Monthly Archives: maggio 2017

Era una notte buia e tempestosa – Percy Jackson & gli dei dell’Olimpo: Il ladro di fulmini

Percy Jackson, il più grande idolo dei giovani amanti del genere fantasy, impegnato in un tour italiano per incontrare i suoi innumerevoli seguaci, è arrivato qualche giorno fa nella nostra città, Ascoli Piceno. Noi di Dimensione Fumetto abbiamo colto questa stupenda ed eccezionale occasione per intervistarlo.

Ciao Percy! Siamo Elisa e Vanessa, inviate di Dimensione Fumetto, e oggi vorremmo scoprire un po’ di più riguardo alla tua vita. Sappiamo tutti che l’autore dei celebri libri di cui tu sei il protagonista è Rick Riordan: vuoi dirci qualcosa di lui?

Ciao Elisa e Vanessa! Sì, avete detto bene, il mio autore è il grande Rick Riordan, creatore di oltre venti bestsellers per giovani lettori. Per quindici anni, Rick ha insegnato inglese e storia presso scuole medie pubbliche e private nella San Francisco Bay Area e in Texas; mentre insegnava a tempo pieno, ha iniziato a comporre romanzi gialli per adulti e poco dopo si è rivolto alla narrativa per ragazzi scrivendo per suo figlio maggiore. Oggi vive a Boston con sua moglie e i suoi due figli e, pensate, più di cinquanta milioni di copie dei suoi libri sono state stampate negli Stati Uniti, mentre i diritti sono stati venduti in quasi quaranta paesi.

Bene, ora vuoi presentarti in breve ai nostri lettori?

Certo! Anche se i miei fan (e soprattutto le mie ammiratrici) sanno già quasi tutto di me, io vivo a New York e sono un semidio, infatti il mio papà è il dio Poseidone, ma a dire il vero gli altri mi considerano un ragazzo un po’ problematico. Ai miei problemi si sono aggiunti gli svariati attacchi da parte di alcuni mostri durante il corso della mia vita, di conseguenza tutto ciò mi ha portato a cambiare scuola molto spesso, come racconta Rick nei suoi libri.

Copertina del libro "Percy Jackson & gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini".In questa intervista vorremmo concentrarci in particolare sul primo libro che ti ha reso famoso in tutto il mondo, ovvero Il ladro di fulmini. Fin dall’inizio del romanzo ti succedono molte cose strabilianti!

Proprio così! Mentre ero in gita scolastica a un museo mi è capitato un fatto sconvolgente: la mia insegnante di matematica si è trasformata di punto di bianco in una Furia, prendendo di mira me e il mio professore di latino, che cercava di proteggermi. Dopo questo inconveniente sono stato allontanato dal mondo umano, per dirigermi verso una meta a me sconosciuta: il Campo Mezzosangue. Tutto questo con l’aiuto di Grover, il mio migliore amico, e di mia madre Sally, che ora saluto.

E chi hai incontrato durante questo duro tragitto?

Mi sono imbattuto nel Minotauro, che però è riuscito a incornare mia madre, così, preso dalla rabbia, gli ho dato una bella lezione. Io e Grover siamo poi entrati al Campo, il quale si è rivelato un luogo di addestramento per Semidei. Proprio lì ho scoperto di essere il figlio di Poseidone, il dio del mare… ero sconvolto! Addirittura ho visto con i miei occhi che in realtà il mio fedele compagno Grover era un Satiro e l’insegnante di latino un Centauro.

La tua vita è piena di sorprese! Durante la tua permanenza al Campo Mezzosangue cos’hai fatto?

Mano a mano che i giorni passavano, allenandomi diventavo sempre più forte e intelligente, fino a ottenere una missione all’esterno del Campo: recuperare la Folgore perduta di Zeus.

Durante questa missione avrai affrontato qualche pericolo.

Se devo dirla tutta, parecchi! Zeus in persona, il re degli dei dell’Olimpo, ha mandato sulla Terra dei mostri per ostacolarmi, ma io ho accettato subito la missione, nonostante il rischio, dato che mia madre era imprigionata nel Regno dei Morti e io volevo salvarla a tutti i costi. Per fortuna, sono stato affiancato da Grover e Annabeth, la figlia della dea Atena, e con loro ho incontrato anche altri dei, come Ade e Ares, che hanno tentato in tutti i modi di impedirci di raggiungere il nostro scopo. Ovviamente non posso svelarvi come è andata a finire, per questo invito a leggere il libro.

Locandina del film "Percy Jackson & gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini".Ora vorremmo sapere un tuo parere riguardo al film che è stato tratto da questo bellissimo romanzo.

Il film in realtà non è sempre fedele al libro, perché è stata fatta una serie di modifiche che hanno sconvolto alcune parti della storia. Per esempio, nel romanzo Grover, Annabeth e io partiamo in missione dal Campo Mezzosangue, nel film, invece, scappiamo di nascosto per salvare mia madre dagli Inferi, di conseguenza anche il resto della trama è cambiato. Inoltre nel film non ci sono Crono e Ares, personaggi indispensabili per la prosecuzione della saga. Riguardo a noi protagonisti, gli attori ci somigliano abbastanza, solo Annabeth ha un diverso colore sia di capelli sia di occhi, e questo mi è dispiaciuto un po’.

Passiamo alla domanda più attesa dai lettori di Dimensione Fumetto. Nel 2015 è stato realizzato da Attila Futaki il fumetto ispirato a Il ladro di fulmini: in che cosa si differenziano il romanzo e il fumetto?

Beh, il fumetto non presenta molte differenze rispetto al romanzo, per esempio i dialoghi sono dettagliati e precisi come quelli del libro, come quando io parlo con i miei amici o le strane creature incontrate nelle mie mille avventure, però verso la fine della storia ho notato dei cambiamenti, dei salti e addirittura scene inventate, per esempio quando mia madre, invece di aspettarmi a casa, mi viene a prendere direttamente al Campo Mezzosangue, oppure quando, invece di salire su un aereo per andare a New York, sfidando il sommo dio del cielo Zeus, io prendo solamente un taxi.

Copertina del fumetto "Percy Jackson & gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini".Preferisci il romanzo o il fumetto?

Senza dubbio il romanzo del mitico Rick, anche a causa di quei salti nel fumetto a cui ho accennato prima, che a me proprio non piacciono. In generale, a parte questo, il fumetto è molto bello. Adoro i colori freddi delle pagine, come il blu, il verde e il viola; i disegni sono abbastanza realistici e dettagliati, infatti io e i miei amici siamo stati rappresentati in modo fedele, tranne una piccola differenza d’età, dato che sembriamo più grandi di qualche anno almeno.

Quali sono le tue scene preferite?

Sicuramente sono le scene di massima tensione, come quella in cui incontro una strana creatura nell’acqua, la Naiade, oppure quando entro al casinò o quando mi scontro con il Minotauro, una sequenza davvero mozzafiato! Ma del fumetto mi piace tutto lo stile, anche quello della copertina, in cui il titolo in basso, Percy Jackson & gli Dei dell’Olimpo. Il ladro di fulmini, è stampato in 3D… adoro questo piccolo dettaglio! Sopra ci sono io che impugno con la mano destra la mia spada e con la sinistra il mio scudo e guardo la città in piena tempesta oltre il mare arrabbiato, tra fulmini minacciosi e nuvole nere. Ah, è proprio fantastica!

A chi consiglieresti questo fumetto?

Di certo è adatto a un pubblico di giovani per il suo stile ironico, avvincente e molto piacevole da leggere, che riesce a far immedesimare appieno i lettori nelle mie avventure, quindi lo consiglio vivamente a tutti i ragazzi, ma anche agli adulti appassionati del genere fantasy.

