Monthly Archives: dicembre 2017

Quando i conti tornano

È la fine dell’anno e in genere questo è il momento in cui si tirano le somme. Non l’abbiamo mai fatto prima e non lo faremo in futuro, ma in questo caso mi permetto di appropriarmi di questo spazio per una riflessione personale in occasione della fine del mio “mandato” da presidente dell’Associazione Culturale Dimensione Fumetto iniziato quattro anni fa.

L’associazione è nata come club di appassionati circa 24 anni fa (ci sono delle divergenze sulla datazione esatta, ma tra qualche anno saremo pronti per essere sottoposti alla prova del carbonio 14) allo scopo di promuovere questo medium che amiamo. Da quel primo giorno davanti all’allora gelateria Marranghì di Ascoli Piceno questa nostra missione ha assunto diverse interpretazioni e sfumature: fanzine, partecipazioni a fiere del fumetto, incontri, proiezioni, mostre, conferenze, concorsi cosplay, ecc…

A un certo punto però, a mio modestissimo parere, abbiamo perso un po’ la bussola e del Fumetto ce ne siamo fregati per motivi che ancora mi sfuggono. Due anni fa avevo espresso con una boria carica di tutta la mia stronzaggine il “piano di guerra” di Dimensione Fumetto, per cui è il momento di rendere conto di quanto fatto.

Abbiamo messo su uno dei concorsi di illustrazione più interessanti e seguiti dell’ambiente riuscendo a migliorarlo un po’ a ogni edizione (di questo ringraziamo Silvia e Maurizio che l’hanno avviato e Veronica che l’ha portato avanti con tenacia), abbiamo portato ad Ascoli Piceno artisti e autori del calibro di Carmine Di Giandomenico, Sara Pichelli, David Messina, Luca Genovese, Luca Vanzella, Daw, Andrea Accardi, LRNZ e Maicol&Mirco e ne abbiamo scoperti alcuni che siamo sicuri diventeranno i vostri preferiti tra qualche anno (Mattia De Iulis, Claudia Cocci, Claudia Plescia, Toni Cittadini, Leonardo Carboni, Giulia Canala e Giulia Clerici parlo di voi).
Abbiamo portato il fumetto fuori dalla ristretta cerchia dei nerd e tra uno ZapFest e un Retromania80 abbiamo avuto modo di conoscere tante nuove persone che adesso ci fregiamo di chiamare amici. Siamo entrati nelle scuole, nelle biblioteche e nei pub e puntiamo a fare ancora di più nei prossimi anni.
Abbiamo creato la prima Cartoon Cover Band ufficiale/ufficiosa dell’Associazione.
Abbiamo trasformato questo sito (e grazie mille Riccardo) da “vetrina statica” dell’Associazione in uno spazio dove soci e non hanno la possibilità di esprimersi, e anche questa è stata l’occasione di conoscere tante nuove persone (come Valerio, Lorenzo, Fabrizio, Vincenzo, Ferdinando, Enrico, Daniele…) e ritrovare vecchi amici.
Ma soprattutto abbiamo avvicinato e ri-avvicinato tante persone al fumetto: tipo Amanda che «non sono nerd», ma adesso è amica di metà dei fumettisti italiani, o Chiara che è passata da «smetto di disegnare» a «tengo un corso di fumetto con DF», e Maura che in un anno è passata da «non ho mai letto un fumetto» a «sottraggo i soldi dal budget familiare del vestiario per andare all’ARF!».

«Sì, ma i risultati?»

Quando si fanno i conti bisogna comunque parlare di numeri: nel 2014 invitammo Carmine Di Giandomenico ad Ascoli Piceno e ottenemmo un “successo” modesto, la sala della libreria Rinascita in cui si teneva l’incontro era quasi vuota ed eravamo circa una trentina di persone. Tre anni dopo, nel gennaio del 2017 Carmine è tornato per il Flash Day e abbiamo riiempito il centro giovanile L’impronta. Circa 100/200 persone venute ad ammirare Carmine e una mezza dozzina di esordienti al lavoro. Immodestamente parlando questi sono i conti che tornano alla fine di un lavoro fatto per bene.

Ci sarebbero mille storie da raccontare, ma quello che mi preme di più oggi è ringraziare tutti quelli che hanno reso possibile la nascita di queste storie: Maurizio, Mario&Yuka&Yuria, Silvia, Peppe, Amanda, Veronica, Valerio, Mauro&Mara, Maura, Arianna, Luca, Sabrina, Riccardo, Andrea CB, Giarda, Giorgia, Pierpaolo, Alfredo e Stefano.

E Claudia, che senza il suo supporto sarei crollato quattro anni fa.

Se il corso delle cose…

Il fumetto è cultura. Il fumetto travalica i confini geografici, le distanze, le differenze. Il fumetto unisce.

Grazie al fumetto persone e realtà anche molto lontane si avvicinano e nascono amicizie, collaborazioni, ricordi indelebili.

E oggi ve lo raccontiamo così, attraverso l’incontro tra due nostri collaboratori speciali…

«Professoressa Pugliese, c’è un signore che l’aspetta.»

L’uomo si avvicina, si china un po’ in avanti, mi porge la mano e mi saluta dandomi ancora una volta del lei, cosa che mi fa sentire terribilmente vecchia e terribilmente professoressa.

Dall’atrio della scuola saliamo insieme le scale per cominciare questa mattinata speciale in cui nelle mie classi per un giorno non tratteremo di Cretesi, Augusto, fantascienza e participi, ma di cultura giapponese.

Entriamo in aula, anzi io entro mentre lui aspetta sulla soglia un mio cenno per farsi avanti; lo presento ai miei alunni, poi inizia la sua lezione: traccia segni incomprensibili sulla parte destra della lavagna dall’alto verso il basso, spiegando che si tratta della data di oggi, con l’indicazione dell’anno in carica dell’imperatore giapponese, il ventinovesimo dalla sua ascesa al trono, del mese e del giorno. A fianco scrive il proprio nome italiano trasposto nei caratteri nipponici e un ragazzo che si chiama allo stesso modo si affretta a ricopiare quelle linee sul suo diario. Parla ai miei studenti con sorprendente naturalezza di una Terra geograficamente e culturalmente così lontana dalla nostra, come se ci abitasse da una vita, mentre solo quattro anni fa è partito da Ascoli per trasferirsi a Okayama, nella parte meridionale del Giappone. Per un’ora con le sue parole annulla l’immensa distanza tra Occidente e Oriente, facendo percepire che è legato da ragioni profonde al Paese del Sol Levante e dimostrando che culture all’apparenza molto differenti in realtà hanno alcuni aspetti comuni grazie al lento e tenace scambio di conoscenze operato dai mercanti nel corso dei secoli lungo la Via della Seta. Il discorso passa inevitabilmente ai giovani e, come si poteva già intuire, spiega che i ragazzi giapponesi vestono all’incirca come i miei, anche se molto condizionati da rigide regole sociali, come i miei ascoltano fiumi di musica pop e venerano i loro idoli musicali, seguendoli minuto per minuto sui social e sognando di partecipare a un loro concerto per cantare e ballare insieme alle star sotto a un palco.

Suona la campanella: il tempo è volato via, bisogna andare in un’altra classe.

Anche qui entro prima io e poi lui dopo un’iniziale esitazione; dico che ho scelto proprio questo giorno per farlo incontrare con tutti i miei studenti e gli passo la parola: ci racconta per quale motivo ora vive in Giappone, quindi inizia a scrivere ideogrammi alla lavagna svelandone significati, evoluzione, pronuncia, combinazioni. I miei alunni, come incantati, alzano le mani, chiedono di Marco Polo, delle lettere sulla tastiera del computer, e il dialogo si sviluppa seguendo direzioni imprevedibili verso i tre oggetti sacri dell’imperatore, l’origine divina del Giappone e dei suoi abitanti, la chiusura secolare al mondo esterno, la lunghissima dittatura militare dello shogunato, l’isoletta a forma di ventaglio su cui attraccavano i commercianti olandesi per lasciare le loro mercanzie.

