Monthly Archives: giugno 2017

Shin Godzilla arriva in Italia

Con grande gioia per tutti i fan dei film giapponesi, dei film filosofici, della politique des auteurs, dei film di guerra, dei film di mostri, dei disaster movie, dei kaijuu, degli effetti speciali analogici, di Neon Genesis Evangelion, degli anime, di Satomi Ishihara, insomma con grande gioia dei fan di molti fandom, è stato annunciato l’arrivo nelle sale italiane del film Shin Godzilla diretto da Hideaki Anno.

Locandina italiana di "Shin Godzilla".

La locandina italiana di Shin Godzilla, col titolo del film scritto a mano da Hideaki Anno in persona.

L’evento è stato possibile grazie alla collaborazione fra la rete cinematografica Stardust, la casa di produzione Minerva Pictures e il distributore Dynit. Il film uscirà in 116 sale per i tre giorni lunedì 3, martedì 4 e mercoledì 5 luglio, e per i lettori di Dimensione Fumetto è possibile usufruire di uno sconto speciale messo a disposizione da Stardust: è sufficiente stampare il seguente coupon ed esibirlo alla cassa del cinema per ottenere uno sconto. Le sale convenzionate sono consultabili sul sito web ufficiale italiano della pellicola.

Coupon sconto per "Shin Godzilla".

DF ha già ampiamente parlato di Shin Godzilla raccontando il prima, il durante e il dopo del film, con uno sguardo sulla vasta campagna pubblicitaria, un reportage sui numerosi premi al regista e all’opera, e soprattutto una approfondita analisi pubblicata il giorno stesso dell’uscita nelle sale giapponesi. Come confermato anche dai primi spettatori italiani alla première dello scorso 6 aprile al Cartoons on the Bay di Torino, Shin Godzilla è un film straordinario e molto probabilmente il capolavoro registico di Hideaki Anno: un’opera che merita di essere vista su grande schermo, e da luglio sarà possibile anche per gli spettatori italiani.

Mercurio Loi 1, di Bilotta e Mosca – una recensione fisiognomica

Mercurio Loi lo si incontra quasi per caso. Può capitare di fare la sua conoscenza vagando per le strade di una serie antologica come Le storie, della Sergio Bonelli Editore, per poi incrociarlo di nuovo sugli scaffali di un’edicola maggiolina, capitato quasi per caso tra la squadrata mascella di un cowboy tutto d’un pezzo e lo sguardo magnetico di un indagatore dell’incubo.

Lo si incontra soltanto a pagina 22 dell’albo intitolato a suo nome: e già questo ci anticipa che non siamo di fronte alla solita serie Bonelli (Dylan Dog compare per la prima volta a pagina 10, Nathan Never fa capolino alla 3). Lo troviamo appeso a testa in giù, che cita una frase del Fiore, poemetto duecentesco d’amore che gran parte della critica attribuisce al giovane Dante Alighieri.

Ma quello che ci colpisce di più è la sua fisionomia. La faccia di Mercurio Loi, il suo aspetto fisico, non sono quelli di un tipico eroe Bonelli: ma sono, inequivocabilmente, quelli di Mercurio Loi. E così, potremmo sicuramente ammorbarvi su quanto sia bello, ben disegnato, ben colorato, ben curato, e soprattutto ben scritto questo albo: ma così facendo scriveremmo una recensione banale, e non renderemmo giustizia al personaggio.

In Mercurio Loi non c’è niente di banale. Così, improvvisandoci dei moderni Lombroso, invece di recensire l’albo, recensiremo il suo aspetto fisico.

Lombroso, per i pochi che non lo sanno, era un antropologo e criminologo, e aveva la singolare convinzione che si potesse risalire al carattere di un essere umano a partire dalla conformazione del suo cranio. La pseudo-scienza da cui traeva le sue convinzioni si chiamava fisiognomica e aveva una lunga tradizione sin dal tardo Medioevo, quindi non gliene faremo una colpa. A quei tempi si credeva a un sacco di cavolate. Quello che Lombroso non sapeva è che la fisiognomica è sì una scienza che non ha alcun diritto di descrivere il mondo reale, ma, se applicata al mondo del fumetto, diventa portatrice di verità. In quale altro mondo, infatti, le caratteristiche fisiche delle persone servono a descriverne i tratti caratteriali? Nel mondo dei fumetti un naso camuso e una fronte bassa sono davvero segni di stupidità; una mascella quadrata è davvero segno di forza; le labbra carnose sono davvero segno di concupiscenza.

Li disegnano apposta così!

Apprestiamoci dunque al nostro studio di Mercurio Loi. Eccolo, in tutto il suo anatomico splendore, negli studi di Massimiliano Bergamo pubblicati sul numero 0, ancora disponibile sul sito di Sergio Bonelli Editore.

Cosa notate?

La prima cosa che si può mettere in evidenza nella fisionomia del professor Loi sono le orecchie a sventola. Per Lombroso questo tipo di padiglioni auricolari era un segno secondario di una possibile mente criminale, ma noi non ci spingeremo fino a questo punto. Sicuramente ci dicono che Loi non è il tipo d’uomo di cui ti puoi innamorare a prima vista. Bisogna conoscerlo a fondo, per imparare ad amarlo. È un uomo pieno di difetti, anche vistosi: ma il fatto che non tenti di nasconderli dietro una folta chioma indica che non se ne cura affatto. Anzi: probabilmente il professor Loi è fiero di essere diverso dagli altri.

In questo splendido profilo del professor Loi, colto dalla mano di Giampiero Casertano, possiamo notare un altro particolare del suo volto: il naso, importante e sottile, dalle narici imponenti. Un naso alla Sherlock Holmes, direbbe qualcuno, e non sarebbe lontano dalla realtà. Il naso del professor Loi è il segno di una grande intelligenza, o meglio: segno della capacità di saper leggere il mondo al di là delle apparenze. Sarà forse per questo che aderisce a una setta di “appassionati dei misteri di Roma” chiamata Sciarada, al cui vertice siede una bambina?

Ma passiamo oltre.

Manuele Fior, copertinista della serie, ci mostra l’incipiente stempiatura del professor Loi. Una fronte così alta è tipica di chi ha già visto passare gli anni di maggior vigore fisico: ci racconta di una persona che ne ha già vissute parecchie. In effetti sappiamo già che il professor Loi ha un passato tutto da raccontare: una donna ne deve aver incrociato i sentieri, lasciando solo una statuetta a testimonianza del proprio passaggio; un assistente di nome Tarcisio deve averne condiviso pensieri e giornate, diventandone la nemesi. Mercurio Loi ha un passato interessante almeno quanto il suo presente, raccontatoci in questo primo numero. Non è difficile desiderare di intraprendere questo cammino assieme al valente Alessandro Bilotta, che come un novello Bernieri intesse l’epopea del professore.

Ma bisogna stare attenti.

Perché, come l’ottimo Matteo Mosca ci mostra, il professor Loi porta un bastone da passeggio, e non lo fa a cuor leggero. Più che un appoggio, quel bastone è un emblema. Ci dice che Mercurio Loi attraversa le strade di Roma, della Roma papalina che è uguale a quella Repubblicana che poi tanto diversa da quella Imperiale non è. E le attraversa senza puntare da nessuna parte, lasciandosi inebriare da un odore improvviso, o da un suono inatteso, oppure seguendo un incontro non programmato; prendendo strade impervie oppure semplici, così, perché ne sente il guizzo.

Che è un po’ il modo in cui anche oggi, nell’anno del signore 2017, sotto il pontificato di papa Francesco, Roma andrebbe attraversata.

Leggere questo primo numero di Mercurio Loi, la Roma dei Pazzi, è tutto questo: una passeggiata senza pensieri in un angolo della nostra storia patria, in uno scenario ricco e (per ora) solo accennato con piccole pennellate studiate per accendere il fuoco della curiosità. Seguite così un buon consiglio: mettetevi in strada, qualsiasi sia la vostra città. Guardatela con curiosità, e se vedete un angolo che non conoscevate, beh, andateci, perché è quel che Mercurio Loi farebbe. Ma soprattutto, se nel vostro peregrinare incontrate un’edicola, comprate questo numero 1: ne vale davvero la pena.