Grazie, Percy! L’intervista purtroppo è giunta alla fine… Vuoi salutare i lettori di Dimensione Fumetto?

Certo, saluto tutti i miei fan e, mi raccomando, continuate a seguirmi!


Elisa Travanti e Vanessa Tirabassi hanno presentato

Rick Riordan – Percy Jackson & gli dei dell’Olimpo: Il ladro di fulmini

Adattamento di Robert Venditti
Disegni di Attila Futaki
Collaborazione di José Villarrubia
Mondadori Editore
129 pp.
Euro 14,00
ISBN 9788804652533

X-Men: essere mutanti oggi

The X-Men, I did the natural thing there. What would you do with mutants who were just plain boys and girls and certainly not dangerous? You school them. You develop their skills. So I gave them a teacher, Professor X. Of course, it was the natural thing to do, instead of disorienting or alienating people who were different from us, I made the X-Men part of the human race, which they were. Possibly, radiation, if it is beneficial, may create mutants that’ll save us instead of doing us harm. I felt that if we train the mutants our way, they’ll help us – and not only help us, but achieve a measure of growth in their own sense. And so, we could all live together.
(Jack Kirby)

I wanted them to be diverse. The whole underlying principle of the X-Men was to try to be an anti-bigotry story to show there’s good in every person.

(Stan Lee)

Il passato

Per anni gli X-Men sono stati la “cenerentola” del parco delle testate Marvel. Nati nel 1963 da un’idea di Stan Lee & Jack Kirby, questo supergruppo di adolescenti mutanti (persone dotate di incredibili poteri fin dalla nascita a causa di anomalie del patrimonio genetico) non aveva mai riscosso particolare successo e la sua collana a fumetti venne chiusa nel 1970 per scarsità di vendite, col numero 66 della collana a loro dedicata, nonostante l’ottimo lavoro svolto negli ultimi tempi per la testata da parte di Neal Adams e Roy Thomas.

Negli anni fra il 1974 e il 1975 la serie tornò in vita, ma trasformata nei protagonisti e nei contenuti, dando spazio alle problematiche e alle avventure di un colorito gruppo multietnico di persone temute e cacciate dalla società a causa della loro diversità. La parte del leone, infatti, non la facevano i classici pupilli di Xavier che tutti conoscevano, ma cinque mutanti più o meno nuovi di zecca: il canadese Wolverine, il tedesco Nightcrawler, l’africana Tempesta, il russo Colosso, l’apache Thunderbird, l’irlandese Banshee. Una nuova genesi di X-Men, affascinanti, eterogenei e avvincenti, resi vividamente dal tratto di Dave Cockrum, proveniente dalle grandi fortune in casa DC con la rinnovata Legione dei Supereroi.

Quasi immediatamente la formazione di questi mutanti venne affidata all’abile verve narrativa di Chris Claremont, che realizzò un’intelligente miscela di avventure e introspezione, tingendo gli albi di atmosfere cupe, tragedie shakespeariane e quel tocco di epica che non guastava in un albo di supereroi, concependo saghe a lungo respiro, e un’incredibile serie di trame e sottotrame che, nel tempo, hanno fatto la fortuna degli X-Men. La miscela divenne esplosiva quando allo scrittore inglese si affiancò il disegnatore anglocanadese John Byrne, che con uno stile a metà tra il classico e l’innovativo, fece diventare Uncanny X-Men la testata più venduta d’America.

Capire le ragioni del fenomeno X-Men è piuttosto difficile, ma è indubbio che alla base ci sono progetti ponderati e rielaborati col passare degli anni, ottimi autori e, soprattutto, il genio e l’inventiva di Claremont che ha retto le redini del gruppo per oltre sedici anni. Grazie a lui il termine “mutante” è diventato una metafora del “diverso” nella società contemporanea. Da tutto e da tutti si difendono gli X-Men: dalla paura che il proprio fisico subisca ulteriori e incontrollabili mutazioni, dai loro nemici, anche dal mondo, che non li ama. In Giorni di un futuro passato e Dio ama, l’uomo uccide Claremont parla chiaro: ci sono politici e predicatori religiosi che pur di mietere consensi sono disposti ad anteporre l’odio contro di loro, i diversi. «Sapete chi sono i vostri bambini?» è il motto del candidato antimutante.

Le etichette saranno sempre più importanti del modo in cui si vive, nei fumetti come nella realtà, mostrando come il discorso di Claremont sia ancora vividamente attuale. Allora la “X” del professor Xavier, la stessa di extra: eXtrapoteri, eXtraterrestri, eXtracomunitari, la “X” di Malcom X, la “X” di chi non sa scrivere, di chi non ha un ruolo e un posto nella società, è il simbolo di questo gruppo di reietti di diversa nazionalità che si scoprono una famiglia.

 

Veniamo ad oggi

Il mondo mutante a oltre 40 anni di distanza da Giant-Size X-Men #1 mostra tutto il peso della sovraesposizione degli anni ’90, delle troppe testate e della continuity intricata. Allo stesso tempo, quelle tematiche che hanno reso grandi gli X-Men hanno fatto scuola e sono permeate nella formazione di quei bambini di un tempo oggi diventati autori ed editor adulti. In particolare col brand All New All Different (che ai più attenti ricorderà proprio lo slogan che campeggiava sulle copertine dei primi X-Men di Claremont), la Marvel ha puntato a sconvolgere e cambiare gli equilibri del Marvel Universe puntando spiccatamente su personaggi come Miles Morales, Kamala Khan, Amadeus Cho, Riri Williams, America Chavez, Lunella Lafayette, Sam Wilson, Jane Forster eccetera, e con ognuno di loro che rispecchia un “diverso” per la sua etnia, per la propria religione o l’età.

E a questo si aggiunge la volontà da parte delle capocce Marvel di puntare negli ultimi anni maggiormente i riflettori su Inumani e Vendicatori. In questo contesto diventa difficile comprendere quale sia il ruolo degli X-Men se assistiamo alla nascita di un gruppo come la cosiddetta Squadra Unione degli Uncanny Avengers di Rick Remender, dove un gruppo Vendicativo sembra più pronto e in grado di affrontare tematiche quali la discriminazione. Come afferma Scarlet Witch (ormai una ex-mutante dopo gli eventi di Axis) all’interno della serie:

Nascere mutanti o nascere all’interno di una cultura, di un’etnia o anche di una religione è ben diverso. Questi aspetti sono radicati nelle tradizioni, nella condivisione del passato, di valori e, per la religione […] della fede. Essere mutante […] non è solo il modo in cui si è ricevuto un superpotere ed è l’unica cosa che condividiamo universalmente. Ma a parte questa distinzione […] no, non penso che la condizione di nascita sulle quali non si ha alcun controllo dovrebbero essere usati per dividerci in categorie.

Appare chiaro come gli X-Men negli ultimi tempi siano stati come un pugile alle corde, l’ombra di quello che erano: avendo perso la loro identità, e il loro messaggio di perseveranza, di fronte a discriminazione e persecuzione, il messaggio è apparso debole.

Ma se avete cominciato di recente ad avvicinarvi ai fumetti e vi è venuta voglia di conoscere meglio X-Men anche grazie alle pellicole di Bryan Singer o se siete degli aficionados delle vicende mutanti e volete cercare qualche lettura in più degli ultimi cinque o sei anni, che fare? Soprattutto in un marasma editoriale e in un contesto così come quello di cui vi ho appena descritto? Ecco che Dimensione Fumetto viene in vostro soccorso con una selezione di tre titoli meritevoli in salsa mutante degli ultimi anni.

