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Un anno senza te: intervista a Giopota

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. Dopo aver recensito il volume e intervistato lo sceneggiatore, in questo terzo e ultimo articolo DF sposta l’attenzione sul fumettista con una lunga intervista-chiacchierata che spazia fra il suo passato e il suo futuro, passando per Buñuel e Murakami e tante, tante stelle.


Bologna è una delle capitali del fumetto italiano, forse la capitale ad honorem per le sue case editrici, i negozi storici, i festival, le mostre e il fervore culturale che la città dedica da decenni alla Nona Arte. Eppure forse il dato più significativo e importante è il gran numero di fumettisti nazionali e internazionali che ci abita o ci ha abitato: dal sambenedettese Andrea Pazienza, alla giapponese Keiko Ichiguchi, i portici all’ombra delle due torri pendenti hanno accolto e accolgono tutt’ora artisti da tutto il mondo e di tutti i generi. Fra questi c’è Giopota, al secolo Giovanni Pota, che ha fatto di Bologna la sua casa sia reale sia immaginaria.

Dopo alcune storie brevi, esperimenti nippo-fantasy, vicende oscurantiste, viaggi sulla Via delle Stelle e bellissime illustrazioni, Giopota è arrivato quest’anno a pubblicare il suo primo libro completo come disegnatore su sceneggiatura di Luca Vanzella: Un anno senza te edito da BAO Publishing. È un lavoro splendido che merita di essere celebrato parlandone con i diretti interessati.

Dimensione Fumetto ha raggiunto Giopota nella sua casa bolognese, disturbandolo mentre giocava a The Legend of Zelda: Breath of the Wild con la sua nuova e amata Nintendo Switch.

"Un anno senza te" di Giopota.

Giopota regge una copia fresca di stampa di Un anno senza te.

Per prima cosa presentati ai lettori di Dimensione Fumetto.

Sono Giopota, abito a Bologna e disegno fumetti ormai da qualche anno, dopo aver fatto una serie di percorsi trasversali che pure orbitavano intorno al disegno e che mi hanno portato alle illustrazioni per ragazzi e poi infine ai fumetti. Un anno senza te è il mio primo libro e l’ho realizzato a quattro mani con lo sceneggiatore Luca Vanzella, che si è rivolto appositamente a me con un’idea che aveva e che non pensavamo sarebbe diventata un libro così lungo. BAO Publishing si è interessata velocemente al nostro lavoro: io li avevo già contattati indipendentemente e loro si erano dimostrati interessati a collaborare con me, inoltre Luca Vanzella aveva già pubblicato con loro Beta, quindi la casa editrice ha potuto cogliere due piccioni con una fava.

Tu abiti a Bologna, ma non sei di lì, giusto?

No, io sono di Caserta.

Questo tuo essere originario di altrove e residente a Bologna ci porta a Un anno senza te, perché è proprio una delle caratteristiche del protagonista. In effetti leggendo il libro ho avuto la netta sensazione che ci sia dentro una grande parte del vissuto personale degli autori: quanto c’è di Giopota dentro Un anno senza te?

Tantissimo. Quando Luca Vanzella mi ha proposto il libro, anche se era ancora in fase embrionale io sono rimasto interdetto perché da lui mi aspettavo grandi avventure, spade, fantascienza, e invece mi ha raccontato questa storia di conigli che cadono dal cielo. Lì per lì non sapevo cosa aspettarmi da una storia del genere, e poi è venuto fuori che era anche la mia storia: qui entriamo un po’ nel personale, però prima di iniziare a fare fumetti anch’io come il protagonista di Un anno senza te ho perso un anno dietro a una persona. È stato quasi profetico. Il fatto che Luca abbia avuto quest’idea senza conoscere la mia esperienza mi ha fatto empatizzare tanto con la storia, e quindi di conseguenza ci ho messo dentro un po’ di quello che è successo a me. Nella sceneggiatura lui ha avuto tutte le idee e quindi non c’è niente di vero della mia storia, però è assolutamente simile: è assurdo come il meccanismo emotivo narrato in Un anno senza te sia così comune che mi ci sono ritrovato, e questo mi fa pensare che tante altre persone ci si possono ritrovare allo stesso modo. Al di là delle somiglianze estetiche, credo che comunque ci sia tanto di me nel libro. Anche l’editore mi ha sottolineato quanto, più ancora della somiglianza fisica con il protagonista, ci sia una somiglianza personale.

Illustrazione di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

I sei personaggi principali di Un anno senza te in una bellissima illustrazione, un po’ in stile locandina cinematografica anni ’80, realizzata da Giopota in esclusiva per DF: grazie mille!

Quindi la sceneggiatura è stata scritta completamente da Vanzella o sei intervenuto anche tu?

Direttamente no, mai. È il suo libro e il suo lavoro, lui è un maestro nel suo ambito e non c’era la necessità del mio intervento in sceneggiatura; il massimo che ho fatto è stato correggere i refusi e cambiare qualche parola. Ho trovato fosse giusto che la sua storia fosse la sua e i miei disegni fossero i miei. In realtà ogni tanto ho avuto la tentazione di dirgli «Guarda, io qui farei così», ma solo perché la mia storia personale era andata in quel modo, quindi mi sono sempre trattenuto dato che la sua sceneggiatura comunque funzionava.

E a livello grafico invece lui ha avuto qualche tipo di influenza?

Direttamente no, nemmeno, però abbiamo sempre lavorato fianco a fianco fin dallo storyboard iniziale, che era molto elaborato, poi abbiamo deciso insieme di dividere la pagina in quattro vignette e lui l’ha riempita di pupazzetti per capire più o meno la composizione e dov’erano posizionati i personaggi. Vanzella non aveva idea di come sarebbero venute fuori le tavole e ognuna per lui era una sorpresa: ad esempio non sapeva come avrei realizzato il Santuario della Madonna di San Luca, che è molto modificato rispetto alla realtà, o come sarebbe apparsa Bologna con molte torri, o il dirigibile volante.

Quindi in sceneggiatura c’era già tutto, ma graficamente hai avuto carta bianca.

Sì, infatti lo ringrazio tantissimo perché mi ha permesso anche di disegnare cose che mi piacciono: come ha lui stesso dichiarato, si è prodigato per scrivere qualcosa che rientrasse nelle mie corde, come il fantasy.

In effetti sono presenti molti elementi, primo fra tutti appunto il fantasy, che sono ricorrenti nelle tue opere fin da I guardiani della luce: Vanzella ha scritto quest’opera apposta per te?

Da quel che so lui aveva già in mente questa storia prima ancora di pensare a me: al di là del fatto che il suo collaboratore usuale Luca Genovese fosse occupato e indisponibile, credo che comunque Vanzella stesse cercando un autore con un tratto più “morbido”, che ha trovato nel mio stile narrativo. Quindi credo che lui abbia unito queste due cose, ma non abbia pensato assolutamente di fare un libro per me. Siamo stati tanto fortunati a trovarci così bene insieme, dato che non è scontato questo buon rapporto fra sceneggiatore e disegnatore, tanto più perché eravamo agli albori della nostra conoscenza.

Copertina di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Da quanto tempo va avanti il progetto di Un anno senza te?

Noi abbiamo firmato il contratto con BAO Publishing a metà 2015, ma Vanzella me ne parlò già a fine 2014: ormai sono più di due anni. Ovviamente un libro richiede dei lunghi tempi di lavorazione: il primo anno è stato propedeutico, ho studiato e fatto ricerche di stile che mi permettessero di lavorare nella maniera più funzionale. È stato difficilissimo, c’è stato anche un momento in cui non sapevo nemmeno se sarei riuscito a disegnare così tante pagine e cosa sarebbe venuto fuori. Poi all’inizio del secondo anno ho avuto una sorta di illuminazione: sono riuscito a mettere un punto fermo e sono ripartito a ritmo serrato ridisegnando le tavole che non mi piacevano, cioè praticamente tutte. Quindi diciamo che mi ci è voluto un anno intenso, e solo dopo aver trovato il giusto “equipaggiamento”.

