Carcere Duro
Prezzo € 8,90
Data di uscita Febbraio 2018
96 pp, Colore, Brossurato 17X26

Il marito di mio fratello: una recensione senza pregiudizio

La paura è uno stato emotivo comune a tutti gli esseri viventi, di base ciò da cui scaturisce è l’ignoto, ed è uno degli strumenti di autodifesa che il nostro corpo utilizza per difenderci dalle insidie reali o presunte.
La crescita e l’esperienza aiutano però a riconoscere le situazioni che siano realmente pericolose per l’incolumità, è come se con la crescita noi costruissimo il nostro personale archivio al quale attingiamo nel momento del bisogno. Il bagaglio di esperienze, spesso condizionato dal contesto in cui viviamo, dà poi origine al pregiudizio, ovvero un’opinione preconcetta che ci porta spesso ad assumere atteggiamenti ingiusti nei rapporti sociali.
Coloro che però sono ancora immuni dall’avere un’opinione preconcetta sulle situazioni e ancor più sulle persone sono i bambini, ed è una di loro che Gengoroh Tagame usa ne Il marito di mio fratello per spiegare al protagonista, e di conseguenza al lettore, concetti come l’accettazione e la tolleranza.

Yaichi è un papà divorziato che vive da solo con la sua figlioletta Kana; la loro routine viene sconvolta dall’arrivo di Mike, un grosso omone barbuto canadese marito di Ryoji, defunto fratello del protagonista.
Come da tradizione nipponica Yaichi accoglie il suo ospite con educazione e cortesia, il tutto sarà però condito da un forte imbarazzo in quanto la sua presenza lo costringe ad affrontare il lutto del fratello e la sua omosessualità. Quello che più preoccupa il protagonista è infatti l’opinione altrui e soprattutto come esporre e affrontare tali tematiche con la piccola Kana, ma sarà proprio lei con la sua spontaneità ad aiutarlo e a illuminarlo in più di un’occasione.

Il tema dell’omosessualità non è di certo inesplorato nel mondo del fumetto e non è certo la prima opera sul tema che la Panini Comics pubblica in Italia, quello che però fa risaltare questo prodotto rispetto agli altri è proprio il suo autore: Tagame è infatti famoso per essere specializzato in manga erotici omosessuali a tema BDSM (sigla che sta per: BD Bondage & Disciplina, DS Dominazione & Sottomissione, SM Sadismo & Masochismo), per l’occasiona però abbandona totalmente l’ambito e si approccia invece al seinen con grande maestria e delicatezza.
Il suo tratto armonico delinea dei personaggi molto espressivi e in controtendenza con l’immaginario comune che si aspetta dei personaggi androgini, quelle che ci vengono presentate sono invece delle figure nerborute e pelose.

Nonostante la comunità LGBT sia la prima a battersi per l’abbattimento delle categorizzazioni, essa stessa non ne è esente e il genere bear è una di esse. Nata nella metà degli anni ’80 in modo trasversale in tutte le nazioni, ha lo scopo di sdoganare lo stereotipo gay dell’uomo curato e depilato e di mostrare in contrapposizione una figura maschile in carne e villosa. Mike, il cognato canadese di Yaichi appartiene proprio a questa categoria e un lato interessante della serie sono proprio i redazionali Lezioni di cultura gay a cura di Mike che spiegano al lettore inesperto i diversi aspetti della cultura omosessuale.

Ma il tema dell’omosessualità non è il solo a essere trattato, in quanto anche la tematica del lutto viene ampiamente approfondita pur se trattata con toni leggeri.

L’opera, composta in originale da quattro volumi, viene proposta nella collana 9L in due maxi volumi, l’ultimo dei quali dovrebbe uscire in primavera.

Una lettura che mi sento di consigliare a tutti, specialmente a coloro che soffrono di omofobia e razzismo, non sia mai che lo sguardo puro e incontaminato di Kana posso aprire loro la mente.


Gengoroh Tagame
Il marito di mio fratello vol. 1
Panini 9L / Planet Manga 2018
Brossurato con alette, 368 pag, cm 13×18

Devilman Crybaby – L’infernale recensione

Quando il colosso dello streaming-service Netflix annunciò la sua prima serie anime, Castlevania, l’attenzione si spostò verso le nuove possibilità che si erano improvvisamente aperte per gli studi d’animazione, giovani e veterani, che avevano tutta l’intenzione di spostarsi su una piattaforma globale, digitale e pronta a investire.