  • UNCANNY X-FORCE di Rick Remender con vari artisti del calibro di Jerome Opeña, Essad Ribic, Greg Tocchini, Phil Noto e Julian Totino Tedesco

Abbiamo tutti il potenziale di essere dei gran bastardi, Evan. La differenza è che tu non hai mai smesso di lottare. Hai combattuto per diventare l’uomo che tuo zio Cluster vedeva in te.

Uncanny X-Force di Remender è stata una delle migliori serie in circolazione negli ultimi anni. Durata 35 numeri, ha presentato le avventure della X-Force, la squadra segreta composta da Wolverine, Psylocke, Arcangelo, Fantomex e Deadpool che si occupa di portare a termine le missioni più sporche. In essa Remender ci mostra tutto il suo pessimismo e questo è un elemento della sua natura che viene espresso in molti modi nei suoi fumetti. In Uncanny X-Force un bambino deve morire per la sua natura e per il nome che porta. Infatti il filo rosso attorno a cui ruota la narrazione è da una parte una riflessione su quanto il male (o addirittura l’omicidio) sia accettabile da compiere per preservare il bene, su quanto pochi siano disposti a caricarsi sulle spalle cadaveri affinché altri possano ergersi a eroi; dall’altro ci racconta di come chi o cosa riesce a influenzare pesantemente la nostra vita e la lotta disperata dei protagonisti per spezzare questa catena. Di quanto siamo artefici del nostro destino e come ci autodefiniamo moralmente quando la generazione precedente direttamente o indirettamente ha fallito nella trasmissione dei valori.

A questo si uniscono altri elementi come viaggi in mondi alternativi, come quello dell’Era di Apocalisse, Deathlok, i Bretagna Corps e Brian Braddock, la Nuova Confraternita dei Mutanti Malvagi e altri, uniti ad archi di trasformazione che coinvolgono davvero ogni elemento del gruppo. Particolare la caratterizzazione di Deadpool, le cui battute e risate sono solo un modo per nascondere l’intima vulnerabilità, e che finirà, antiteticamente a quanto possa pensare il lettore (e unitamente a lui i restanti membri del gruppo), per incarnare nei momenti catartici la voce della ragione.

  • SCISMA di Jason Aaron con vari artisti + WOLVERINE E GLI X-MEN sempre di Jason Aaron con Chris Bachalo e Nick Bradshaw

Abbiamo sbagliato strada Scott. Da qualche parte, lungo il cammino. Quando abbiamo iniziato a pensare ai ragazzi come a truppe di combattimento.

La mini-serie Scisma, sceneggiata da Jason Aaron, si è rilevata un evento mutante molto importante, rappresentando il punto di rottura fra Ciclope e Wolverine, due X-Men spesso in contrasto, ma che allo stesso tempo si sono sempre rispettati per il benessere comune degli X-Men. Qual è il tema dello scontro ideologico tra i due mutanti? Come gestire i giovani X-Men, i bambini. In particolare Ciclope ha lasciato che la giovane Indie “Oya” Okonkwo uccidesse alcuni avversari. L’aver messo la ragazza davanti a una scelta così traumatica ha acuito le tensioni tra i due vecchi amici, facendo riemergere rancori sopiti. Alla fine di Scisma, Wolverine decide di prendere la sua strada e di aprire la Scuola Jean Grey, che sorgerà dove un tempo si trovava l’istituto di Charles Xavier che tanti anni prima vide nascere gli X-Men, rappresentando una casa per tanti giovani mutanti in fuga da sé stessi e dal proprio passato proprio come Wolverine.

Scisma rappresenta quindi il passaggio del testimone dalla dicotomia Xavier-Magneto a quella Ciclope-Wolverine degli ultimi anni. Aaron, grazie alla lunga durata della sua gestione su W&XM, ha potuto contare su trame a lunga gittata e sottotrame, marchio di fabbrica di Chris Claremont (che citerà marcatamente) portando numero dopo numero a compimento l’evoluzione della stessa Idie e di Quentin Quire (personaggio creato da Morrison nei suoi New X-Men e ripreso da Aaron) avviata in Scisma. Questi alla fine della serie si ritroveranno cambiati e maturati: la prima, costretta a sporcarsi le mani in giovane età e a odiare prima ancora che amare, troverà nei valori affettivi la chiave per una visione non nichilistica del suo futuro; Quire invece dimostrerà quanto aveva ragione Wolverine a prenderlo sotto la propria ala, raccattandolo da una prigione dello Shield e dalla custodia di Capitan America, nel dargli un’occasione per renderlo qualcosa di diverso da un “mostro di livello Omega”. Ma loro e due non saranno gli unici studenti della Scuola Jean Grey (infatti con loro ci saranno Broo, Kid Gladietor, Mille Occhi, Genesis, Shark-Girl, Glob Herman e Sprite) con un corpo docenti di dissidenti dalle file di Ciclope come Bestia, Tempesta, Kitty Pryde, Rechel Grey e l’Uomo Ghiaccio, i quali aiuteranno Wolverine nel duplice compito di preside e insegnante. Apporteranno anche un ulteriore tassello all’evoluzione del personaggio, che l’autore ha ampiamente curato dai tempi di Wolverine:Weapon X e dandoci un Logan finalmente in pace con sé stesso, con i cadaveri del suo passato e le mani troppe volte sporche di sangue, ergendosi a figura paterna ingombrante affinché i giovani mutanti non diventino un gruppo para-militare come vorrebbe Ciclope.

  • MAGNETO di Cullen Bunn e Gabriel Hernandez Walta

Ecco perché combatto. Nomi. Migliaia di nomi. I nomi dei mutanti strappati con la violenza a questo mondo. Ciascuno è una cicatrice che mi alimenta.

Magneto è un personaggio complesso, dalle molte vite e scritture, da supercriminale stereotipato a personaggio shakespeariano, sempre in bilico tra bene e male ed eternamente tormentato dai dubbi, grazie alle abili mani di Claremont, un terrorista, un partigiano, tante volte trovatosi a ritornare sui suoi passi, finendo per militare negli X-Men e guidarli in assenza di Xavier. Cullen Bunn prova a darci un’ulteriore riscrittura del personaggio, questa volta come un vero vigilante noir. Nei primi numeri di questa serie Bunn costruisce un hard boiled in chiave mutante, in cui un Magneto rasato a zero, dai lineamenti duri, vestito di nero, dai lunghi monologhi e disilluso verso gli ennesimi crimini umani contro i mutanti, prova a farsi giustizia da solo, trasformando ogni oggetto di ferro in un’arma e con un Cullen Bunn capace di alternare il presente di vendetta ai ricordi del passato, guidando il lettore nelle tragedie e nei fallimenti di cui è tempestato il passato di Magneto, svelandone anche una certa ipocrisia. La serie verso metà, nel passaggio da Walta ad altri disegnatori, finisce per perdere la carica innovativa dei primi numeri, virando su scenari più convenzionalmente classici, con elementi antieroistici, pur mantenendosi di buon livello.