Ricreazione: dieci minuti, ed eccoci nell’ultima classe per oggi.

Stavolta entra difilato nell’aula, finalmente il ghiaccio si è rotto; soliti convenevoli e via con un’altra emozionante immersione nel mondo nipponico, passando dall’architettura ai terremoti, dai film di Miyazaki all’arte degli haiku, fino ad arrivare all’argomento che più mi affascina, il confronto tra il senso di vergogna dei Giapponesi e il medesimo sentimento provato dagli eroi omerici nei confronti della comunità se non sono all’altezza del giudizio collettivo. Tempo fa gli avevo chiesto di darmi una mano  per un futuro progetto su Omero, ma ora mi sembra che grazie a questo incontro estemporaneo lui abbia mantenuto la sua promessa e si avveri per l’ennesima volta la massima di Merleau-Ponty (che prendo dal primo romanzo di Camilleri): «Il corso delle cose è sinuoso».

Di quest’ultima conversazione con i miei studenti mi resta impressa la metafora della ciotola di riso con cui i Giapponesi rappresentano se stessi, tutti utili solo se uniti insieme agli altri, come i chicchi sono buoni e nutrienti solo se insieme riempiono una ciotola, e anche se l’inflessibile idea del dovere verso la società mi appare eccessiva e in parte inconcepibile, non posso non condividere e invidiare l’imperativo di rispettare i beni comuni in quanto di tutti, quindi non dei singoli.

La lezione è finita: scendiamo le scale, ci imbattiamo nella professoressa che gli ha insegnato educazione fisica, infine salutiamo la Preside e la Vicepreside con l’augurio di prossimi scambi tra la nostra scuola e il lontano mondo nipponico, se il corso delle cose sarà sinuosamente propizio.

Fra qualche giorno lui partirà dalla sua Italia per tornare nel suo Giappone, per questo ho deciso di lasciare un segno scritto del nostro incontro e di ringraziare ancora Mario Pasqualini dalle colonne del sito della nostra associazione, Dimensione Fumetto.

Science, Bitch! di Pierz, una recensione (alla fine non troppo) delusa

Scienza e fumetto rappresentano, insieme, un campo che esploro da tempo, soprattutto cercando buon materiale per la divulgazione.

Il fumetto offre alla scienza diversi approcci, dalla biografia degli scienziati alle spiegazioni vere e proprie, di cui abbiamo più volte parlato su queste pagine.

Non avevo trovato finora un fumetto che parlasse della divulgazione e del rapporto della scienza con il dogmatismo.

E non conoscevo Pierz. Lo so, risulta quasi una bestemmia (mai parola fu più adatta…). Ma il mondo del fumetto è vasto, e non è detto che si conosca o che ci piaccia tutto.

Avevo letto la storia che Davide la Rosa ha dedicato a Paco Lanciano, così mi sono lanciato, ho comprato, letto, cercato informazioni e mi sono imbattuto in questo breve (un centinaio di pagine) e piccolo (formato A5) volume uscito nell’ottobre 2016, in cui Davide La Rosa ha scritto e disegnato la prefazione.

E l’impatto iniziale non è stato dei migliori… Che bisogno ha un fumettista di scrivere “Sbattezzato” sul suo curriculum? E poi che vuol dire «Quando un uomo con la Bibbia incontra un uomo con le scienze, quello con la Bibbia è un uomo tonto».

Sono uno scienziato, almeno di estrazione, continuo a coltivare la buona scienza e a fare divulgazione quando mi capita, ogni tanto provo anche a fare un po’ di scienza, leggo fumetti di tutti i generi (amo Hellboy, il fantasy, e anche l’ironia) e, ahimè, (cosa che sembrerebbe impossibile secondo l’apparente logica del fumettista mio corregionale) non disprezzo altre visioni della vita.

Così, sinceramente, ho avuto un po’ di pregiudizio nella lettura.

Che ci siano degli ottusi antiscienziati è per me esperienza quotidiana, e anche da cattolico dichiarato ci combatto; che ci sia una percentuale non trascurabile di scienziati che condividono visioni antiscientifiche è altrettanto vero. Semplicemente separano i due campi: come è fatto il mondo è lavoro della scienza, chiedersi il perché e il senso delle cose, va oltre i suoi compiti (già Aristotele che pure non è altrettanto maltrattato, la chiamava metafisica).

Inoltre (e qui ammetto la mia scarsa apertura mentale, non ce la faccio a seguire anche le serie TV…) solo leggendo il fumetto e cercando (scientificamente) informazioni per parlarne, ho scoperto che il titolo è una citazione di Breaking Bad, serie TV pluripremiata e molto apprezzata, in cui la scienza (in particolare la chimica) la fa da padrone.

Devo dire però che, superato lo scoglio iniziale, e tolte le assolutizzazioni per cui non tutti i cristiani sono creazionisti e pensano che i fossili siano opera del Demonio, che non tutti i musulmani credono alla terra piatta (è vero, una studentessa tunisina ha provato anche a scriverci una tesi, ma per fortuna è stata respinta), non tutti i Testimoni di Geova sono cementati su posizioni irragionevoli e del tutto prive di senso, anche biblico (oddio, su questa sono in crisi anch’io…), si trovano battute piuttosto divertenti e la storia ha dei risvolti interessanti.

Anche se l’alter ego disegnato dell’autore (che racconta di aver preso spunto da un pomeriggio effettivamente perso per convincere un Testimone di Geova del fatto che l’evoluzione non fosse una delle possibili teorie che spiegano la presenza delle specie sulla Terra) ogni tanto fa di ogni credenza un fascio, mi trova assolutamente d’accordo con il fatto che “secondo me” non è mai un buon modo di rispondere a chi si oppone alla scienza.

E ha un atteggiamento che oggi, per chi prova a fare divulgazione e a rispondere alle critiche dei vari antivaccinisti, radonisti per la previsione dei terremoti, sta creando un fossato sempre più profondo tra la scienza e la società civile.

E lo usa per accomunare le teorie del complotto con le religioni, anche se a volte questo paragone risulta ingeneroso per queste ultime. Sono tutti, indistintamente, creduloni.

Alla fine, con un colpo di coda che mi ha decisamente stupito, si trasforma in un vero e proprio sacerdote della scienza, mostrando il rischio che la scienza corre, nella sua esposizione al pubblico, proprio in questi tempi. Cioè di cadere nello stesso dogmatismo di cui accusa i suoi presunti nemici.

Per evitare ciò, e allontanare il pubblico dalla scienza, è sul metodo che, secondo me, occorre tener duro…

La storia stessa, inoltre, in qualche modo alla fine ammorbidisce il cinismo antireligioso che ha trasudato per più di settanta pagine, e con quella che mi è parsa profonda autoironia sembra far trapelare il dubbio che oltre ci sia davvero qualcosa (forse la lettura di qualche aforisma di Blaise Pascal può aiutare…).

Alla fine Pierz ha aggiunto una serie di battute e vignette, in parte collegate con il main dish del libro, come la storia di Fedug e Scettug, in parte no, e riprese, in varie versioni, sul blog dell’autore. Anche queste (e il blog) hanno uno sfondo antireligioso più o meno spinto che non sempre risulta solo ironico, a volte secondo me travalica i confini del buon gusto.