Poco più di un mese dopo, infatti, Netflix decise subito di spingere l’acceleratore, rivelando al mondo Devilman Crybaby, una produzione che si proponeva di modernizzare e riportare alla luce il pilastro dello shonen Devilman di Go Nagai; alle redini del progetto il giovane studio d’animazione Science SARU di Masaaki Yuasa, autore dell’acclamatissimo, splendido Mind Game e delle serie animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong The Animation.

Flash forward, avanti veloce fino agli inizi del 2018 e Devilman Crybaby debutta su Netflix nella formula standard della piattaforma, dieci episodi adatti al binge-watching compulsivo.
Ma dopo quasi cinquant’anni dalla prima apparizione di Devilman, rimanevano dubbi sulla possibilità di mantenere vivo lo spirito oscuro e corrotto, nero pece dell’opera originale.

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Akira Fudo vive la sua vita timidamente, senza dare troppo nell’occhio: i suoi genitori sono all’estero e lui abita insieme ai Makimura, famiglia che lo ha accolto a braccia aperte e nasconde l’interesse amoroso del ragazzo, Maki, “la strega dell’atletica”, una ragazza amorevole e gentile.
Come nella più tradizionale delle storie, e come Nagai comanda, la quiete viene interrotta dal ritorno di Ryo Asuka, amico d’infanzia di Akira pronto a rivelargli un mortale segreto: i demoni sono tra gli umani, si sono adattati dalla creazione del pianeta a oggi e intendono distruggere l’umanità.
Per sconfiggerli, Ryo ha un piano: infiltrarsi in un Sabba, un drug-party di moda in Giappone, e nel tumulto della musica e del sesso invocare Amon, il più potente dei demoni, per far sì che si fonda con Akira; secondo Ryo, il cuore puro del suo amico è l’unico in grado di sottomettere la volontà di Amon, creando così un potente ibrido uomo/demone… un Devilman.

La premessa originale, quella del manga e non dell’anime del ’72 adattato per un pubblico piú infantile, viene mantenuta seppur con qualche marcato cambiamento, mostrando la forza dell’idea di Nagai.
Mantenendosi su questa scia, l’intera storia ricalca lo spirito del primo Devilman, esplorando il concetto di bene e male, compassione e crudeltà, applicando questi termini, dividendoli e ridistribuendoli successivamente quando la lotta tra umanità e demoni si farà più intensa e sanguinosa, cominciando a creare momenti davvero densi nella trama.

Ciò che cambia, e non si poteva fare altrimenti, è il contesto in cui le vicende di Akira Fudo si muovono: il Giappone di Devilman Crybaby è assorbito dai social network, dalle riviste con modelli amatoriali, fotografi viscidi, bombardamento televisivo costante e assillante.
I ragazzi sono sboccati, volgari, concentrati sul sesso, le droghe e la musica, vie di fuga da una opprimente gabbia di norme sociali.
Le ossessioni del mondo contemporaneo sono splendidamente inserite nella storia originale, mostrando un’ambientazione più giovane, ma non per questo fastidiosa o accentuata per sottolineare ancora di più le differenze con Nagai.
Devilman Crybaby sa di dover adattare una storia “vecchia” a un mondo che ha corso a grandi velocità dagli anni ’70 in poi e cerca di farlo al meglio delle sue possibilità, riuscendoci.

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La regia di Yuasa e la scrittura di Ichiro Okouchi rendono la fragilità emotiva e il pianto facile di Akira un modo per distinguerlo da una massa assorbita dalle già accennate ossessioni, paranoie e routine di vita quotidiana: con gli altri ragazzi, ma specialmente se posto agli antipodi di Ryo, Akira è un vero frignone, un crybaby che mostra la sua voglia di proteggere chi gli sta a cuore, emozionandosi e mettendosi in prima linea per difenderli da un mondo che rotola, freneticamente, verso la follia.

Con solo dieci episodi a disposizione, la psicologia e la caratura emozionale dei personaggi viene spesso compattata e rimpicciolita a fronte dei più pressanti, e sicuramente coinvolgenti, eventi di trama: il cast di contorno ha uno spazio veloce, breve per esprimersi e per mostrare la propria personalità, le proprie motivazioni e, sebbene nessuno risulti fuori posto o fondamentalmente banale, la storia gioca al meglio delle sue possibilità con questi elementi.
L’intreccio emotivo risulta comunque efficace e funzionale alla carica di sentimenti che esploderà nel crescendo finale, quando tutta la visione del mondo diventerà nichilista e senza possibilità di redenzione.

