Monthly Archives: giugno 2017

Mooned… Non voglio mica la Luna, solo intervistare Palloni!

Questo mese, causa una noiosissima degenza in ospedale che mi ha costretto a lunghe ore di contemplazione del soffitto, ho avuto occasione di leggere moltissime graphic novel (complici anche i miei amici che puntualmente mi recapitavano le opere ordinate su Amazon o in fumetteria). Leggere una graphic novel per un appassionato di fumetti è un’attività diversa rispetto alla lettura di un manga o dei comics americani, pretendi qualcosa in più, come se stessi guardando un film e ci sono troppi parametri ai quali sei costretto a fare riferimento. Così, lo sventurato e affezionatissimo scrivente, costretto in ospedale e circondato da parenti che ti rincuorano con il sempreverde “Ti trovo meglio” o ancora “Quando esci organizziamo qualcosa (l’equivalente di “ci sentiamo presto”), inizia a ravanare sui social, su Youtube, sui siti specializzati, alla ricerca del romanzo grafico che possa allietare la degenza e uccidere il tempo.

Molte opere le ho consumate in fretta, apprezzandole e concludendo che tutto sommato non potevo ritenermi deluso degli acquisti (anzi, in qualche occasione ho riconosciuto che qualche volume avrebbe potuto ritenersi un “must have”) e poi… C’è Mooned. La mia prima reazione è stata di incredulità: quello è un uomo arenato sulla Luna! Che ci fa un uomo adagiato sulla Luna?

Mi documento sull’autore e sull’opera: solo giudizi positivi. Ok, devo dare un’occhiata. Rimango immediatamente colpito dal soggetto, la leggo tutto d’un fiato e concludo con un sospirato…Woooow! Avete presente la sensazione che provi quando un prestigiatore realizza un gioco di cui non capisci dove sia il trucco? Ecco, ho reagito più o meno così. Inizio a recuperare qualche passaggio narrativo, a esaminare nuovamente i disegni e la mia conclusione è stata che Mooned è un’opera… Diversa! Negli ultimi anni non mi sono capitati mai lavori del genere tra le mani, devo conoscere l’autore!

Mooned di Lorenzo Palloni

Ci arriveremo, ma immagino che  in molti vi state chiedendo cosa sia Mooned e perché mi abbia colpito così tanto. D’accordo, due brevi paroline sui contenuti, ma non ho intenzione di spoilerare nulla! Protagonista della storia è un cosmonauta che, a seguito di un incidente con la sua astronave, rimane bloccato su una Luna e lì si adagia in attesa del suo compagno di viaggio, certo che questi giungerà a salvarlo per riportarlo a casa. Il protagonista vivrà l’intera avventura nell’attesa del suo secondo, che non accenna a manifestarsi (il perché dovrete scoprirlo leggendo il volume). Tutta la storia è ambientata in questo minuscolo satellite, e in un primo momento si potrebbe ritenere che il tutto sia una sorta di stand up comedy: ma in questo scenario costretto e angusto i personaggi si susseguono freneticamente e la piccola Luna diventa il posto più affollato che si possa immaginare.

Da un piccolo concept ne scaturisce un mondo: sotto il profilo narrativo Mooned è talmente geniale da far apprezzare al lettore soprattutto l’abilità nello storytelling dell’autore. Le situazioni si susseguono a ritmo alternato: talvolta le tavole sono piene di frenesia mentre in altre c’è talmente tanta quiete da consentire al lettore di accompagnare il protagonista nelle sue riflessioni, con le sue angosce, speranze e qualche paranoia. Il sentimento attorno al quale gravita la storia è la speranza. E questa speranza (mal riposta) pone nel dubbio il lettore su quanto giusto sia avere delle forti aspettative. Ma di questo ne abbiamo parlato con l’autore, Lorenzo Palloni, che con estrema gentilezza ci ha concesso una gradevolissima intervista che qui vi riportiamo.

Mooned di Lorenzo Palloni

 

Ciao Lorenzo, grazie innanzi tutto per averci concesso parte del tuo prezioso tempo!

Grazie a voi, è un piacere!

Ho letto Mooned tutto d’un fiato, a dire il vero più di una volta, e la mia reazione è stata…”Questa è un’opera diversa!”

Wow, ti ringrazio, per un autore è senz’ombra di dubbio uno dei giudizi più entusiasmanti che si possano ricevere.

Parliamo di Mooned, la sua nascita per intenderci…

Solitamente inizio con un concetto, poi racconto la storia. Il concetto attorno al quale gravita Mooned era, inizialmente, l’assenza di speranza in termini assoluti: ognuno deve convincersi di dover raggiungere i suoi obiettivi con le proprie forze.

Eppure al protagonista capitano diverse occasioni per “salvarsi” (anche se immaginarie).

Esatto. La realtà è diversa rispetto a ciò che egli crede e sebbene riceva numerose possibilità di salvataggio Rico Ferris (il protagonista: ndr) rimane ancorato alla sua mal riposta speranza. La cosa bella è che il messaggio alla base del fumetto, in via di produzione, è cambiato nella misura in cui sono cambiato io. Dentro ci ho messo ogni evento degno di nota in due anni e mezzo di vita, trasfigurandolo nell’universo cosmo-demenziale di Rico: era impossibile che, raccontando e riflettendoci su, il messaggio non cambiasse.

Mi tengo alla larga da dettagli sulla trama per non spoilerare nulla ai lettori, ci racconti di come hai scelto i protagonisti e li hai poi caratterizzati?

Certo. A me piace, nei miei lavori, “sbucciare il personaggio” (fantastico: ndr), ovvero togliere tutte le certezze e le sicurezze che lo identificano agli occhi di se stesso, cercare di caratterizzarlo e di far sì che questi appaia nei suoi tratti essenziali ma soprattutto che si riveli al lettore in ogni suo aspetto. Questo è fondamentale. E mi diverte molto farlo soffrire, in questo processo, e con lui, il lettore.

Ok, ora parliamo del comparto grafico. Puoi risponderci in generale e non facendo riferimento solo a Mooned. Usi uno stile conforme a tutte le tue opere oppure lo adegui al soggetto? Che tipo di disegnatore sei?

Non mi sento un disegnatore. Mi sento di più uno storyteller. A me sta a cuore raccontare una storia, poi ovviamente anche Mooned ha richiesto un certo stile per il comparto grafico. In particolare ho usato la “penna pennello” per addolcire un tratto che, per mia natura, è molto spigoloso. Per rispondere alla tua domanda: adeguo il segno alla storia, le conferisce un’identità unica, più dello stile di scrittura, che è per la maggior parte delle volte riconoscibile e riconducibile all’autore. Non è una strategia che paga in termini di riconoscibilità autoriale, ma ripeto che a me sta molto a cuore la storia. Leggo più libri di prosa che fumetti, è in parte per questo che non sono legato a un principale stile visivo. Lo storytelling è e rimane il mio obiettivo principale.

Domanda da un milione di dollari: ogni artista ha un suo predecessore che lo ha ispirato, chi è l’autore che ti ha motivato nell’intraprendere questo percorso, sempre che ce ne sia uno?