Dal punto di vista grafico, a lungo non ho particolarmente amato i fumetti disegnati male, ma devo dire che, a forza di incontrarli, mi rendo sempre più conto che ci vuole grande tecnica. Anzi, per fare un paragone con la scienza, gli autori dei fumetti disegnati male fanno il paio con i grandi didatti e divulgatori: rendono apparentemente semplice un percorso che altrimenti è complesso e riservato agli addetti ai lavori, riescono a farti concentrare sulla parte che vogliono, utilizzando le altre parti come piacevole accessorio.

Ti fanno sentire quasi in grado di disegnarli, ma ti rendi conto che sono difficili esattamente come i fumetti disegnati bene, ma sono sicuramente i più adatti per delle trame che sono tra la cronaca e l’autobiografia, con continue puntate nell’ironia. Magari con disegni più realistici e impegnativi, invece di cogliere le ironie e le battute della trama, la lettura sarebbe stata troppo lenta per il giusto ritmo del volume.

Così dopo un iniziale senso di fastidio quasi fisico legato a quella che mi sembrava una distanza insormontabile con il mio pensiero, ho letto e riletto il volume, trovando le (numerose) cose buone in questo lavoro, che forse non avrebbe avuto lo stesso impatto (come d’altra parte il blog) senza le battute anticlericali (qualche volta al limite della blasfemia).

Mi viene da pensare che in fondo la critica sia nei confronti delle degenerazioni (come la vignetta di Jenus dopo l’attacco a Charlie Hebdo) e che ci sia spazio per tutte le forme di pensiero, purché ci sia un dialogo basato su regole condivise.

E che non ci sia bisogno di offendere in nessun modo le opinioni e credenze altrui per realizzare un buon prodotto.

Science, Bitch! può far discutere e allontanare per alcune battute, ma è certamente ricco di ironia (anche auto), regge benissimo graficamente, e avrebbe potuto portare un contributo ancora più significativo alla discussione sul modo di fare divulgazione senza l’anticlericalismo latente che pure oggi fa tanto figo.

Science, Bitch!
Pierz
Brossurato 15x21cm
112 pagine b/n
Prezzo € 7
ProGlo Edizioni
Ottobre 2016

Ratigher presenta: Fortezza Pterodattilo

Il 17 dicembre a Grottammare si è svolta la presentazione di Fortezza Pterodattilo di Ratigher. Il volume edito da Coconino Press, di cui Ratigher è direttore editoriale, è una raccolta di storie già edite che ora sono finalmente riunite in un unico volume.

A introdurre l’incontro è Michael Rocchetti, che insieme a Ratigher fa parte del collettivo I Super amici. Vista la grande amicizia tra i due autori l’incontro si è svolto in modo estremamente piacevole, prendendo i contorni di una chiacchierata confidenziale in cui i partecipanti si sono sentiti pienamente coinvolti, e non semplici spettatori.

Parlando del volume, e delle storie contenute, Ratigher ha ricordato il suo incontro con Michael&Mirco e Dr Pira, e di come la collaborazione con I Super amici abbia infuso nel gruppo un circolo virtuoso che ha portato a un miglioramento costante nella produzione di storie.

Tra gli autori di riferimento dell’autore bolognese ci sono Chandler, Ballard e Jack London. In ultimo il consiglio per i futuri fumettari, è: leggere, scrivere, e di nuovo leggere.

Il prossimo appuntamento con gli autori sarà il 23 dicembre alle ore 18 presso il centro sociale anziani Camillo Fulgenzi, in Via Ischia 346 a Grottammare con Michael&Mirco, con l’incontro dal titolo Papà sto male.

John Doe ristampa vol. 6 ovvero: come eravamo

In occasione dell’uscita del sesto volume dedicato a John Doe la Bao Publishing festeggia oggi il John Doe Day. Noi di Dimensione Fumetto collaboriamo al party portando pizzette, patatine e questo viaggio nel tempo.

Poco più di un anno fa usciva il primo volume della ristampa riveduta e corretta di John Doe. Noi ve ne parlammo qui, e già allora si capiva quanto fossimo contenti. Oggi questa ristampa si conclude con il sesto volume, che ripropone i numeri 20-24, la saga conclusiva di quella che fu la prima stagione di John Doe.

Nell’articolo già linkato siamo stati abbastanza esaurienti nello spiegare perché, senza ombra di dubbio, questa serie meritasse una ristampa di questo tipo; e timidamente abbiamo tentato di far capire, a chi non la conoscesse, quale fosse stata la sua portata innovativa nel panorama del fumetto popolare italiano. Stavolta vi invitiamo direttamente a salire sulla nostra DeLorean modificata, attivare il flusso canalizzatore e precipitarvi con noi a 88 miglia orarie verso l’edicola sotto casa, nel giorno del Signore 20 maggio, anno 2015. Lanciamoci in questo viaggio nel passato, perché siamo sicuri che là fuori ci sia ancora qualcuno che non ha capito davvero cosa significò John Doe per il fumetto italiano da edicola. E allora vediamolo, questo fumetto italiano, in quel 2005 in cui infuriava Calciopoli e ci preparavamo a vincere il nostro quarto campionato mondiale.

Nel 2005 le edicole ancora servivano a vendere giornali e riviste; non c’erano ancora i tendaggi di Gratta e Vinci che promettevano vite da turisti, il manifesto garriva ancora tra le braccia degli anziani alla bocciofila e gli albi facevano bella mostra di sé nelle prime file. Lì, tra qualche tonnellata di manga e mazzi di comics spiegazzati, ancora campeggiava il settore bonellide.

Ed eccolo lì, inossidabile, il buon Tex Willer, splendidamente in forma nel numero 535, per la penna di Nizzi e le matite dei Cestaro. Seconda parte di un’avventura iniziata nel 534, la storia vede impegnati Tex e Kit Carson nelle indagini per la morte di due pastori Navajos, rimanendo incastrati in una faida tra due famiglie di allevatori. Non siamo nel Gargano, ma nel selvaggio West, dove volano lo stesso pallottole.

Malvagi messicani maneggiano mefistofeliche mine!!

E il nostro eroico ranger non può fare a meno di spiegarci per filo e per segno quello che già vediamo con i nostro occhi.

Sparatorie, inseguimenti a cavallo, e alla fine Tex sbatte in galera il malvagio coi baffetti. Cosa chiedere altro dalla vita?

Basta guardare un po’ più in là, dove è appena uscito il nuovo sfavillante numero 278 di Martin Mystère, dal promettente e insolito titolo Gli illuminati. Numero introdotto dalle parole del nostro Castelli, che sono già tutto un programma:

Castelli spende diverse parole a spiegarci le motivazioni artistiche della scelta, e quasi ci ha convinto, ma poi in un impeto di sincerità da vero galantuomo ammette:

In altre parole, Castelli ammette candidamente che le ultime storie hanno fatto un po’ cagare e il motivo è che dopo vent’anni non sanno più che inventarsi.
Andiamo bene.

Meno male che il nostro edicolante di fiducia nel 2005 ancora non stava per chiudere e ci permetteva di sfogliare gli albi prima di comprarli! Grazie a Castelli, che ci ha risparmiato la perdita di tempo e denaro, e lasciamo i lidi Bonelli alla ricerca di qualcosa di diverso.

Basta scartabellare un po’ per trovare così il numero 699 (urgh) di Diabolik! Chissà cosa combina di bello il Diavolo col mascara. Ancora prima di aprire l’albo ci aspettiamo di leggere di un furto impossibile fatto con macchinari antiquati e rampini, travestimenti perfetti, Eva Kant rapita o in pericolo e coltelli lanciati a velocità SWISS. Avremo ragione?