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Tecnicamente, Devilman Crybaby può risultare audace, così come indigesto: non è un segreto che lo stile essenziale di Yuasa sia un mezzo per far risaltare le animazioni folli e slegate da qualsiasi fisica. La corsa dei protagonisti da umana diventa bestiale, le esplosioni dei corpi posseduti dai demoni divampano in un mix di sangue giallo, colori acidi e arti, seni, vagine e teste che mutano in maniera mostruosa e raccapricciante.

Come accennato, però, lo stile e le animazioni rimangono controverse, piazzandosi perfettamente in quella larga categoria del de gustibus che varia di persona in persona: a chi tocca adattarsi, al pubblico o al regista? Non sapremo mai la risposta.

Le scene d’azione che coinvolgono Devilman sono sempre interessanti da guardare e la battaglia finale mantiene fede al pathos brutale e apocalittico di Go Nagai; la colonna sonora unisce una deriva elettronica, un massiccio uso di sintetizzatori, quasi da club, con musica orchestrale ed epica, creando ancora di più una ideale unione tra le atmosfere oscure dello shonen e l’atmosfera urbana moderna.

Devilman Crybaby non è un prodotto perfetto, sia per la formula adottata, che magari aveva bisogno di più spazio per far respirare i personaggi, sia per la qualità dell’animazione spesso e (mal)volentieri altalenante.
Tuttavia, è difficile trovare un anime che, a quasi mezzo secolo di distanza dalla fonte originale, sia in grado di mantenere lo spirito cinico, maledetto, aggressivo e, nascosto sotto questi strati di violenza, positivo.
Questo, ancora una volta, a dimostrazione dell’importanza e della potenza del concept originale di Nagai, talmente valido e qualitativamente incredibile che, nonostante cambiamenti e adattamenti nel tempo, resta uno scheletro solidissimo sul quale ricostruire la storia di Devilman.
Il giorno del giudizio scatenato da Ryo e Akira osserva l’umanità in tutto ciò che può essere e non essere, mostrando cosa sia giusto e chi sia il vero demone, chi può definirsi umano o meno.
A noi il compito di osservare… e giudicare a nostra volta.

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La locandiera a fumetti, che bella idea!

Per la collana Teatro fra le nuvole la casa editrice Kleiner Flug propone La locandiera, tratto dalla commedia teatrale di Carlo Goldoni, targata 1753. La sceneggiatura è adattata da Mariangela Sena, che ha compiuto un ottimo lavoro di sintesi mantenendo intatto il colore e la struttura degli avvenimenti; e i disegni sono affidati a Gabriele Di Caro (anche ai colori, insieme a Irene Maurini) che costruisce personaggi caricaturali al punto giusto e allegramente espressivi.

La storia ci racconta della locandiera Mirandolina cha alla morte del padre eredita la gestione dell’albergo fiorentino, che svolge da sola, da padrona, aiutata dal cameriere Fabrizio. La ragazza è perfettamente consapevole della sua posizione, ha molto a caro la sua libertà e la sua capacità di condurre il lavoro, ma sa anche che le sue grazie femminili possono risultare utili, tanto quanto possono metterla in pericolo.

Tra i suoi clienti, infatti, deve vedersela in particolare con l’indesiderata corte del Conte d’Albafiorita, un parvenu che ha comprato il titolo a suon di soldoni e che non esita a tentare la virtù della ragazza con doni molto ricchi, e con le richieste di protezione del Marchese di Forlinpopoli, nobile di nascita, ma completamente senza mezzi, che ha solo la sua pomposità e il suo orgoglio da offrirle. Ai due si unisce, ma come contraltare, il Cavaliere di Ripafratta, che si dichiara convintamente ostile a tutto il sesso femminile, ritenendo ridicolo il concetto di amore e di devozione verso un’altra persona. Chiaramente Mirandolina decide di far crollare questa sua arrogante immagine di misogenia e con grande furbizia e intelligenza lo fa innamorare nel giro di pochi giorni, ma la sua scelta si rivela fonte di guai…

Mentre nel libro le tre figure di nobili, volutamente dileggiate da Goldoni che li dipinge ridicoli, anacronistici, vanagloriosi, prendono il ruolo principale nella storia, nel fumetto è Mirandolina che si pone al centro dell’universo narrativo con il suo carattere anticonvenzionale e capriccioso. Emergono perfettamente la sua mente brillante, la sua voglia di divertirsi alle spalle di chi si fa ridere dietro, la sua capacità di sgusciare tra le maglie degli obblighi del tempo che volevano le donne in un ruolo subalterno e secondario.