Non c’è un autore in particolare che mi abbia ispirato a intraprendere la professione di fumettista, ma se devo citarne uno che ha avuto una forte influenza sulla mia formazione non posso non menzionare Mazzucchelli (Batman: Anno 1 : ndr). Ho letto moltissimi comics e fumetti supereroistici, sebbene poi nella mia carriera mi stia occupando di altri soggetti più autoriali.

Ci sveli qualche progetto per il futuro?

A dire il vero ce ne sono fin troppi, sono iper impegnato e dovrò realizzare una serie di lavori a breve termine che mi impegneranno notevolmente: un libro horror per Edizioni Inkiostro in uscita a Lucca, un webcomic di divulgazione scientifica per ErcComics, nuovi libri per il mercato francese, nuove serie per Mammaiuto e, last but not the least, l’insegnamento di un nuovo corso di sceneggiatura alla Scuola di Comics Firenze. Vi terrò aggiornati!

Noi saremo ovviamente qui a seguirti e a chiederti nuovamente info sui tuoi lavori. Ma comunque ci vedremo al Pescara Comic Convention di Luglio, giusto?

Certamente, sarò presente.

Autograferai il mio volume di Mooned?

Ovviamente!

Un sentito grazie a Lorenzo Palloni, alla sua disponibilità, simpatia e professionalità. Inutile dirvi che continueremo a seguire questo artista e a documentarvi sui suoi lavori!

 

 

 

 

 

 

The complete Peanuts: siamo arrivati alla fine

Esce in questi giorni il volume numero 26 della collana che ha raccolto l’Opera omnia di Sparky (al secolo Charles Monroe Schulz) che Panini ha pubblicato mantenendo il titolo e il piano dell’opera originale della Fantagraphics Books e sviluppando l’opera in un lungo percorso dodecennale.

Così, se le strisce della sua opera più famosa si erano già concluse nel precedente numero, con l’aggiunta di tutto il materiale di Li’l Folks, per rendere l’opera davvero completa (e anche per far comprare agli appassionati un volume in più) sono state raccolte in quasi trecento pagine:

  • diciassette vignette pubblicate sul Saturday Evening Post tra il 1948 e il 1950;
  • sette storie dei Peanuts uscite in formato Comic Book negli anni ’60 e ’70 e disegnate da Schulz in persona (la maggior parte delle quali fu invece disegnata da Jim Sasseville);
  • alcune campagne pubblicitarie di cui i Peanuts sono stati protagonisti;
  • strisce e materiale natalizio;
  • quattro storybook ricavate da rielaborazioni delle strisce, ma ridisegnate completamente da Schultz;
  • vignette e aforismi pubblicati su Cose che ho imparato troppo tardi (e altre verità minori), 1981 e su Cose che ho dovuto imparare più di una volta (e qualche altra piccola scoperta), 1984;
  • una serie di vignette fuori serie dedicate al golf e al tennis.

Per appassionati, ma non solo.

Per attingere a piene mani ancora una volta alla filosofia semplice del grande cartoonist americano, che negli ultimi 50 anni del secolo scorso ha sicuramente lasciato un segno molto profondo nella cultura americana e mondiale, tanto è vero che le sue vignette vengono usate, spesso anche aggiungendoci delle parole che lui mai avrebbe usato, per promuovere i più disparati messaggi.

E che si identifica ormai con i suoi personaggi (anche se lui si è sempre riconosciuto in Charlie Brown, mentre il filosofo del gruppo era più Linus) al punto che un destino in qualche modo riconoscente lo ha fatto morire il giorno prima della pubblicazione dell’ultima striscia, il 13 febbraio del 2000.

Per esplicita scelta Schulz ha scritto, disegnato ed inchiostrato tutte le strisce della serie, che quindi non è sopravvissuta al suo ideatore.

Una persona semplice ma profonda che ha anticipato tanti temi, in qualche modo portandoli all’attenzione dell’americano medio: ecco un esempio del 1967 particolarmente in linea con una delle discussioni odierne…

A chiudere questa memorabile raccolta è Jean, la seconda moglie di Schulz, che scrive un lungo e appassionato ricordo di Sparky, che vale la pena leggere. Come sempre in questi casi, si tratta di una specie di discorso funebre: anche lui avrà avuto i suoi difetti, ma tutti noi, dagli appassionati di fumetti in giù, gli dobbiamo qualcosa.

Ma mi piace finire nello stesso modo in cui finisce quest’opera:

Una volta Sparky disse che si sarebbe sentito soddisfatto se sulla sua lapide fosse stato scritto “Ha reso felici le persone!”

È ciò che ha fatto. E che continua a fare.

Era una notte buia e tempestosa – Edgar e Allan Poe: Il clan dei Poe

Come recita il sottotitolo, traduzione dell’originale giapponese Poe no ichizoku, Edgar e Allan Poe ruota intorno ai Poe, un clan composto da creature misteriose e solitarie, figlie della notte in grado di vivere in eterno, di cui Moto Hagio ci racconta vari frammenti della vita di alcuni membri, in particolare del personaggio principale: Edgar Portsnell.

Gli episodi presenti nel manga vengono narrati attraverso capitoli di lunghezza variabile che si differenziano tra di loro principalmente per i salti temporali in epoche diverse, senza seguire un preciso ordine cronologico, accentuando così la partecipazione attiva del lettore nel ricollegare i fatti storici e nel ricostruire la linea temporale degli eventi.

Conosciamo così un nucleo del clan, i Portsnell, composto dal Barone Portsnell, sua moglie e i due figli Edgar e Marybell; una casata che racchiude, sotto l’immagine fredda e serena di una nobile famiglia di campagna, un oscuro segreto che costringe i suoi membri a spostarsi di città in città per non destare sospetti. Ma quale segreto nascondono queste persone così agiate e tranquille? Sono vampiri, creature notturne condannate a non invecchiare con il passare dei secoli e a mantenere per tutta l’esistenza l’aspetto che avevano al momento dell’entrata nel clan. Così Edgar sarà costretto a rimanere in un corpo che non muterà mai con lui nel tempo e vedrà, invece, gli umani intorno a sé invecchiare.

Le creature fantastiche rappresentate dall’autrice sono ben lontane dagli stilemi horror tipici di film e fumetti in voga. Esse, infatti, non si mutano in animali notturni come pipistrelli, non diventano cenere a contatto con la luce del sole né temono croci e chiese o tanto meno dormono all’interno delle bare per poi svegliarsi in cerca di sangue umano; difatti, nel libro viene anche beffeggiata dai protagonisti stessi la solita raffigurazione che fanno gli uomini dei vampiri. Queste creature sono più simili a malinconici antieroi della letteratura romantica, il cui anelito verso l’infinito è realizzato da una vita immortale che ha per prezzo un perenne senso di solitudine, come quello che Edgar avverte con una triste consapevolezza e con una leggera nostalgia per la sua originaria condizione umana.

Ed è proprio l’isolamento di Edgar che spinge quest’ultimo a fare amicizia con un ragazzo che frequenta il suo stesso college, Allan Twilight, orfano di padre e con la madre malata. Da qui si affronta un altro tema importante dell’opera, ovvero il legame tra i due ragazzi che porterà il tormentato Edgar a chiedersi se condannare o no il suo amico al medesimo stato immortale, facendolo entrare nel clan dei Poe per combattere così la solitudine.