Ti riferisci anche all’aspetto grafico dei personaggi?

Certo, assolutamente.

Quanto ai personaggi, sia caratterialmente sia visivamente io mi sono molto ritrovato nel protagonista Antonio. Abbiamo molti elementi in comune: anch’io sono basso e largo, anch’io ho una palla di capelli bruni con la barbetta, anch’io ai tempi facevo cosplay con la mia compagna di allora, anch’io ho «ritmi da pensionato», anch’io amo studiare, anch’io faccio la guida turistica, e anch’io sono affetto da quella che nel libro si chiama clausnoia, un neologismo bellissimo e calzante che Vanzella dovrebbe assolutamente proporre all’Accademia della Crusca. Quanto e cosa c’è invece di te in Antonio?

Tavola di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Beh, il personaggio l’ha scritto interamente Luca Vanzella, comprese tutte le battute, quindi lo riconosco come una creatura di Luca e non mia. Inoltre, per quanto Antonio si lasci in balìa dei sentimenti, dei risentimenti e dell’autocommiserazione, è comunque più razionale e meno cinico e ingenuo di me. Detto questo, parte degli elementi in cui ti puoi essere ritrovato tu sono anche in me e in tante altre persone che hanno un rapporto complesso con la propria sensibilità, che non riescono bene a capire cosa hanno intorno anche se si accorgono che qualcosa sta succedendo, e questo influisce sulla loro stabilità emotiva. Credo che alla fine la storia di Antonio sia quella di qualcuno che deve capire cosa gli sta succedendo intorno, tirando fuori il sé stesso da dentro. Forse Antonio sono io quando ero nella sua stessa situazione, ora sono passato per la sua esperienza e sono molto più conscio.

Tornando all’aspetto grafico, partendo da un inizio apparentemente ordinario il fumetto vira verso un realismo magico piano piano sempre più esplicito. Come hai immaginato gli elementi non ordinari del paesaggio, degli oggetti e delle persone? Hai avuto delle ispirazioni?

Non ho avuto particolari ispirazioni, anche perché gli “effetti speciali” presenti nel libro alla fine sono molto semplici, non ci sono magie vere e proprie. Mi viene in mente Haruki Murakami: nel suo Kafka sulla spiaggia c’è un’assurda scena di pioggia di sgombri e sanguisughe che succedeva paradossalmente con estrema naturalezza. Allo stesso modo l’obiettivo che ci siamo posti è che fosse tutto naturale nella sua assurdità, quindi non mi sono mai immaginato grossi fuochi d’artificio. Ci siamo tenuti su un tono basso, ma visivamente importante, tant’è vero che i famosi conigli sono anche in copertina perché sono un elemento visivo forte benché appaia come naturale.

A proposito di elementi che appaiono naturali ai personaggi e assurdi al lettore, Luca Vanzella ha scritto un breve saggio intitolato BLOOD TYPE BLUE: la biologia metafisica e il fascino delle tecnociarle per il volume Evangelion Impact, a cui anche noi di DF abbiamo collaborato. Nel suo saggio Vanzella afferma che in Neon Genesis Evangelion c’è una gran quantità di «tecnociarle», ovvero parole parascientifiche incomprensibili che però stanno lì per dare un senso di pseudo-verosimiglianza: anche in Un anno senza te succede proprio la stessa cosa, sembra la Terra però non è proprio proprio la Terra. Pensi che Neon Genesis Evangelion vi abbia in qualche modo influenzato?

Neon Genesis Evangelion è stato il primo anime con cui ho realizzato che gli anime non erano solo quelli che vedevo su Italia 1, che non erano solo un prodotto per ragazzini, ma andavano anche oltre. Io l’ho visto la prima volta su MTV, avrò avuto 11-12 anni, ero nella fascia d’eta dei protagonisti e sono letteralmente impazzito: nonostante non ci capissi assolutamente nulla, cercavo di spiegarmi delle cose che però sapevo che non avrebbero avuto spiegazione, e quindi alla fine non sono rimasto nemmeno tanto sconvolto quando è finito/non finito. La mia impressione è che anche se c’erano un sacco di cose che non riuscivo a spiegarmi, a me andava bene così, per via di tutto il resto: l’animazione, l’empatia coi personaggi, le loro turbe, e tanti altri elementi che andavano a tappare i buchi che per me non erano nemmeno così fondamentali. Forse in questo c’è la similitudine con il nostro libro. Ad esempio, una critica che abbiamo ricevuto è che non spieghiamo che malattia ha il padre di Antonio: la accetto come critica, ma non la condivido dato che forse spieghiamo anche già troppo. Trovo molto più bello quando io lettore posso immaginare cose c’è dietro, e di conseguenza sono intrigato più dal non detto che dal detto. Credo che il lettore non debba essere sempre imboccato, che gli vadano lasciati spazio e libertà, e che stia all’intelligenza del lettore la volontà di rimanere o meno in questa zona grigia, questo “mondo di sotto” senza poterlo toccare perché non è il nostro. Bisogna assistere attentamente e poi tirare le proprie conclusioni senza che ci venga spiegato sempre tutto, anche perché così è la vita.

In effetti mentre leggevo Un anno senza te non potevo fare a meno di pensare che questa è un’opera post-Evangelion: esattamente come dici tu, nel vostro libro succedono delle cose “strane” e non c’è bisogno di spiegarle dato che appaiono “normali” ai personaggi e di conseguenza, dopo un po’, appaiono “normali” anche al lettore. Più le pagine nella mano destra si fanno sottili e più è chiaro che siamo in un altro mondo e non c’è bisogno di spiegarlo, e quando si arriva al finale si capisce perfettamente quanto gli autori siano riusciti a incamerare in maniera intelligente e personale la lezione di Neon Genesis Evangelion, ovvero usare una storia misteriosa per veicolare una storia di vita.

È esattamente così, e infatti l’unico spoiler che mi sento di fare è che Antonio non si sveglierà da nessun sogno e non c’è nessuna dimensione parallela: tutto quello che c’è da leggere è lì sulle pagine. Credo che alla fine molti accetteranno il libro così com’è, dato che stiamo raccontando una storia di crescita: c’è un mondo che non esiste tutto attorno, sì, ma non è l’elemento fondamentale.

Fotogramma di "Neon Genesis Evangelion" di Hideaki Anno.

Shinji si strugge di dolore sulla sua sediolina negli ultimi due episodi di Neon Genesis Evangelion, proprio come accade ad Antonio in Un anno senza te (però sul divano).

Quanto ai mondi che non esistono, quali sono i mondi che non esistono che ti hanno influenzato?

Prima di iniziare con i fumetti credevo che manga e anime non mi avrebbero aiutato a nobilitare il lavoro che volevo fare. Volevo essere indipendente dalle influenze che avevo ricevuto, forse proprio perché vedevo Neon Genesis Evangelion come un’eccezione in un mare di roba da non tenere in considerazione, sia come ideali sia come storia. È stato un rifiuto adolescenziale e stupido, perché poi mi sono reso conto che andava contro la mia naturale crescita creativa. Ho riabbracciato gli anime, più ancora dei manga, perché poi ho scoperto che c’era tutto un mondo che non avevo approfondito e che ho scoperto essere meraviglioso, una scuola di narrazione fondamentale. Per esempio, ho scoperto abbastanza tardi i film dello Studio Ghibli, e solo allora ho capito che quello che volevo fare risiedeva tutto lì. Non intendo dire che voglio imitarli, ma che la mia intenzione è riuscire a creare con la stessa delicatezza, non violenza e magia: credo che in Occidente ci sia bisogno di quell’approccio così gentile alle storie. Io sono stato abituato o a fumetti/cartoni umoristici, oppure a opere estremamente virili e rudi: queste cose ci sono anche in Giappone, certo, ma è stato il mondo fantastico dello Studio Ghibli che mi ha fatto capire quanto sia possibile reinventare le fiabe in maniera avventurosa con realismo magico. Le fiabe che abbiamo visto in Occidente sono i riadattamenti delle fiabe di Andersen o quelle della Disney, ma non c’è paragone con le possibilità di andare oltre che ha mostrato Hayao Miyazaki.