Sailor Moon… Team Up! – Quarto concorso artistico DF

L’associazione culturale Dimensione Fumetto, forte del successo delle precedenti edizioni, indice il suo QUARTO concorso di illustrazione dal tema Sailor Moon… Team Up!

Sailor Moon di Mattia De Iulis

La locandina del concorso illustrata da da Mattia De Iulis.

La prima edizione del 2014 ha puntato l’attenzione sui personaggi dello Studio Ghibli, celebre studio di animazione giapponese fondato nel 1985 dal famoso regista, e premio Oscar, Hayao Miyazaki insieme al suo collega e mentore Isao Takahata. La scelta è stata d’obbligo visto l’amore che il suo fondatore ha per la nostra nazione. Numerose sono state le adesioni e ben 68 sono state le tavole in mostra, giunte da tutta Italia, presso la sala espositiva della Cartolibreria Cartarius.

Per la seconda edizione del 2015 è stato scelto un personaggio molto caro al pubblico italiano, il noto ladro gentiluomo Lupin III: la sua ultima serie animata è stata interamente ambientata nella nostra penisola, e preso spunto da questo abbiamo chiesto agli oltre 70 partecipanti di ambientare la scena all’interno di panorami riconoscibili di città italiane, mettendo in risalto elementi architettonici e artistici di pregio da valorizzare o riqualificare. Le opere sono state in mostra presso la Libreria Rinascita di Ascoli Piceno dal 30 novembre al 13 dicembre.

Per la terza edizione del Concorso del 2016 si è dato libero sfogo alla fantasia dei partecipanti per reinventare la figura di Dylan Dog e dare una nuova vita sotto inedite spoglie a un personaggio Made in Italy, forte anche del suo rilancio a opera di Roberto Recchioni, nuovo direttore responsabile della testata. La mostra ha avuto luogo nella zona archeologica di Palazzo dei Capitani del Popolo, in pieno centro storico della città.

In occasione del venticinquennale della nascita di Sailor Moon, Dimensione Fumetto ha deciso di dedicarle il Concorso del 2017. Per i partecipanti di quest’anno la sfida sarà disegnare uno o più personaggi della saga della «combattente che veste alla marinara», e farli interagire con i protagonisti del fumetto mondiale (ad esempio Luna e Tintin, la regina Metallia e Joker, Sailor Mars e Spiderman, Sailor Moon e Naruto).

Le opere selezionate saranno esposte in una mostra a loro dedicata dal 4 al 17 dicembre. La premiazione invece avrà luogo il 9 dicembre 2017.

PER CONSULTARE IL REGOLAMENTO E IL MODULO DI ADESIONE SEGUIRE IL LINK

Sailor Moon Team Up!

Buona fortuna!

Frantumi e “L’importanza del lettore” – Intervista a Giovanni Masi

Frantumi Rita Petruccioli

Ciao Giovanni, innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità a questa intervista che in realtà è una banale scusa per chiarire a me alcuni aspetti di Frantumi visto che ci ho messo un po’ per metabolizzarlo e capire se mi fosse piaciuto o meno.

Spoiler: mi è piaciuto.

Il motivo di tale difficoltà è presto detto: non riuscivo a capire, e per certi versi non lo capisco ancora adesso, il viaggio di Mattia. Come tutti anche io ho vissuto dei traumi che mi hanno scosso più o meno profondamente e la mia esperienza personale mi insegna che non sempre se ne esce rafforzati e, soprattutto, che anche se il viaggio è tuo la presenza degli altri (amici, affetti…) è fondamentale. Per questo motivo il concetto di “viaggio interiore un po’ ascetico” mi ha messo in difficoltà. Ma nel racconto è presente anche un “altro” (penso a Laila e a tutto il cast di comparse) che in qualche misura aiuta Mattia. Al momento, al di là dell’assoluto apprezzamento per le capacità tecniche (di scrittura, ritmo, disegni, eccetera) evidenziate nel volume, resta il dubbio sul contenuto stesso che spero mi aiuterai a capire.

Innanzitutto, sono contento che ti sia piaciuto Frantumi e che tu abbia avuto voglia di farmi queste domande per toglierti il «dubbio sul contenuto», come lo chiami. Di solito, non sta a noi autori spiegare o meno il contenuto di un libro che abbiamo scritto. Il testo dovrebbe difendersi da solo, ma visto le domande e la tua premessa, proverò a essere il più chiaro possibile raccontando un po’ cosa sia Frantumi per me. Questo non significa che debba avere lo stesso significato per te. Anzi, se genera in te un senso di qualcosa che “manca” perché ci sono cose che girano strane, in realtà è in parte voluto perché abbiamo cercato di fare un fumetto che non fosse troppo accomodante per il lettore, ma che richiedesse una specie di investimento emotivo anche da chi stava dall’altra parte della pagina.

Rispetto alla tua premessa, mi permetto di farti notare solo una cosa. In Frantumi nessuno dice che l’apporto familiare o degli amici non sia importante, né che si esca sempre rafforzati. Anzi! Si racconta di un momento molto particolare in cui tutto il tuo mondo va in pezzi, e la tua famiglia e i tuoi amici non possono aiutarti perché fanno parte di quel mondo. Il personaggio di Laila supplisce però agli “altri” che possono aiutarti. Quindi Mattia non fa un viaggio ascetico (almeno, non lo avevamo inteso così), deve però ritrovare un equilibrio personale (la sua “Sofia” appunto, che è sia una persona che una metafora), e quel passaggio, il rimetterti il pezzo mancante, lo si può fare esclusivamente da soli, perché è il proprio equilibrio interiore e gli altri hanno molto poco potere su una cosa così. Possono aiutare, ma è difficile che qualcuno arrivi e ti dica “Ecco, fai così che ritrovi te stesso” oppure “Ecco, adesso ti impongo le mani e ti curo dal tumore”. L’ordalia di un tumore, di uno shock personale, sono sempre cose estremamente personali dove ognuno di noi deve ritrovare il proprio equilibrio, nuovo e diverso rispetto al primo, perché il mondo che c’era prima non esiste più. Questa almeno è la mia personalissima visione di Frantumi che, però, non è quella univoca del libro. È una delle possibilità perché l’idea era che il lettore dovesse trovare la sua strada in quel mondo lì.

Come nasce Frantumi? È il racconto di un’esperienza vissuta più o meno direttamente? Oppure nasce dalla “semplice” necessità di raccontare questo tipo di storia?

Frantumi nasce da alcune esperienze della mia vita, ma con una centrale, però, che è poi quella messa in scena all’inizio: una malattia molto lunga legata a una persona a me molto cara. La scelta di trasfigurare quel racconto così personale in Frantumi nasce dal fatto che non apprezzo molto le autobiografie e mi piacciono molto, invece, i racconti che raccontano un’esperienza reale cercando di dire “qualcosa di più” rispetto ai soli fatti. Per farti capire, Frantumi si inserisce nel solco dei libri alla Cuore di Tenebra di Conrad.

L’idea di base era quella di raccontare quel preciso momento in cui il tuo mondo va a pezzi, di quanto sia difficile recuperare quei pezzi e di come, se anche riesci a ricomporli, quei pezzi non combaciano più bene e che le cicatrici e le fratture restano evidenti. Era quindi un modo per raccontare la reazione di ognuno al dolore e i vari aspetti di quella reazione per come li ho conosciuti e per come li ho visti nelle persone a me vicine. Cercando oltretutto di dare pari dignità a ogni forma di reazione, non indicando se ce n’è una giusta e raccontando anche i rischi di chi rimane molto a lungo del mondo di Frantumi e finisce per perdersi. Ovviamente, la storia è una metafora, ma non volevo che fosse solo questo, per questo l’abbiamo trasformata in un’avventura, in un viaggio, in cui Mattia è costretto a venire a patti con una cosa che non conosce minimamente perché è la prima volta che finisce “di là”.

Quella di Rita Petruccioli è stata una scelta conseguente alla scrittura del soggetto oppure il racconto nasce a per essere cucito addosso a lei? Essendo il suo primo lavoro a un volume a fumetti sei dovuto intervenire in qualche modo per aiutarla nella transizione dal mondo dell’illustrazione oppure è riuscita a far tutto da sola? In entrambi i casi: qual è stata la natura della collaborazione? Diretta, per cui alla sceneggiatura corrispondevano le tavole disegnate, o fatta di scambi di pareri sulla direzione della storia?