Il disegno sa rappresentarla proprio così, smorfiosa, civetta, ma anche cosciente della sua posizione e delle potenzialità del suo ruolo, e infine coscienziosa e avveduta. La Sena riesce a costruire dialoghi e pensieri mantenendo il linguaggio aulico e poetico goldoniano, rendendolo meno ostico che sulla carta scritta, e il disegno dei baloon riesce a separare le battute recitate (con contorni dritti) da quelle che il personaggio pensa (con contorni merlettati): soluzione che lascia intatto l’effetto teatrale delle scene.

In conclusione, vien da pensare che qualche insegnante illuminato potrebbe adottare quest’opera ed evitare alle classi l’onere di leggere il testo originale, in quanto il succo di quel che Goldoni voleva raccontare ai suoi contemporanei e ai posteri è qui perfettamente rappresentato.

Igort, racconti vagabondi in mostra a Cremona

Si apre il prossimo sabato 3 febbraio a Cremona la mostra Igort, racconti vagabondi. La manifestazione è stata promossa e realizzata dal locale Centro Fumetto Andrea Pazienza, fondato nel 1988 e cresciuto di anno in anno fino a diventare un’importante realtà culturale, che con questa mostra intende festeggiare il 30ennale di attività.

Locandina della mostra "Igort, racconti vagabondi".

La scelta di dedicare una mostra all’artista sardo non è casuale: la poliedricità creativa e professionale di Igort (all’anagrafe Igor Tuveri) vuole essere intesa come un parallelismo all’attività dell’associazione, che insieme alla mostra Igort, racconti vagabondi ha messo in piedi anche una tavolata di libri in consultazione, con le sue opere e altre di riferimento del graphic novel contemporaneo, e un’area laboratori didattici dedicati al tema dell’autobiografia disegnata.

Il cuore dell’evento sarà l’esposizione delle tavole originali dei tre lavori del maestro Quaderni ucraini (2010), Quaderni russi (2011) e Quaderni giapponesi (primo volume 2015, secondo volume 2017), opere a metà fra il diario di viaggio e il reportage nei tre paesi dove Igort ha vissuto.

Tavole da "Quaderni ucraini", "Quaderni russi" e "Quaderni giapponesi 2" di Igort.

Tre tavole tratte da Quaderni ucraini (in alto a sinistra), Quaderni russi (in alto a destra) e Quaderni giapponesi 2 (in basso). Esattamente come fanno i giapponesi, Igort si firma con un hanko (timbrino ufficiale con inchiostro rosso, in basso a destra) con scritto “Igort, fumettista”.

L’area espositiva è quella stretta e lunga del Centro culturale Santa Maria della Pietà, storicamente dedicata alle attività culturali giovanili e in particolare a grafica, illustrazione e fumetto; il Centro si trova proprio di fronte all’attuale sede del CFAPaz che entro la fine del 2018 sarà ricollocata a in nuovi spazi per consentire di svolgere attività ancora più ricche.

L’evento si svolge nell’ambito del percorso Fumetto Lab, curato dal CFAPaz, con l’obiettivo di mettere a confronto il fumetto professionale con quello emergente. Negli anni scorsi sono state dedicate mostre alla casa editrice Becco Giallo, all’autore Alessandro Sanna e alla storica testata Storia del west.
L’iniziativa fa parte del programma Cultura a Cremona 2018 in collaborazione con il Comune di Cremona e il Settore Cultura, Musei e City Branding, rientra anche nel circuito di Garda Musei, conta sul patrocinio della Rete Bibliotecaria Cremonese, delle associazioni Autori di Immagini e Tapirulan, e si inserisce tra gli appuntamenti preparatori dell’edizione 2018 del Porte Aperte Festival.
Per questa mostra è stata inoltre fondamentale la sinergia con la manifestazione Lucca Comics & Games, promossa da Lucca Crea, che in occasione dell’edizione 2017 aveva proposto una prima apprezzata versione di Igort, racconti vagabondi.