Due illustrazioni di Giopota.

Impliciti ed espliciti omaggi allo Studio Ghibli nelle illustrazioni di Giopota.

Quand’eri piccolo cosa leggevi e vedevi?

Beh, ovviamente mi sono visto tutti i film Disney, poi leggevo PK e un po’ di Topolino, ma come passatempo. In effetti ero più attratto dall’animazione che dal fumetto, e il fatto stesso che io sia approdato al fumetto è forse un po’ un caso fortuito. Detto questo, è un mezzo che mi piace e con cui riesco a esprimermi al meglio.

Come mai avete scelto proprio Bologna per ambientare la storia di Un anno senza te?

Oltre al fatto che è la nostra città (per quanto acquisita) e quindi potremmo averla scelta per comodità, credo che sia perché comunque è adatta alla storia: si parla di studenti, di giovani, e Bologna è al contempo una città grande e giovane. Credo inoltre che si presti bene per gli elementi fantastici: una città con le torri, il caos, e che è anche un po’ silenziosa e cupa quando non c’è nessuno.

Una città un po’ magica?

Forse sì: nasconde un po’ di magia e tirarla fuori è stato un esercizio molto appagante.

Vignetta di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

L’ambientazione di Un anno senza te è una Bologna onirica, in cui dozzine di torri fanno da fari notturni e da attracchi per i dirigibili, come si vede nella seconda vignetta preferita di Giopota.

Come hai scelto gli elementi da modificare in chiave fantastica per la tua storia?

Li abbiamo scelti insieme Luca Vanzella e io. Per esempio, all’inizio del capitolo Luglio, per realizzare il dirigibile ho messo un tram di Bologna sotto un pallone. Per il faro del capitolo Novembre, all’inizio lui voleva che fosse una torre qualunque, nemmeno alta, solo con lanterna e attracco, ma penso che un faro sia un elemento meraviglioso e nella mia immaginazione è diventato il santuario della Madonna di San Luca, dato che si prestava bene a essere modificato: ho estruso la cupola in una torre altissima umanamente impossibile e a Luca è andato benissimo. Non sempre le mie proposte coincidevano con le sue, ma le ha sempre accettate di buon grado e comunque le scelte finali le abbiamo sempre fatte insieme.

In effetti il faro è uno dei vari elementi ricorrenti nella tua opera, che sono sempre molto belli e sottilmente poetici, forse anche metaforici. Ad esempio ricorrono spesso le stelle, i pois e in generale i motivi moltiplicati. A volte sono solo piccoli pattern, ma messi in punti strategici, come nel cappellino di Capodanno di Antonio nel capitolo Dicembre. Sono io che noto i pattern perché mi piacciono o è una tua scelta che nasconde qualcosa di più profondo?

Francamente non ci avevo mai fatto caso e me lo stai facendo notare adesso. Forse c’è un motivo per cui faccio queste cose. Anche per le stelle, ad esempio: sì certo, mi piacciono, ma dovrei stare lì a capire perché uso proprio così tanto le stelle quando potrei riempire con qualsiasi altra cosa. Credo che i pattern nei miei disegni siano comunque sempre un po’ caotici. Io non sono una persona molto perfezionista e non riesco a essere perfettamente geometrico, infatti l’unico grosso pattern che c’è in Un anno senza te, ovvero il pavimento di Atlantide nel capitolo Febbraio, l’ho fatto fare a un’altra persona perché sapevo che non sarei stato capace di realizzare un pavimento geometrico. Per quanto non l’abbia disegnato con le mie mani, comunque, l’intenzione di metterci un pattern è stata mia, quindi alla fine tutto torna. Credo che i pattern rendano bene con i miei disegni.

Due illustrazioni di Giopota.

Due illustrazioni di Giopota di qualche anno fa che già contenevano in germe buona parte di Un anno senza te: a sinistra la relazione fra il biondo & il bruno di cui quest’ultimo lettore di fantasy medievali coi draghi, mentre a destra la città, le torri, la notte, i pattern geometrici, la fusione fra individuo e ambiente, la surrealtà, e dappertutto stelle e stelline.

In effetti il tuo stile grafico composto da linee morbide, campiture piatte, gradazioni e pattern non geometrici riccorrenti è gia molto caratterizzato. Pensi di essere arrivato, se non a una forte riconoscibilità, quantomeno a una tua identità grafica?

Non lo so, perché nel caso di Un anno senza te se avessi lavorato senza Luca Vanzella avrei fatto tutto un altro percorso del tutto diverso; per il mio prossimo libro infatti sto pensando di usare elementi che appartengono più al mio immaginario. Quindi per ora non penso di essere arrivato da nessuna parte. Invece, mi sono scoperto capace di fare cose che non pensavo di saper fare: una veduta aerea, un parcheggio, una determinata prospettiva. A livello tecnico sono cose che si imparano, però credo che non sia ancora sufficiente. Anche se sono molto soddisfatto di Un anno senza te, non penso di essere ancora arrivato alla vera prova del nove: un libro nato da me, con un’idea mia, di cui posso dire «Questo è completamente il mio immaginario e l’ho espresso nella maniera più simile a come l’avevo ideato». Questo tipo di opere totalmente mie si limita a qualche illustrazione, ma fare un fumetto del genere penso sia ancora presto per me. Quando ci riuscirò allora potrò dire se mi sento in qualche maniera arrivato o meno. Rispetto a quello che vorrei fare, Un anno senza te, per quanto magico, è ancora troppo reale.

Questo mi fa tornare in mente la parabola creativa del regista surrealista Luis Buñuel. Dopo decenni di film realizzati sotto le costrizioni dei produttori e tagliuzzati dalla censura, Buñuel ebbe un grande successo personale e commerciale con Bella di giorno nel 1967 che gli diede la chance di realizzare un film con completa carta bianca; eppure, il successivo e magico La via lattea si rivelò un film creativamente molto meno libero dei precedenti. Alla stessa maniera, in questo Un anno senza te, benché costretto da limiti esterni quali la sceneggiatura non tua e le logiche produttive editoriali, si sente moltissimo la tua presenza autoriale. Se avessi completa carta bianca per realizzare un’opera del tutto tua, che cosa faresti e su che media? In pratica: cosa vuoi fare da grande?