Buon vecchio Diabolik, già prima di comprarlo l’hai già letto, almeno in questo caldo 2005. Cerchiamo altrove, nella speranza di trovare qualcosa che non sappiamo ormai a memoria.

In quel caldo 2005 Ratman era ancora un’isola felice, sebbene facesse un po’ storia a sé. Purtroppo in questo infausto maggio Ratman esce con questo numero speciale in cui vari autori umoristici si cimentano con una breve avventura del nostro Deboroh Walker, dimostrando una volta per tutte che i personaggi di Ortolani possono funzionare soltanto se a scriverli e disegnarli è, appunto, Ortolani.

Cos’altro accade nel mondo del fumetto italiano? Lazarus Ledd percorre il viale del tramonto, con un’avventura intimista incentrata su una sua possibile paternità (LL n.142); tornando ai lidi Bonelli, dobbiamo passare attraverso serie come Zagor, che nel suo numero 529 ci presenta ancora, nel terzo millennio, albi con uno stile di questo tipo:

…o Dylan Dog, che nel suo duecentoventicinquesimo mese di uscita viene contattato dalla sua duecentesima cliente giovane e bella che finisce a letto con lui, coinvolgendolo nel frattempo nella duecentoventicinquesima indagine che si conclude con il duecentoventicinquesimo finale aperto.

Non tutte le speranze sono perdute: se in quel triste maggio non usciva Napoleone, la splendida serie di Ambrosini, potevamo consolarci con Julia numero 80, in cui la splendida Audrey Hep… ehm criminologa americana ritrova la sorella Norma e vive un’indagine parigina nello sfavillante mondo della moda, benedetta dalle magnifiche matite di Sejas.

Il maggio 2005 del fumetto italiano da edicola ha alti e bassi, grandi professionalità, storie terribilmente rassicuranti, eroi che vivono avventure da cui usciranno indenni e immutati. Eh sì, in questo maggio il fumetto italiano ha scelto il mega televisore del cavolo, ha scelto la carriera, la lavatrice, ha scelto un futuro; ha scelto la vita.

E John Doe, cosa ha scelto?

Perché John Doe dovrebbe fare una scelta del genere? In fondo, ha tutto un altro ordine di problemi.

D’altra parte è questo quello che succede quando passi 24 numeri a farla in barba alla Morte, alla Guerra, alla Fame e alla Pestilenza. Quando ti muovi nel mezzo di personificazioni ontologiche come il Destino, quando ti porti a letto il Tempo e ordisci piani machiavellici per tenere nascosta la Falce dell’Olocausto grazie all’aiuto di un Giannizzero Nero di nome Dago. Alla fine non puoi evitare troppo a lungo la resa dei conti.

È ardua la salita su per questa Torre Nera, ma sappiamo già che John Doe non si tirerà indietro. Ha già vinto, ma c’è una cosa ancora che deve fare: vendicare un amico.

Burchielli graffia la tavola con ferite nere come la pece, immergendo l’epopea di John Doe in una sorta di rarefatto scenario western. La pagina ha infranto le sbarre della gabbia bonelliana, riempiendosi di un’aria strana, malsana e  fresca, velocizzando il ritmo della narrazione, ma concedendo allo sguardo ampi spazi su cui soffermarsi.

Lo storytelling scandisce i tempi narrativi, rallentando e accelerando alla bisogna, e accompagnando la lettura in un montaggio che restituisce al fumetto quelle che ci avevano fatto credere fossero prerogative del cinema.

Eccolo lo scioglimento, la Morte in tutta la sua sensuale bellezza. E qui noi ci fermiamo, che al mondo c’è ancora qualcuno che non ha letto questa storia, né nel 2005 né oggi. John Doe chiude la sua prima serie qui, e, che dire, Ninetta mia, finire di maggio, e finire così, ci vuole tanto, troppo coraggio.

A John Doe, come ormai speriamo di avervi dimostrato, il coraggio, in quell’ingessato 2005, non mancò. Bartoli, Recchioni, e Carnevale, Rosenzweig, Burchielli e la Barletta, Mammuccari e Venturi, Fortunato e Di Gianfelice, Accardi e tutti gli altri, che hanno reso unica questa prima stagione di John Doe, seppero spaccare il fumetto italiano e dimostrare che si poteva osare. Quello che di buono c’è in edicola oggi, in questo freddo dicembre 2017, deve qualcosa a quelle pagine e a quegli autori.

John Doe scelse di non scegliere la vita: scelse qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni, quando ha il coraggio?

Non Stancarti di Andare – Il valore di una testimonianza

Una premessa di metodo

Se volessimo affrontare Non stancarti di andare parlando del racconto di Iris e Ismail, della gravidanza di lei, del rocambolesco ritorno di lui dalla Siria durante i tumulti del 2013, delle ansie e delle paure, delle peripezie tra jihadisti e scafisti, parleremmo di un bel fumetto, disegnato superbamente, ma fin troppo prolisso e forse eccessivamente sentimentale.
Il punto però è che l’ultima opera di Teresa Radice e Stefano Turconi non è solo la storia di Iris e Ismail e parlare di questo volume come fosse una cronaca di eventi farebbe un enorme torto al lavoro dei due autori. Non si possono recensire i fumetti (o nessun’altra opera se è per questo) utilizzando sempre lo stesso metodo, affidandosi a un modello esterno al testo, immutabile e applicato da chi scrive e legge. Si deve affrontare il testo per quello che è e non per quello che noi pensiamo dovrebbe essere: il metodo è imposto dall’oggetto.
Detto questo è palese che, in senso stretto, non sono io il destinatario dell’opera, e non lo è nessuna delle persone che hanno acquistato o acquisteranno il volume. Il destinatario è uno solo, come succedeva con le opere d’arte nei secoli passati qui c’è un unico committente, e Teresa e Stefano ce lo dicono subito: “Questa storia è per Mickey Cuorcontento”.
La dedica iniziale è ben più del classico ringraziamento che si trova in apertura di un libro ma una vera e propria dichiarazione di intenti. Non stancarti di andare è un lascito al proprio figlio. Un’eredità.
Questo, ovviamente, non vuol dire che il volume non possa essere apprezzato da chiunque non sia Mickey Cuorcontento, tutt’altro.

Una questione di stile

Si nota subito che in Iris, Ismail e in tutti i personaggi risuona una parte degli autori stessi, c’è il desiderio di mettere sé stessi dentro l’opera e per farlo i due hanno operato una considerevole ricerca formale e stilistica. Tutto è calibrato in funzione di un’educazione al bello.
Stefano Turconi sfoggia, e forse approfondisce, tutto il suo bagaglio tecnico: ci sono i toni seppia per la sequenza silente iniziale, c’è l’uso teatrale delle luci, c’è il pastello a grana grossa per i ricordi e lo sketch confuso per descrivere il caos generato dall’arrivo dei jihadisti. Ogni vignetta è pregna di narrazione, persino le campiture nere hanno una consistenza materiale. Lo stile “cartoon” di scuola disneyana non snatura il realismo della vicenda ma la sublima in un racconto credibile fatto di personaggi in cui riconosciamo una parte di noi o di qualcuno che conosciamo intimamente e la recitazione dei suddetti è talmente efficace da ridurre ogni distanza tra il lettore e la storia. Chi legge si trova all’interno di un racconto vissuto quasi in prima persona.