Centro Fumetto Andrea Pazienza / Fumetto Lab
Igort, racconti vagabondi
Centro culturale Santa Maria della Pietà, Piazza Giovanni XXIII, Cremona
Inaugurazione: 3 febbraio 2018 alle 17:00 alla presenza dell’autore
Orari: dal 4 febbraio al 25 marzo 2018; dal martedì al venerdì 9:30~13:00 e 15:00~17:30, sabato e domenica 10:00~13:00 e 14:30~18:30. Chiuso il lunedì.
Per maggiori informazioni: pagina Facebook ufficiale.

I Sapienti, ovvero CSI stagione 0…

E se il primo scienziato a occuparsi di crimini non fosse stato l’entomologo Gil Grissom di CSI, ma un astronomo?

sapienti copertinaE non un astronomo qualsiasi, ma Copernico, quello del sistema eliocentrico, affiancato da un altro nome altisonante come Paracelso?

Il tutto sullo sfondo di una delle città più importanti del Rinascimento italiano, quella governata dai d’Este, nella cui università hanno conseguito entrambi la laurea.

Oppure se fosse stato quello che è universalmente riconosciuto come il primo scienziato della storia, Galileo Galilei, affiancato da due altre stelle di prima grandezza, come Keplero e Tycho Brahe, a indagare su degli omicidi avvenuti a Uraniborg?

Luca Blengino, autore quasi quarantenne con tanta esperienza sulle spalle, che è passato dal thriller, alla storia, alla scienza, editor della Inkiostro, con esperienza nella bande dessinée, scrittore per ragazzi e non solo, sta finalmente trovando lo spazio che merita in Italia, dove la Star Comics sta dando alle stampe le sue opere francesi. Così, dopo Le 7 meraviglie, la collana Star Comics Presenta porta in Italia Les savants, due storie interessanti e particolari.

Con la collaborazione di Stefano Carloni, originario delle campagne marchigiane, alle matite e chine, e di Franck Isambert ai colori, confeziona due godibilissimi intrecci tra scienza e thriller, conditi da una bella analisi dell’animo umano.

E risulta abbastanza evidente il contrasto tra una società, come quella odierna, in cui la sapienza perde sempre più terreno, e un momento storico, come quello del Rinascimento, in cui il sapere era motivo di vanto, e i sapienti erano tenuti in gran conto. Anche per questo fa bene respirare i personaggi plasmati da Blengino e Carloni.

Il libro è innanzitutto un bel thriller, con due indagini ben costruite, con colpi di scena e intrecci che non possiamo rivelare, per evitare ogni forma di spoiler. L’ambientazione è importante e la caratterizzazione dei personaggi e delle società in cui essi si muovono è ben fatta. Così Ferrara è diversa da Uraniborg, l’ambiente della corte estense è certamente meno isolato della comunità stabilita sull’isola fatta modificare da Brahe a spese del re di Danimarca.

sapienti copernicoNella prima storia emerge il legame tra Copernico e la città dove ha studiato. Si incrociano i sentimenti personali e i fatti storici, come la difficoltà per l’astronomo polacco di accettare la natura ellittica delle orbite, dopo che già l’eliocentrismo ha minato la visione aristotelica del mondo. Blengino mescola bene la fiction con i dati storici su Ferrara, Copernico e Paracelso. Intesse relazioni umane (alcune storicamente accertate) e una storia misteriosa “secondaria” sfruttando intelligentemente gli elementi forniti dall’ambientazione, ma mostrandoci dei personaggi nei quali possiamo riconoscere la nostra modernità. Perché l’animo umano in fondo è sempre lo stesso. Gli eventi delle storie personali tornano sempre: l’invidia, la vendetta, la volontà di emergere e primeggiare, l’opportunismo. E guidano gli uomini del 1500 come quelli odierni.