Il futuro

Recentemente abbiamo assistito negli Stati Uniti all’ultimo rilancio della famiglia degli X-Men, ResurrXion, avviatosi con l’albo speciale X-Men Prime. Alcune testate sono già partite, come X-Men Gold realizzata da Marc Guggenheim, tra gli sceneggiatori della serie tv Arrow, i cui primi numeri sono stati disegnati da Ardian Syaf, licenziato da Marvel Comics d23opo la querelle dei messaggi anticristiani e antisemiti contenuti nel primo numero, e con protagonista il team guidato da Kitty Pryde e composto da Nightcrawler, Colosso, Tempesta, Rachel Grey (con il nuovo nome in codice di Prestige) e Vecchio Logan; X-Men Blue di Cullen Bunn e Jorge Molina (con l’aiuto dell’italiano Matteo Buffagni e di Julian Lopez) con al centro il team degli X-Men originali arrivati dal passato guidati da Magneto; Weapon X sceneggiata da Greg Pak e disegnata da Greg Land avrà per protagonisti Vecchio Logan e Sabretooth, a capo di un gruppo composto da Domino, Lady Deathstrike e Warpath che cercheranno di fermare un nuovo progetto Arma X e che coinvolgerà l’altra testata scritta da Pak, Totally Awesome Hulk; Jean Grey scritta da Dennis Hopeless e disegnata da Victor Ibanez, che vedrà la giovane Jean avere a che fare con la Forza Fenice. Altre invece arriveranno più avanti: Generation X, scritto da Christina Strain e disegnato da Amilcar Pinna; Cable, curata da James Robinson e Carlo Pacheco; Iceman, con alla guida la coppia costituita Sina Grace e dal disegnatore italiano Alessandro Vitti; Old Man Logan, che vedrà il solido duo Lemire-Sorrentino salutarci per il nuovo team composto Ed Brisson e Mike Deodato; Astonishing X-Men, sceneggiata da Charles Soule mentre ai disegni si alterneranno disegnatori diversi numero per numero.

Le testate già avviate, sebbene abbiano trovato un grosso riscontro di pubblico, dimostrando quanto ancora sia forte l’interesse verso i mutanti nonostante le ultime stagioni poco felici, non risultano per ora spiccare di originalità, con ammiccamenti non troppo velati agli anni di X-Chris e ai Novanta, riportando le X-testate a scenari piuttosto classici e puramente eroistici per i lettori navigati, anche se è ancora troppo presto per poter dare giudizi netti e bisognerà inoltre attendere i prossimi mesi per farsi un quadro più chiaro dell’andamento futuro di tutte testate.

Era una notte buia e tempestosa – The Martian Chronicles

Da quando l’uomo è sbarcato sulla Luna, nel memorabile 20 luglio 1969, l’umanità fantastica sul resto dell’infinito universo, aspettando trepidante l’uscita di nuove interessanti scoperte scientifiche. Gli interrogativi e le credenze più diffuse riguardano i corpi celesti del nostro Sistema Solare, in particolare Marte. Lo scrittore Ray Bradbury ha rinnovato la fantascienza e ha aperto l’immaginazione ai miliardi di persone curiose del pianeta rosso, proponendo una raccolta di “cronache marziane”.

Bradbury nacque a Waukegan, nell’Illinois, il 22 agosto del 1920 e sin dalla tenera età di sei anni s’interessò a Marte grazie alla sua ingenua curiosità verso le foto di Percival Lowell, a cui era dedicata la strada in cui viveva in Arizona. Quando aveva dieci anni s’appassionò a John Carter, a The Walord of Mars e a qualsiasi altra cosa relazionata al pianeta in questione. Nel 1934 si trasferì con la propria famiglia in California e, dopo aver compiuto vent’anni, cominciò a pubblicare storie nel settore fantascientifico di alcune riviste. Tra le sue opere più famose si ricordano: Gli anni del rogo (pubblicato nel 1951 sulla rivista Galaxy Science Fiction), Fahrenheit 451 e Cronache Marziane.

Esiste anche un sito web a lui dedicato come tributo dopo la sua morte nel 2012.

Cronache Marziane (1950), narra dell’ipotetica colonizzazione di Marte tra il 1999 ed il 2026, fino allo scoppio di una guerra atomica che richiama gli esseri umani sulla patria Terra. In quegli anni, gli umani riescono a insediarsi e trasformano questo nuovo pianeta in una perfetta copia della loro casa, non curandosi di storia, usanze, tradizioni dei marziani. Il rapporto tra le due razze, dunque, è caratterizzato dalla mancanza di rispetto da parte degli esseri umani, presentati come barbari invasori. I protagonisti cambiano da vicenda a vicenda e alcuni sono i successori di precedenti personaggi, infatti si raccontano le storie della Prima, Seconda e Terza Spedizione. Alcuni critici interpretano il libro come una metafora del passato, in particolare della colonizzazione del continente americano, mentre altri lo considerano un avvertimento per il futuro, ma tutti concordano che il romanzo sia uno dei più bei capolavori del suo genere.

Dopo la miniserie televisiva del 1980, The Martian Chronicles, composta di tre episodi e mandata in onda sulla rete NBC, non potevano mancare gli adattamenti disegnati in puro stile comic.

Il fumetto più recente, in inglese, si apre con un’introduzione scritta dallo stesso Bradbury che racconta i suoi interessi d’infanzia, la nascita del suo libro, il successo inaspettato e la sua incredulità per aver creato una tale opera fantascientifica. Nella frase finale il romanziere si rivolge così ai lettori:

 I invite you to come to Mars with me and stay forever. (Vi invito a venire su Marte con me e a starci per sempre.)

Voltata pagina, inizia la vera e propria narrazione fumettistica del romanzo, disegnata dall’artista Dennis Calero (famoso per X-Men Noir della Marvel) e pubblicata dalla casa editrice newyorkese Hill & Wang nel 2011.

A partire dalla copertina, lo stile dei disegni è affascinante e intriso di particolari nei primi piani dei personaggi, tuttavia gli sfondi risultano essere poveri o appena accennati, a differenza delle particolari ambientazioni descritte da Bradbury. L’unica eccezione è presente nel capitolo Night Meeting in cui un uomo e un marziano si scambiano i rispettivi punti di vista, scoprendo così di non riuscire a vedere la realtà dell’altro. Il loro incontro avviene nel mezzo di un caratteristico paesaggio marziano, sovrastato da un’immensa vastità di stelle, e i tratti delle montagne rapiscono subito l’attenzione, permettendo una migliore immedesimazione nella vicenda.

Le vignette sono regolari, mediamente ce ne sono sei per ogni pagina, e di forma principalmente quadrata o rettangolare. I tagli dinamici obliqui sono assenti, sono presenti pochissime onomatopee e la maggior parte di queste rimandano a spari di pistola, soprattutto nei capitoli The Earth Men e And the Moon be still as bright. Anche i disegni a pagina intera sono pochi e sono collocati perlopiù nei primi due capitoli, ovverosia la partenza del razzo in Rocket Summer e il finale di Ylla.

I colori scuri di alcune tavole rispecchiano a pieno i momenti di suspense dei personaggi alieni che, nonostante la diversità di specie, provano lo stesso tipo di emozioni umane. Le ombre accentuate donano alle scene un’aria misteriosa e cupa, trasmettendo al lettore un brivido d’inquietudine e tensione. Per fare un esempio, bisogna scorrere le pagine fino al capitolo The Third Expedition in cui il sospetto pessimistico del capitano è rafforzato dalla presenza marcata del nero, blu e rosso sangue. Anche le campiture delle facciate, alternate tra nere e bianche, enfatizzano e avvolgono nel mistero alcune scene clou, come la comparsa di un incappucciato nella prima pagina del capitolo The Summer Night. I personaggi disegnati rispecchiano la fantasia del lettore, basata sulla descrizione fisica data da Bradbury nelle righe del suo libro, e si immergono perfettamente nell’ambientazione marziana, grazie a i tratti e i colori intonati tra loro.