È una domanda che si apre a tantissime risposte! Per prima cosa, La via lattea si avvicina tantissimo a quello che vorrei fosse il mio prossimo libro. Per quanto riguarda quello che farò da qui a dieci anni, beh, non ci sto pensando, non sono così lungimirante. Ho perso la mia capacità di previsione del futuro che avevo da bambino, quando pensavo che avrei fatto fumetti, poi ho cambiato strada e poi alla fine li ho fatti davvero. Arrivato a questo punto non faccio più piani a lunga distanza perché probabilmente cambieranno, ma il mio obiettivo principale resta quello di creare una storia che racconta qualcosa che nasce da me. Voglio essere in grado di scrivere un fumetto da solo che generi la stessa bellissima empatia che si sta creando fra i lettori e Un anno senza te: io ne sono contentissimo, ma non è interamente merito mio. Con Vanzella siamo andati un po’ sul sicuro perché quella di Antonio è un’esperienza che capita a tutti, ma con le storie che ho in mente non so che tipo di empatia si possa creare col lettore! Sarà una sfida difficile, grande ed emblematica, ma è una di quelle cose che davvero voglio fare da grande. Sarà come scalare una montagna, e voglio riuscirci. Se poi devo dirti cosa vorrei fare davvero, ti direi un film d’animazione su un mio fumetto: già mentre lavoro me li immagino animati, perché quello è il mio background. Fra le idee che ho in mente ce se sono alcune che si prestano a diventare film d’animazione, magari animazione francese che ultimamente si è anche un po’ giapponesizzata.

In Europa c’è anche l’irlandese Tomm Moore che realizza opere meravigliose e molto personali.

Ah, certo, lui lo adoro, ho anche un poster della selkie de La canzone del mare appeso in camera! Credo sia il Miyazaki d’Occidente. Ho visto tutti i suoi film e li ho sempre trovati di una grande poeticità e senso dell’avventura, oltre all’eccezionale resa grafica e alle splendide scelte musicali. Credo che abbia quella morbidezza nel raccontare le cose che è proprio la grande lezione dell’Oriente, che lui ha saputo incamerare senza scimmiottare o imitare nessuno. Lo seguirò sempre con grandissimo entusiasmo.

Fotogramma di "Song of the Sea" di Tomm Moore.

Questo splendido fotogramma della selkie de La canzone del mare di Tomm Moore fa bella mostra di sé incorniciato e appeso al muro in camera di Giopota.

Grazie mille per averci concesso questa lunga intervista!

Grazie a voi! Spero che i vostri lettori continuino a leggervi, perché siete una realtà super-interessante e il vostro interesse per il fumetto è davvero coinvolgente. A differenza di altre testate, apprezzo il vostro porvi in prima persona: già il fatto di contattare direttamente gli autori come me mi fa sentire una grande vicinanza. Continuiamo insieme a diffondere la cultura del fumetto, che non è una cosa scontata!


L’autore desidera ringraziare personalmente Giopota per aver concesso parte del suo tempo a DF con straordinaria disponibilità e cortesia.

Un anno senza te: “Non sono omofobo, ma…” una brutta intervista

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. Dopo aver recensito il volume, scambiamo quattro chiacchiere con Luca Vanzella partendo dalla prospettiva più antipatica che ci potesse venire in mente.


L’argomento dell’intervista rende indispensabile una premessa. So bene che Un anno senza te non riguarda espressamente il tema dell’omosessualità, ma è il racconto di un sentimento universale. Nondimeno si tratta di un elemento importante all’interno della storia che volevo provare ad affrontare in maniera un po’ ruvida. All’inizio pensavo di porre domande aggressive per ricevere delle risposte che lo fossero altrettanto, ma poi ho realizzato che, se è vero che è ingiusto rappresentare gli omosessuali tramite degli stereotipi, è altrettanto giusto non descrivere un omofobo stereotipato (grazie a Zerocalcare e a Rita Petruccioli per la Masterclass all’ARF!).  Mi piacerebbe poter dire «Eh, ho fatto fatica a scrivere queste domande perché io non sono assolutamente omofobo», invece mi accorgo che è stato molto difficile per me buttare giù queste domande perché mi rendo conto che certi dubbi, certe diffidenze e certi pregiudizi sono radicati anche dentro di me, magari sepolti e addormentati in un angolino, ma sempre pronti a uscire fuori ringhiando. Accedere a quella parte di me, svegliare il can che dorme, è brutto perché ti rendi conto di non essere quella bella persona che credi di essere. Ma vale la pena farlo.

Andrea Gagliardi

Faccio una nota introduttiva anch’io: quando si risponde a domande sull’argomento omosessualità e simili uno dovrebbe sempre cercare di dare risposte costruttive, che provano a far capire la situazione anche ai peggio bigotti, perché una risposta calma che ascolta davvero la domanda può fare più di mille parate e manifestazioni. A volte però uno proprio non c’ha voglia. Per questo ci saranno due risposte: una poco costruttiva (ma che spesso è quella che si vorrebbe dare) e una si spera più utile e produttiva.

Luca Vanzella

Perché hai deciso di raccontare una storia di un amore omosessuale? Forse perché è un tema di attualità in questo periodo storico, e quindi pensavi potesse darti una maggior probabilità di pubblicazione e di promozione?

RISPOSTA 1: Perché sì. Perché sono frocio (io lo posso dire e tu no, ricorda) e mi va di raccontare i froci. Non lo faccio da ieri, ho creato un personaggio gay nel 2003 (il caro Aleagio). E poi non vedo tutta ‘sta attenzione per tematiche gay, se volevo cavalcare l’attualità puntavo a qualcosa di più scottante, che so, i vaccini.

RISPOSTA 2: Quando si scrive si parte da istinti e sensazioni personali, si segue un po’ la musa, se vogliamo, ma a un certo punto ci si deve fermare e fare delle considerazioni più razionali. Ha senso per me raccontare una storia di amore tra uomini? Se fosse tra un uomo e una donna come sarebbe? E dopo queste considerazioni personali e intrinseche alla storia ci si chiede: ha anche senso aggiungere una storia come questa nel mare delle storie pubblicate? Per me aveva senso parlare di un amore gay perché sapevo che avrei potuto dargli un’autenticità maggiore, banalmente sarebbe venuta meglio, e la mia lealtà va sempre e comunque alla storia. C’è poi la considerazione che, per quanto i titoli dei giornali possano aver distorto un po’ la prospettiva, di fatto non ci sono molte storie con protagonisti gay. Per qualcuno quei tre o quattro titoli che escono dalla nicchia possono sembrare tanti, ma per molti sono solo una goccia in un mare di uscite.

Antonio, a quanto leggo, è un bear. Non credi sia superficiale categorizzare le persone in base al proprio aspetto fisico?

RISPOSTA 1: Beh non hai letto che Antonio è un bear nel fumetto perché non c’è scritto, quindi forse l’hai riconosciuto tu come tale. Che va bene così eh, le etichette servono per capirsi in fretta, ma ce l’hai messo tu. Ok, viene menzionata una festa che si chiama Orsolandia, ma parliamoci chiaro, anche gli etero hanno le loro serate con una specifica demografia per il rimorchio, solo che la chiamano “serata latino-americana” invece che “quarantenni in forma”.

RISPOSTA 2: Le etichette denotano gruppi e appartenenze, quindi includono ed escludono. L’etichetta bear, o orso, nasce con un intento se non nobile almeno positivo, quello di creare uno spazio per chi non combacia con lo stereotipo del gay giovane, magro e fashion, un posto dove chi è peloso, sovrappeso e disinteressato alla moda possa trovare qualcuno che lo apprezza. Posso dire che andare alle prime serate e vedersi rifiutato perché troppo giovane, troppo magro e troppo “carino” è stato un po’ uno shock, ma anche molto istruttivo: certi ideali di bellezza e figaggine non sono così assoluti come uno potrebbe credere. Certo con il tempo il bear è diventato un suo stereotipo e quel messaggio di accettazione e celebrazione della differenza si è sbiadito, tanto che a volte pare che bear sia solo una categoria “merceologica”. Nel libro Antonio non viene mai definito orso, proprio per non cadere nello stampo, ma è un orso nel senso che è un ragazzo cicciotto e desiderabile.