La scelta di Rita è avvenuta una sera in cui ho visto alcuni suoi disegni in una mostra collettiva di autori romani in un centro sociale. Non ci conoscevamo ma io avevo già scritto la prima versione di Frantumi e lei mi sembrava assolutamente perfetta per raccontarla. Mi sono fatto presentare e le ho proposto di lavorare al libro. Lei dice sempre che voleva tantissimo fare il salto al mondo del fumetto da quello dell’illustrazione e che Frantumi le sembrava il progetto giusto.

Quello che leggi adesso non è però il Frantumi che avevo scritto all’inizio. Proprio perché volevamo entrambi raccontare una storia che fosse più che la somma delle singole parti o delle singole esperienze, Rita si è messa moltissimo in gioco, abbiamo rivisto molti passaggi alla luce della sua esperienza oltre che della mia e abbiamo cercato di trovare una “voce” che fosse di tutti e due nel racconto. Dico sempre che sui credits anche se c’è scritto «Testi: Masi / Disegni: Petruccioli» non è così: abbiamo lavorato a strettissimo contatto e ci siamo confrontati su ogni singola scelta, fosse un’inquadratura o un dialogo.

Banalmente: quanto dura la crisi di Mattia? Minuti? Ore? Mesi?

Non ne ho la più pallida idea. Non “dura” un’unità di tempo perché è impossibile valutare il tempo in quei momenti. A livello di messa in scena, sembrerebbe durare pochi secondi, oppure giorni se quell’appuntamento è ricorrente tra i due. Dipende un po’ da come il lettore è abituato a reagire a certi eventi. Per ora, alcune lettori evidentemente più rapidi a reagire alle situazioni critiche mi hanno detto che è durato pochi istanti, che era tutto un viaggio suo, altri hanno pensato che è una cosa che è durata giorni, o che durerà giorni (una sorta di flash forward). È uno dei punti che abbiamo lasciato ambigui volutamente.

Mi pare di capire quindi che, nel tuo modo di intendere il Fumetto (e l’Arte tutta), sebbene l’opera debba parlare da sé, il contributo del fruitore, del lettore, sia importante tanto quanto quello dell’autore. È un modo di intendere l’Arte abbastanza “rivoluzionario” se vogliamo, dove il rapporto tra committente e artista è stravolto trasversalmente sia che si parli di “Fumetto popolare” che di “Fumetto d’autore” (non mi piacciono molto queste etichette, ma allo stesso tempo sono molto comode ai fini della sintesi). Questo è il tuo normale “modus operandi” oppure lo usi solo in determinate situazioni?

Sì, ovviamente intendo dire che, in Frantumi, ho sempre pensato che il lettore dovesse portare del suo nella vicenda e che sia altrettanto importante il suo vissuto tanto quello mio e di Rita come autori. Non so se è molto “rivoluzionario” come approccio, in fondo Eco ne scriveva già una quarantina di anni fa (Lector in Fabula penso dica tutto quello che ci sia da dire su questa cosa). Ora, senza voler scomodare nomi importanti come quelli di Eco o gli (scarsi) ricordi che ho dell’esame di Semiotica all’università, quello che semplicemente volevamo fare con Frantumi era creare un luogo in cui il lettore si addentrasse grazie a Mattia, ma che magari non condividesse il punto di vista di Mattia rispetto al mondo in Frantumi. Magari preferiva quello di Laila, o di Sofia. Mi piace sempre chiedere qual è il personaggio preferito del libro perché mi dice tanto anche del lettore che ho davanti. Rispetto al discorso “Fumetto popolare” piuttosto che “Fumetto d’autore”, non le condivido neanche io come etichette (per quanto tu abbia ragione, sono davvero comode). Per me, esistono storie che funzionano meglio raccontate magari come Frantumi, con quel tipo di approccio al racconto, quella veste grafica e anche tipografica (Bao ha fatto un lavoro incredibile per dare “importanza” alla storia anche attraverso l’oggetto libro), e altre che funzionano meglio magari in un albetto da 94 pagine da edicola. Ma è la storia che funziona, non che ci siano particolari impedimenti a raccontare la stessa storia con due approcci differenti. Magari ha meno senso per me come autore, e per questo scelgo di volta in volta come raccontarla.

Se per «modus operandi» intendi che io cerchi la collaborazione del mio lettore, sì, assolutamente. Ovviamente con diversi approcci. Se sto raccontando una storia per la Bonelli, ho delle regole editoriali ben precise che non posso stravolgere più di tanto. Però anche lì cerco sempre un po’ di giocare, lasciando degli spazi al lettore dove poter magari proiettarsi. Su Frantumi, ovviamente, era proprio cercata e voluta come cosa.

Sembrerebbe che il viaggio di Mattia nell’affrontare la sua crisi sia totalmente interiore, ma il cast di personaggi che incontra, Laila su tutti, sembra essere assolutamente “altro” da lui. Difatti, con chi si sta rapportando Mattia?

Anche qui, diciamo che non è completamente univoco il significato del libro. Da una parte, perché il mondo di Mattia dovrebbe essere completamente interiore? Incontra tutte persone che non sono aspetti della sua personalità. Sono tutte persone che osservano un centro focale, quello dell’andare in frantumi, da angolazioni diverse e hanno risposte diverse rispetto a Mattia che di risposte non ne ha. Dall’altra parte, sì, è un viaggio completamente interiore e quelli che incontra Mattia sono tutti aspetti della sua personalità che gli mostrano come potrebbe andare la sua storia, di come è difficile prendersi i propri momenti o di quali sono i rischi del perdersi. Sono entrambe risposte “giuste”, il problema però è che Mattia, appena entra nel mondo in Frantumi, perde il centro della sua vita. La sua “Sofia”. La confusione di Mattia è la stessa confusione del lettore. O almeno, questo è quello che provavamo a raccontare. Personalmente, mi piace pensare che siano “altro” da lui. Persone che sono finite là proprio come lui e che cercano una via di fuga, ognuno a modo loro.

Ecco fatto, come vedi, molte cose abbiamo cercato di rappresentarle in maniera non univoca volutamente. È stato a tratti anche faticoso, ma volevamo provare a fare un fumetto che di primo impatto fosse un viaggio d’avventura, ma dove ogni cosa fosse anche una specie di “metafora”. E in cui però la parte emotiva non venisse schiacciata da queste cose e che fosse, alla fine e soprattutto, una storia emozionante.

Frantumi – Un viaggio delicato

Frantumi Rita Petruccioli

«Perché, dopo il dolore, siamo molto più della somma dei nostri frantumi»

La quarta di copertina di Frantumi, primo romanzo grafico di Rita Petruccioli, sceneggiato dal valido e prolifico Giovanni Masi, si chiude con questa frase che racchiude al suo interno l’intera storia di Mattia, Sofia e Laila.

I primi due hanno una relazione. Lei è malata, gli scrive che le ultime analisi non suono buone. In quel momento Mattia assiste al cadere in pezzi del mondo che lo circonda. Comincia così il suo viaggio interiore, su un’isola che raccoglie i frammenti di tutti i mondi che crollano, senza memoria di ciò che gli è accaduto, solo col nome di Sofia in testa. Qui incontra Laila, una ragazza anch’essa spezzata dalla realtà che sarà l’unica a uscire dalla gabbia d’egoismo nella quale il dolore imprigiona.

La sceneggiatura di Masi è delicata, senza giudizi. Tratta con la stessa dignità ogni risposta emotiva, ogni gesto, ogni immobilità. Scrive con compassione, nell’accezione greca del termine, sia di coloro che si sono arresi alla propria condizione, sia di coloro che invece sono alla disperata e furiosa ricerca di ciò che hanno perso; ci parla del coraggio e della sua assenza senza dare per scontata la volontà e la forza di tornare indietro perché a volte la realtà è più spaventosa del limbo nel quale si trovano i personaggi.

Di particolare impatto il mare che circonda l’isola. Rosso come il sangue e dal quale si alzano le voci di coloro che non capiscono, perché non vogliono o perché non possono, il dolore e la sofferenza. Luoghi comuni, frasi fatte e imposizioni.

