Monthly Archives: agosto 2017

Monolith – Donne e motori, e bambini e deserti

Il 12 agosto è una data importante per la Sergio Bonelli Editore. Infatti, distribuito in più di duecento copie da Vision Distribution, esce Monolith, prima produzione cinematografica della casa editrice di fumetti milanese. Uno sforzo produttivo non indifferente, che vede la partecipazione di Sky Cinema HD, Valentine e, ovviamente, la Bonelli, che del soggetto di Monolith, ideato da Roberto Recchioni, ha curato anche una versione a fumetti disegnata da Lorenzo LRNZ Ceccotti e sceneggiata dallo stesso Recchioni e Mauro Uzzeo.

Il film è stato già ampiamente pubblicizzato attraverso trailer sia al cinema sia in televisione: Monolith a inizio film viene presentata come l’automobile più sicura del mondo. Il film comincia con uno spot pubblicitario in cui un ibrido tra Elon Musk e Steve Jobs introduce tutte le feature dell’auto: indistruttibile, con vetri antiproiettile, blindatissima e una volta entrata in modalità difesa anche impenetrabile. Non solo: l’auto è intelligente, ed è governata da una intelligenza artificiale chiamata Lilith (Lilith, per quei due o tre che non lo sapessero, è stata la prima donna creata, la prima sposa di Adamo. Lilith però dimostrò di non essere una buona sposa in quanto non in grado di essere sottomessa, per questo fu scacciata dal paradiso terrestre). Questa intelligenza artificiale gestisce l’auto attraverso un pilota automatico ed è controllata da remoto mediante una app per cellulare.

La protagonista del film è Sandra, ex cantante di musica pop, che rimane in città con il bambino figlio di una precedente relazione del marito, mentre il consorte, produttore musicale, è andato fuori città per seguire le registrazioni di un nuovo singolo in uscita.  Mentre è in videochiamata con il marito però comincia ad avere un dubbio: e se lui la stesse tradendo con una sua amica? Decide di raggiungerlo a Los Angeles, ma qualcosa va storto, il figlio rimane chiuso dentro la macchina inaccessibile mentre lei non può fare nulla per liberarlo.

Iniziando ad analizzare la pellicola da un punto di vista prettamente cinematografico (e mettendo quindi da parte il fumetto), possiamo dire che Monolith, diretto da Ivan Silvestrin, rappresenta un grande sforzo produttivo nel panorama cinematografico italiano, ma anche un’occasione non colta appieno.

In genere quando ci troviamo di fronte a questo genere di film ci aspettiamo un colpo di scena dopo l’altro, qualcosa che ci tenga letteralmente incollati allo schermo. Il film invece più che giocare sulle emozioni sul filo del rasoio gioca principalmente sul senso di colpa di una giovane mamma che non sa cosa fare per proteggere il figlio, una ragazza emotivamente instabile che prende tutte le decisioni sbagliate e che rischia di trasformare paronie e peccati veniali in peccati mortali.

Sebbene l’attrice principale sia calata nel ruolo e dia un’ottima interpretazione, la sceneggiatura non le dà appigli per fare di più, per svoltare e fare la differenza: possiamo dire che questo film è davvero realistico, la mamma non fa altro che cercare di aprire o sfondare l’auto usando la forza bruta, ma si sa che non ce la farà, viene spiegato all’inizio del film che questa macchina è inespugnabile. Allora perché continua? Semplicemente perché in questo film non c’è Beatrix Kiddo, ma una ragazza normale, non un supereroe, ma una bionda che lotta contro la tecnologia e contro il senso di colpa di non essere “abbastanza”.

Il film nonostante la sua godibilità lascerà gli appassionati del genere a bocca asciutta. Molti espedienti narrativi non sono stati usati: si è scelto il nome Lilith per l’intelligenza artificiale e lo spettatore più smaliziato poteva aspettarsi una sorta di sfida tra le due donne, quella di carne ed emotiva e la fredda di chip e bulloni. Invece la lotta tra tecnologia e umanità non si è consumata. Lilith rimane muta alle richieste di Sandra e si comporta come un frullatore dispettoso. Altra pecca è la mancanza di un vero atteggiamento materno da parte di Sandra: Sandra ama il suo bambino e per tutto il film ripete che è colpa sua se sta male, ma quello che salta agli occhi di una donna è che non si comporta esattamente come una madre. Il film è stato scritto da quattro uomini  e la mancaza di un elemento femminile si nota: Sandra reagisce come reagirebbe qualunque uomo, ma non come farebbe  una qualunque madre.