Una testimonianza

In maniera polifonicamente complementare, Teresa Radice intesse un arazzo fatto di parole studiate con cura ed espresse con forme diverse: racconti, dialoghi, lettere, litigi, documentari, libri e diari; mille storie come mille trame che si incrociano e si legano tra di loro fino a mostrarci una visione del mondo unica, inclusiva, ecumenica e assolutamente interessante. Questa è una “storia che è più di una storia”: conosciamo la figura di Padre Saul, sempre raccontata da terzi e mai mostrata, e la sua influenza nelle vite di tutti gli attori in gioco, leggiamo le lettere di Iris indirizzate al nascituro, scopriamo lentamente le storie di Maite, Tiz, Lucio e di tutti quei personaggi che incrociano più o meno brevemente le strade dei nostri protagonisti. Ogni personaggio è raccontato a partire dalla sua maschera, quella che tutti indossiamo e utilizziamo per dare la prima impressione, per poi scavare meticolosamente e mostrare gradualmente le sfaccettature che compongono la personalità di ogni singolo individuo. Un processo conoscitivo simile a quello che affrontiamo ogni volta che ci facciamo un nuovo amico.
Il senso di familiarità che si instaura con questi nuovi amici fa sì che il sermone di Radice e Turconi non scada nel predicozzo moraleggiante ma sia di fatto una testimonianza ed è in queste occasioni che il racconto si trasforma in esperienza.
È per questo motivo che, sebbene la storia non sia scritta per noi, Non stancarti di andare è una storia adatta e consigliabile a tutti.

Time breakers: paradossi temporali al contrario

Nel 1997 Chris Weston, disegnatore britannico, allora ventottenne, aveva già incontrato Mark Millar su Swamp Thing e Grant Morrison su The Invisibles.

Rachel Pollack era già la nota vincitrice di un Arthur C. Clarke Award ed aveva appena scritto la run più importante di Doom Patrol dopo quella di Grant Morrison.

Nel 1997 usciva in volume la miniserie (5 numeri) di Time Breakers, scritta dalla Pollack e disegnata da Weston.

Dal 1997 arriva solo oggi in Italia e, in qualche modo, ci porta indietro nel tempo, proprio come accade ai suoi protagonisti. Ma per fortuna questo viaggio nel tempo non provoca paradossi, o per sfortuna, visto che i paradossi salvano la storia e l’universo…

Per gli scienziati, il tempo assoluto è stato smontato da Einstein con la relatività speciale, e all’incirca parallelamente nell’immaginario collettivo il tempo diventava una coordinata percorribile grazie ad H.G. Wells, che dava origine alla fantascienza. Ma ancora oggi il tempo mantiene una sua direzione, una freccia che i principi della termodinamica rendono irreversibile. Pertanto i paradossi non hanno cittadinanza e sono un pericolo per il tessuto quadrimensionale in cui galleggiamo.

Come la Julia bonelliana, anche l’Angela di Weston ha i tratti di Audrey Hepburn, anche se più dura e meno affascinante della controparte italica. Ma non indaga, viene arruolata tra gli agenti che si occupano di generare i paradossi temporali,  perché, come dice Juta, la sua mentore, «senza paradossi temporali nessun universo, nulla accadrebbe. Tutto statico e chiuso.»

Sono i time breakers a rompere questo circolo, creando dei paradossi, per cui il viaggio del tempo diventa normale. Loro stessi sono nati da un paradosso.

Negli anni in cui l’opera è stata prodotta, la cosmologia di frontiera e i tentativi di creare un legame tra cosmologia e meccanica quantistica non erano lontane dalla magia. La divulgazione scientifica non era diventata ancora diffusa come oggi, anche perché la scienza e i suoi lavoratori non avevano un bisogno così pressante di farsi riconoscere e di ottenere un riconoscimento sociale.

Il fumetto, tra le culture pop, attingeva a tutto, comprese le teorie scientifiche borderline, un po’ come accadeva al cinema di fantascienza. Erano ancora di là da venire da una parte il cinema che prendeva come consulenti i Premi Nobel per la fisica (Kubrick e il suo 2001 erano stati una eccezione), dall’altra la cultura scientifica di massa e la divulgazione resasi quasi indispensabile.

Rachel Pollack, esperta di tarocchi, al punto di averli letti per Neil Gaiman, interpreta la fisica dei viaggi del tempo, rendendola credibile. Giocando con manufatti pseudo-magici, linee temporali, universi paralleli, paradossi, crea una storia interessante, a volte un po’ cervellotica. Come accadde già nel 1984 con Terminator, il futuro determina il passato. Se lì l’eroe della resistenza del futuro veniva concepito dall’uomo inviato nel passato per salvarlo, qui è l’uomo che ha consentito scientificamente i viaggi nel tempo a dover essere ispirato da coloro che quei viaggi li realizzeranno in un qualche futuro.

Pollack utilizza personaggi reali che sono vicini al mito. Il matematico indù Srinivasa Ramanujan, caso davvero più unico che raro di matematico di altissimo livello, autodidatta, morto giovanissimo. Come pure il matematico inglese Hardy, che di Ramanujan fu il riferimento accademico e il mentore nel mondo occidentale, ma ebbe una biografia piuttosto movimentata.

Lo scontro è tra i time breakers, che reclutano Angela e la mandano a salvare il tempo, insieme a Aithon, un re dell’antica Grecia, e a Leo, e tra un gruppo di agenti di Yokhanan (che è la traslitterazione latina dell’ebraico Yahwh è buono, cioè Giovanni), che dovrebbero liberare il tempo dai paradossi.

Ma si scoprirà che questo gruppo è una parte del piano degli stessi time breakers per creare il tempo stesso.

Il paradosso assurge a principio assoluto, tanto che la vita che non viene da un paradosso non ha inizio. Angela vede se stessa più giovane, prova a ispirarla ma in realtà la vede sparire nella tempesta temporale che sta mangiando a ritroso il tempo.

Eppure lei non sparisce, pur essendo stata reclutata dopo quel momento. L’intreccio sembra così aggrovigliarsi, finendo quasi per autodistruggersi, un po’ come l’uroboro.

E per salvare il tempo, si finisce nel grande paradosso.

La natura del tempo e il suo significato continuano da secoli a interrogare scienziati e filosofi. Rachel Pollack, sia nella prefazione all’edizione originale del 1997 che in quelle poche righe riscritte nello scorso luglio, fa riferimento sia alla letteratura sul tema, a partire da H.G. Wells, che alla scienza che si occupa del tempo, dell’età dell’universo e della differenza tra universo reale e universo osservabile.

Oggi (forse) ne sappiamo un po’ di più di quando l’edizione americana è uscita. Ma di fianco ad alcune risposte, queste hanno generato nuove e più complesse domande, un po’ come succede nella storia a fumetti, dove coloro che vogliono salvare il tempo dai paradossi lo salvano proprio contribuendo inconsciamente a creare il paradosso che ri-origina tutto.

Weston nella prefazione all’edizione italiana scrive:

al tempo disegnavo in modo diverso, e il fumetto è colorato con uno stile tipico del periodo, quando la colorazione digitale muoveva i primi passi.

La differenza si nota rispetto alle opere più moderne, ma non invecchia la cura nella ricerca, l’attenzione ai particolari. I disegni sono chiari, meno cupi e ombreggiati di quelli più moderni, con un tratto forse più pulito. I colori meno sfumati, ma modernissima appare la gabbia delle tavole, dinamica e personale, che si integra con elementi della storia (come nella pagina a sopra a destra).

Ammetto di non aver letto nulla di Weston prima di quest’opera, alla quale mi sono avvicinato per curiosità scientifica (come sapranno i miei 25 lettori).

Oggi probabilmente questo fumetto sarebbe stato scritto e disegnato in modo diverso; la scienza ha fatto passi avanti e forse qualcuno di essi avrebbe potuto trovare spazio nella sceneggiatura, sicuramente il colore digitale sarebbe stato più dinamico. Ma non vuol dire che sia vecchio.