Frantumi Rita Petruccioli

I punti di forza della Petruccioli, al suo primo fumetto dopo una vita passata nel mondo delle illustrazioni, sono un tratto essenziale composto da poche linee eleganti ma decise e l’uso dei colori, pieni e senza sfumature. Anche i personaggi sono riconoscibili dai colori: Mattia con il nero, Laila col blu (e un po’ il rosso degli inseparabili occhiali da sole rotondi) e Sofia con il giallo ocra, colore predominante anche nei flashback delle pagine iniziali.

Le vignette hanno linee imprecise e bordi frastagliati come a voler sottolineare la confusione e il tumulto emozionale della storia e dei protagonisti. Anche il loro layout è estremamente interessante, dona maggior dinamismo e cattura l’attenzione del lettore soprattutto con tagli più aggressivi e immagini che si arrampicano fino ai bordi della pagina. Bellissime le splash page (sì, questo è un commento spudoratamente soggettivo) con menzione speciale alla doppia splash page presente sul finale che commuove nella sua semplicità.

Frantumi è un fumetto pieno di tatto, discreto, capace di far riflettere; parla direttamente al cuore e infonde quel pizzico di coraggio e speranza di cui prima o poi ci serviremo per affrontare i nostri traumi. Potremo romperci ma torneremo interi con la consapevolezza che siamo più della somma dei nostri frantumi perché il viaggio all’interno del dolore in qualche modo ci arricchisce, sempre.

 

Frantumi

Giovanni Masi e Rita Petruccioli

Bao Publishing

122 pagine

€ 18,00

Un anno senza te: intervista a Giopota

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. Dopo aver recensito il volume e intervistato lo sceneggiatore, in questo terzo e ultimo articolo DF sposta l’attenzione sul fumettista con una lunga intervista-chiacchierata che spazia fra il suo passato e il suo futuro, passando per Buñuel e Murakami e tante, tante stelle.


Bologna è una delle capitali del fumetto italiano, forse la capitale ad honorem per le sue case editrici, i negozi storici, i festival, le mostre e il fervore culturale che la città dedica da decenni alla Nona Arte. Eppure forse il dato più significativo e importante è il gran numero di fumettisti nazionali e internazionali che ci abita o ci ha abitato: dal sambenedettese Andrea Pazienza, alla giapponese Keiko Ichiguchi, i portici all’ombra delle due torri pendenti hanno accolto e accolgono tutt’ora artisti da tutto il mondo e di tutti i generi. Fra questi c’è Giopota, al secolo Giovanni Pota, che ha fatto di Bologna la sua casa sia reale sia immaginaria.

Dopo alcune storie brevi, esperimenti nippo-fantasy, vicende oscurantiste, viaggi sulla Via delle Stelle e bellissime illustrazioni, Giopota è arrivato quest’anno a pubblicare il suo primo libro completo come disegnatore su sceneggiatura di Luca Vanzella: Un anno senza te edito da BAO Publishing. È un lavoro splendido che merita di essere celebrato parlandone con i diretti interessati.

Dimensione Fumetto ha raggiunto Giopota nella sua casa bolognese, disturbandolo mentre giocava a The Legend of Zelda: Breath of the Wild con la sua nuova e amata Nintendo Switch.

"Un anno senza te" di Giopota.

Giopota regge una copia fresca di stampa di Un anno senza te.

Per prima cosa presentati ai lettori di Dimensione Fumetto.

Sono Giopota, abito a Bologna e disegno fumetti ormai da qualche anno, dopo aver fatto una serie di percorsi trasversali che pure orbitavano intorno al disegno e che mi hanno portato alle illustrazioni per ragazzi e poi infine ai fumetti. Un anno senza te è il mio primo libro e l’ho realizzato a quattro mani con lo sceneggiatore Luca Vanzella, che si è rivolto appositamente a me con un’idea che aveva e che non pensavamo sarebbe diventata un libro così lungo. BAO Publishing si è interessata velocemente al nostro lavoro: io li avevo già contattati indipendentemente e loro si erano dimostrati interessati a collaborare con me, inoltre Luca Vanzella aveva già pubblicato con loro Beta, quindi la casa editrice ha potuto cogliere due piccioni con una fava.

Tu abiti a Bologna, ma non sei di lì, giusto?

No, io sono di Caserta.

Questo tuo essere originario di altrove e residente a Bologna ci porta a Un anno senza te, perché è proprio una delle caratteristiche del protagonista. In effetti leggendo il libro ho avuto la netta sensazione che ci sia dentro una grande parte del vissuto personale degli autori: quanto c’è di Giopota dentro Un anno senza te?

Tantissimo. Quando Luca Vanzella mi ha proposto il libro, anche se era ancora in fase embrionale io sono rimasto interdetto perché da lui mi aspettavo grandi avventure, spade, fantascienza, e invece mi ha raccontato questa storia di conigli che cadono dal cielo. Lì per lì non sapevo cosa aspettarmi da una storia del genere, e poi è venuto fuori che era anche la mia storia: qui entriamo un po’ nel personale, però prima di iniziare a fare fumetti anch’io come il protagonista di Un anno senza te ho perso un anno dietro a una persona. È stato quasi profetico. Il fatto che Luca abbia avuto quest’idea senza conoscere la mia esperienza mi ha fatto empatizzare tanto con la storia, e quindi di conseguenza ci ho messo dentro un po’ di quello che è successo a me. Nella sceneggiatura lui ha avuto tutte le idee e quindi non c’è niente di vero della mia storia, però è assolutamente simile: è assurdo come il meccanismo emotivo narrato in Un anno senza te sia così comune che mi ci sono ritrovato, e questo mi fa pensare che tante altre persone ci si possono ritrovare allo stesso modo. Al di là delle somiglianze estetiche, credo che comunque ci sia tanto di me nel libro. Anche l’editore mi ha sottolineato quanto, più ancora della somiglianza fisica con il protagonista, ci sia una somiglianza personale.

Illustrazione di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

I sei personaggi principali di Un anno senza te in una bellissima illustrazione, un po’ in stile locandina cinematografica anni ’80, realizzata da Giopota in esclusiva per DF: grazie mille!

Quindi la sceneggiatura è stata scritta completamente da Vanzella o sei intervenuto anche tu?

Direttamente no, mai. È il suo libro e il suo lavoro, lui è un maestro nel suo ambito e non c’era la necessità del mio intervento in sceneggiatura; il massimo che ho fatto è stato correggere i refusi e cambiare qualche parola. Ho trovato fosse giusto che la sua storia fosse la sua e i miei disegni fossero i miei. In realtà ogni tanto ho avuto la tentazione di dirgli «Guarda, io qui farei così», ma solo perché la mia storia personale era andata in quel modo, quindi mi sono sempre trattenuto dato che la sua sceneggiatura comunque funzionava.

E a livello grafico invece lui ha avuto qualche tipo di influenza?

Direttamente no, nemmeno, però abbiamo sempre lavorato fianco a fianco fin dallo storyboard iniziale, che era molto elaborato, poi abbiamo deciso insieme di dividere la pagina in quattro vignette e lui l’ha riempita di pupazzetti per capire più o meno la composizione e dov’erano posizionati i personaggi. Vanzella non aveva idea di come sarebbero venute fuori le tavole e ognuna per lui era una sorpresa: ad esempio non sapeva come avrei realizzato il Santuario della Madonna di San Luca, che è molto modificato rispetto alla realtà, o come sarebbe apparsa Bologna con molte torri, o il dirigibile volante.

Quindi in sceneggiatura c’era già tutto, ma graficamente hai avuto carta bianca.

Sì, infatti lo ringrazio tantissimo perché mi ha permesso anche di disegnare cose che mi piacciono: come ha lui stesso dichiarato, si è prodigato per scrivere qualcosa che rientrasse nelle mie corde, come il fantasy.

In effetti sono presenti molti elementi, primo fra tutti appunto il fantasy, che sono ricorrenti nelle tue opere fin da I guardiani della luce: Vanzella ha scritto quest’opera apposta per te?

Da quel che so lui aveva già in mente questa storia prima ancora di pensare a me: al di là del fatto che il suo collaboratore usuale Luca Genovese fosse occupato e indisponibile, credo che comunque Vanzella stesse cercando un autore con un tratto più “morbido”, che ha trovato nel mio stile narrativo. Quindi credo che lui abbia unito queste due cose, ma non abbia pensato assolutamente di fare un libro per me. Siamo stati tanto fortunati a trovarci così bene insieme, dato che non è scontato questo buon rapporto fra sceneggiatore e disegnatore, tanto più perché eravamo agli albori della nostra conoscenza.