L’aspetto artistico, dunque, è ottimale, ma ci sono alcune lacune nell’ordine della storia. I dialoghi sono molteplici, comprensibili e il lessico è adatto per i ragazzi dalla mia generazione in su, ma sono stati saltati alcuni capitoli, a mio parere essenziali per comprendere al meglio la filosofia del libro stesso. Sicuramente l’esclusione delle parti più complesse ha abbassato la fascia d’età e ha adattato l’opera ai giovani, però, in questo modo, sono andati persi importanti spunti di riflessione e, appunto, si sono creati dei salti nella narrazione; ad esempio è assente il capitolo Le sfere di fuoco, che dona un importante spunto di riflessione religioso, in cui due padri ricercano i marziani sopravvissuti per salvarli dal peccato. Ciò fa perdere punti al fumetto e lascia l’amaro in bocca ai lettori del romanzo originale che, magari curiosi di vedere disegnate le varie vicende extraterresti, potrebbero pentirsi del loro acquisto.

Insomma, questo volume può essere considerato come una lettura più leggera rispetto a quella sofisticata e meditativa del libro, tuttavia lo si ritiene un’idea regalo gradita ai giovani appassionati di cosmo e fantascienza.


Erika Provitera ha presentato:

Ray Bradbury – The Martian Chronicles – The autorized adaption

Adattamento di Dennis Calero
Hill and Wang
154 pp.
$22.00

Comics&Science: The Babbage Issue

È stato presentato in anteprima al Salone del Fumetto di Torino il 20 maggio il nuovo numero di Comics&Science edito da CNR Edizioni.

Due fumetti (di Castelli-Peddes e di Davide La Rosa)  e i soliti interessantissimi articoli redazionali, in questo che dovrebbe essere il primo numero della “serie” con cadenza semestrale realizzata dal CNR in collaborazione con Symmaceo, Lercio.it e per la cura di Andrea Plazzi e Roberto Natalini.

Comics&Science

The Babbage Issue

Editore CNR Edizioni – www.edizioni.cnr.it

A cura di Roberto Natalini, Andrea Plazzi

Formato 16,8×24,6 cm, 48 pagine brossurate COL

Prezzo 7,00 Euro

ISBN 978-88-8080-2419

Data di uscita maggio 2017

Whoop! Per un pugno di banane: una recensione in anteprima

Dopo averli intravisti nell’anteprima pubblicata sul numero 1 di Amianto Comics, gli scimmioni protagonisti di Whoop! A fistful of bananas fanno finalmente la loro apparizione ufficiale sul primo numero della serie Amianto Comics presenta.

Anzi, per essere precisi «scimmie spaziali mutanti alla ricerca di banane».

Il collettivo Almafè si fa garante del lavoro di giovanissimi e spesso esordienti autori curando la parte redazionale e di produzione e promettendo una collana (anche se senza cadenza fissa) di one-shot ribattezzati Pop-Novel, che promettono interessanti sviluppi.

In questo primo volume autoconclusivo, scritto dal misterioso AKm0, e illustrato dal Formichiere Bischeri, che si dicono entrambi legati al mondo del cinema, ma anche della musica e alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, si parte alla conquista dell’ultimo carico di banane dell’intero universo.

E dal mondo del cinema viene la stessa citazione del titolo: A fistful of dollars è il titolo USA di uno dei film più famosi di sempre del cinema italiano. Indovinate quale? (forse il titolo dell’articolo può esservi di aiuto).

E con una certa frequenza qualche riferimento, cinematografico ma non solo, si trova nella storia.

A partire dalla filastrocca delle cinque scimmiette che fa pensare ai Dieci piccoli indiani, con la differenza che dei piccoli pellerossa alla fine then there were none (come dice Agatha Christie) qui ne resta una, Fez.

O meglio, tre…

E Fez, con Sam, sua sorella maggiore, e Demon, una specie di gigantesco gorilla mutato in grado di combattere contro qualsiasi cosa, partendo dalla consapevolezza che «Noi siamo tutto ciò che rimane», per provarlo vuole «fare la cosa giusta».

Combattere lo sgrammaticato Sig. Shitter (occorre tradurlo?) e derubarlo delle banane, eludendo l’esercito del Capitano Clay che pensava di averle già estinte (le scimmie, non le banane…).

Così le scimmie sopravvissute formano un perfetto team, e tra mosse di wrestling e arti marziali imparate in tv, battute a sfondo cinematografico e televisivo (povero McGyver!), sconfiggono tutti i cattivi, come in un videogioco a livelli di quelli di una volta, fino al super cattivo finale, con tanto di outro nel quale si salva solo il capo (preludendo forse a un nuovo episodio?).

Di cinematografico c’è anche il modo in cui si sviluppa la storia, con l’orologio che dà la cronologia degli eventi, che si esaurisce in realtà tutta in un pomeriggio (se si eccettua qualche vignetta di flashback).

Un pomeriggio vissuto pericolosamente; un fumetto d’azione con botte e spari, una sceneggiatura che riprende alcuni temi abbastanza classici: i pochi buoni che fanno fuori un sacco di cattivi, un sacco di sarcasmo, il riccone che si ritrova con un ulteriore ricco tesoro di cui i pochi buoni si vogliono impossessare, perché è l’ultima possibilità di mettere in scacco il cattivo. Tutto condito da alcuni elementi che danno personalità al fumetto a partire dalle scimmie protagoniste.

Se la storia, le citazioni e alcune trovate sono molto godibili, la parte grafica, per quanto abbastanza adatta allo stile della storia, ha alcuni passaggi a vuoto. Infatti il taglio delle vignette, la dinamicità dei tratteggi, la caratterizzazione grafica dei personaggi sono abbastanza curati, ma a volte la scelta di lasciare tutto solo a matita non rende completamente giustizia alla qualità degli altri aspetti.

Per cui alcuni dettagli restano eccessivamente accennati, alcuni passaggi perdono in personalità, in contrasto invece con altri aspetti come l’utilizzo di font molto lineari come didascalia.

Dal punto di vista degli eventi narrati, tanti sono gli aspetti che rimangono misteriosi, non solo sul futuro, ma anche sul passato della storia (ad esempio la guerra tra uomini e primati). E dobbiamo dire, per come mi ha colpito la sceneggiatura di questo primo numero, questi interrogativi meritano assolutamente di essere chiariti, sicuramente però con una maggior attenzione dal punto di vista grafico.

Anche graficamente alcune trovate sono interessanti: le pagine in negativo perché vissute al buio, le inquadrature piuttosto inconsuete, anch’esse mediate in qualche modo dal cinema, addirittura qualche piano sequenza, ed eterogenei elementi grafici posti in contrasto. Il disegno riesce a rendere bene la dinamicità, ma è troppo semplificato, facendo perdere aspetti altrettanto interessanti perché sottolinea in modo eccessivo la parte infantileironica.

I personaggi tuttavia sono sicuramente ben delineati dal punto di vista del background e della personalità, non male il completamento dell’opera con le schede dei singoli, a premonire (speriamo) altre storie di cui saranno protagonisti.

Nel panorama fumettistico italiano, Whoop!, che in inglese può voler dire sia prendere a calci nel didietro, mettere K.O., ma anche un po’ più formalmente gridare, fare baldoria, si inserisce in un genere che sta andando abbastanza di moda, quello del futuro cyberpunk e violento, come ad esempio in Orfani, e ne dà una lettura meno impegnativa. A questi mescola anche elementi classici della fantascienza, soprattutto cinematografica, facendo proprio pensare al pianeta delle scimmie. Il punto di partenza non è male, l’ambientazione è intrigante, la dinamicità della grafica riesce a rendere l’ironia della storia. Il punto debole secondo me è il tratto troppo indefinito per un fumetto di questo tipo.