A distanza di 80 anni e 1250 km più a nord lo stile è lo stesso: l’ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi. Anche se stavolta i personaggi sono ancora più di fantasia. Keplero è stato in effetti assistente di Brahe a Uraniborg, ma Galileo nel 1594 era tra Padova e Venezia (e per sua natura avrebbe difficilmente intrapreso un viaggio così lungo e complesso). È bravo Blengino a trovare dei trait d’union: il gioco di parole tra le isole di Ven-ezia e l’isola di Ven, su cui è costruito Uraniborg,  il fatto che Brahe avesse visitato Venezia. Anche qui non mancano gli elementi storici: dalla citazione della Quaranta Criminal, ai rapporti tra Galileo e Keplero. E su questi costruisce un intreccio tra politica e superstizione, tra scienza e rune, in un lungo flashback raccontato da Galileo, anche se in realtà il mistero lo risolve Keplero.

sapienti uraniborgEcco un’altra cosa che hanno in comune i due racconti, in ciascuno di essi i Sapienti a investigare sono (almeno) due, e quelli che invece compaiono nella storia sono molti di più, trovandosi entrambi in luoghi di scienza. Forse perché il lavoro di scienziato, fatto in squadra, funziona meglio, come quello di fumettista…

La grafica di Carloni ben si adatta alle storie, lo stile è molto bande dessinée. E si mette al servizio della storia, movimentando con il taglio delle vignette e la composizione delle pagine i momenti che lo consentono, ma senza appesantire quando il lettore deve concentrarsi sugli eventi. La gabbia irregolare, con pagine che si susseguono in modo sempre diverso, non disturba la lettura dando un senso di grande dinamicità, e sottolinea i diversi passaggi della storia…

… che scorre via, con l’intensità di un bel romanzo, con un disegno che è fluido ma dettagliato, per cui lo sguardo può anche soffermarsi e tardare, se non vuole sottostare al ritmo dettato dai dialoghi, a volte lunghi ma mai eccessivi. D’altra parte è culturalmente impegnativo: i riferimenti nel testo, ma anche nella parte grafica, sono molteplici, ad esempio nella riproduzione dei paesaggi storici, dal Castello Estense a Uraniborg.

Un solo difetto, che rischia di limitare un poco la lettura: il formato. In Francia sono stati pubblicati in grand format, cioè cm 23×32, quel quasi 20% in meno nelle dimensioni (il formato italiano è cm 19,5×26) si nota. Si ha la sensazione di vedere le cose quasi fossero al limite della comprensibilità, come le scritte in sovrimpressione su una TV troppo piccola. Sicuramente ha consentito di ridurre i costi, di avere l’edizione brossurata, invece del più ingombrante e costoso cartonato, ottenendo un più che soddisfacente rapporto qualità prezzo, però a volte si perdono alcuni dettagli del disegno e la lettura dei balloon, specie quelli più lunghi, è un po’ difficoltosa.

Ma metteteci anche che sono un accanito e famelico lettore di fumetti, e quindi a volte un po’ stanco, e un po’ di presbiopia si fa sentire 🙂


Luca Blengino, Stefano Carloni
I Sapienti
Star Comics 2017
Brossurato con alette, 112 pag, cm 19,5×26

Niente da perdere: Jeff Lemire e gli uomini spezzati della provincia canadese

«Ti manca mai?»
«Non sono mai stato un giocatore di hockey, Al. Ero solo uno sbandato. Almeno non devo fingere di essere qualcosa che non sono»

Tutti gli autori tendono ad avere delle tematiche feticcio, tòpos che affiorano costantemente nella loro narrativa. Si tratta di temi cari, che hanno spesso radici profonde in eventi del passato dell’artista: se parliamo di una mente creativa come Jeff Lemire, uno dei più prolifici del mercato statunitense, autore di Essex Country, Il Saldatore Subacqueo, Descender, Sweet Tooth e tante produzioni supereroistiche degli ultimi anni, i cui servigi sono richiesti da Marvel, DC, Image, Dark Horse e Valiant, non possiamo non pensare ai paesaggi rurali canadesi, all’hockey, alla neve, dove Lemire è nato e cresciuto e di cui porta spesso il ricordo e le atmosfere tra le pagine dei suoi fumetti, e ai rapporti famigliari logori, che costantemente ritornano nella sua narrativa.

Roughneck Niente da perdere in italiano – non ne è assolutamente da meno. In un fumetto estremamente minimalista, Lemire si concentra sulle vicende di Derek Ouelette, ex campione di hockey, tornato a vivere nella cittadina natia (inventata) di Pimitamon nella regione canadese del Nord Ontario e dalla quale era sfuggito in cerca di successo e gloria. Un uomo a pezzi, il cui volto è continuamente deformato dalla rabbia, dalla bile e dal veleno, ricolmo di solitudine, rimpianti e senso di colpa. Un individuo nichilista, reclusosi in una esistenza decadente quasi per espiare le sue colpe: la provincia assume i contorni, tra la neve e gli sguardi di rabbia e la totale assenza del calore umano, di un girone dantesco in cui espiare le proprie colpe e rendere più accettabile la non realizzazione dei sogni di gioventù.