Stilisticamente Monolith ha molti punti di forza, che però non rescono a salvarlo dall’essere un’occasione mancata: visivamente Monolith, la possente e sicurissima automobile, è una bellezza per gli occhi. Concepita dalla mente di Lorenzo Ceccotti, è stata pensata per essere realmente una macchina funzionante su strada: il design della carrozzeria, la dashboard sul cruscotto, la meccanica interna conferiscono allo spettatore un senso di reale, di vero, di “possibile”, strizzando l’occhio al futuristico, ma rimanendo ancorato alla realtà. Non a caso l’automobile che vediamo nel film è realmente una Monolith funzionante, su cui la CGI opera solamente sulla dashboard frontale. In ogni inquadratura in cui l’automobile appare diventa automaticamente la protagonista della scena, sorprendendo sempre per il suo incredibile design.

Altro punto di forza della pellicola è indubbiamente l’attrice protagonista del film Katrina Bowden, che regge unicamente sulle sue spalle il film per tutta la sua durata, rimanendo sempre nel personaggio.

Bellissima la scelta delle location: un deserto sperduto che restituisce un senso di smarrimento e desolazione.

Il film, purtroppo, pecca molto nella regia. Complice una sceneggiatura piatta e quasi del tutto priva di svolte narrative accattivanti, la regia di Silvestrin risulta prevedibile, immobile e a tratti troppo descrittiva, che non interpreta la disperazione che prova la protagonista durante tutto il film. Nel corso della visione di Monolith, lo spettatore non viene coinvolto nel dramma che Sandra si trova a vivere, vuoi per l’assenza di sviluppi narrativi interessanti, vuoi per uno stile di regia troppo lento che vuole probabilmente essere “realistico” nella descrizione delle vicende, ma che, nell’insieme della finzione, tende a smorzare il legame dello spettatore con il film. Per tutta la durata della pellicola, purtroppo non si avverte la tensione tra Sandra e Monolith, non c’è interazione tra i due e soprattutto non c’è pathos.

In conclusione Monolith è un coraggioso esperimento cinematografico italiano che merita tutta l’attenzione e il supporto possibile e che speriamo possa essere un apripista per produzioni indipendenti future.

Battaglia: Ragazzi di morte – Una recensione che sa

Copertina di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so.

Io so perché sono un intellettuale, che legge fumetti e libri e giornali da 34 anni senza sosta, in ogni momento della giornata. Io conosco il fumetto italiano degli ultimi tre decenni, conosco la storia italiana perché la insegno e perché la amo.

Conosco l’opera e la vita di Pier Paolo Pasolini perché ho letto di lui e su di lui, ho visto i suoi film e i film su di lui.

Io so perché ho scoperto la serie di Pietro Battaglia da quando l’Editoriale Cosmo ci ha messo le mani sopra, ne ha ristampato il già edito e ne ha prodotto e continua a produrne albi nuovi, che trasudano energia, coraggio, amore. L’energia di chi affonda le mani nel corpo della storia, smonta e rimonta i miti trasformando la Storia in fiction, così da ricavarne un senso compiuto. Il coraggio di chi affronta i propri temi con la purezza dell’animo privo di pregiudizi, senza sovrastrutture: un tipo di animo che a Pasolini sarebbe piaciuto.

Io so.

Io so che trattare di Pasolini è come maneggiare una bomba innescata (così come era avvenuto per Padre Pio), come un’operazione chirurgica sulla spina dorsale dell’Italia, quando un millimetro più in là rischia di uccidere il paziente. Io so che ci vuole la sfrontatezza di un ragazzo di vita per rendere quella figura, tragica ed eroica, un personaggio della vicenda di un vampiro italiano, senza sminuirne la vicenda, senza renderlo una macchietta.

Io so che mostrarlo così, come ha fatto il team di Battaglia, soggetto Roberto Recchioni, ideazione grafica di Leomacs, sceneggiatura Luca Vanzella e disegni di Valerio Befani e Pierluigi Minotti; mostrarlo con il crudo realismo di cui costoro sono stati capaci, la sua attività artistica, il rapporto con la madre, con gli amici, la sua sessualità, la sua terribile, terribile morte senza colpevoli; io che fare tutto questo e farlo così, sembrava un’impresa impossibile.