I capitoli successivi ci presentano da un lato altri momenti della vita di Edgar in epoche diverse, dall’altro ci mostrano personaggi umani che entrano in contatto con il clan, svelando pian piano nuovi dettagli della famiglia e dei suoi membri: per esempio Glenn Smith, un cacciatore che, perdutosi in un bosco, si trova nel villaggio dei Poe e poi racconterà, attraverso il suo diario, la sua esperienza con loro, o la piccola Liddel, una bambina che Edgar salva dai briganti e decide di prendere con sé, crescendola e accudendola come una figlia, per consegnarla in seguito alla nonna biologica della ragazza. Molti di questi episodi riescono a essere parimenti incisivi e toccare le corde dell’animo di chi legge.

Un altro aspetto approfondito dall’autrice è il legame tra Edgar e la sorella Marybell, personaggio chiave della vicenda. Il loro attaccamento è come un amore che supera ogni confine, induce Edgar a essere sempre vigile verso la delicata sorella, spesso preda di svenimenti a causa della debolezza del suo corpo, e lo spinge anche a essere estremamente minaccioso e violento verso chiunque cerchi di strapparla dalle sue braccia. Almeno sino a quando la morte stessa non interverrà e porterà via la giovane, lasciando così in Edgar un immenso vuoto, che non potrà placare nemmeno con il suo futuro compagno di avventure, ovvero Allan.

Il protagonista incontrerà poi la signorina Elzeli, donna fortemente desiderata e ammirata nella città dove in quel momento Edgar e Allan risiedono, che si scoprirà essere ossessionata dal suo vecchio amore impossibile con un giovane al punto da tentare il suicidio. Questa esperienza insegnerà a Edgar, affezionato particolarmente alla donna data l’immensa somiglianza con la defunta sorella, a reprimere la disperazione e la malinconia offrendo amore al prossimo, di conseguenza, imparerà ad amare Allan come amava la sorella.

Graficamente il libro è caratterizzato da un tratto delicato, etereo, ma allo stesso tempo anche preciso e dettagliato; i personaggi hanno lineamenti gentili, ma freddi e corpi esili e leggiadri. Non mancano cornici floreali tipiche dell’estetica grafica degli shoujo, che circondano i meravigliosi visi dell’eterna gioventù dei vampiri, soprattutto quello di Marybell. Moto Hagio crea un’efficace atmosfera gotico-crepuscolare attraverso immagini di “repertorio” quali castelli diroccati, ville coperte d’edera immerse nei boschi ammantati da nebbia e chiese dagli alti campanili spesso sullo sfondo di una natura in tempesta che riflette i sentimenti dei personaggi.

Moto Hagio è la creatrice dello shojo manga moderno, insieme alle colleghe del Nijuuyonen gumi, il cosiddetto “Gruppo 24”. È una delle più amate autrici di tutti i tempi, nonché pioniera dell’intero genere: per via del suo amore per l’horror e la fantascienza è sempre stata capace di fondere elementi cari sia al pubblico femminile sia a quello maschile. Ciò che la spinse a dedicarsi a tale genere di manga fu la sua appassionata voglia di condividere con il mondo la sua infanzia, segnata da questo tipo di fumetti, che la portò a dedicarsi ai temi ricorrenti come la solitudine o la morte inserendoli in un contesto fantastico, frutto della sua immaginazione. Con la trilogia di Edgar e Allan Poe, Moto Hagio si è aggiudicata il prestigioso Shogakukan Manga Award, e alla sua prima pubblicazione l’intera tiratura è andata esaurita in sole ventiquattr’ore.

Nei giorni d’oggi i temi più frequenti del genere sono quelli della vita quotidiana e della scuola, amati soprattutto dal pubblico più giovane. Confermo che questi sono gli argomenti preferiti anche da me, come pure aspetti delicati che solo in pochi hanno il coraggio di affrontare quali il rapimento, le violenze psicologiche, l’autismo, il bullismo.

In conclusione, ci troviamo di fronte a un’opera ambiziosa e complessa, quella della Hagio, in grado di sorprendere ancora oggi chi vi si accosta per la prima volta, e che è consigliata anche a chi, come la sottoscritta, non fa degli shoujo una lettura abituale.


Alessia Nepi ha presentato

Edgar e Allan Poe. Il clan dei Poe. Vol.1 di Moto Hagio

Traduttore: Keiko Ichiguchi
Editore: Kappa Edizioni
Collana: Ronin Manga
Anno edizione: 2011
Pagine: 394 p., ill., brossura
Euro 7,90

Pian d’Albero: una recensione partigiana

La storia della battaglia di Pian D’Albero del 20 giugno 1944 è molto presente nella memoria storica della resistenza toscana.

Basta una piccola ricerca su internet e si trovano moltissimi documenti, anche dettagliatissimi.

Da quasi dieci anni il luogo dell’evento è Parco Storico della Resistenza.

Ciò che accadde alla famiglia Cavicchi nel loro casolare isolato tra il Valdarno e il Chianti è stato oggetto di una ricerca dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, perché, se è certo che 39 persone furono uccise dalle truppe tedesche, un po’ per rappresaglia, un po’ semplicemente per un’azione di guerra, visto che in quel casolare era rifugiata un’unità partigiana, molto meno certi sono altri dettagli dell’evento. Ad esempio circa l’intervento di informatori che avvisarono i tedeschi della presenza dei partigiani.

Comunque sia andata, la ricerca dei dettagli di questi scampoli di storia è importante, per non dimenticare, per trovare le piccole storie che la Storia ha stroncato.

I promotori della ricerca, Matteo Barucci e Gabriele Mori, hanno scritto l’introduzione all’opera di Pierpaolo Putignano, che abbiamo già conosciuto nell’episodio di Pier Capponi.

Il territorio di Bagno a Ripoli era competenza della 22bis Brigata Garibaldi d’assalto “Vittorio Sinigaglia” della Divisione “Arno” e come succedeva in tutta l’Italia occupata dai tedeschi dopo l’8 settembre, la Wehrmacht era alla ricerca dei combattenti (italiani e non) che gli si opponevano.

Nella rievocazione fumettistica dell’evento ci sono vari piani che si intrecciano.

Da una parte quello della memoria, con il vecchio partigiano, quindicenne all’epoca dei fatti, che racconta al figlio e sottolinea che «la guerra non ha nulla di eroico» e che «ha fatto cose di cui non va fiero» per ripulire il campo da facili entusiasmi retorici.

Poi quello della storia, con il racconto degli eventi, a volte crudo, senza lasciare nulla di nascosto, dai colpi alla nuca per finire i feriti, all’impiccagione sommaria anche del piccolo Aronne.

Quello dell’esperienza personale, della paura e del coraggio, che non è l’assenza di paura, ma capire di dover «fare la cosa giusta». Dei ricordi e degli incubi che non ti abbandonano mai.

Infine quello del monito, perché la memoria non può essere fine a se stessa, altrimenti si finisce con il «dar credito a quella faccenda dei corsi e ricorsi storici». Perché «le cose non “vanno storte”, non “si muovono da sole”, le cose si sbagliano». Così non si può cancellare la memoria per timore di “turbare i giovani”, ma tutto va raccontato, per evitare che si ripeta.