Copertina di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Da quanto tempo va avanti il progetto di Un anno senza te?

Noi abbiamo firmato il contratto con BAO Publishing a metà 2015, ma Vanzella me ne parlò già a fine 2014: ormai sono più di due anni. Ovviamente un libro richiede dei lunghi tempi di lavorazione: il primo anno è stato propedeutico, ho studiato e fatto ricerche di stile che mi permettessero di lavorare nella maniera più funzionale. È stato difficilissimo, c’è stato anche un momento in cui non sapevo nemmeno se sarei riuscito a disegnare così tante pagine e cosa sarebbe venuto fuori. Poi all’inizio del secondo anno ho avuto una sorta di illuminazione: sono riuscito a mettere un punto fermo e sono ripartito a ritmo serrato ridisegnando le tavole che non mi piacevano, cioè praticamente tutte. Quindi diciamo che mi ci è voluto un anno intenso, e solo dopo aver trovato il giusto “equipaggiamento”.

Ti riferisci anche all’aspetto grafico dei personaggi?

Certo, assolutamente.

Quanto ai personaggi, sia caratterialmente sia visivamente io mi sono molto ritrovato nel protagonista Antonio. Abbiamo molti elementi in comune: anch’io sono basso e largo, anch’io ho una palla di capelli bruni con la barbetta, anch’io ai tempi facevo cosplay con la mia compagna di allora, anch’io ho «ritmi da pensionato», anch’io amo studiare, anch’io faccio la guida turistica, e anch’io sono affetto da quella che nel libro si chiama clausnoia, un neologismo bellissimo e calzante che Vanzella dovrebbe assolutamente proporre all’Accademia della Crusca. Quanto e cosa c’è invece di te in Antonio?

Tavola di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Beh, il personaggio l’ha scritto interamente Luca Vanzella, comprese tutte le battute, quindi lo riconosco come una creatura di Luca e non mia. Inoltre, per quanto Antonio si lasci in balìa dei sentimenti, dei risentimenti e dell’autocommiserazione, è comunque più razionale e meno cinico e ingenuo di me. Detto questo, parte degli elementi in cui ti puoi essere ritrovato tu sono anche in me e in tante altre persone che hanno un rapporto complesso con la propria sensibilità, che non riescono bene a capire cosa hanno intorno anche se si accorgono che qualcosa sta succedendo, e questo influisce sulla loro stabilità emotiva. Credo che alla fine la storia di Antonio sia quella di qualcuno che deve capire cosa gli sta succedendo intorno, tirando fuori il sé stesso da dentro. Forse Antonio sono io quando ero nella sua stessa situazione, ora sono passato per la sua esperienza e sono molto più conscio.

Tornando all’aspetto grafico, partendo da un inizio apparentemente ordinario il fumetto vira verso un realismo magico piano piano sempre più esplicito. Come hai immaginato gli elementi non ordinari del paesaggio, degli oggetti e delle persone? Hai avuto delle ispirazioni?

Non ho avuto particolari ispirazioni, anche perché gli “effetti speciali” presenti nel libro alla fine sono molto semplici, non ci sono magie vere e proprie. Mi viene in mente Haruki Murakami: nel suo Kafka sulla spiaggia c’è un’assurda scena di pioggia di sgombri e sanguisughe che succedeva paradossalmente con estrema naturalezza. Allo stesso modo l’obiettivo che ci siamo posti è che fosse tutto naturale nella sua assurdità, quindi non mi sono mai immaginato grossi fuochi d’artificio. Ci siamo tenuti su un tono basso, ma visivamente importante, tant’è vero che i famosi conigli sono anche in copertina perché sono un elemento visivo forte benché appaia come naturale.

A proposito di elementi che appaiono naturali ai personaggi e assurdi al lettore, Luca Vanzella ha scritto un breve saggio intitolato BLOOD TYPE BLUE: la biologia metafisica e il fascino delle tecnociarle per il volume Evangelion Impact, a cui anche noi di DF abbiamo collaborato. Nel suo saggio Vanzella afferma che in Neon Genesis Evangelion c’è una gran quantità di «tecnociarle», ovvero parole parascientifiche incomprensibili che però stanno lì per dare un senso di pseudo-verosimiglianza: anche in Un anno senza te succede proprio la stessa cosa, sembra la Terra però non è proprio proprio la Terra. Pensi che Neon Genesis Evangelion vi abbia in qualche modo influenzato?

Neon Genesis Evangelion è stato il primo anime con cui ho realizzato che gli anime non erano solo quelli che vedevo su Italia 1, che non erano solo un prodotto per ragazzini, ma andavano anche oltre. Io l’ho visto la prima volta su MTV, avrò avuto 11-12 anni, ero nella fascia d’eta dei protagonisti e sono letteralmente impazzito: nonostante non ci capissi assolutamente nulla, cercavo di spiegarmi delle cose che però sapevo che non avrebbero avuto spiegazione, e quindi alla fine non sono rimasto nemmeno tanto sconvolto quando è finito/non finito. La mia impressione è che anche se c’erano un sacco di cose che non riuscivo a spiegarmi, a me andava bene così, per via di tutto il resto: l’animazione, l’empatia coi personaggi, le loro turbe, e tanti altri elementi che andavano a tappare i buchi che per me non erano nemmeno così fondamentali. Forse in questo c’è la similitudine con il nostro libro. Ad esempio, una critica che abbiamo ricevuto è che non spieghiamo che malattia ha il padre di Antonio: la accetto come critica, ma non la condivido dato che forse spieghiamo anche già troppo. Trovo molto più bello quando io lettore posso immaginare cose c’è dietro, e di conseguenza sono intrigato più dal non detto che dal detto. Credo che il lettore non debba essere sempre imboccato, che gli vadano lasciati spazio e libertà, e che stia all’intelligenza del lettore la volontà di rimanere o meno in questa zona grigia, questo “mondo di sotto” senza poterlo toccare perché non è il nostro. Bisogna assistere attentamente e poi tirare le proprie conclusioni senza che ci venga spiegato sempre tutto, anche perché così è la vita.

In effetti mentre leggevo Un anno senza te non potevo fare a meno di pensare che questa è un’opera post-Evangelion: esattamente come dici tu, nel vostro libro succedono delle cose “strane” e non c’è bisogno di spiegarle dato che appaiono “normali” ai personaggi e di conseguenza, dopo un po’, appaiono “normali” anche al lettore. Più le pagine nella mano destra si fanno sottili e più è chiaro che siamo in un altro mondo e non c’è bisogno di spiegarlo, e quando si arriva al finale si capisce perfettamente quanto gli autori siano riusciti a incamerare in maniera intelligente e personale la lezione di Neon Genesis Evangelion, ovvero usare una storia misteriosa per veicolare una storia di vita.

È esattamente così, e infatti l’unico spoiler che mi sento di fare è che Antonio non si sveglierà da nessun sogno e non c’è nessuna dimensione parallela: tutto quello che c’è da leggere è lì sulle pagine. Credo che alla fine molti accetteranno il libro così com’è, dato che stiamo raccontando una storia di crescita: c’è un mondo che non esiste tutto attorno, sì, ma non è l’elemento fondamentale.

Fotogramma di "Neon Genesis Evangelion" di Hideaki Anno.

Shinji si strugge di dolore sulla sua sediolina negli ultimi due episodi di Neon Genesis Evangelion, proprio come accade ad Antonio in Un anno senza te (però sul divano).

Quanto ai mondi che non esistono, quali sono i mondi che non esistono che ti hanno influenzato?