Semplicemente è un fumetto del 1997, che non è un intramontabile, ma è ancora un’opera che merita una lettura e richiede anche un po’ di impegno per portarla a termine con soddisfazione.

Sailor Moon…Team Up! I vincitori!

Il 9 dicembre, a Palazzo dei Capitani, si è tenuta la premiazione del Concorso di illustrazione bandito dall’associazione Dimensione Fumetto dal titolo: Sailor Moon…Team UP!.

La giuria d’eccezione composta da LRNZ, Maicol&Mirco, Barbara Tomassini e Claudia Plescia ha decretato i tre vincitori: al primo posto Margherita De’ Pazzi, al secondo posto Roberta Della Vedova, al terzo posto Sivia Signore. Sono stati inoltre assegnati due premi speciali: il premio speciale Dimensione Fumetto a Ezio Macaluso e il premio Ed. Ink a Ernesto Mandara.

Il concorso per il venticinquennale della pubblicazione del fumetto di Sailor Moon, prevedeva che l’eroina che veste alla marinara facesse coppia con un altro personaggio del mondo dei fumetti. Sono arrivati all’associazione 129 elaborati da tutta Italia, ma solo 40 hanno superato la prima selezione. Tutti gli elaborati finalisti saranno in mostra presso l’area archeologica di Palazzo Dei Capitani di Ascoli Piceno fino al 15 dicembre.

 

PRIMO CLASSIFICATO

SECONDO CLASSIFICATO

TERZO CLASSIFICATO

 

PREMIO ED INK

PREMIO DIMENSIONE FUMETTO

Sailor Moon… Team Up! Incontra Upper Comics!

Il concorso “Sailor Moon… Team UP!” continua a suscitare interesse, non solo tra gli appassionati ma anche nel mondo editoriale.

La casa editrice emergente Upper Comics ci ha contattato e si è dimostrata interessata agli elaborati finalisti.

Grazie alla reciproca collaborazione i finalisti del Concorso saranno valutati dalla redazione per un eventuale posto libero nel parco autori della casa editrice.

Upper comics è una casa editrice prevalentemente in stile manga, completamente Made in Italy; la sua mission è dare la possibilità a tanti autori di fumetti di talento di trovare un posto ideale dove possano esprimere al meglio le proprie emozioni, raccontare le loro storie e trasmettere i loro messaggi a lettori altrettanto appassionati.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Ranma 1/2

Torna Quel gran pezzo dell’Ubalda, la rubrica di critica fumettistica dedicata all’analisi di singole pagine di straordinario valore: stavolta è il turno della commedia degli equivoci Ranma 1/2 di Rumiko Takahashi, che quest’anno festeggia il 30esimo anniversario.

I precedenti articoli di questa rubrica sono consultabili a questo link.


Non c’è alcun dubbio sul fatto che Ranma 1/2 sia stato e sia tuttora uno degli ambasciatori più importanti per la diffusione della cultura del manga fuori dal Giappone. Chiunque abbia anche solo una vaga idea del mondo otaku ha certamente letto qualche pagina del fumetto, o visto un episodio del cartone animato, o comunque sa dell’esistenza di Ranma 1/2 e lo conosce a grandi linee. È più di un titolo celebre: è iconico.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Una parte minima del cast di Ranma 1/2, qui raffigurata in maniera molto appropriata come una troupe di artisti circensi.

Il suo eccezionale ruolo di testimonial è dovuto a un allineamento planetario di fattori che lo hanno reso il titolo giusto al momento giusto.

Per prima cosa Ranma 1/2 è capitato nel momento più propizio possibile per l’esportazione internazionale. L’opera è stata infatti pubblicata a puntate con enorme successo da Rumiko Takahashi sulla rivista Shounen Sunday fra il 1987 e il 1996, cioè proprio contemporaneamente ai primi tentativi di diffusione del manga in Occidente sbocciati a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questa felice coincidenza ha reso il fumetto un prodotto molto spinto dalla casa editrice giapponese Shougakukan e molto ambito da quelle straniere: Granata Press lo pubblicò in prima edizione straniera in Italia dal 1990, poi Viz Media negli USA dal 1992, Glénat in Francia e Planeta DeAgostini in Spagna dal 1994, e così via.

La prima e l'ultima edizione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi sulla rivista "Mangazine" e in volume.

La primissima e l’ultimissima apparizione di Ranma 1/2 in Italia: a sinistra il quarto numero di Mangazine del giugno 1990 col primo capitolo del fumetto, a destra la nuova edizione edita da Star Comics a partire da novembre di quest’anno in occasione del 30ennale della serie.

Ci sono poi numerosi espedienti tecnici che sono stati sfruttati dalla Takahashi in Ranma 1/2 al massimo delle loro possibilità.

È un fumetto episodico: questo lo rende fruibile sempre, a partire da un punto qualunque e in un ordine qualunque, senza preoccuparsi della continuity.
La continuity è minima: né la trama né le psicologie dei personaggi evolvono, e le vicende sono arricchite solo dal continuo aumento dei personaggi.
I personaggi sono tutti fissi, caratterizzati in maniera definita, immutabile e progressivamente più assurda, arrivando a vette di non-sense totale considerando che fin dall’inizio sono già totalmente assurdi i protagonisti.
I protagonisti Ranma & Akane sfruttano lo stratagemma narrativo standard noto come URST (UnResolved Sexual Tension), ovvero la palese presenza di attrazione romantica che però non si concretizza mai e non si arriva mai a conclusione.
Non si arriva mai a conclusione perché la trama non esiste: tutto quel che bisogna sapere viene spiegato in un flashback da sei paginette nel secondo capitolo e stop.

La trama è un altro degli aspetti vincenti di Ranma 1/2, il che è paradossale essendo un’opera di durata decennale però riassumibile in poche parole. Ranma è un atleta di arti marziali che in Cina è caduto in una fonte maledetta e da allora muta in donna quando si bagna con l’acqua fredda e non torna uomo finché non si bagna con l’acqua calda; la situazione genera infiniti qui pro quo con la promessa sposa Akane, con i compagni di scuola, e con altri soggetti caduti in altre fonti maledette. Di meno: Ranma si trasforma per magia in uomo o donna a contatto con l’acqua calda o fredda, e questo rende la sua vita rocambolesca. Di meno ancora: Ranma cambia sesso quando si bagna, ilarità ne consegue.

L’estrema semplicità di base contribuisce al successo trasversale universale del fumetto. L’autrice Rumiko Takahashi dichiarò di aver avuto in mente di realizzare una storia con protagonista un ermafrodito da ben prima di iniziare Ranma 1/2, ma l’idea assolutamente geniale che fa brillare quest’opera è stata quella di abbinare la più assurda delle situazioni, ovvero il cambio di sesso continuo, con la più quotidiana delle situazioni, ovvero il contatto con l’acqua. Questo (di nuovo) paradossale dualismo fra il massimo dell’impossibile e il massimo del possibile rende Ranma 1/2 un fumetto comprensibile da chiunque e destinato a tutte le età, tutti i generi, tutte le condizioni sociali, tutte le culture, tutti i tempi, tutto il mondo.

Ma nonostante la leggibilità universale del fumetto, (ancora) paradossalmente un altro punto di forza di Ranma 1/2 è di essere una vetrina della cultura giapponese. Le arti marziali, i doujo, la scuola, i club scolastici, le case tradizionali, i bagni pubblici, i nikuman, il ramen, la macchina per cuocere il riso, gli okonomiyaki, il cibo cinese, i lungofiume, il jinbei, le divise scolastiche, gli ideogrammi, i kimono, gli animali carini… Una quantità enorme di aspetti della vita quotidiana giapponese vengono veicolati da Ranma 1/2 nella maniera più naturale possibile.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Quanti occidentali hanno scoperto dell’esistenza delle terme e dei bagni pubblici giapponesi tramite Ranma 1/2, e in particolare con la famigerata puntata Sfida ai bagni pubblici?