E il racconto che fa Pierpaolo Putignano è efficace, ricco, anche se fatto solo di 40 tavole.

La sua sceneggiatura riduce al minimo la retorica: i partigiani sono soldati, per i quali un quindicenne è troppo piccolo «per sparare alla gente», la guerra «non è un gioco, la gente muore»; i tedeschi sono anch’essi soldati, che usano la loro maggior forza per fiaccare sotto tutti i punti di vista la resistenza di un nemico che è anche traditore. Così non lasciano al frate la possibilità di confortare i condannati e non si fanno scrupolo a impiccare un pastorello. È un richiamo forte contro tutte le violenze e gli autoritarismi. Un richiamo universale, tanto che non c’è una sola battuta in dialetto toscano, un solo detto nei dialoghi che lasci trapelare in qualche modo l’ambientazione geografica, che pure è precisissima nella caratterizzazione dei luoghi.

E d’altra parte universali sono l’orrore delle troppe morti, la gioia della liberazione e il rimpianto della morte degli innocenti.

Il racconto è tutto virato seppia, come le vecchie foto, solo il rosso del sangue e il colore delle bandiere tricolori fanno eccezione, con una tecnica ormai assodata di utilizzare il colore per sottolineare alcuni elementi grafici e per cambiare scena, tempo e luogo senza dirlo.

C’è solo una pagina virata in rosso, quella della decisione di imbracciare il fucile dopo tanti tentennamenti da parte del quindicenne aspirante partigiano. Non è certo l’unica splash page, ma quella che dà senso alla storia, perché in qualche modo senza quella decisione non ci sarebbe stato neppure il racconto della storia di Pian d’Albero.

Le scene colorate in modo vivo sono quelle del presente, con una tecnica già vista altre volte, di utilizzare i colori per distinguere i diversi livelli della storia.

La gabbia delle pagine è molto varia, ma sempre piuttosto regolare. Le vignette sono tutte rettangolari, anche se di dimensioni e forme diverse. Ogni tanto ci sono delle vignette senza bordo nelle quali i primi piani possono permettersi un po’ di strabordare, ma senza eccessi. E di nuovo è la storia a guidare la grafica, perché l’unica pagina meno regolare è quella dell’assalto tedesco che coglie tutti impreparati, e anche se la gabbia è molto precisa, la bustina che vola da un piano all’altro dà il senso del momento.

Il tratto di Putignano è molto preciso e deciso, caratteristici gli occhi formati solo da un bottoncino nero, ma non per questo meno espressivi. Un modo di disegnare che ammorbidisce la realtà, senza toglierle nulla. In alcuni momenti mi fa pensare al modo di disegnare di Bill Watterson, che colpisce la realtà non solo con la profondità e la sagacia delle battute, ma anche con la efficacia del tratto.

È una realtà che può essere ammorbidita, anche nei tratti, ma non dimenticata, come la memoria, che vede i fatti farsi via via più indistinti, ma non può e non deve cancellarli. Perché altrimenti avremo bisogno di una nuova Pian d’Albero, di un altro Aronne Cavicchi e di una nuova lotta partigiana.

Pian d’Albero

Collana: Viaggi fra le nuvole
48 pag., Brossurato, colori
formato 21 x 29,7 cm
prezzo: 12,00

Transformers – La morte di Optimus Prime

Transformers: More Than Meets The Eye #1.Prima di cominciare a parlare di Transformers: More than Meets the Eye, c’è da fare una giusta premessa al tutto: Panini Comics è stata molto coraggiosa nella decisione di proporre una serie vecchia di cinque anni e “fuori tempo massimo”, cercando di catturare l’attenzione del pubblico con l’hype generale Transfomers – L’ultimo cavaliere.

Dall’inizio della serie di James Roberts e John Barber è passata molta acqua sotto i ponti e la storia si è evoluta al punto tale da rilanciarsi, questo 2017, con due nuove serie regolari, sequel delle storie che Panini presenta oggi al pubblico italiano.

Questo primo albo brossurato, Transformers – La morte di Optimus Prime, comincia una lunga saga pluriennale che viene raccontata in due albi principali, More than Meets the Eye e Robots in Disguise; in queste 96 pagine iniziali vedremo appunto l’inizio della prima.

La storia di James Roberts parte dalle macerie di Chaos, maxi-evento inedito in Italia che ha permesso all’universo dei Transformers di ripartire con una tabula rasa perfetta per nuove trame e un nuovo status quo: Cybertron è tornata al suo stato primordiale, un pianeta grezzo e inospitale.

La guerra tra Autobot e Decepticon si è conclusa con molte vittime e una popolazione in ginocchio, costretta a schierarsi con una o l’altra fazione, obbligata a fronteggiare il dolore della guerra e i costanti capovolgimenti di fronte.

Il lettore non dovrà dunque sorprendersi di trovare personaggi come Optimus Prime, Rodimus Prime, Bumblebee, Drift, Ratchet, Magnus e molti altri ancora confrontarsi con le loro azioni in tempo di guerra e le scelte poste di fronte a loro in tempo di pace.

Il cast di protagonisti è veramente ampio e i disegni di Alex Milne e Nick Roche permettono una varietà nell’aspetto e nelle personalitá in grado di spiccare a prima vista, anche se sarà sicuramente difficile tener conto di dozzine e dozzine di robottoni in ogni pagina del volume.

Le pagine sono straripanti di dettagli e, se proprio c’è bisogno di trovare una nota negativa a un lato artistico decisamente solido e rispettoso della serie originale a cartoni animati, la colorazione di Josh Burcham è qualitativamente oscillante, molte volte non in grado di trovare i colori adatti per armature e ambientazioni e, specialmente nella seconda parte del volumetto, tutto diventa quasi smunto e tendente a colori pastello molto chiari che stonano con l’atmosfera di Cybertron. Staccandosi dalla poco avvezza all’appagamento cerebrale serie cinematografica dedicata ai Transformer di Michael Bay, sia Barber che Roberts hanno da sempre posto un forte accento sulle personalità e sulla particolarità dei propri protagonisti, riducendo l’esagerata azione da blockbuster hollywoodiano al minimo e lavorando minuziosamente sull’umorismo, la tensTransformers: More Than Meets The Eye #1.ione, la diversità ideologica che separa un Transformer dall’altro.

Il rapporto tra bianco e nero, yin e yang, che si può inizialmente avere pensando alla separazione tra Autobot e Decepticon viene costantemente sfumato dalle parole e dalle azioni dei personaggi che, ripeto, sono messi in una situazione mai affrontata prima d’ora: la privazione del conflitto.

Dove si muove Cybertron da qui in poi? Come gestire la convivenza tra i reduci di guerra, chi ha servito una o l’altra fazione in battaglia, e i B.A.N., i Bot Autoctoni Neutrali, rientrati alla fine della battaglia e pronti a vivere sul loro pianeta natale di cui erano stati privati? Senza addentrarmi troppo nella trama, col rischio di spoilerare, da questa nuova situazione emerge, per gli Autobot, la necessità di evolvere nel pensiero e nel modo di vivere e, malvolentieri, i protagonisti si trovano di fronte a una nuova spartizione.