Prima di iniziare con i fumetti credevo che manga e anime non mi avrebbero aiutato a nobilitare il lavoro che volevo fare. Volevo essere indipendente dalle influenze che avevo ricevuto, forse proprio perché vedevo Neon Genesis Evangelion come un’eccezione in un mare di roba da non tenere in considerazione, sia come ideali sia come storia. È stato un rifiuto adolescenziale e stupido, perché poi mi sono reso conto che andava contro la mia naturale crescita creativa. Ho riabbracciato gli anime, più ancora dei manga, perché poi ho scoperto che c’era tutto un mondo che non avevo approfondito e che ho scoperto essere meraviglioso, una scuola di narrazione fondamentale. Per esempio, ho scoperto abbastanza tardi i film dello Studio Ghibli, e solo allora ho capito che quello che volevo fare risiedeva tutto lì. Non intendo dire che voglio imitarli, ma che la mia intenzione è riuscire a creare con la stessa delicatezza, non violenza e magia: credo che in Occidente ci sia bisogno di quell’approccio così gentile alle storie. Io sono stato abituato o a fumetti/cartoni umoristici, oppure a opere estremamente virili e rudi: queste cose ci sono anche in Giappone, certo, ma è stato il mondo fantastico dello Studio Ghibli che mi ha fatto capire quanto sia possibile reinventare le fiabe in maniera avventurosa con realismo magico. Le fiabe che abbiamo visto in Occidente sono i riadattamenti delle fiabe di Andersen o quelle della Disney, ma non c’è paragone con le possibilità di andare oltre che ha mostrato Hayao Miyazaki.

Due illustrazioni di Giopota.

Impliciti ed espliciti omaggi allo Studio Ghibli nelle illustrazioni di Giopota.

Quand’eri piccolo cosa leggevi e vedevi?

Beh, ovviamente mi sono visto tutti i film Disney, poi leggevo PK e un po’ di Topolino, ma come passatempo. In effetti ero più attratto dall’animazione che dal fumetto, e il fatto stesso che io sia approdato al fumetto è forse un po’ un caso fortuito. Detto questo, è un mezzo che mi piace e con cui riesco a esprimermi al meglio.

Come mai avete scelto proprio Bologna per ambientare la storia di Un anno senza te?

Oltre al fatto che è la nostra città (per quanto acquisita) e quindi potremmo averla scelta per comodità, credo che sia perché comunque è adatta alla storia: si parla di studenti, di giovani, e Bologna è al contempo una città grande e giovane. Credo inoltre che si presti bene per gli elementi fantastici: una città con le torri, il caos, e che è anche un po’ silenziosa e cupa quando non c’è nessuno.

Una città un po’ magica?

Forse sì: nasconde un po’ di magia e tirarla fuori è stato un esercizio molto appagante.

Vignetta di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

L’ambientazione di Un anno senza te è una Bologna onirica, in cui dozzine di torri fanno da fari notturni e da attracchi per i dirigibili, come si vede nella seconda vignetta preferita di Giopota.

Come hai scelto gli elementi da modificare in chiave fantastica per la tua storia?

Li abbiamo scelti insieme Luca Vanzella e io. Per esempio, all’inizio del capitolo Luglio, per realizzare il dirigibile ho messo un tram di Bologna sotto un pallone. Per il faro del capitolo Novembre, all’inizio lui voleva che fosse una torre qualunque, nemmeno alta, solo con lanterna e attracco, ma penso che un faro sia un elemento meraviglioso e nella mia immaginazione è diventato il santuario della Madonna di San Luca, dato che si prestava bene a essere modificato: ho estruso la cupola in una torre altissima umanamente impossibile e a Luca è andato benissimo. Non sempre le mie proposte coincidevano con le sue, ma le ha sempre accettate di buon grado e comunque le scelte finali le abbiamo sempre fatte insieme.

In effetti il faro è uno dei vari elementi ricorrenti nella tua opera, che sono sempre molto belli e sottilmente poetici, forse anche metaforici. Ad esempio ricorrono spesso le stelle, i pois e in generale i motivi moltiplicati. A volte sono solo piccoli pattern, ma messi in punti strategici, come nel cappellino di Capodanno di Antonio nel capitolo Dicembre. Sono io che noto i pattern perché mi piacciono o è una tua scelta che nasconde qualcosa di più profondo?

Francamente non ci avevo mai fatto caso e me lo stai facendo notare adesso. Forse c’è un motivo per cui faccio queste cose. Anche per le stelle, ad esempio: sì certo, mi piacciono, ma dovrei stare lì a capire perché uso proprio così tanto le stelle quando potrei riempire con qualsiasi altra cosa. Credo che i pattern nei miei disegni siano comunque sempre un po’ caotici. Io non sono una persona molto perfezionista e non riesco a essere perfettamente geometrico, infatti l’unico grosso pattern che c’è in Un anno senza te, ovvero il pavimento di Atlantide nel capitolo Febbraio, l’ho fatto fare a un’altra persona perché sapevo che non sarei stato capace di realizzare un pavimento geometrico. Per quanto non l’abbia disegnato con le mie mani, comunque, l’intenzione di metterci un pattern è stata mia, quindi alla fine tutto torna. Credo che i pattern rendano bene con i miei disegni.

Due illustrazioni di Giopota.

Due illustrazioni di Giopota di qualche anno fa che già contenevano in germe buona parte di Un anno senza te: a sinistra la relazione fra il biondo & il bruno di cui quest’ultimo lettore di fantasy medievali coi draghi, mentre a destra la città, le torri, la notte, i pattern geometrici, la fusione fra individuo e ambiente, la surrealtà, e dappertutto stelle e stelline.

In effetti il tuo stile grafico composto da linee morbide, campiture piatte, gradazioni e pattern non geometrici riccorrenti è gia molto caratterizzato. Pensi di essere arrivato, se non a una forte riconoscibilità, quantomeno a una tua identità grafica?

Non lo so, perché nel caso di Un anno senza te se avessi lavorato senza Luca Vanzella avrei fatto tutto un altro percorso del tutto diverso; per il mio prossimo libro infatti sto pensando di usare elementi che appartengono più al mio immaginario. Quindi per ora non penso di essere arrivato da nessuna parte. Invece, mi sono scoperto capace di fare cose che non pensavo di saper fare: una veduta aerea, un parcheggio, una determinata prospettiva. A livello tecnico sono cose che si imparano, però credo che non sia ancora sufficiente. Anche se sono molto soddisfatto di Un anno senza te, non penso di essere ancora arrivato alla vera prova del nove: un libro nato da me, con un’idea mia, di cui posso dire «Questo è completamente il mio immaginario e l’ho espresso nella maniera più simile a come l’avevo ideato». Questo tipo di opere totalmente mie si limita a qualche illustrazione, ma fare un fumetto del genere penso sia ancora presto per me. Quando ci riuscirò allora potrò dire se mi sento in qualche maniera arrivato o meno. Rispetto a quello che vorrei fare, Un anno senza te, per quanto magico, è ancora troppo reale.

Questo mi fa tornare in mente la parabola creativa del regista surrealista Luis Buñuel. Dopo decenni di film realizzati sotto le costrizioni dei produttori e tagliuzzati dalla censura, Buñuel ebbe un grande successo personale e commerciale con Bella di giorno nel 1967 che gli diede la chance di realizzare un film con completa carta bianca; eppure, il successivo e magico La via lattea si rivelò un film creativamente molto meno libero dei precedenti. Alla stessa maniera, in questo Un anno senza te, benché costretto da limiti esterni quali la sceneggiatura non tua e le logiche produttive editoriali, si sente moltissimo la tua presenza autoriale. Se avessi completa carta bianca per realizzare un’opera del tutto tua, che cosa faresti e su che media? In pratica: cosa vuoi fare da grande?

È una domanda che si apre a tantissime risposte! Per prima cosa, La via lattea si avvicina tantissimo a quello che vorrei fosse il mio prossimo libro. Per quanto riguarda quello che farò da qui a dieci anni, beh, non ci sto pensando, non sono così lungimirante. Ho perso la mia capacità di previsione del futuro che avevo da bambino, quando pensavo che avrei fatto fumetti, poi ho cambiato strada e poi alla fine li ho fatti davvero. Arrivato a questo punto non faccio più piani a lunga distanza perché probabilmente cambieranno, ma il mio obiettivo principale resta quello di creare una storia che racconta qualcosa che nasce da me. Voglio essere in grado di scrivere un fumetto da solo che generi la stessa bellissima empatia che si sta creando fra i lettori e Un anno senza te: io ne sono contentissimo, ma non è interamente merito mio. Con Vanzella siamo andati un po’ sul sicuro perché quella di Antonio è un’esperienza che capita a tutti, ma con le storie che ho in mente non so che tipo di empatia si possa creare col lettore! Sarà una sfida difficile, grande ed emblematica, ma è una di quelle cose che davvero voglio fare da grande. Sarà come scalare una montagna, e voglio riuscirci. Se poi devo dirti cosa vorrei fare davvero, ti direi un film d’animazione su un mio fumetto: già mentre lavoro me li immagino animati, perché quello è il mio background. Fra le idee che ho in mente ce se sono alcune che si prestano a diventare film d’animazione, magari animazione francese che ultimamente si è anche un po’ giapponesizzata.