Copertina di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

In un paio di situazioni descritte nel libro sembrerebbe che le dinamiche delle relazioni sentimentali tra omosessuali siano parecchio “sbrigative” e circoscritte all’interno di un gruppo ristretto (penso agli ex di Antonio che si frequentano tra loro): ci si incontra, magari su Rimorchier, qualche convenevole e si va subito a letto. È così anche nella realtà?

RISPOSTA 1: Si vede che non sei un “gggiovane” single, che se eri “gggiovane” e single avevi Tinder (che è il Rimorchier etero) e trombavi a destra e a manca con solo qualche convenevole.

RISPOSTA 2: Penso che sia la realtà di una fascia di età, a prescindere dall’orientamento sessuale. Lo stereotipo del “gay promiscuo” è sempre di più una cosa del passato, in parte perché il mondo etero è molto più onesto sulla sua promiscuità: dei ragazzi all’università escono, si ubriacano e rimorchiano, come hanno sempre fatto e ora ne parlano liberamente (sopratutto le ragazze). L’altro motivo è che con il riconoscimento prima morale e poi di diritto delle coppie gay è chiaro che se uno va a letto con tanti partner lo fa perché è lui che vuole così, non perché è qualcosa di intrinseco all’essere gay. Riguardo al fatto che i personaggi si conoscono un po’ tutti, è quasi inevitabile: Bologna non è così grande e i gay sono un piccola percentuale.

Nella vostra storia si percepiscono una serie di rapporti omosessuali narrati come se fossero la cosa più naturale del mondo. Non ti sembra di raccontare in maniera troppo disinvolta quello che in realtà è un fenomeno più complesso?

RISPOSTA 1: No, perché non è un argomento complesso.

RISPOSTA 2: Siamo giunti al punto in cui non si deve più trattare l’argomento dell’omosessualità solo come una qualche questione delicata. Certo, si può affrontare il lato sociale, il fatto che ancora un sacco di ragazzi non sono accettati dalla famiglia, sono oggetto di discriminazione se non addirittura di violenza; ma per fortuna ci sono sempre più spazi in cui essere gay è considerato normale, e penso che sia importante fa vedere che i progressi ci sono stati e che si può trovare un posto dove essere sé stessi.

Nevicano conigli: sono il solo a essersi stupito di non trovare una doppia splash-page di Bologna coperta da sangue e interiora di coniglio? È una conferma della mia eterosessualità?

RISPOSTA 1: Sei una brutta persona.

RISPOSTA 2: Sei una brutta persona.

Un anno senza te: riuscirò a superarlo

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. In questo primo articolo (mamma che emozione essere il primo) proverò a spiegarvi a parole mie perché è bello e dovete comprarlo e leggerlo!


Charlotte: «Per dimenticare ci vuole almeno la metà del tempo che si è stati insieme».
Carrie: «Quindi la matematica è una certezza anche in amore?»

(da Sex and the city)

Ovviamente no, mia cara Carrie, «non esistono leggi d’amore», anche Marco Ferradini lo diceva.

Non importa quanto una storia possa esser durata, tre anni, due settimane, ognuna necessita di un tempo di metabolizzazione. La soluzione potrebbe essere perdonare chi ti ha fatto del male, smettere di portare rancore e decidere di conservare solo i ricordi belli di una storia conclusa. Oppure ci si potrebbe buttare in un nuovo lavoro, una nuova vita, un trasferimento, con il rischio però di fuggire dal dolore e ritrovarselo lì quando meno te l’aspetti.

Antonio è un ragazzo di provincia, semplice, laureando in Storia a Bologna, giovane e per molti versi inesperto nei confronti della vita e dell’amore, come quello con Tancredi che si è appena concluso; il dolore è forte, il rapporto breve ma intenso ha lasciato un segno indelebile e note di tristezza cospargono il pavimento di casa. Zeno, Anita e Tobia sono tre fidati amici che lo aiuteranno a rialzarsi assistendolo lungo il suo percorso di interiorizzazione, un percorso in cui lo vedremo cadere più volte, dove spesso un messaggio verrà inviato immediatamente seguito da pentimento, dove il ricordo è un emofene, un fischio continuo, una nota costante, un sentimento che continua a riemergere e che solo il tempo aiuterà a non sentire più. La stretta al cuore che si ha rivedendo il proprio ex è forte, ma come potrebbe essere quella di vedere due tuoi ex che stanno assieme? E allora giù di gin tonic, un abbraccio e tutto passa.

La storia raccontata da Vanzella è delicata, le vicende sono dolci, poetiche… La cosa che più ho apprezzato leggendo questa graphic novel è stata la totale assenza di riferimenti al mondo LGBT, nonostante l’amore raccontato fosse tra due uomini: quello a cui assistiamo è solo il percorso di crescita di Antonio e il fatto che sia innamorato di Tancredi è solo un particolare non essenziale alla storia. Il rischio che il libro potesse essere un manifesto dell’amore rainbow era alto, ma la bravura degli autori ha evitato un’inutile ghettizzazione dell’opera, la naturalezza con cui tutto viene raccontato rende la lettura piacevole e scorrevole. L’impronta di Vanzella è ben evidente, tutte le sue opere sono sempre un mix bilanciato tra realtà e surrealismo e questa non fa eccezione, la metafora dei fiocchi di neve che cadono grossi come conigli è di una raffinatezza unica.

Tavola di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Perfettamente abbinato risulta il tratto di Giopota, Giovanni Pota, che nonostante sia alla sua prima pubblicazione lunga, non sembra minimamente temere l’accostamento a un veterano del settore come Vanzella. Il suo tratto delicato ma deciso, dalle forme sinuose e non spigolose, riescono a trasportare su carta con molta maestria gli stati d’animo del protagonista, e a delineare perfettamente le location dove si svolge la storia, per prima Bologna, che in questo libro viene rappresentata magica e surreale.

Numerose sono poi le citazioni nerd sparse qua e là per tutto il racconto a partire dal monumento celebrativo a Lady Oscar (nel finale del primo capitolo ci avevo visto una citazione a Dragon Ball, ma sono stato smentito dall’autore, probabilmente la mia formazione nerd mi devia).

L’edizione BAO è sempre pregiata, ormai questa casa editrice ci sta viziando e anche questa pubblicazione è stata curata sotto ogni aspetto, la carta interna è corposa, di buona grammatura e garantisce una resa di stampa molto buona, la copertina in cartonato ha dei particolari evidenziati in vernice UV e alcuni sottolineati da una stampa a secco che genera un piacevole effetto di bassorilievo.

In conclusione consiglio la lettura a tutti, di qualsiasi orientamento voi siate, perché l’amore è universale, come i sentimenti e questa graphic novel li racconta molto bene!

Editore: BAO Publishing
Autori: Luca Vanzella, Giopota
Genere: Imparare a impararsi
Pagine: 224
ISBN: 978-88-6543-878-7
Formato e rilegatura: Cartonato 16×23
Data di pubblicazione: 25/05/17
€ 20.00

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DORAEMON MAGAZINE – La rivista ufficiale di Doraemon

È tondo, è blu, è goloso… è un gatto spaziale! Dopo il grandissimo successo della serie TV, arriva il magazine ufficiale di Doraemon!

Nato nel 1969 sulle pagine del mensile a fumetti giapponese CoroCoro Comic dalla fantasia del duo Fujiko Fujio (gli stessi autori di Carletto, il principe dei mostri), Doraemon è stato il protagonista di tre serie televisive animate e di numerosi film e videogiochi. Oltre ai fumetti e ai cartoni animati, giocattoli e merchandising di vario tipo hanno contribuito ad aumentare la popolarità di Doraemon, rendendolo uno dei personaggi della cultura pop giapponese più noti al mondo.