Da un lato abbiamo Rodimus, audace e scavezzacollo, che sogna di tornare alle stelle e ritrovare i Cavalieri di Cybertron e scoprire cosa rende un Autobot davvero tale, poco propenso ad ascoltare un pianeta che rifiuta la guerra, e chi ha combattuto per liberare Cybertron dal giogo di Megatron e dei Decepticon.

Il piano di Rodimus è semplice: radunare quanti più fedeli alla causa possibile e lanciarsi alla volta di Cyberutopia a bordo della Luce Perduta, una colossale arca spaziale in grado di dare una nuova speranza a chi non si sente più appartenere a Cybertron; a opporvisi c’è Bumblebee, più convinto che mai sulla via della ragione e della discussione, della coesistenza con i BAN e i Decepticon, in una strada tortuosa verso un pianeta Cybertron rinato e pacifico.

Ancora una volta, dunque, è il conflitto a muovere le trame di questi primi quattro numeri ma dai fuochi di cannoni e il roteare in alt-mode tra Autobot e Deception si passa a una vera e propria discussione sulla filosofia post-bellica e sulla natura stessa della democrazia, di certo non qualcosa di tutti i giorni.

The Death Of Optimus Prime #1.

Giusto fermarsi anche un attimo e riflettere sull’atmosfera, in ogni caso, mai pesante o prolissa, condita dal giusto umorismo di personaggi più leggeri come Rewind, Rung o Swerve: prendersi fin troppo sul serio raccontando, in ogni caso, di robot giganti non converrebbe; sulla stessa linea, l’azione è ben dosata e arriva al punto giusto, coinvolgendo altri Transformers ancora come Cyclonus, Skids e Whirl.

Questi primi numeri di More than Meets the Eye risultano dunque più dedicati al world-building, alla costruzione del mondo e, letteralmente, la ricostruzione di Cybertron e l’allontanamento, di una parte dei protagonisti, da quello che ha sempre rappresentato la “norma” nella serie e nella continuity.

Transformers – La morte di Optimus Prime è solo l’opening salvo di una storia enorme e contorta, in grado di trascinare il lettore dalla profondità dello Spark, l’anima di un cybertroniano, fino ai remoti confini della galassia meno conosciuta.

Sottovalutare un’opera simile e trattarla semplicemente come per bambini, unicamente per i loro protagonisti, sarebbe decisamente arrogante e superficiale.

Questa prima introduzione a More than Meets the Eye permette a ogni tipo di fan, nuovo o vecchio che sia, di approcciarsi a un esperimento ancora in corso in America, una serie acclamata dai fan e una vera rivoluzione nel modo di raccontare i Transformers. “Roll out!”

Shin Godzilla arriva in Italia

Con grande gioia per tutti i fan dei film giapponesi, dei film filosofici, della politique des auteurs, dei film di guerra, dei film di mostri, dei disaster movie, dei kaijuu, degli effetti speciali analogici, di Neon Genesis Evangelion, degli anime, di Satomi Ishihara, insomma con grande gioia dei fan di molti fandom, è stato annunciato l’arrivo nelle sale italiane del film Shin Godzilla diretto da Hideaki Anno.

Locandina italiana di "Shin Godzilla".

La locandina italiana di Shin Godzilla, col titolo del film scritto a mano da Hideaki Anno in persona.

L’evento è stato possibile grazie alla collaborazione fra la rete cinematografica Stardust, la casa di produzione Minerva Pictures e il distributore Dynit. Il film uscirà in 116 sale per i tre giorni lunedì 3, martedì 4 e mercoledì 5 luglio, e per i lettori di Dimensione Fumetto è possibile usufruire di uno sconto speciale messo a disposizione da Stardust: è sufficiente stampare il seguente coupon ed esibirlo alla cassa del cinema per ottenere uno sconto. Le sale convenzionate sono consultabili sul sito web ufficiale italiano della pellicola.

Coupon sconto per "Shin Godzilla".

DF ha già ampiamente parlato di Shin Godzilla raccontando il prima, il durante e il dopo del film, con uno sguardo sulla vasta campagna pubblicitaria, un reportage sui numerosi premi al regista e all’opera, e soprattutto una approfondita analisi pubblicata il giorno stesso dell’uscita nelle sale giapponesi. Come confermato anche dai primi spettatori italiani alla première dello scorso 6 aprile al Cartoons on the Bay di Torino, Shin Godzilla è un film straordinario e molto probabilmente il capolavoro registico di Hideaki Anno: un’opera che merita di essere vista su grande schermo, e da luglio sarà possibile anche per gli spettatori italiani.

Mercurio Loi 1, di Bilotta e Mosca – una recensione fisiognomica

Mercurio Loi lo si incontra quasi per caso. Può capitare di fare la sua conoscenza vagando per le strade di una serie antologica come Le storie, della Sergio Bonelli Editore, per poi incrociarlo di nuovo sugli scaffali di un’edicola maggiolina, capitato quasi per caso tra la squadrata mascella di un cowboy tutto d’un pezzo e lo sguardo magnetico di un indagatore dell’incubo.

Lo si incontra soltanto a pagina 22 dell’albo intitolato a suo nome: e già questo ci anticipa che non siamo di fronte alla solita serie Bonelli (Dylan Dog compare per la prima volta a pagina 10, Nathan Never fa capolino alla 3). Lo troviamo appeso a testa in giù, che cita una frase del Fiore, poemetto duecentesco d’amore che gran parte della critica attribuisce al giovane Dante Alighieri.

Ma quello che ci colpisce di più è la sua fisionomia. La faccia di Mercurio Loi, il suo aspetto fisico, non sono quelli di un tipico eroe Bonelli: ma sono, inequivocabilmente, quelli di Mercurio Loi. E così, potremmo sicuramente ammorbarvi su quanto sia bello, ben disegnato, ben colorato, ben curato, e soprattutto ben scritto questo albo: ma così facendo scriveremmo una recensione banale, e non renderemmo giustizia al personaggio.

In Mercurio Loi non c’è niente di banale. Così, improvvisandoci dei moderni Lombroso, invece di recensire l’albo, recensiremo il suo aspetto fisico.

Lombroso, per i pochi che non lo sanno, era un antropologo e criminologo, e aveva la singolare convinzione che si potesse risalire al carattere di un essere umano a partire dalla conformazione del suo cranio. La pseudo-scienza da cui traeva le sue convinzioni si chiamava fisiognomica e aveva una lunga tradizione sin dal tardo Medioevo, quindi non gliene faremo una colpa. A quei tempi si credeva a un sacco di cavolate. Quello che Lombroso non sapeva è che la fisiognomica è sì una scienza che non ha alcun diritto di descrivere il mondo reale, ma, se applicata al mondo del fumetto, diventa portatrice di verità. In quale altro mondo, infatti, le caratteristiche fisiche delle persone servono a descriverne i tratti caratteriali? Nel mondo dei fumetti un naso camuso e una fronte bassa sono davvero segni di stupidità; una mascella quadrata è davvero segno di forza; le labbra carnose sono davvero segno di concupiscenza.

Li disegnano apposta così!

Apprestiamoci dunque al nostro studio di Mercurio Loi. Eccolo, in tutto il suo anatomico splendore, negli studi di Massimiliano Bergamo pubblicati sul numero 0, ancora disponibile sul sito di Sergio Bonelli Editore.