C’è poi un aspetto della vita quotidiana giapponese che è stato invece rivoluzionato da Ranma 1/2: la percezione della donna. Come è stato notato da svariati studi, l’opera della Takahashi è lo step femminista più importante dai tempi del Gruppo del 24, e propone per la prima volta consapevolmente nella letteratura giapponese fumettistica (e non solo) donne realistiche che si arrabbiano, sono pigre, rifiutano il romanticismo, hanno intenti risoluti, mangiano, sono sessualmente mature, e in generale non si comportano in maniera diversa dagli uomini. In compenso non c’è un solo personaggio maschile in Ranma 1/2 che non sia tarato da un qualche vizio di forma. È un processo di riscrittura dei ruoli di genere portato avanti dalla Takahashi negli anni ’80 insieme col suo grande amico e collega Mitsuru Adachi e ancora in corso.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Genma-panda, Soun, Ranma e Happosai insieme con le tre sorelle Tendou, rappresentative di tre tipi umani da commedia dell’arte: Kasumi dolce casalinga, Nabiki conta i soldi e Akane grazioso maschiaccio.

Essendo Ranma 1/2 un fumetto l’aspetto grafico non può essere trascurato, e anche questo è un grande asso nella manica dell’autrice. La Takahashi nel 1978 aveva già consegnato alla leggenda del manga un personaggio graficamente iconico come Lamù, e nel 1980 disegna la casalinga perfetta Kyoko Otonashi di Maison Ikkoku. Con Ranma 1/2 però il livello grafico sale al massimo qualitativo della sua autrice, che dalla successiva opera Inuyasha in poi perderà la squisita morbidezza del pennello che caratterizzava questo periodo. Cresciuta sotto l’influenza di Ryouichi Ikegami e dei fumettisti della rivista Garo come Yoshiharu Tsuge, la Takahashi ha sempre e solo usato il pennello per dipingere le sue tavole, e alla fine degli anni ’80 la sua mano raggiunge i massimi esiti.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Nelle illustrazioni la Takahashi sfrutta il colore in maniera ricca, spesso ironica, sempre efficace. La bicromia dei capelli di Ranma maschio e femmina è un tocco di genio tipografico.

Illustrazione di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Nelle pagine del fumetto il tratto mordibo tipicamente anni ’80 con corpi burrosi e vestitini prémaman si sposa con momenti di inaspettata leggerezza ed eleganza.

Infine un aspetto apparentemente minimo e invece basilare per la riuscita commerciale dell’opera: il titolo perfetto. Ranma 1/2 è il titolo perfetto: né troppo lungo né troppo corto, uguale in tutto il mondo, non necessita di traduzione, suona benissimo, criptico ed esplicito insieme, contiene un termine giapponese (esotico) e uno matematico (ordinario), e riassume persino la trama.

Inoltre il termine “ranma” è un gioco di parole multiplo carpiato. Com’è stato spesso osservato, in base alla scelta degli ideogrammi può essere la parola ranma 乱麻 che vuol dire “anarchia, caos”, oppure un nome proprio sia maschile sia femminile; nel caso di Ranma, il suo nome è scritto 乱馬, cioè “confusione” e “cavallo” (in riferimento al suo codino). Anche il cognome, solitamente non analizzato, è molto interessante: Saotome 早乙女 è infatti composto da otome 乙女 “fanciulla” e haya 早 che solitamente vuol dire “presto”, ma quando non è coniugato (come in questo caso) vuol dire “già”; in pratica il protagonista si chiama “Ranma che è già una ragazza”. Infine, il ranma 欄間 è anche un elemento dell’architettura tradizionale giapponese, e precisamente quel pannello decorativo traforato fissato fra le travi e le porte scorrevoli che divide e insieme connette le stanze fra di loro.

Tre ranma in case tradizionali giapponesi.

Tre ranma: se ne trovano di più o meno decorati, ma sono comunque sempre traforati. Il ranma divide e insieme connette due stanze: due parti di un unico insieme, esattamente come le due identità di Ranma convivono nello stesso corpo.

Il tocco finale per rendere ancora più ambiguo e complesso il significato della parola ranma è che in giapponese è scritto non con gli ideogrammi, ma col sillabario fonetico, らんま, il che consente a ogni lettore di leggerci quel che vuole. Insomma, usando solo una parola e un numero Rumiko Takahashi riesce a convogliare già nel titolo una quantità incomparabile di significati stratificati.

Ma nonostante Ranma 1/2 possa vantare un tempismo perfetto, un meccanismo narrativo eccellente, un canovaccio semplicissimo, un concept universale, una capacità di diffusione culturale esemplare, una posizione femminista forte, una grafica memorabile e pure un titolo iconico, (sempre) paradossalmente non è stata nessuna di queste doti succitate a consentire a Rumiko Takahashi di portare avanti un fumetto comico per ben 407 episodi raccolti in 38 volumi pur senza uno straccio di trama, nemmeno minima, nemmeno nell’incipit com’era stato per la gara sportiva in Lamù. È la straordinaria qualità della narrazione sulle pagine del fumetto a generare quella lettura veloce, semplice, piacevole e al contempo ricca, divertente e indimenticabile di Ranma 1/2, tale da renderlo uno dei più importanti titoli in assoluto della storia del fumetto giapponese.

La qualità della scrittura di Rumiko Takahashi è magistrale e raggiunge in Ranma 1/2 livelli insuperati nel coniugare semplicità ed efficacia. Ne è un ottimo esempio una storia divisa in tre capitoli alla fine del volume 29: la sfida dei 10 yen fra Nabiki Tendou e Kinnosuke Kashaou. Si tratta di un episodio poco noto perché non ha per protagonisti Ranma & Akane e non è mai stato trasposto in animazione, ma rivela appieno tutto il talento della Takahashi.

[lettura da destra a sinistra]

Tavole di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

All’inizio della storia Nabiki Tendou viene presentata al lettore come una ragazza molto pragmatica: pensa solo ai soldi, è una tirchia incredibile e accetta la corte dei suoi spasimanti solo per sfruttarli cinicamente e avere benefici.

Vignetta di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Un misterioso personaggio però assiste alle gesta di Nabiki.

Tavole di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

È Kinnosuke Kashaou, accompagnato dal maggiordomo April (un pupazzo da ventriloquo) ed erede della scuola di combattimento Kashaou che consiste nel godersi la vita a spese altrui. Kinnosuke manda una lettera di sfida/invito a Nabiki: l’appuntamento sembra andare bene, ma quando torna a casa Nabiki scopre che l’edificio è tutto ipotecato (e il panda venduto a un circo) perché il genio della truffa Kinnosuke ha intestato ai Tendou tutte le spese folli compiute durante l’appuntamento.

Tavole di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Nabiki decide quindi di vendicarsi e sfida Kinnosuke invitandolo a uscire con lei, a condizione che il primo dei due che spenderà 10 yen dovrà pagare l’intero costo di questo e del precedente appuntamento. Fra costose cene, costosissimi divertimenti e costosissimissimi elicotteri a noleggio, riuscirà la spilorcia Nabiki a far scucire 10 yen allo spilorcio Kinnosuke?

I tre capitoli sono un susseguirsi serrato e instancabile di gag, letteralmente a ogni singola vignetta, con alcune trovate di puro genio fumettistico, come nelle prime due pagine del primo capitolo dove «per proteggere la privacy della vittima» il suo volto è censurato e la voce distorta (ovvero i suoi balloon sono scritti con un altro font). Ma non è tanto e solo il talento comico dell’autrice a mandare avanti la narrazione, quanto la sua capacità di convogliare questo talento nella maniera migliore possibile. Per farlo la Takahashi sfrutta al meglio le eredità shounen e shoujo e il ritmo grafico della narrazione.