Doraemon è un gatto robot del futuro, inviato dal pronipote di Nobita Nobi nella nostra epoca per migliorare la vita di quest’ultimo e renderlo una persona migliore. Con l’ausilio di numerosi gadget detti ciusky, contenuti in una tasca quadri-dimensionale chiamata gattopone, Doraemon può vivere mille avventure con Nobita e i suoi amici.

Nella rivista ufficiale pubblicata da Panini, i lettori potranno rivivere le avventure del felino del futuro più simpatico che c’è insieme a Nobita, Shizuka, Gian e tutti gli altri personaggi della serie. Scopriranno tutto sui ciusky, impareranno l’inglese in maniera divertente, leggeranno tante curiosità sul Giappone e risolveranno piacevoli rompicapo. E sul primo numero, la ricetta dei dorayaki, i dolcetti preferiti di Doraemon, e un gadget spaziale esclusivo in regalo: un kopter tutto blu per volare con la fantasia!

Pronti per partire? L’appuntamento con Doraemon è il 6 giugno in edicola!

Sailor Moon Crystal 3° arco: HABEMUS DATA!

Ci sono voluti mesi di attesa, conferme, poi rinvii, poi di nuovo conferme e poi smentite, ma alla fine il terzo arco di Sailor Moon Crystal sarà trasmesso anche in Italia!

Sailor Moon Crystal – Death Buster è il terzo arco della serie, in cui vengono presentate per la prima volta le guerriere Sailor Uranus Sailor Neptune. Lo scopo dei protagonisti è di trovare il Rainbow Moon Chalice e salvare la Terra dagli invasori.

La data di messa in onda sarà il 16 giugno: Rai Gulp conferma la serie visti gli ottimi ascolti delle due precedenti stagioni.

Finalmente l’attesa è finita.

Superman: Alieno americano – La genesi del primo supereroe

Copertina di "Superman: Alieno americano" di Max Landis.Cosa sia Alieno americano potrebbe essere riassunto in poche parole; anzi, una per la precisione: “origini”.

Avete presente le origini di Superman, no? Krypton esplode… bimbo sul razzo… due terrestri lo trovano… Ecco, queste origini mettetele da parte. Max Landis ci parla di come un ragazzo diventa Superman, la genesi vera e propria di quello che è il primo dei supereroi.

Già dal titolo abbiamo qualche indizio sulle tematiche trattate. L’accostamento di “alieno” e “americano”. Quasi un ossimoro. E infatti tutta l’opera, composta da sette capitoli, si sviluppa su questa soltanto apparente dicotomia.

Clark è un ragazzino come ne esistono a milioni, ma ha dei superpoteri. Clark vola e i genitori non hanno idea di come crescere un ragazzetto così. Nessuno ce l’avrebbe. Clark è un adolescente che ha le sue cotte. È un giovane uomo che si trasferisce nella grande e sporca città, dopo aver vissuto nella (relativa) tranquillità di Smallville. Clark è prima di tutto un Eroe, che grazie ai consigli giusti diventa “Super”.  È una persona che commette degli errori, che si pente e che chiede scusa. È a tutti gli effetti la razza umana al suo meglio.

E allora, perché “alieno”? Perché lui non è umano, in fin dei conti. Finge di essere come noi, ma è molto di più. È un dio del Sole destinato a guidare una generazione di supereroi. E tutto il mondo lo teme. Può alzare facilmente un’automobile sopra la sua testa, scagliarla nello spazio. Potrebbe conquistare la Terra in una giornata, se volesse. Ma… lui è Superman. Anzi, Clark Kent.

Illustrazione di "Superman: Alieno americano" di Max Landis.Ecco, in questo volume leggerete prima di tutto dell’uomo e poi del superuomo sotto la grande “S” rossa. Leggerete di  come impara a controllare i suoi poteri, di come Smallville sia un nido accogliente e consapevole, di come Metropolis lo sia molto di meno. Leggerete delle prime amicizie, degli amori e delle persone che più in avanti entreranno nella vita del protagonista.

In più, come se tutto ciò che ho scritto sopra non bastasse, ci sono le (scontate) apparizioni di “colleghi” (o futuri tali) e cattivi. Un Batman pragmatico pronto a tutto per portare avanti la sua crociata, un Oliver Queen visto prima e dopo la tragedia che gli cambierà la vita, un Lex Luthor nella sua giovinezza, ma spietato come non mai.

E se in queste parole scritte sentite ci sia dell’amore (e spero di sì) è perché questo volume trasuda amore per questi personaggi  da ogni poro, dalla scrittura alla parte grafica, con disegnatori di livello assoluto che si danno il cambio numero per numero. Si parte da Nick Dragotta (che ho però preferito su East of West), passando per il tratto sporco di Tommy Lee Edwards, a quello “cool” di Joelle Jones con i colori vivissimi e caldi, all’ormai riconoscibilissimo Jae Lee e il suo Batman simil-demoniaco, al tratto altrettanto riconoscibile di Manapul , reso ancor più bello dalle tinte pastello degne di un sogno. Infine troviamo Case che disegna uno dei capitoli più densi dal punto di vista emozionale, e Jock, che però continuo a preferire nelle copertine, dove il suo tratto febbrile è più contenuto.

Insomma, Alieno americano una lettura da avere se siete fan dell’Azzurrone, ma anche se non avete mai letto nulla di questo splendido personaggio. Dopo averlo letto, crederete che un uomo può volare.

Illustrazione di "Superman: Alieno americano" di Max Landis.

Black Monday: il Diavolo di Wall Street

Copertina del primo volume di "Black Monday" di Jonathan Hickman.

Black Monday è l’ultima fatica di Jonathan Hickman, Tomm Coker, Michael Garland e niente meno che Satana in “persona”.

Così ci dice la fascetta del volume edito da Mondadori Oscar Ink e realizzato dall’autore di opere sperimentali e avveniristiche quali Pax Romana e The Nightly News.

E se il Diavolo si vede nei dettagli, Hickman si nota nelle grandi architetture, a volte lente, a volte complicate, ma sempre sensate e dai tasselli incastrati alla perfezione.

Il primo volume di Black Monday (titolo originale: The Black Monday Murders), di ben 240 pagine a colori, escluse le tavole metanarrative che simulano pagine di dossier della polizia o documenti riservati, conferma l’attitudine “demiurgica” dell’autore, con un mix ben dosato di informazioni, di prosa (il che ricorda tanto il modus operandi di Alan Moore), di flashback, e di elementi di character building mostrati per presentarci i vari personaggi.

Non viene detto troppo né troppo poco, si snellisce l’infodump, inevitabile in un lavoro simile, e i curiosi inframezzi di tavole bianche, macchiate, logore, ornate da strani simboli di carattere pseudo-rituale, servono a spezzare l’azione al suo culmine o a dividere tra loro le sequenze dei vari capitoli, proprio come avviene anche in altri lavori dello statunitense quali East of West e The Manhattan Projects.

Tavola di "Black Monday" di Jonathan Hickman.Il ritmo è cadenzato, si prende il suo tempo perché l’imperativo è affascinare, inquietare, alimentare la tensione e contestualizzare il tutto in un ambiente quanto più realistico possibile. Il lettore deve credere che tutto ciò che viene narrato è successo e succede realmente nell’ombra dell’ambito borsistico americano, considerato dai più come noioso e frequentato da anonimi individui in giacca e cravatta (sciocchi!).

Si gioca su una potente metafora, o più che altro sulla polivalenza della parola “potere”. Hickman ci informa che il potere è l’ascendente di un individuo su un altro, ma anche un mezzo fisico, il denaro, e infine la magia. Da qui “poteri magici”. Lo slogan è il seguente:

Quella con cui cominci. Quella che paghi. Quella per il profitto.

A conti fatti Black Monday parla di questo: padroni e schiavi, denaro e azioni, e ovviamente magia, nella sua accezione più oscura e diabolica.