Cosa notate?

La prima cosa che si può mettere in evidenza nella fisionomia del professor Loi sono le orecchie a sventola. Per Lombroso questo tipo di padiglioni auricolari era un segno secondario di una possibile mente criminale, ma noi non ci spingeremo fino a questo punto. Sicuramente ci dicono che Loi non è il tipo d’uomo di cui ti puoi innamorare a prima vista. Bisogna conoscerlo a fondo, per imparare ad amarlo. È un uomo pieno di difetti, anche vistosi: ma il fatto che non tenti di nasconderli dietro una folta chioma indica che non se ne cura affatto. Anzi: probabilmente il professor Loi è fiero di essere diverso dagli altri.

In questo splendido profilo del professor Loi, colto dalla mano di Giampiero Casertano, possiamo notare un altro particolare del suo volto: il naso, importante e sottile, dalle narici imponenti. Un naso alla Sherlock Holmes, direbbe qualcuno, e non sarebbe lontano dalla realtà. Il naso del professor Loi è il segno di una grande intelligenza, o meglio: segno della capacità di saper leggere il mondo al di là delle apparenze. Sarà forse per questo che aderisce a una setta di “appassionati dei misteri di Roma” chiamata Sciarada, al cui vertice siede una bambina?

Ma passiamo oltre.

Manuele Fior, copertinista della serie, ci mostra l’incipiente stempiatura del professor Loi. Una fronte così alta è tipica di chi ha già visto passare gli anni di maggior vigore fisico: ci racconta di una persona che ne ha già vissute parecchie. In effetti sappiamo già che il professor Loi ha un passato tutto da raccontare: una donna ne deve aver incrociato i sentieri, lasciando solo una statuetta a testimonianza del proprio passaggio; un assistente di nome Tarcisio deve averne condiviso pensieri e giornate, diventandone la nemesi. Mercurio Loi ha un passato interessante almeno quanto il suo presente, raccontatoci in questo primo numero. Non è difficile desiderare di intraprendere questo cammino assieme al valente Alessandro Bilotta, che come un novello Bernieri intesse l’epopea del professore.

Ma bisogna stare attenti.

Perché, come l’ottimo Matteo Mosca ci mostra, il professor Loi porta un bastone da passeggio, e non lo fa a cuor leggero. Più che un appoggio, quel bastone è un emblema. Ci dice che Mercurio Loi attraversa le strade di Roma, della Roma papalina che è uguale a quella Repubblicana che poi tanto diversa da quella Imperiale non è. E le attraversa senza puntare da nessuna parte, lasciandosi inebriare da un odore improvviso, o da un suono inatteso, oppure seguendo un incontro non programmato; prendendo strade impervie oppure semplici, così, perché ne sente il guizzo.

Che è un po’ il modo in cui anche oggi, nell’anno del signore 2017, sotto il pontificato di papa Francesco, Roma andrebbe attraversata.

Leggere questo primo numero di Mercurio Loi, la Roma dei Pazzi, è tutto questo: una passeggiata senza pensieri in un angolo della nostra storia patria, in uno scenario ricco e (per ora) solo accennato con piccole pennellate studiate per accendere il fuoco della curiosità. Seguite così un buon consiglio: mettetevi in strada, qualsiasi sia la vostra città. Guardatela con curiosità, e se vedete un angolo che non conoscevate, beh, andateci, perché è quel che Mercurio Loi farebbe. Ma soprattutto, se nel vostro peregrinare incontrate un’edicola, comprate questo numero 1: ne vale davvero la pena.

Sailor Moon… Team Up! – Quarto concorso artistico DF

L’associazione culturale Dimensione Fumetto, forte del successo delle precedenti edizioni, indice il suo QUARTO concorso di illustrazione dal tema Sailor Moon… Team Up!

Sailor Moon di Mattia De Iulis

La locandina del concorso illustrata da da Mattia De Iulis.

La prima edizione del 2014 ha puntato l’attenzione sui personaggi dello Studio Ghibli, celebre studio di animazione giapponese fondato nel 1985 dal famoso regista, e premio Oscar, Hayao Miyazaki insieme al suo collega e mentore Isao Takahata. La scelta è stata d’obbligo visto l’amore che il suo fondatore ha per la nostra nazione. Numerose sono state le adesioni e ben 68 sono state le tavole in mostra, giunte da tutta Italia, presso la sala espositiva della Cartolibreria Cartarius.

Per la seconda edizione del 2015 è stato scelto un personaggio molto caro al pubblico italiano, il noto ladro gentiluomo Lupin III: la sua ultima serie animata è stata interamente ambientata nella nostra penisola, e preso spunto da questo abbiamo chiesto agli oltre 70 partecipanti di ambientare la scena all’interno di panorami riconoscibili di città italiane, mettendo in risalto elementi architettonici e artistici di pregio da valorizzare o riqualificare. Le opere sono state in mostra presso la Libreria Rinascita di Ascoli Piceno dal 30 novembre al 13 dicembre.

Per la terza edizione del Concorso del 2016 si è dato libero sfogo alla fantasia dei partecipanti per reinventare la figura di Dylan Dog e dare una nuova vita sotto inedite spoglie a un personaggio Made in Italy, forte anche del suo rilancio a opera di Roberto Recchioni, nuovo direttore responsabile della testata. La mostra ha avuto luogo nella zona archeologica di Palazzo dei Capitani del Popolo, in pieno centro storico della città.

In occasione del venticinquennale della nascita di Sailor Moon, Dimensione Fumetto ha deciso di dedicarle il Concorso del 2017. Per i partecipanti di quest’anno la sfida sarà disegnare uno o più personaggi della saga della «combattente che veste alla marinara», e farli interagire con i protagonisti del fumetto mondiale (ad esempio Luna e Tintin, la regina Metallia e Joker, Sailor Mars e Spiderman, Sailor Moon e Naruto).

Le opere selezionate saranno esposte in una mostra a loro dedicata dal 4 al 17 dicembre. La premiazione invece avrà luogo il 9 dicembre 2017.

PER CONSULTARE IL REGOLAMENTO E IL MODULO DI ADESIONE SEGUIRE IL LINK

Sailor Moon Team Up!

Buona fortuna!

Frantumi e “L’importanza del lettore” – Intervista a Giovanni Masi

Frantumi Rita Petruccioli

Ciao Giovanni, innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità a questa intervista che in realtà è una banale scusa per chiarire a me alcuni aspetti di Frantumi visto che ci ho messo un po’ per metabolizzarlo e capire se mi fosse piaciuto o meno.

Spoiler: mi è piaciuto.

Il motivo di tale difficoltà è presto detto: non riuscivo a capire, e per certi versi non lo capisco ancora adesso, il viaggio di Mattia. Come tutti anche io ho vissuto dei traumi che mi hanno scosso più o meno profondamente e la mia esperienza personale mi insegna che non sempre se ne esce rafforzati e, soprattutto, che anche se il viaggio è tuo la presenza degli altri (amici, affetti…) è fondamentale. Per questo motivo il concetto di “viaggio interiore un po’ ascetico” mi ha messo in difficoltà. Ma nel racconto è presente anche un “altro” (penso a Laila e a tutto il cast di comparse) che in qualche misura aiuta Mattia. Al momento, al di là dell’assoluto apprezzamento per le capacità tecniche (di scrittura, ritmo, disegni, eccetera) evidenziate nel volume, resta il dubbio sul contenuto stesso che spero mi aiuterai a capire.