L’esperimento è pertanto riuscito per tre quarti, godibile (e anche tanto) per alcuni aspetti, migliorabile per altri, in particolare quello grafico. Troppo stridente la differenza di approccio tra la storia e le illustrazioni contenute nello stesso volume.

Siamo curiosi però di vedere come evolverà la storia, aspettando ulteriori sperimentazioni grafiche!

Mighty Morphin Power Rangers: Un nuovo inizio, a fumetti

Ci sono momenti che segnano l’infanzia di ognuno di noi, così come ci sono specifiche proprietà intellettuali che ci hanno accompagnato e ci hanno cresciuto.

Copertina del primo volume di "Mighty Morphin Power Rangers".

Creata nel 1993 e giunta sulle televisioni italiane l’anno successivo, Power Rangers nasce dopo l’acquisizione di una grossa quantità di scene d’azione di telefilm nipponici super sentai, in cui forze della pace dai colori arcobaleno combattono pupazzoni demoniaci o alieni per proteggere la Terra.

Il canale statunitense Fox Kids rielaborò i vari stock footage per inserirli nella prima stagione di Mighty Morphin Power Rangers, serie che è cresciuta fino a diventare un’icona pop targata Saban e spopolare in tutto il mondo con i suoi personaggi e le loro eccentriche nemesi.

Nel 2015, con l’incombere del lungometraggio Power Rangers sui grandi schermi, la casa di pubblicazione americana BOOM! Studios si accaparrò i diritti del franchise e iniziò dunque a progettare una serie a fumetti indipendente, dotata di una propria continuity, che potesse al meglio riadattare e rielaborare i Rangers nell’era moderna.

A marzo 2016 esce dunque il primo numero della serie Mighty Morphin Power Rangers scritta da Kyle Higgins e disegnata da Hendry Prasetya, tutt’ora in corso di pubblicazione e arrivata al numero 14 negli Stati Uniti d’America; da noi, in Italia, Panini Comics ha appena distribuito il primissimo volume, dal titolo Un nuovo inizio, contenente i primi quattro numeri più il numero zero introduttivo, in un volumetto brossurato da 128 pagine a soli € 9,90.

Un nuovo inizio non perde tempo e decide subito di concentrarsi sulla propria audience e a chi è principalmente indirizzato questo fumetto: ai nostalgici, a chi aveva il bisogno di leggere nuove avventure dei Power Rangers, e a chi sentiva l’impulso di tornare a sentire urlare la frase «Trasformazione!».

Nonostante il voler giocare con la nostalgia, Mighty Morphin Power Rangers decide di ripartire da zero: la serie a fumetti non segue passo passo la storia e la continuity della serie TV, quanto piuttosto cerca di prendere l’indispensabile da essa per poi poter raccontare qualcosa di suo; tuttavia, il volume comincia in medias res e sin dal primissimo capitolo vede un gruppo già formato, un villain già sconfitto e un grande scontro con Megazord alle spalle.

Non è dunque difficile capire quanto un novizio, o chi della serie TV abbia pochi ricordi, possa trovare confusionario o fuorviante questo primissimo volume.

Sembra quasi di aver mancato un pezzo di trama ed è giusto anche sottolinearlo per chi si avvicina per la prima volta a questo universo narrativo. La storia è una sorta di Anno Uno per Tommy Oliver, il Ranger Verde, passato dall’essere fedele seguace di Rita Repulsa a sesto membro dei Power Rangers, essendosi reso conto della malvagità e del lavaggio del cervello imposto dalla strega cosmica.

Illustrazione di "Mighty Morphin Power Rangers".Sarà lui il protagonista centrale di questo primo volumetto, e Kyle Higgins, abituato a scrivere di adolescenti simil-supereroi data la sua grossa esperienza in DC Comics, sa ben mostrare il tormento e la sfiducia di Oliver verso i suoi nuovi compagni, la sua nuova attitudine.

La paura di non essere all’altezza o di poter ricascare nelle macchinazioni di Rita sarà il leit-motiv di questi primissimi cinque numeri e la crescita psicologica del detentore del Dragon Zord sarà uno degli aspetti più positivi del volume.

Ciò non vuol dire che Higgins si dimentichi degli altri, tutt’altro: sarà insieme a loro che Tommy maturerà e affronterà le proprie insicurezze, andando più volte a muso duro con Jason Scott e Zack Taylor, il Ranger Rosso e il Ranger Nero, convinti che il suo comportamento irascibile sia colpa dell’influenza malefica di Rita Replusa.

Non solo i “maschi alpha” della situazione trovano spazio, ma anche Kim, la Ranger Rosa, troverà il proprio spazio, dimostrandosi un interesse romantico per Tommy e Jason e “coscienza” del gruppo originale.

Non ultimi, Trini e Billy, la Ranger Gialla e il Ranger Blu, saranno leggermente più in disparte rispetto agli altri, ma trovando  un ottimo momento di dialogo e crescita all’inizio del terzo capitolo del volume.

I personaggi, in questa versione di Kyle Higgins, risultano decisamente più curati e meno abbozzati e caricaturali, mostrando diverse sfaccettature oltre al loro “tratto principale”; Jason riesce a essere responsabile e maturo ma allo stesso tempo facilmente irascibile e impulsivo, Billy è insicuro ma tremendamente intelligente, Kim e Trini mostrano un carattere più aperto e fiducioso nei confronti di Tommy, ma mostrano anche sottili dubbi quando messe di fronte alla possibilità di un tradimento.

Non sono solo i Power Rangers ad avere una distinta voce in Un Nuovo InizioAngel Grove vive e affronta l’invasione di mostri scatenati da Rita Repulsa tramite il web-show Ranger Station di Bulk & Skull, i bulletti della scuola protagonisti anche della back-up story di Steve Orlando e Corin Howell nelle ultime pagine del volumetto.

Tralasciando inoltre Rita Repulsa, veramente diabolica nella manipolazione della mente di Tommy e mortalmente intenzionata a riprendersi il grande potere del Dragon Zord, i villains di questi numeri iniziali risultano, purtroppo, ancora decisamente stereotipatiScorpina è semplicemente uno scagnozzo e non ha molto spazio se non come ulteriore ostacolo per i Ranger e il Ranger Verde in particolare; GoldarSquatBabboo sono solo comparse… il tutto può essere visto come un difetto, ma anche un modo per far risaltare ancora di più Rita.

Copertina di un volumetto di "Mighty Morphin Power Rangers".

Il pregio più grande del volume, in ogni caso, è che Mighty Morphin Power Rangers – Un nuovo inizio non sembra un episodio casuale dei Power Rangers.

Higgins e l’ottimo Prasetya, dal tratto giovane, fresco e ottimamente colorato da Matt Herms, hanno costruito la serie come un vero e proprio supergruppo adolescenziale supereroistico, abbandonando la facile e stancante formula del “mostro della settimana”, concentrandosi su una cosa fondamentale che MMPR, la serie TV, mancava clamorosamente: la caratterizzazione e le problematiche di questi adolescenti, elementi che dovrebbero essere assoluti protagonisti.

Affrontare il percorso di redenzione di Tommy Oliver significa vivere la sua esperienza attraverso ognuno dei Ranger, notando come la situazione cambi di persona in persona e arrivando a comprendere la posizione di ognuno di loro. Il mondo intorno a loro prende coscienza di star vivendo qualcosa di nuovo e unico, cambiando dopo ogni scontro e venendo coinvolto nelle macchinazioni di Rita Repulsa, ora non più ridotta a comparsa occasionale a inizio e fine episodio.

Nonostante il finale del volumetto troncato, che dunque costringe, in senso positivo, alla lettura del secondo volume, Mighty Morphin Power Rangers – Un nuovo inizio effettivamente sa di nuova linfa vitale per un franchise rimasto troppo spesso rinchiuso in uno schema tradizionale.