Tavola di "Black Monday" di Jonathan Hickman.Un mio amico, giorni fa, chiedendomi a quale Moore si rifacesse di più Hickman in questo volume di apertura, se a quello di Watchmen o a quello di From Hell, mi ha dato da riflettere. La risposta ovviamente è che il Moore di riferimento, se – come ritengo personalmente – si possono azzardare delle similitudini, è quello di From Hell, e lo è per diversi motivi. Una narrazione sul filo tra reale (gli omicidi di Jack lo squartatore e il crollo della borsa di Wall Street del ’29) e soprannaturale, il simbolismo, ma anche il topos dell’omicidio rituale e del denaro – e il potere da esso derivante – capace di ostacolare, se non modellare, la giustizia.

I disegni di Coker e i colori di Garland tendono al realistico, con un taglio fortemente cinematografico, molti primi piani ravvicinati a rendere serrati i numerosi dialoghi in sospeso tra il detto e non detto e campiture forti e nette che incupiscono le atmosfere.

Le didascalie in Courier New contenenti luogo e orario donano alla vicenda un sapore “federale” che ricorda quasi X Files, mentre la terminologia economico finanziaria rende verosimile il tutto. Piccoli elementi esoterici perturbanti, infine, stimolano il sense of wonder, un po’ come avveniva in Twin Peaks.

Se in passato il vertice della catena alimentare si rifaceva all’effettivo atto divoratorio delle specie considerate inferiori, al giorno d’oggi il tutto si fa metafora e i predatori sono coloro che detengono il potere nella sua triplice forma, e con esso sbranano e dissanguano la gente comune.

La Image Comics colpisce ancora, dunque, regalandoci un noir esoterico il quale sembra sussurrarci che le porte dell’Inferno si sono appena aperte e il meglio deve ancora arrivare.

Illustrazione di "Black Monday" di Jonathan Hickman.

Tsubaki-cho Lonely Planet: amore e risparmio

Copertina italiana di "Tsubaki-cho Lonely Planet" di Mika Yamamori.Tsubaki-cho Lonely Planet di Mika Yamamori è una gradita sorpresa nel panorama delle nuove uscite shoujo manga degli ultimi tempi.

Il genere infatti pare adagiato troppo vistosamente nel plot in voga al momento:

– Ragazza incontra un nuovo compagno di scuola;

– In genere lo conosceva prima o chissà come mai viene inspiegabilmente attratta da lui;

– Lui la ricatta sottraendole qualcosa o scoprendo un segreto;

– La loro relazione tra i banchi di scuola inizia.

Sappiamo bene che trama che vince non si cambia, ma in questo periodo gli shoujo sono tutti troppo simili e mentre leggiamo ci domandiamo «Ma è un nuovo numero o lo ho già letto?». Questo per far capire che di originalità ce n’è sempre meno e mentre i neofiti sono facili da accontentare, le senpai di lungo corso cominciano a stufarsi di vedere le solite storie.

Tsubaki-cho Lonely Planet, pubblicato da Star Comics, invece  parte da un presupposto più maturo per dare il via alla storia. Fumi ha perso la madre e il padre è indebitato fino al collo. I suoi sedici anni non li trascorre tra le fastose vie di Shibuya scattandosi selfie con le amiche, ma collezionando punti fragola del supermercato, cucinando per il padre e facendo di tutto per far quadrare i conti. Il suo sogno non è una borsa Louis Vuitton, ma un aspirapolvere e una lavatrice.

Illustrazione di "Tsubaki-cho Lonely Planet" di Mika Yamamori.

Il suo mondo fatto di piccoli risparmi e attenzione massima, il suo equilibrio precario, crolla come un castello di carte quando il padre contrae un altro debito. Fumi perde la casa e allora decide di diventare donna delle pulizie presso un noto scrittore. Il padre invece si imbarca su una nave tonnara.

Fumi comincia la sua avventura da governante, ma scopre che non è un anziano scrittore il suo datore di lavoro, ma un giovane bello e misterioso, Kibikino. Tra i due si creano attriti, le loro personalità diverse entrano in collisione, ma poco a poco cominciano a guadagnarsi i loro spazi e la reciproca fiducia. Mentre la vita lavorativa di Fumi migliora, quella emotiva subisce uno scossone. Un nuovo compagno di classe turba il suo ménage scolastico e la porterà a fare cose che non vuole.

Illustrazione di "Tsubaki-cho Lonely Planet" di Mika Yamamori.

Come si evince dall’ultima parte, anche Tsubaki-cho Lonely Planet segue lo svolgimento di molti altri manga shoujo, ma è a suo modo diverso. Innanzi tutto la protagonista ha a che fare con veri problemi e ha una maturità sviluppata, il suo carattere non è piatto, ma profondo, in linea con la complessità di una società che ha dei risvolti spiacevoli e che la mette davanti a scelte difficili. Lo stesso scrittore Kibikino ha una personalità non sterile, ma che muta a seconda delle situazione e dell’evolversi del rapporto con Fumi.

Illustrazione di "Tsubaki-cho Lonely Planet" di Mika Yamamori.

La cura dell’autrice Mika Yamamori sia per la raffigurazione dei personaggi sia per la loro introspezione psicologica è semplicemente ammirevole e commovente. Un manga che convince dal primo numero e che speriamo di vedere crescere di intensità con il passare dei mesi.

Samurai Jack: una recensione televisiva

Samurai Jack è stato uno dei primi cartoni animati che ho visto perché lo vedevano i miei figli. Il lavoro di Genndy Tartakovsky, a partire da Il laboratorio di Dexter, passando per le Superchicche, fino ai film di Hotel Transylvania, mi ha sempre stuzzicato, per l’impostazione grafica e per storie non (del tutto) banali, cosa non molto frequente (purtroppo) nei cartoni animati moderni. Ma per Samurai Jack ho avuto un interesse sincero. Mi è capitato di obbligare i miei figli a vederlo quando loro volevano cambiare canale.

Il cartone animato, mai concluso, ha avuto tanto successo che a distanza di tredici anni è stata prodotta la quinta e definitiva stagione, in cui finalmente si concluderà la lotta tra Jack e il demone Aku.

Così IDW e Cartoon Network hanno messo al lavoro lo sceneggiatore Jim Zub e il disegnatore Andy Suriano, che ha lavorato anche sul cartone, e tra il 2013 e il 2015 hanno prodotto un fumetto in venti numeri, poi raccolti in quattro volumi.

Gli episodi si collocano cronologicamente tra la quarta e la quinta serie e Panini Comics la propone a distanza di quasi due anni dall’uscita americana, in concomitanza con le nuove e conclusive puntate televisive, arrivate al numero 10 negli Stati Uniti.

Copertina del primo volume italiano di "Samurai Jack".Nel volume Samurai Jack fa quello che fa in tutti gli episodi del cartone animato: tentare di sconfiggere il demone, per tornare nel passato e contrastare il realizzarsi del futuro creato da Aku.

Vagando per il mondo del futuro, dominato dai demoni, tra arti marziali e tecnologia, Jack cerca manufatti più o meno magici per tornare indietro nel tempo.

Così in questo primo volume, cerca di recuperare la corda degli eoni, intessendo tra loro i fili del tempo. Samurai Jack gira per il mondo, incontrando (e sconfiggendo) mostri e demoni, liberando fantasmi e smascherando vecchie regine, con la sua ironia e qualche trovata divertente sulla falsariga di quanto accade nella versione televisiva.

Alla fine riesce a ritessere la corda, come dice lui stesso, visitando luoghi inesplorati, fino al più classico dei finali: l’ultimo pezzo si trova nella fortezza del nemico, al punto che Aku lo usa come… filo interdentale!