Innanzitutto, sono contento che ti sia piaciuto Frantumi e che tu abbia avuto voglia di farmi queste domande per toglierti il «dubbio sul contenuto», come lo chiami. Di solito, non sta a noi autori spiegare o meno il contenuto di un libro che abbiamo scritto. Il testo dovrebbe difendersi da solo, ma visto le domande e la tua premessa, proverò a essere il più chiaro possibile raccontando un po’ cosa sia Frantumi per me. Questo non significa che debba avere lo stesso significato per te. Anzi, se genera in te un senso di qualcosa che “manca” perché ci sono cose che girano strane, in realtà è in parte voluto perché abbiamo cercato di fare un fumetto che non fosse troppo accomodante per il lettore, ma che richiedesse una specie di investimento emotivo anche da chi stava dall’altra parte della pagina.

Rispetto alla tua premessa, mi permetto di farti notare solo una cosa. In Frantumi nessuno dice che l’apporto familiare o degli amici non sia importante, né che si esca sempre rafforzati. Anzi! Si racconta di un momento molto particolare in cui tutto il tuo mondo va in pezzi, e la tua famiglia e i tuoi amici non possono aiutarti perché fanno parte di quel mondo. Il personaggio di Laila supplisce però agli “altri” che possono aiutarti. Quindi Mattia non fa un viaggio ascetico (almeno, non lo avevamo inteso così), deve però ritrovare un equilibrio personale (la sua “Sofia” appunto, che è sia una persona che una metafora), e quel passaggio, il rimetterti il pezzo mancante, lo si può fare esclusivamente da soli, perché è il proprio equilibrio interiore e gli altri hanno molto poco potere su una cosa così. Possono aiutare, ma è difficile che qualcuno arrivi e ti dica “Ecco, fai così che ritrovi te stesso” oppure “Ecco, adesso ti impongo le mani e ti curo dal tumore”. L’ordalia di un tumore, di uno shock personale, sono sempre cose estremamente personali dove ognuno di noi deve ritrovare il proprio equilibrio, nuovo e diverso rispetto al primo, perché il mondo che c’era prima non esiste più. Questa almeno è la mia personalissima visione di Frantumi che, però, non è quella univoca del libro. È una delle possibilità perché l’idea era che il lettore dovesse trovare la sua strada in quel mondo lì.

Come nasce Frantumi? È il racconto di un’esperienza vissuta più o meno direttamente? Oppure nasce dalla “semplice” necessità di raccontare questo tipo di storia?

Frantumi nasce da alcune esperienze della mia vita, ma con una centrale, però, che è poi quella messa in scena all’inizio: una malattia molto lunga legata a una persona a me molto cara. La scelta di trasfigurare quel racconto così personale in Frantumi nasce dal fatto che non apprezzo molto le autobiografie e mi piacciono molto, invece, i racconti che raccontano un’esperienza reale cercando di dire “qualcosa di più” rispetto ai soli fatti. Per farti capire, Frantumi si inserisce nel solco dei libri alla Cuore di Tenebra di Conrad.

L’idea di base era quella di raccontare quel preciso momento in cui il tuo mondo va a pezzi, di quanto sia difficile recuperare quei pezzi e di come, se anche riesci a ricomporli, quei pezzi non combaciano più bene e che le cicatrici e le fratture restano evidenti. Era quindi un modo per raccontare la reazione di ognuno al dolore e i vari aspetti di quella reazione per come li ho conosciuti e per come li ho visti nelle persone a me vicine. Cercando oltretutto di dare pari dignità a ogni forma di reazione, non indicando se ce n’è una giusta e raccontando anche i rischi di chi rimane molto a lungo del mondo di Frantumi e finisce per perdersi. Ovviamente, la storia è una metafora, ma non volevo che fosse solo questo, per questo l’abbiamo trasformata in un’avventura, in un viaggio, in cui Mattia è costretto a venire a patti con una cosa che non conosce minimamente perché è la prima volta che finisce “di là”.

Quella di Rita Petruccioli è stata una scelta conseguente alla scrittura del soggetto oppure il racconto nasce a per essere cucito addosso a lei? Essendo il suo primo lavoro a un volume a fumetti sei dovuto intervenire in qualche modo per aiutarla nella transizione dal mondo dell’illustrazione oppure è riuscita a far tutto da sola? In entrambi i casi: qual è stata la natura della collaborazione? Diretta, per cui alla sceneggiatura corrispondevano le tavole disegnate, o fatta di scambi di pareri sulla direzione della storia?

La scelta di Rita è avvenuta una sera in cui ho visto alcuni suoi disegni in una mostra collettiva di autori romani in un centro sociale. Non ci conoscevamo ma io avevo già scritto la prima versione di Frantumi e lei mi sembrava assolutamente perfetta per raccontarla. Mi sono fatto presentare e le ho proposto di lavorare al libro. Lei dice sempre che voleva tantissimo fare il salto al mondo del fumetto da quello dell’illustrazione e che Frantumi le sembrava il progetto giusto.

Quello che leggi adesso non è però il Frantumi che avevo scritto all’inizio. Proprio perché volevamo entrambi raccontare una storia che fosse più che la somma delle singole parti o delle singole esperienze, Rita si è messa moltissimo in gioco, abbiamo rivisto molti passaggi alla luce della sua esperienza oltre che della mia e abbiamo cercato di trovare una “voce” che fosse di tutti e due nel racconto. Dico sempre che sui credits anche se c’è scritto «Testi: Masi / Disegni: Petruccioli» non è così: abbiamo lavorato a strettissimo contatto e ci siamo confrontati su ogni singola scelta, fosse un’inquadratura o un dialogo.

Banalmente: quanto dura la crisi di Mattia? Minuti? Ore? Mesi?

Non ne ho la più pallida idea. Non “dura” un’unità di tempo perché è impossibile valutare il tempo in quei momenti. A livello di messa in scena, sembrerebbe durare pochi secondi, oppure giorni se quell’appuntamento è ricorrente tra i due. Dipende un po’ da come il lettore è abituato a reagire a certi eventi. Per ora, alcune lettori evidentemente più rapidi a reagire alle situazioni critiche mi hanno detto che è durato pochi istanti, che era tutto un viaggio suo, altri hanno pensato che è una cosa che è durata giorni, o che durerà giorni (una sorta di flash forward). È uno dei punti che abbiamo lasciato ambigui volutamente.

Mi pare di capire quindi che, nel tuo modo di intendere il Fumetto (e l’Arte tutta), sebbene l’opera debba parlare da sé, il contributo del fruitore, del lettore, sia importante tanto quanto quello dell’autore. È un modo di intendere l’Arte abbastanza “rivoluzionario” se vogliamo, dove il rapporto tra committente e artista è stravolto trasversalmente sia che si parli di “Fumetto popolare” che di “Fumetto d’autore” (non mi piacciono molto queste etichette, ma allo stesso tempo sono molto comode ai fini della sintesi). Questo è il tuo normale “modus operandi” oppure lo usi solo in determinate situazioni?