Tavola di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so chi ha ucciso Pasolini e lo sanno anche gli autori di questo fumetto. Lo so perché ho letto i suoi scritti e ho capito che non serve dare un nome ai mandanti, anzi, che farlo sminuirebbe la portata universale della sua morte. Lo so perché Pasolini è stato schiacciato e triturato da quel meccanismo sociale di depravazione di tutto ciò che è bello che ha odiato e combattuto per tutta la vita, tramite le uniche armi che possedeva, la parola e l’immagine. Io so che quelle figure mascherate che ne decretano l’omicidio non hanno bisogno di nomi e cognomi perché non sono persone, ma ingranaggi di un mondo che noi permettiamo, e che quindi in qualche modo vogliamo.

Io so che lo scioglimento finale è un triste omaggio alla storia di quest’uomo; un modo di rendergli giustizia almeno sulle pagine di un fumetto. Io so che se oggi questo albo e questa storia possono uscire nelle edicole di tutta Italia e raccontare l’enormità di quello che racconta, è anche perché a qualcosa, Pasolini, è servito.

Io so, perché scrivo su un bel sito di critica fumettistica, che se soltanto un lettore distratto leggerà questo noioso articolo, e si incuriosirà di questo bellissimo albo, e poi cercherà di conoscere l’opera e la vicenda di Pier Paolo Pasolini, e ne comprenderà anche solo un decimo di quanto dice; io so che se tutto questo accadesse, l’Italia sarebbe, per un sessantamilionesimo, un luogo migliore.

Era una notte buia e tempestosa – L’approdo

Sfogliando il libro di antologia che ho usato quest’anno a scuola, ho trovato alcune pagine dedicate al fumetto L’approdo di Shaun Tan; incantata dall’atmosfera surreale delle scene, ho deciso di leggere quest’opera e contemporaneamente, dato che per la prima volta nella mia carriera quasi ventennale di docente ho notato in un testo scolastico una particolare attenzione per il mondo dei fumetti, ho maturato l’idea da cui, come vi ho già raccontato, è nato il progetto Era una notte buia e tempestosa. Quasi nello stesso periodo, a fine gennaio, ho scoperto la vicenda di un giornalista iraniano della BBC, Ali Hamedani, bloccato nell’arrival dell’aeroporto di Chicago a causa del Muslim ban di Trump, e prendendo spunto dallo scatto in cui si fa fotografare con molte persone tra cartelli di solidarietà, ho scritto la recensione del libro di Shaun Tan, The Arrival nell’originale, scegliendo come titolo dell’articolo (rimasto nel mio cassetto fino a ora) la scritta di uno di quei cartelli, «All are welcome», che riassume il succo di tutta la storia.

Infatti questo fumetto è un wordless graphic novel, una narrazione silenziosa di migrazione, sradicamento e separazione dai propri affetti alla ricerca di un mondo migliore. Il protagonista è costretto da circostanze avverse, rappresentate dalla lunga coda di un mostro proiettata su un muro, a partire dalla propria patria e a lasciare la sua famiglia per iniziare una nuova esperienza in un luogo sconosciuto.

Nella prima parte del racconto Shaun Tan rappresenta con mirabile sapienza e delicatezza quel miscuglio di sentimenti come la nostalgia, l’incertezza, il timore, la speranza, tipici di chi abbandona temporaneamente o definitivamente la propria terra. Così gli basta allargare la prospettiva sempre di più per rendere il senso di solitudine dello straniero in mezzo ad altri stranieri, o far apparire nella sua valigia aperta il quadretto dei familiari a tavola per simboleggiare il carico di ricordi e sospiri che ogni migrante porta con sé.

Nella seconda parte però la sensazione di smarrimento cede il posto all’idea centrale dell’opera, ovvero che ognuno può ricominciare a costruire una nuova esistenza se ha la fortuna di ricevere l’appoggio e l’accoglienza del paese che lo ospita: il protagonista trova una casa e un lavoro e incontra altri esuli come lui che gli raccontano vicende di sfruttamento, guerra, fuga, scoprendo che ciò che li accomuna è il dolore, ma anche la possibilità di un riscatto in un contesto più favorevole. L’esperienza del personaggio diventa quindi una storia senza tempo e un simbolo di fratellanza e solidarietà; questo è il messaggio che l’artista australiano, figlio di genitori migrati dalla Malesia, vuole trasmettere ai lettori, affidandosi unicamente alla potenza delle immagini, in grado di arrivare al cuore di chi legge perché ognuno porta dentro di sé, nel suo passato, presente o futuro, una partenza, un tragitto, un arrivo.