La voglia di creare novità e “combattere” i supereroi tradizionali permette a BOOM! Studios e al team creativo la possibilità di giocare con un universo narrativo ricco di occasioni e personaggi bizzarri da tirar fuori a piacimento e rielaborare per un pubblico composito, nostalgici, appassionati e novizi.

Our Little Sister – diario intimo di giovani donne

Our little sister, diario di Kamakura, Akimi Yoshida

Non so quanti tra i nostri lettori ricordano il manga Banana Fish, un titolo del 1985, ormai datatissimo, ma che ai tempi della pubblicazione in Italia (2002) fece parlare di sé prima di tutto (poveri noi) per le pagine di colore giallo (come nell’edizione giapponese), e poi perché pur essendo catalogato nel genere shoujo mostrava tematiche scopertamente adulte, tra cui violenza tra e su adolescenti, rapporti tra uomini, droghe e quant’altro. Io ricordo perfettamente che al di là delle pagine gialline (che mi piacevano) la lettura mi colpì moltissimo, sia per il tono con cui le tematiche sopra citate venivano affrontate, che definirei naturalistico, sia per il fascino che emanavano i personaggi.

Oggi scopro che l’autrice di quel fumetto, Akimi Yoshida, è anche l’autrice del manga josei Our Little Sister – Diario di Kamakura, edito da Star Comics. Quest’opera che sta avendo un enorme successo in patria (titolo originale Umimachi diary, “Diario di una città di mare”) ha ispirato il film (dal titolo adattato Little Sister) di Hirokazu Kore’eda, che ha partecipato all’Asian Film Award, ed era tra le più attese dai fan italiani.

Our little sister, diario di Kamakura, Akimi Yoshida

Il riferimento all’autrice e all’impressione prodotta dall’opera precedente, anche se piuttosto diversa dalla presente, non è semplicemente faziosa: se siete stati lettori di Banana Fish qui potrete ritrovare tutto il fascino che la Yoshida sa creare quando fa vivere i suoi personaggi e che li rende così carismatici.

Our little sister, diario di Kamakura, Akimi Yoshida

Le tre sorelle Koda vivono a Kamakura nella grande e antica casa ereditata dalla nonna. Il padre è andato via con un’altra donna tanto tempo prima e la mamma, per superare il trauma, è partita per non tornare mai più. Sachi ha 29 anni, è la più grande e ricorda bene gli atteggiamenti e gli errori dei genitori, e non ha mai perdonato al padre per averle messe da parte. Yoshino ha 22 anni, è molto graziosa e vive la sua vita inseguendo storie brevi e passionali con ragazzi più giovani. Trova continuamente motivo di litigare con la sorella maggiore per, apparenti, insormontabili differenze caratteriali. Chika ha 19 anni, un carattere solare e spensierato, lavora in un negozio di attrezzature sportive e non perde mai il sorriso. Un giorno le sorelle ricevono la notizia della morte del genitore di cui non avevano più notizie: al funerale fanno la conoscenza di Suzu, 14 anni portati con grande serietà e gravità, nata dal secondo matrimonio del padre e ora costretta a vivere con la terza moglie, ormai vedova, e i suoi due figli. Sachi, inaspettatamente, una volta conosciuta Suzu, la invita ad andare a vivere con loro a Kamakura, nella grande casa, da dove non si vede il mare.

Questo è l’inizio della storia che vedrà le quattro protagoniste crescere e svelarsi mano a mano che il racconto prosegue. La trama gira intorno alle loro situazioni quotidiane, le circostanze e gli ostacoli che non sono importanti in quanto tali, ma solo come pretesti per entrare pian piano nell’intimità dei loro pensieri e del loro essere. La grande abilità dell’autrice è infatti la capacità dell’approfondimento psicologico, la maestria del cesellare attraverso le parole, gli sguardi e gli atteggiamenti la personalità dei personaggi e renderli verosimili, vividi ed esemplari nel corso del racconto.

Possiamo ritrovarci in Sachi e nelle sue paure, nelle scelte sbagliate di Yoshino o nella apparente gaiezza di Chika. Possiamo anche non sentirci rappresentati da nessuna di loro, ma riusciamo comunque a sentirle vicine, a comprenderle e a fare il tifo, senza poter evitare di partecipare al loro mondo, almeno per la durata della lettura.

Our little sister, diario di Kamakura, Akimi Yoshida

Lettura, tra l’altro, che scorre con levità e piacere, con gli occhi che passano leggeri sopra le linee del pennino della Yoshida che forma volumi semplici e leggeri. I volti hanno un’aria vagamente retrò, con gli occhi un po’ vicini e i nasi molto all’insù, ma non per questo sono meno caratterizzati ed espressivi. Basta poco all’autrice per rendere unico un personaggio, senza l’uso di elementi stravaganti o esagerati: basta pensare al rigoroso caschetto nero di Sachi, perfettamente aderente alla sua serietà, che si contrappone al gonfissimo taglio afro di Chika, con la sua esuberante giovinezza. E non si può far a meno di provare una stretta al cuore quando si riconosce la stessa rigida pettinatura nel taglio della giovanissima e già tanto provata Suzu.

Our Little Sister si propone come un classico già dalla sua prima pubblicazione, nonostante sia ancora in corso di serializzazione in patria, e come tale sarebbe un errore lasciarselo scappare, nella convinzione che andando avanti può solo diventare più appagante.

Era una notte buia e tempestosa – La metamorfosi

Agli occhi di ogni bambino il proprio padre è come un supereroe con poteri sovrannaturali; crescendo diventa un esempio da seguire e uno dei pilastri inflessibili nella vita. Ma cosa succede quando il vostro idolo si tramuta nel vostro peggior nemico? Un padre troppo autorevole e soffocante pronto a etichettare il proprio figlio come debole e incapace di realizzare i suoi sogni è quello ritratto da Franz Kafka (1883-1924), scrittore praghese di origini ebraiche, famoso per opere come Il castello, La condanna, Nella colonia penale. Impiegato in un’agenzia di assicurazioni e malato di tubercolosi dall’età di trent’anni, rivela un grande interesse per la letteratura. I rapporti con la sua famiglia sono difficili, in particolare con il padre, un uomo opprimente che desidera per il figlio un lavoro solido, completamente in contrasto con la passione per la letteratura a cui l’autore è devoto. Questo rapporto travagliato è testimoniato da Kafka nella Lettera al padre (1919), un profondo atto di accusa che Franz lancia al padre per tutti i suoi insuccessi. Il trauma vissuto nella giovinezza segna molte delle sue opere come Il Processo (1925), in cui il protagonista viene arrestato per motivi inesistenti e inspiegabili ma anziché ribellarsi subisce la situazione, preoccupandosi solo che nessuno ne venga a conoscenza. Questa situazione paradossale è ricorrente in varie opere di Kafka tanto che l’aggettivo “kafkiano” è stato introdotto in italiano per indicare una condizione angosciante e incomprensibile che viene accettata da chi la vive come “status quo”, implicando l’impossibilità di qualunque reazione sia sul piano pratico sia su quello psicologico.