In Europa c’è anche l’irlandese Tomm Moore che realizza opere meravigliose e molto personali.

Ah, certo, lui lo adoro, ho anche un poster della selkie de La canzone del mare appeso in camera! Credo sia il Miyazaki d’Occidente. Ho visto tutti i suoi film e li ho sempre trovati di una grande poeticità e senso dell’avventura, oltre all’eccezionale resa grafica e alle splendide scelte musicali. Credo che abbia quella morbidezza nel raccontare le cose che è proprio la grande lezione dell’Oriente, che lui ha saputo incamerare senza scimmiottare o imitare nessuno. Lo seguirò sempre con grandissimo entusiasmo.

Fotogramma di "Song of the Sea" di Tomm Moore.

Questo splendido fotogramma della selkie de La canzone del mare di Tomm Moore fa bella mostra di sé incorniciato e appeso al muro in camera di Giopota.

Grazie mille per averci concesso questa lunga intervista!

Grazie a voi! Spero che i vostri lettori continuino a leggervi, perché siete una realtà super-interessante e il vostro interesse per il fumetto è davvero coinvolgente. A differenza di altre testate, apprezzo il vostro porvi in prima persona: già il fatto di contattare direttamente gli autori come me mi fa sentire una grande vicinanza. Continuiamo insieme a diffondere la cultura del fumetto, che non è una cosa scontata!


L’autore desidera ringraziare personalmente Giopota per aver concesso parte del suo tempo a DF con straordinaria disponibilità e cortesia.

Un anno senza te: “Non sono omofobo, ma…” una brutta intervista

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. Dopo aver recensito il volume, scambiamo quattro chiacchiere con Luca Vanzella partendo dalla prospettiva più antipatica che ci potesse venire in mente.


L’argomento dell’intervista rende indispensabile una premessa. So bene che Un anno senza te non riguarda espressamente il tema dell’omosessualità, ma è il racconto di un sentimento universale. Nondimeno si tratta di un elemento importante all’interno della storia che volevo provare ad affrontare in maniera un po’ ruvida. All’inizio pensavo di porre domande aggressive per ricevere delle risposte che lo fossero altrettanto, ma poi ho realizzato che, se è vero che è ingiusto rappresentare gli omosessuali tramite degli stereotipi, è altrettanto giusto non descrivere un omofobo stereotipato (grazie a Zerocalcare e a Rita Petruccioli per la Masterclass all’ARF!).  Mi piacerebbe poter dire «Eh, ho fatto fatica a scrivere queste domande perché io non sono assolutamente omofobo», invece mi accorgo che è stato molto difficile per me buttare giù queste domande perché mi rendo conto che certi dubbi, certe diffidenze e certi pregiudizi sono radicati anche dentro di me, magari sepolti e addormentati in un angolino, ma sempre pronti a uscire fuori ringhiando. Accedere a quella parte di me, svegliare il can che dorme, è brutto perché ti rendi conto di non essere quella bella persona che credi di essere. Ma vale la pena farlo.

Andrea Gagliardi

Faccio una nota introduttiva anch’io: quando si risponde a domande sull’argomento omosessualità e simili uno dovrebbe sempre cercare di dare risposte costruttive, che provano a far capire la situazione anche ai peggio bigotti, perché una risposta calma che ascolta davvero la domanda può fare più di mille parate e manifestazioni. A volte però uno proprio non c’ha voglia. Per questo ci saranno due risposte: una poco costruttiva (ma che spesso è quella che si vorrebbe dare) e una si spera più utile e produttiva.

Luca Vanzella

Perché hai deciso di raccontare una storia di un amore omosessuale? Forse perché è un tema di attualità in questo periodo storico, e quindi pensavi potesse darti una maggior probabilità di pubblicazione e di promozione?

RISPOSTA 1: Perché sì. Perché sono frocio (io lo posso dire e tu no, ricorda) e mi va di raccontare i froci. Non lo faccio da ieri, ho creato un personaggio gay nel 2003 (il caro Aleagio). E poi non vedo tutta ‘sta attenzione per tematiche gay, se volevo cavalcare l’attualità puntavo a qualcosa di più scottante, che so, i vaccini.

RISPOSTA 2: Quando si scrive si parte da istinti e sensazioni personali, si segue un po’ la musa, se vogliamo, ma a un certo punto ci si deve fermare e fare delle considerazioni più razionali. Ha senso per me raccontare una storia di amore tra uomini? Se fosse tra un uomo e una donna come sarebbe? E dopo queste considerazioni personali e intrinseche alla storia ci si chiede: ha anche senso aggiungere una storia come questa nel mare delle storie pubblicate? Per me aveva senso parlare di un amore gay perché sapevo che avrei potuto dargli un’autenticità maggiore, banalmente sarebbe venuta meglio, e la mia lealtà va sempre e comunque alla storia. C’è poi la considerazione che, per quanto i titoli dei giornali possano aver distorto un po’ la prospettiva, di fatto non ci sono molte storie con protagonisti gay. Per qualcuno quei tre o quattro titoli che escono dalla nicchia possono sembrare tanti, ma per molti sono solo una goccia in un mare di uscite.

Antonio, a quanto leggo, è un bear. Non credi sia superficiale categorizzare le persone in base al proprio aspetto fisico?

RISPOSTA 1: Beh non hai letto che Antonio è un bear nel fumetto perché non c’è scritto, quindi forse l’hai riconosciuto tu come tale. Che va bene così eh, le etichette servono per capirsi in fretta, ma ce l’hai messo tu. Ok, viene menzionata una festa che si chiama Orsolandia, ma parliamoci chiaro, anche gli etero hanno le loro serate con una specifica demografia per il rimorchio, solo che la chiamano “serata latino-americana” invece che “quarantenni in forma”.

RISPOSTA 2: Le etichette denotano gruppi e appartenenze, quindi includono ed escludono. L’etichetta bear, o orso, nasce con un intento se non nobile almeno positivo, quello di creare uno spazio per chi non combacia con lo stereotipo del gay giovane, magro e fashion, un posto dove chi è peloso, sovrappeso e disinteressato alla moda possa trovare qualcuno che lo apprezza. Posso dire che andare alle prime serate e vedersi rifiutato perché troppo giovane, troppo magro e troppo “carino” è stato un po’ uno shock, ma anche molto istruttivo: certi ideali di bellezza e figaggine non sono così assoluti come uno potrebbe credere. Certo con il tempo il bear è diventato un suo stereotipo e quel messaggio di accettazione e celebrazione della differenza si è sbiadito, tanto che a volte pare che bear sia solo una categoria “merceologica”. Nel libro Antonio non viene mai definito orso, proprio per non cadere nello stampo, ma è un orso nel senso che è un ragazzo cicciotto e desiderabile.

Copertina di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.

In un paio di situazioni descritte nel libro sembrerebbe che le dinamiche delle relazioni sentimentali tra omosessuali siano parecchio “sbrigative” e circoscritte all’interno di un gruppo ristretto (penso agli ex di Antonio che si frequentano tra loro): ci si incontra, magari su Rimorchier, qualche convenevole e si va subito a letto. È così anche nella realtà?

RISPOSTA 1: Si vede che non sei un “gggiovane” single, che se eri “gggiovane” e single avevi Tinder (che è il Rimorchier etero) e trombavi a destra e a manca con solo qualche convenevole.

RISPOSTA 2: Penso che sia la realtà di una fascia di età, a prescindere dall’orientamento sessuale. Lo stereotipo del “gay promiscuo” è sempre di più una cosa del passato, in parte perché il mondo etero è molto più onesto sulla sua promiscuità: dei ragazzi all’università escono, si ubriacano e rimorchiano, come hanno sempre fatto e ora ne parlano liberamente (sopratutto le ragazze). L’altro motivo è che con il riconoscimento prima morale e poi di diritto delle coppie gay è chiaro che se uno va a letto con tanti partner lo fa perché è lui che vuole così, non perché è qualcosa di intrinseco all’essere gay. Riguardo al fatto che i personaggi si conoscono un po’ tutti, è quasi inevitabile: Bologna non è così grande e i gay sono un piccola percentuale.