Solo il ritorno della sorella minore, Beth, drogata e in fuga da un fidanzato violento mette in moto una serie di eventi che in qualche modo costringono i due fratelli a ricomporre le fratture di un passato familiare ingombrante. La famiglia appare in Niente da perdere nel suo duplice volto, odiata e maledetta in quanto covo di violenza tanto fisica quanto psicologica, ma allo stesso tempo unico rifugio in cui ritrovarsi quando non rimane niente, se non macerie di individui annichiliti dal vivere che hanno bisogno di ricongiungersi, stringersi attorno a un focolare improvvisato per provare a rialzarsi e rimettere in sesto il proprio presente.

La forza del lavoro di Lemire è nei suoi personaggi estremamente ordinari, ingabbiati in esistenze insoddisfacenti e che proprio per il modo convincente con cui ci vengono presentati, vivono conflitti interni e relazionali che diventano anche importanti per il lettore, riuscendo a far comprendere bene i loro punti di vista. Come ci preannuncia il titolo, Niente da perdere è una storia di fallimento, un vortice di sensibile nichilismo, ma che allo stesso tempo spinge il lettore a voler conoscere come tanto Derek quanto Beth usciranno fuori dalla relativa situazione di stasi, al termine dei propri archi di trasformazione.

Una storia di quelle semplici, ma non banale, poiché saggiamente costruita, quasi a ricordarci che non servono barocchismi per produrre un fumetto solido, soprattutto in un tempo dove le major Marvel e DC devono continuamente ricorrere a colpi a effetto per tenere incollati i lettori. Così se Derek supererà il suo fatal flaw e riuscirà ad accettare i fallimenti sportivi, incarnato dal conciliarsi con un cane vagabondo che gli rievoca costantemente la mascotte della squadra avversaria della sua ultima partita prima che venisse espulso dalla NHL (la lega professionistica di hockey nordamericana) per comportamenti violenti, e costruirà un ponte grazie al ritrovato affetto verso sua sorella, allora forse smetterà di essere un’isola contornato da solitudine, dipendenza, alcolismo, rabbia, autodistruzione, spezzando il proprio vivere nichilistico in un atto di amore verso la sorella che si concretizza nel finale. Se Beth riuscirà a superare le vessazioni del padre verso la madre che sono ancora impresse nei suoi ricordi e inizierà a vivere un rapporto sano con un altro partner, smettendo di concepire la coppia come luogo di violenza e oppressione, allora potrà finalmente stare bene con se stessa senza la necessità di alterare la realtà tramite le droghe.

A livello grafico, il tratto lontanissimo da una qualsivoglia sensibilità fotorealista di Lemire, ma al contrario estremamente espressionista e nervoso, risulta l’ideale per trasmettere il male di vivere dei personaggi, e in particolare di Derek. Lemire spesso si concentra, tramite un largo uso di primi piani, sugli sguardi, proprio per valorizzare il “non detto” e l’incomunicabilità dei soggetti al centro di Niente da perdere. A livello cromatico, l’autore gioca con colori estremamente freddi e monotoni, quasi a indicare l’incapacità di provare emozioni dei protagonisti e di uscire dal loro stato anaffettivo. Questo lavoro di acquerelli puramente monocromatico è rotto solo dai ricordi del passato: le violenze, la lacrime e le tragedie vengono quasi a essere rimpiante rispetto alla totale assenza di aspirazione verso il futuro e un presente pervaso di apatia.

In Niente da perdere c’è molto del passato in Canada di Jeff Lemire e lo si comprende anche dal lavoro di cuoco di Derek nella tavola calda, identico al lavoro svolto dall’autore all’inizio della carriera, quando ancora lo scrivere fumetti non gli dava da vivere. Appare chiaro come Niente da perdere sia estremamente pervaso della sua poetica, esattamente come altri lavori forse di maggior qualità, soprattutto il già citato Essex Country, e lontanissimi, invece, dai lavori per le major supereroistiche, dove l’autore canadese ha mostrato spesso incertezze e poca brillantezza, forse non aiutato da editor e scadenze.


Jeff Lemire
Niente da perdere
BAO Publishing, 2017
256 pagine, cartonato, colore – 23,00 €

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