Sì, ovviamente intendo dire che, in Frantumi, ho sempre pensato che il lettore dovesse portare del suo nella vicenda e che sia altrettanto importante il suo vissuto tanto quello mio e di Rita come autori. Non so se è molto “rivoluzionario” come approccio, in fondo Eco ne scriveva già una quarantina di anni fa (Lector in Fabula penso dica tutto quello che ci sia da dire su questa cosa). Ora, senza voler scomodare nomi importanti come quelli di Eco o gli (scarsi) ricordi che ho dell’esame di Semiotica all’università, quello che semplicemente volevamo fare con Frantumi era creare un luogo in cui il lettore si addentrasse grazie a Mattia, ma che magari non condividesse il punto di vista di Mattia rispetto al mondo in Frantumi. Magari preferiva quello di Laila, o di Sofia. Mi piace sempre chiedere qual è il personaggio preferito del libro perché mi dice tanto anche del lettore che ho davanti. Rispetto al discorso “Fumetto popolare” piuttosto che “Fumetto d’autore”, non le condivido neanche io come etichette (per quanto tu abbia ragione, sono davvero comode). Per me, esistono storie che funzionano meglio raccontate magari come Frantumi, con quel tipo di approccio al racconto, quella veste grafica e anche tipografica (Bao ha fatto un lavoro incredibile per dare “importanza” alla storia anche attraverso l’oggetto libro), e altre che funzionano meglio magari in un albetto da 94 pagine da edicola. Ma è la storia che funziona, non che ci siano particolari impedimenti a raccontare la stessa storia con due approcci differenti. Magari ha meno senso per me come autore, e per questo scelgo di volta in volta come raccontarla.

Se per «modus operandi» intendi che io cerchi la collaborazione del mio lettore, sì, assolutamente. Ovviamente con diversi approcci. Se sto raccontando una storia per la Bonelli, ho delle regole editoriali ben precise che non posso stravolgere più di tanto. Però anche lì cerco sempre un po’ di giocare, lasciando degli spazi al lettore dove poter magari proiettarsi. Su Frantumi, ovviamente, era proprio cercata e voluta come cosa.

Sembrerebbe che il viaggio di Mattia nell’affrontare la sua crisi sia totalmente interiore, ma il cast di personaggi che incontra, Laila su tutti, sembra essere assolutamente “altro” da lui. Difatti, con chi si sta rapportando Mattia?

Anche qui, diciamo che non è completamente univoco il significato del libro. Da una parte, perché il mondo di Mattia dovrebbe essere completamente interiore? Incontra tutte persone che non sono aspetti della sua personalità. Sono tutte persone che osservano un centro focale, quello dell’andare in frantumi, da angolazioni diverse e hanno risposte diverse rispetto a Mattia che di risposte non ne ha. Dall’altra parte, sì, è un viaggio completamente interiore e quelli che incontra Mattia sono tutti aspetti della sua personalità che gli mostrano come potrebbe andare la sua storia, di come è difficile prendersi i propri momenti o di quali sono i rischi del perdersi. Sono entrambe risposte “giuste”, il problema però è che Mattia, appena entra nel mondo in Frantumi, perde il centro della sua vita. La sua “Sofia”. La confusione di Mattia è la stessa confusione del lettore. O almeno, questo è quello che provavamo a raccontare. Personalmente, mi piace pensare che siano “altro” da lui. Persone che sono finite là proprio come lui e che cercano una via di fuga, ognuno a modo loro.

Ecco fatto, come vedi, molte cose abbiamo cercato di rappresentarle in maniera non univoca volutamente. È stato a tratti anche faticoso, ma volevamo provare a fare un fumetto che di primo impatto fosse un viaggio d’avventura, ma dove ogni cosa fosse anche una specie di “metafora”. E in cui però la parte emotiva non venisse schiacciata da queste cose e che fosse, alla fine e soprattutto, una storia emozionante.

Frantumi – Un viaggio delicato

Frantumi Rita Petruccioli

«Perché, dopo il dolore, siamo molto più della somma dei nostri frantumi»

La quarta di copertina di Frantumi, primo romanzo grafico di Rita Petruccioli, sceneggiato dal valido e prolifico Giovanni Masi, si chiude con questa frase che racchiude al suo interno l’intera storia di Mattia, Sofia e Laila.

I primi due hanno una relazione. Lei è malata, gli scrive che le ultime analisi non suono buone. In quel momento Mattia assiste al cadere in pezzi del mondo che lo circonda. Comincia così il suo viaggio interiore, su un’isola che raccoglie i frammenti di tutti i mondi che crollano, senza memoria di ciò che gli è accaduto, solo col nome di Sofia in testa. Qui incontra Laila, una ragazza anch’essa spezzata dalla realtà che sarà l’unica a uscire dalla gabbia d’egoismo nella quale il dolore imprigiona.

La sceneggiatura di Masi è delicata, senza giudizi. Tratta con la stessa dignità ogni risposta emotiva, ogni gesto, ogni immobilità. Scrive con compassione, nell’accezione greca del termine, sia di coloro che si sono arresi alla propria condizione, sia di coloro che invece sono alla disperata e furiosa ricerca di ciò che hanno perso; ci parla del coraggio e della sua assenza senza dare per scontata la volontà e la forza di tornare indietro perché a volte la realtà è più spaventosa del limbo nel quale si trovano i personaggi.

Di particolare impatto il mare che circonda l’isola. Rosso come il sangue e dal quale si alzano le voci di coloro che non capiscono, perché non vogliono o perché non possono, il dolore e la sofferenza. Luoghi comuni, frasi fatte e imposizioni.

Frantumi Rita Petruccioli

I punti di forza della Petruccioli, al suo primo fumetto dopo una vita passata nel mondo delle illustrazioni, sono un tratto essenziale composto da poche linee eleganti ma decise e l’uso dei colori, pieni e senza sfumature. Anche i personaggi sono riconoscibili dai colori: Mattia con il nero, Laila col blu (e un po’ il rosso degli inseparabili occhiali da sole rotondi) e Sofia con il giallo ocra, colore predominante anche nei flashback delle pagine iniziali.

Le vignette hanno linee imprecise e bordi frastagliati come a voler sottolineare la confusione e il tumulto emozionale della storia e dei protagonisti. Anche il loro layout è estremamente interessante, dona maggior dinamismo e cattura l’attenzione del lettore soprattutto con tagli più aggressivi e immagini che si arrampicano fino ai bordi della pagina. Bellissime le splash page (sì, questo è un commento spudoratamente soggettivo) con menzione speciale alla doppia splash page presente sul finale che commuove nella sua semplicità.

Frantumi è un fumetto pieno di tatto, discreto, capace di far riflettere; parla direttamente al cuore e infonde quel pizzico di coraggio e speranza di cui prima o poi ci serviremo per affrontare i nostri traumi. Potremo romperci ma torneremo interi con la consapevolezza che siamo più della somma dei nostri frantumi perché il viaggio all’interno del dolore in qualche modo ci arricchisce, sempre.

 

Frantumi

Giovanni Masi e Rita Petruccioli

Bao Publishing

122 pagine

€ 18,00

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