Ma ancora una volta, pur arrivando vicinissimo al ritorno nel passato, Samurai Jack si deve accontentare di prolungare la sua permanenza nel futuro corrotto, pur di sopravvivere.

Tavola di "Samurai Jack".

Chi ha amato e ama il cartone animato ritroverà le stesse atmosfere, tra la nostalgia e l’angoscia per la lontananza, ma con la forza e la limpidezza del samurai. A volte, forse, con qualche battuta di troppo, anche se obbligata. In fondo il cartone animato, con le immagini in movimento, riesce con uno zoom o una carrellata a rendere l’idea dell’espressione di un viso anche senza parole, questo nel fumetto deve più frequentemente essere fatto verbosamente. Ciononostante, anche nelle pagine, si incontrano momenti di silenzio, in cui solo i rumori e i movimenti danno pienamente l’idea di quanto sta succedendo, esattamente come nel cartone.

I personaggi sono caratterizzati nello stesso modo, anche se il demone Aku forse era meno “buffo” (in alcune scene finali, con il filo interdentale, quasi tendente al ridicolo).

Ma la caratterizzazione di Jack è perfetta e aderente a come la conosciamo; carattere, forza, scaltrezza, fino alla scelta di vita e di coerenza: continuare a lottare fino alla fine, preferendo vivere nel mondo malvagio del futuro, piuttosto che tornare nel proprio passato a morire. Con uno sguardo che la dice lunga.

Maggiore è, per forza di cose, la differenza dal punto di vista grafico: ricordando che il cartone è giocato tutto sulla tecnica del masking, senza linee di contorno, utilizzando in modo magistrale il contrasto dei colori e il dinamismo delle immagini. Qui è stato possibile applicare questa tecnica solo nelle copertine e in alcuni punti. Proprio per riproporre lo stesso dinamismo, infatti, gli autori del fumetto hanno dovuto cambiare la tecnica di disegno, reinserendo i contorni, anzi, è proprio l’irregolarità dei contorni e il pesante utilizzo del chiaroscuro a far percepire lo stesso movimento che nel cartone viene dalle tecniche di animazione e dai movimenti delle camere. Anche l’elevato contrasto dei colori, insieme alla gamma utilizzata nelle diverse situazioni, contribuisce (bellissima la scena in cui la corda degli eoni parla a un Jack morente, fermando il tempo e portandolo in una sorta di limbo luminoso, in cui i colori sono i complementari della realtà).

Per rendere la rapidità delle scene, il disegno risulta a volte anche deformato.

Tavole di "Samurai Jack".

Altro espediente utilizzato per riproporre sulla staticità della carta il disegno animato è la suddivisione in vignette, sempre diversa e per lo più molto irregolare. Spesso con sovrapposizioni dei personaggi che escono dai bordi, quasi mai sottili e uniformi.

Alla fine l’esperimento di inserire tra le stagioni del cartone animato una serie di storie a fumetti, al netto delle differenze di linguaggio dei diversi media, può dirsi riuscita. Anche se Tartakovsly non ha mai ufficialmente riconosciuto il legame tra il cartone e il fumetto, arrivando a dire che il fumetto non è canonico, il tentativo fatto da Zub e Soriano è stato quello di riproporre esattamente le stesse atmosfere e le stesse caratterizzazioni del cartone.

Ci sono alcune cose che non mi sono piaciute da amante del cartone, ma il fumetto regge il confronto, e regge anche in modalità stand alone. Anche se i personaggi, le atmosfere, le caratterizzazioni della serie animata restano negli occhi e mi sembrano superiori a quelle che ho trovato in questo volume. Però se Jim Zub attualmente è il principale sceneggiatore di Uncanny Avengers, dopo aver creato Skull Kickers, aver lavorato su Red Sonja, Suicide Squad, il fumetto di Munchkin, un motivo ci sarà.

Lamù Color Special: Lamù ci piaci tu!

Lamù è una icona assoluta per i giovani degli anni ’80. La bellissima aliena con i capelli verdi, le cornine e il costumino tigrato è entrata nell’immaginario collettivo dei giovani e ha trasmesso il suo fascino anche alle generazioni successive. Ma Lamù non è solo bellissima, è anche matta come un cavallo: come recita la sigla del celebre cartone animato, «nessuna al mondo è matta come lei».

Copertina di "Lamù Color Special" di Rumiko Takahashi.Che cos’è Lamù Color Special:

Lamù Color Special non è una riedizione del manga dal primo episodio all’ultimo, ma è una raccolta di episodi, per cui non aspettatevi di leggere il primo incontro tra Lamù e Ataru, ma una successione di episodi spesso non in ordine cronologico.

Il volume Lamù Color Special è composto da 300 spassosissime pagine, dove la maestra Rumiko Takahashi dà il meglio di sé come autrice e come disegnatrice. Il volume è una raccolta delle storie che la Maestra aveva colorato personalmente.

Il taglio è ovviamente comico, Lamù è la bella aliena proveniente dallo spazio che si innamora di Ataru, un ragazzo che frequenta le superiori, che a sua volta si innamora di ogni bella ragazza che vede passare.

Lamù era nata come personaggio secondario: Ataru doveva essere il protagonista assoluto, ma il grandissimo successo riscosso l’ha resa protagonista. All’interno del volume sono tanti i personaggi di contorno che negli episodi emergono e diventano di primo piano.

La maestra Takahashi in Lamù esprime al meglio il suo genio comico, con situazioni surreali, battute al fulmicotone, situazioni sexy e imbarazzanti, con doppi sensi audaci, che lo rendono un manga adatto a un pubblico adolescente e adulto.

I personaggi rispecchiano in pieno le caratteristiche e gli stilemi tipici dei protagonisti del periodo.

Ataru è pigro, indolente e sempre appresso alle gonnelle. Vuole sposare la compagna di scuola Shinobu e realizzare la sua vita felice. Per molti versi richiama Nobita, il protagonista di Doraemon, anche lui pasticcione a alle prese con creature soprannaturali.  Lamù invece rappresenta la rottura con l’immagine “stereotipata” della donna giapponese premurosa e sottomessa. Ama Ataru, ma non perde occasione di sgridarlo e inveire contro di lui con il suo carattere fumantino. Shinobu è l’eterna fidanzata, quella che ama, si dispera, piange e perdona ogni mancanza e ogni colpo di testa di Ataru, quella che non perde mai l’amore e la speranza di vedere realizzato il sogno della famiglia giapponese tradizionale.

La Takahashi ha un talento eccezionale per creare situazioni che portano scompiglio, giocare con la sessualità dei personaggi, prendere in giro i suoi protagonisti e giocare con le loro debolezze e i loro eccessi. In alcuni episodi eccede con il grottesco stigmatizzando i vizi umani, per poi farli crollare seppellendoli con una risata.

Illustrazione di "Lamù" di Rumiko Takahashi.

Leggere Lamù Color Special è un’esperienza davvero unica e divertente. La maestra Takahashi ha una ironia pungente e mai scontata che mette alla berlina i vizi umani e le credulonerie tipiche della cultura giapponese.

Tavola di "Lamù" di Rumiko Takahashi.Il volume è formato da 17 capitoli a colori, in appendice trovate una intervista alla Takahashi e i commentari della Maestra ai vari episodi.

Insomma un ottimo compendio per chi non ha mai letto la serie completa.

Lamù Color Special è una perla per la vostra collezione, un volume da leggere e sfogliare in qualsiasi momento dell’anno e che vi riporterà allegria anche nei momenti tristi.

Vi ricordiamo poi che Lamù e la sua follia sono anche disponibili su Man-ga!

Speriamo che il manga abbia un grande successo e la Star Comics ristampi a breve l’edizione integrale! Noi fan la aspettiamo!

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