Nella vostra storia si percepiscono una serie di rapporti omosessuali narrati come se fossero la cosa più naturale del mondo. Non ti sembra di raccontare in maniera troppo disinvolta quello che in realtà è un fenomeno più complesso?

RISPOSTA 1: No, perché non è un argomento complesso.

RISPOSTA 2: Siamo giunti al punto in cui non si deve più trattare l’argomento dell’omosessualità solo come una qualche questione delicata. Certo, si può affrontare il lato sociale, il fatto che ancora un sacco di ragazzi non sono accettati dalla famiglia, sono oggetto di discriminazione se non addirittura di violenza; ma per fortuna ci sono sempre più spazi in cui essere gay è considerato normale, e penso che sia importante fa vedere che i progressi ci sono stati e che si può trovare un posto dove essere sé stessi.

Nevicano conigli: sono il solo a essersi stupito di non trovare una doppia splash-page di Bologna coperta da sangue e interiora di coniglio? È una conferma della mia eterosessualità?

RISPOSTA 1: Sei una brutta persona.

RISPOSTA 2: Sei una brutta persona.

Un anno senza te: riuscirò a superarlo

Dimensione Fumetto dedica uno speciale in tre parti a Un anno senza te, una graphic novel tutta italiana scritta da Luca Vanzella, disegnata da Giopota e pubblicata da BAO Publishing. In questo primo articolo (mamma che emozione essere il primo) proverò a spiegarvi a parole mie perché è bello e dovete comprarlo e leggerlo!


Charlotte: «Per dimenticare ci vuole almeno la metà del tempo che si è stati insieme».
Carrie: «Quindi la matematica è una certezza anche in amore?»

(da Sex and the city)

Ovviamente no, mia cara Carrie, «non esistono leggi d’amore», anche Marco Ferradini lo diceva.

Non importa quanto una storia possa esser durata, tre anni, due settimane, ognuna necessita di un tempo di metabolizzazione. La soluzione potrebbe essere perdonare chi ti ha fatto del male, smettere di portare rancore e decidere di conservare solo i ricordi belli di una storia conclusa. Oppure ci si potrebbe buttare in un nuovo lavoro, una nuova vita, un trasferimento, con il rischio però di fuggire dal dolore e ritrovarselo lì quando meno te l’aspetti.

Antonio è un ragazzo di provincia, semplice, laureando in Storia a Bologna, giovane e per molti versi inesperto nei confronti della vita e dell’amore, come quello con Tancredi che si è appena concluso; il dolore è forte, il rapporto breve ma intenso ha lasciato un segno indelebile e note di tristezza cospargono il pavimento di casa. Zeno, Anita e Tobia sono tre fidati amici che lo aiuteranno a rialzarsi assistendolo lungo il suo percorso di interiorizzazione, un percorso in cui lo vedremo cadere più volte, dove spesso un messaggio verrà inviato immediatamente seguito da pentimento, dove il ricordo è un emofene, un fischio continuo, una nota costante, un sentimento che continua a riemergere e che solo il tempo aiuterà a non sentire più. La stretta al cuore che si ha rivedendo il proprio ex è forte, ma come potrebbe essere quella di vedere due tuoi ex che stanno assieme? E allora giù di gin tonic, un abbraccio e tutto passa.

La storia raccontata da Vanzella è delicata, le vicende sono dolci, poetiche… La cosa che più ho apprezzato leggendo questa graphic novel è stata la totale assenza di riferimenti al mondo LGBT, nonostante l’amore raccontato fosse tra due uomini: quello a cui assistiamo è solo il percorso di crescita di Antonio e il fatto che sia innamorato di Tancredi è solo un particolare non essenziale alla storia. Il rischio che il libro potesse essere un manifesto dell’amore rainbow era alto, ma la bravura degli autori ha evitato un’inutile ghettizzazione dell’opera, la naturalezza con cui tutto viene raccontato rende la lettura piacevole e scorrevole. L’impronta di Vanzella è ben evidente, tutte le sue opere sono sempre un mix bilanciato tra realtà e surrealismo e questa non fa eccezione, la metafora dei fiocchi di neve che cadono grossi come conigli è di una raffinatezza unica.

Tavola di "Un anno senza te" di Luca Vanzella e Giopota.Perfettamente abbinato risulta il tratto di Giopota, Giovanni Pota, che nonostante sia alla sua prima pubblicazione lunga, non sembra minimamente temere l’accostamento a un veterano del settore come Vanzella. Il suo tratto delicato ma deciso, dalle forme sinuose e non spigolose, riescono a trasportare su carta con molta maestria gli stati d’animo del protagonista, e a delineare perfettamente le location dove si svolge la storia, per prima Bologna, che in questo libro viene rappresentata magica e surreale.

Numerose sono poi le citazioni nerd sparse qua e là per tutto il racconto a partire dal monumento celebrativo a Lady Oscar (nel finale del primo capitolo ci avevo visto una citazione a Dragon Ball, ma sono stato smentito dall’autore, probabilmente la mia formazione nerd mi devia).

L’edizione BAO è sempre pregiata, ormai questa casa editrice ci sta viziando e anche questa pubblicazione è stata curata sotto ogni aspetto, la carta interna è corposa, di buona grammatura e garantisce una resa di stampa molto buona, la copertina in cartonato ha dei particolari evidenziati in vernice UV e alcuni sottolineati da una stampa a secco che genera un piacevole effetto di bassorilievo.

In conclusione consiglio la lettura a tutti, di qualsiasi orientamento voi siate, perché l’amore è universale, come i sentimenti e questa graphic novel li racconta molto bene!

Editore: BAO Publishing
Autori: Luca Vanzella, Giopota
Genere: Imparare a impararsi
Pagine: 224
ISBN: 978-88-6543-878-7
Formato e rilegatura: Cartonato 16×23
Data di pubblicazione: 25/05/17
€ 20.00

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DORAEMON MAGAZINE – La rivista ufficiale di Doraemon

È tondo, è blu, è goloso… è un gatto spaziale! Dopo il grandissimo successo della serie TV, arriva il magazine ufficiale di Doraemon!

Nato nel 1969 sulle pagine del mensile a fumetti giapponese CoroCoro Comic dalla fantasia del duo Fujiko Fujio (gli stessi autori di Carletto, il principe dei mostri), Doraemon è stato il protagonista di tre serie televisive animate e di numerosi film e videogiochi. Oltre ai fumetti e ai cartoni animati, giocattoli e merchandising di vario tipo hanno contribuito ad aumentare la popolarità di Doraemon, rendendolo uno dei personaggi della cultura pop giapponese più noti al mondo.

Doraemon è un gatto robot del futuro, inviato dal pronipote di Nobita Nobi nella nostra epoca per migliorare la vita di quest’ultimo e renderlo una persona migliore. Con l’ausilio di numerosi gadget detti ciusky, contenuti in una tasca quadri-dimensionale chiamata gattopone, Doraemon può vivere mille avventure con Nobita e i suoi amici.

Nella rivista ufficiale pubblicata da Panini, i lettori potranno rivivere le avventure del felino del futuro più simpatico che c’è insieme a Nobita, Shizuka, Gian e tutti gli altri personaggi della serie. Scopriranno tutto sui ciusky, impareranno l’inglese in maniera divertente, leggeranno tante curiosità sul Giappone e risolveranno piacevoli rompicapo. E sul primo numero, la ricetta dei dorayaki, i dolcetti preferiti di Doraemon, e un gadget spaziale esclusivo in regalo: un kopter tutto blu per volare con la fantasia!

Pronti per partire? L’appuntamento con Doraemon è il 6 giugno in edicola!

Sailor Moon Crystal 3° arco: HABEMUS DATA!

Ci sono voluti mesi di attesa, conferme, poi rinvii, poi di nuovo conferme e poi smentite, ma alla fine il terzo arco di Sailor Moon Crystal sarà trasmesso anche in Italia!

Sailor Moon Crystal – Death Buster è il terzo arco della serie, in cui vengono presentate per la prima volta le guerriere Sailor Uranus Sailor Neptune. Lo scopo dei protagonisti è di trovare il Rainbow Moon Chalice e salvare la Terra dagli invasori.

La data di messa in onda sarà il 16 giugno: Rai Gulp conferma la serie visti gli ottimi ascolti delle due precedenti stagioni.

Finalmente l’attesa è finita.

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