La trama si sviluppa in una dimensione incantata e quasi sognante: i luoghi, le architetture, persino gli animali sono fantastici anche se richiamano scene o situazioni reali, come chiarisce l’autore stesso nella nota finale indicando alcuni influssi o fonti di ispirazione, dai quadri (per esempio, Going South di Tom Roberts, 1886) alle fotografie dei migranti arrivati a New York tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, ai film (Ladri di biciclette di De Sica, 1948).

Da questi pochi riferimenti, dal sito e dalle interviste dell’autore, nonché da un volume interamente dedicato agli sketch del fumetto, si intuiscono le doti peculiari di Shaun Tan: la passione per il proprio lavoro, condotto con una ricerca quasi maniacale della perfezione, il metodo certosino nella realizzazione delle singole vignette, l’attenzione minuziosa ai dettagli, l’impiego sapiente di tutti i mezzi a disposizione per dare voce a scene senza battute.

Ma quali strumenti utilizza per parlare senza parole al lettore? Prendiamo in considerazione la struttura delle tavole: prevale la gabbia franco-belga a dodici vignette, ma per evitare un andamento troppo monotono talvolta le vignette sono unite a due per sottolineare un incontro, una vicinanza, un dialogo, fino a sei o addirittura a nove per dare spazio ai paesaggi, ai quali sono dedicate anche molte delle ventuno pagine intere e delle ben nove splash pages doppie, che sembrano illustrazioni o piccole opere d’arte a sé stanti, nelle quali il disegnatore incanta gli occhi di chi guarda con il suo talento immaginifico. Le numerose pagine intere, oltre allo scopo descrittivo, assolvono anche a un fine narrativo, dilatando il tempo dove, ad esempio, si rappresenta su due pagine il ciclo delle stagioni, o proiettando il lettore nel passato. La tecnica del flashback, affidata al racconto dei migranti con i quali il personaggio principale entra in contatto, è sottolineata anche dalle campiture scure che circondano le vignette, in alternativa a quelle chiare della vicenda principale, e dai contorni delle vignette stesse, che le trasformano persino in fotografie dai bordi logori e consumati dal trascorrere degli anni e della memoria. In generale, le vignette non hanno mai un contorno definito, sono spesso piuttosto distanziate tra di loro per amplificare il ritmo narrativo e dare spazio all’immaginazione o alla riflessione del lettore; più volte l’artista crea un effetto di patina antica, tipico delle vecchie stampe d’epoca, attraverso macchie, stropicciature, angoli sbiaditi, e varia con sorprendente ricchezza i pochi colori impiegati, il bianco, il nero, il giallo, il seppia delle fotografie di una volta, cercando con estrema cura di trasmettere anche attraverso le sfumature cromatiche differenti sensazioni e stati d’animo.

La prospettiva dell’opera di Shaun Tan è edificante e carica di ottimismo: in un mondo che non esiste può accadere ciò che dovrebbe essere nella realtà, infatti l’uomo potrebbe accogliere gli altri uomini con ospitalità e fraternità perché tutti siamo o siamo stati o saremo migranti. Certo, mi direte, questa è la fantasia, ma nella cronaca quotidiana le cose vanno diversamente e al posto di occhi sorridenti e di abbracci calorosi ci sono persone indignate, violenze, muri, sofferenze indicibili. Di sicuro l’approdo è spesso traumatico e doloroso, ma credo che questo fumetto proponga un’alternativa all’odio e alla paura, una soluzione positiva, una possibilità di integrazione anche nel mondo contemporaneo.

Con questa speranza e con questo augurio, che rivolgo in particolare a tutti i giovani e ai miei alunni “vecchi” e nuovi, affinchè possano trovare un approdo favorevole in ogni porto della loro vita, voglio concludere Era una notte buia e tempestosa, senza dimenticare però i ringraziamenti finali al Liceo Linguistico di Ascoli Piceno, che mi ha ospitato quest’anno, e ai giovani redattori a cui va tutto il merito di questa iniziativa: Ilaria, Elisa, Vanessa, Giulia, Marco e Diego della classe 1^B; Martina, Alessia, Andrea e Francesco della classe 1^E; Angelica, Noemi, Erika, Federica e Dalila della classe 2^B.


Shaun Tan

L’approdo

Ed. Tunué, Collana Mirari
Formato: 19,5×27; 124 pp a colori; cartonato 24,90 €
ISBN 978-88-6790-188-3

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