Copertine della rivista "Garo" e del fumetto "Spiderman" di Ryouichi Ikegami.

La Takahashi ha dichiarato che le sue maggiori influenze artistiche derivano dalla lettura di fumetti prettamente shounen, come quelli di Garo (a sinistra), una rivista a dir poco alternativa pubblicata fra il 1964 e il 2002 che ha ospitato titoli come Kamui di Sanpei Shirato, Kitarou dei cimiteri di Shigeru Mizuki e Midori di Suehiro Maruo, tutte letture estremamente forti. In particolare, la molla che ha fatto scattare nell’autrice la fascinazione per i fumetti è stato Spider-Man di Ryouichi Ikegami del 1970 (a destra), versione nipponica del supereroe statunitense tutta dipinta a pennello.

Confronto fra "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi e "Le rose di Versailles" di Riyoko Ikeda, "Il poema del vento e degli alberi" di Keiko Takemiya e "Il cuore di Thomas" di Moto Hagio.

Al contempo però si è soliti dire che uno dei massimi meriti di Rumiko Takahashi è stato di riuscire a superare la dicotomia dei manga shoujo/shounen proponendo una terza via che li unifica: questo è evidente nella struttura grafica delle tavole, che risente tanto dell’organizzazione cinematografica rigorosa dei fumetti jidai-geki come Kamui, quanto di quella libera degli shoujo. Un esempio lampante è l’uso dei personaggi a figura intera che entrano nella pagina, a volte “camminandoci dentro”, scavalcando le vignette (sopra). L’espediente era comune già fra le autrici del Gruppo del 24, che lo usavano per far risaltare un personaggio sul resto, come ne Le rose di Versailles di Riyoko Ikeda, Il poema del vento e degli alberi di Keiko Takemiya e Il cuore di Thomas di Moto Hagio (sotto).

Questa fusione fra fumetto senza fronzoli e fumetto di personaggi uniti con il genere comico raggiunge un livello narrativo esemplare in una pagina del terzo capitolo.

Tavola di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

L’intera pagina è un’unica lunga gag autoconclusiva. Nella prima vignetta Nabiki chiede un anello come pegno d’amore e ha lì pronto con sé un distributore di anelli da 10 yen; Kinnosuke sta per comprarne uno, ma poi si accorge del cestino della spazzatura, stacca una scintillante linguetta da una lattina e la porge a Nabiki come «un anello d’amore che i soldi non possono comprare». Il commento di Ranma: «Che ostinato!».

Sembra una pagina assolutamente anonima con una sola gag, ma presenta in realtà un umorismo così articolato da essere scindibile in almeno cinque fasi:

  1. la gag inizia con una parodia romantica (la richiesta di un pegno d’amore)
  2. prosegue con una trovata da Looney Tunes (il distributore che spunta dal nulla)
  3. poi con una svolta umoristica pirandelliana (sentimento del contrario, l’immondizia contrapposta al gioiello)
  4. raggiunge l’apice con un motto di spirito freudiano (la giustificazione di Kinnosuke)
  5. e infine si chiude con il commento del coro greco (le parole di Ranma, che interpreta il punto di vista del lettore).

L’impostazione è assolutamente cinematografica, con le vignette che cambiano inquadratura con stacchi molto secchi e quindi ritmati, dal piano americano (quinta vignetta) al dettaglio (sesta vignetta), seguendo sempre con chiarezza i parlanti: la forma segue la funzione. Anche i due protagonisti hanno un che di cinematografico, essendo vestiti con gli abiti standard dei personaggi nei drammi sentimentali giapponesi anni ’70.

Al contempo la libertà di composizione delle vignette e del contenuto delle vignette stesse, compreso un oggetto esterno sospeso nella closure fra la sesta e la settima vignetta e un riquadro inserito all’interno della settima vignetta, rimandano a un tipo di esperienza narrativa più libera, segnalata anche dallo scintillio ironico dell’immondizia, che ha una sua onomatopea (“kira kira”, ovvero “brill brill”).

Quello che tiene uniti insieme l’umorismo, l’impostazione cinematografica e la libertà compositiva è il ritmo grafico narrativo, che in Ranma 1/2 raggiunge una sintesi perfetta di semplicità e funzionalità.

Analisi di una tavola di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

Tutte le vignette della pagina sono strutturate secondo una semplicissima composizione grafica standard a V, tipica del repartee, in cui solitamente la parte alta è occupata dai balloon e quella bassa dai personaggi. Le vignette sono concatenate fra loro attraverso questo espediente grafico, e osservando la pagina intera si nota come il ritmo si alleggerisce progressivamente da più a meno fitto man mano che si va verso il basso: in termini cronologici, questo vuol dire che le prime vignette, anche se più numerose, si leggono più velocemente, mentre le ultime prendono più spazio sulla pagina e richiedono più tempo al lettore, allentando il ritmo e concedendogli una pausa.

Analisi di una tavola di "Ranma 1/2" di Rumiko Takahashi.

La struttura a V è utilizzata anche per la composizione grafica degli elementi nelle vignette: leggendo Ranma 1/2 gli occhi del lettore si muovono costantemente secondo direttrici diagonali per seguire di volta in volta i dialoghi e i personaggi, la cui espressività del volto è necessaria alla compensione generale. Durante il percorso visivo sono inseriti degli elementi palesemente evidenziati con espedienti grafici (onomatopee, contrasto b&n, ingrandimento) per esaltarne l’importanza.

Ed ecco che il punto principale dell’intera arte dello storytelling di Rumiko Takahashi è proprio in questo costante ritmo a zig-zag: attraverso la forzatura continua degli occhi del lettore, l’autrice genera mini-cliffhanger a ogni singola riga di fumetto inducendo un senso di crescendo continuo che non si interrompe nemmeno alla fine della pagina. Tutte, tutte, tutte le vignette di tutte, tutte, tutte le pagine di Ranma 1/2 sono strutturate in una scala infinitamente ascendente tramite l’uso della struttura a V, del flusso narrativo a zig-zag e dei mini-cliffhanger. In questo caso, nella terza vignetta Kinnosuke sembra sul punto di spendere i fatidici 10 yen, ma nella quinta vede il cestino dell’immondizia; la quarta vignetta con le reazioni di Ranma & Akane quindi serve allo scopo esatto di esaltare il lettore, prendere tempo e spingere la quinta vignetta sul bordo della pagina per usarla come mini-cliffhanger.

Ranma 1/2 è composto da 38 volumi tutti in un crescendo continuo che non finisce mai, come in una sorta di scala Shepard narrativa, e in questo senso i contestati finali aperti che la Takahashi attribuisce alle sue opere sono perfettamente giustificati dal fatto che lo scopo della storia non è di arrivare a una conclusione, ma di evitare la conclusione.

Anche se Lamù è piu originale, Maison Ikkoku più romantico, La saga delle sirene più profondo, One Pound Gospel più commovente, Inuyasha più di successo, Rinne più alla moda e le storie brevi più interessanti, fra tutte le opere di Rumiko Takahashi Ranma 1/2 vanta un tempismo perfetto, un meccanismo narrativo eccellente, un canovaccio semplicissimo, un concept universale, una capacità di diffusione culturale esemplare, una posizione femminista forte, una grafica memorabile, un titolo iconico e soprattutto un’arte dello storytelling impeccabile che lo rendono un capolavoro che dopo trent’anni è ancora oggi fresco come il primo giorno, paradossalmente.

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