L’opera più conosciuta e rilevante di Kafka è La metamorfosi, pubblicata nel 1915. La storia è divisa in tre capitoli ed è incentrata su un avvenimento irreale da cui si dipartono tutte le vicende. L’inizio della narrazione presenta subito la situazione curiosa in cui il lettore sta per imbattersi: Gregor Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trova trasformato nel suo letto in un enorme scarafaggio. In realtà Ungeziefer, cioè la parola usata dallo scrittore per indicare l’essere in cui il protagonista si è tramutato, designa in tedesco gli insetti nocivi e i parassiti ed è intesa come un plurale che allude a un insieme di esseri pestiferi. L’indeterminatezza del termine ha una sua ragione in quanto corrisponde all’impossibilità di Gregor di avere una chiara percezione della sua nuova forma, che può essere stabilita soltanto attraverso l’esperienza. Il personaggio non si preoccupa di essersi trasformato in un insetto perché lui trascorre già una vita disumana senza gioie e senza affetti, si alza ogni mattina alle quattro, è costretto ad affannarsi per prendere il treno, è sottoposto al controllo del sospettoso principale e al ricatto affettivo ed economico dei genitori, lavorando da anni come commesso viaggiatore per saldare i loro debiti. Dopo la metamorfosi Gregor vive rinchiuso nella sua stanza e separato dalla famiglia per non suscitare ripugnanza, mentre i suoi genitori, non potendo più contare sul sostentamento finanziario del figlio, sono costretti a sacrificare i propri lussi. Il racconto è accompagnato da un’atmosfera cupa e tetra e da un’angoscia costante; durante la storia i sentimenti più frequenti di Gregor sono la rabbia per la reclusione della sua mente umana in un corpo alieno, la tristezza provata nell’isolamento quotidiano, un senso di rimorso e frustrazione per non essere più in grado di soddisfare le esigenze dei suoi cari.

Nel 2002 il noto fumettista americano Peter Kuper, conosciuto per il suo stile grottesco e a tratti inquietante, pubblica la versione a fumetti de La metamorfosi. Nell’introduzione dell’opera il disegnatore dichiara di essere stato ispirato non solo dai contraddittori personaggi kafkiani (da lui riprodotti pure in altri fumetti), ma anche dal mondo surreale in cui venivano trasportati i personaggi dell’illustratore Winsor McCay, e ci introduce alla lettura del fumetto con un’affermazione degna di profonde riflessioni: «I racconti di Kafka e le illustrazioni di McCay non sono più surreali dei titoli sui nostri giornali.»

Il fumettista si avvale di uno stile espressionista nel rappresentare le varie figure, utilizzando esclusivamente il bianco e il nero. Gregor, ad esempio, è raffigurato come uno scarafaggio dalla testa vagamente umana; caratteristici di questo personaggio sono gli occhi bianchi e vuoti che ritroviamo nelle vesti di insetto ma anche in quelle di commesso viaggiatore.

Con lo scorrere delle pagine la figura di Gregor subisce delle trasformazioni, diventando sempre più intrisa di un nero angosciante e contornata da tratti più netti e graffianti. Il senso di oppressione è leggibile anche prima della metamorfosi, nelle immagini riguardanti il suo lavoro, da cui Gregor si sente sottomesso, infatti l’elemento che genera ansia in lui non è solo il padrone ma anche gli stessi ritmi lavorativi che, essendo disumani, divorano il protagonista.

Nel fumetto ogni evento viene osservato dal suo punto di vista, quello di uomo schiacciato dalle figure predominanti del padre e del padrone ma anche di lavoratore risucchiato dallo scorrere del tempo e dal denaro. Durante il racconto i sentimenti che vengono più spesso esplicitati dalle immagini sono il suo spirito di sopportazione nei confronti del dovere e la sua arrendevolezza a una vita unicamente all’insegna del lavoro.

L’accuratezza nei dettagli e l’accentuazione di lati caratteriali non è limitata solo alla figura di Gregor, ma tipica di tutti i personaggi. Per le figure femminili della famiglia, la madre e la sorella di Gregor, la cura dei capelli e dell’abbigliamento è simbolo della florida situazione economica di cui il protagonista è stato a lungo garante; questi particolari sono però in contrapposizione con le espressioni facciali insicure e ansiose e con gli occhi bianchi, segno di smarrimento. L’atteggiamento che le donne hanno verso Gregor dopo la sua trasformazione è di insofferenza e ripugnanza dato che ormai nelle vesti di insetto non è in grado di assicurare loro una vita all’insegna del lusso.

L’esistenza insignificante di Gregor è riconoscibile non solo dal rapporto con i suoi cari, ma persino dalle condizioni della sua stanza, rappresentata con colori scuri e tratti netti con lo scopo di renderla quasi claustrofobica. I mobili al suo interno appaiono inizialmente come l’ultimo contatto dell’insetto con la sua vita umana, nelle immagini finali osserviamo tuttavia un accumulo di oggetti e la conseguente trasformazione della stanza in ripostiglio in cui lo scarafaggio si sente immobilizzato. Le sue pessime condizioni di vita nel fumetto sono amplificate dalla presenza del padre che, come nella vita di Kafka, genera profonda oppressione.

Di questo personaggio viene delineato un ritratto ingigantito e con lineamenti facciali molto pronunciati quasi a ricordare un orco. La sua espressione burbera scomparirà solo nelle scene finali in cui il mostro cattivo tornerà a essere un padre sereno e amorevole per la figlia Grete. Si può inoltre osservare che il padre è uno dei pochi personaggi di cui vengono disegnati gli occhi: ciò ci fa constatare che lui non prova dubbi o incertezze, al contrario è deciso sulla strada che suo figlio deve percorrere per il bene della famiglia. Questo atteggiamento di supremazia, che dopo la metamorfosi è espresso con atti di violenza fisica, provoca delle ferite perenni in Gregor. Il simbolo del dolore è espresso da una mela conficcatagli dal padre sul dorso che l’insetto conserverà per tutto il corso della vicenda.

I sentimenti che emergono nel romanzo sono fedelmente riportati nel fumetto, e Kuper li espone in modi particolari ed eccentrici. Una delle tecniche impiegate consiste nell’utilizzo di più caratteri di scrittura, utili per identificare i vari stati d’animo dei personaggi: ad esempio, quando vogliono comunicare l’insicurezza, le lettere sono disposte in modo disordinato, quasi da sembrare tremolanti; se si vuole indicare un atteggiamento grintoso e particolarmente deciso i caratteri diventano più spessi e riempiti di nero. Per dare risalto alle frasi chiave della storia Kuper le rende riconoscibili riportandole sopra le figure oppure scrivendole al contrario e lateralmente. Al fine di rendere più incisive alcune immagini, il fumettista fa uso di parole onomatopeiche.

Un altro effetto voluto dall’illustratore consiste nel realizzare nuvolette diverse per racchiudere le parole dei vari personaggi in stretta relazione con il modo di essere di chi pronuncia le battute: la nuvoletta del padrone ha un contorno squadrato indicante il suo carattere rigido; le parole del padre sono racchiuse da un contorno spesso in cui è inserita una linea seghettata a indicare una personalità brutale e netta con un carattere spigoloso.

La sorella e la madre sono rispettivamente descritte da un contorno sottile e curvo l’una, spesso e circolare l’altra: nel primo caso l’illustratore identifica una donna debole ma buona, l’unica con sentimenti sinceri verso il protagonista; la sorella Grete è invece una ragazza priva di emozioni vere, il cui modo di essere è ripetitivo e contornato da finzione. Infine Gregor Samsa è identificato da due tipi di nuvolette, una che racchiude i suoi dialoghi con gli altri e una destinata ai momenti in cui pensa. La prima nuvoletta presenta un contorno con curve continue, le quali non stanno a indicare la semplice distorsione della sua voce da insetto, ma le insicurezze da cui viene assalito nel confronto con gli altri. La seconda è formata da una linea rotondeggiante con un contorno nero in cui sono inseriti puntini bianchi quasi impercettibili, che si rendono visibili solo quando Gregor è assalito da rabbia o da altre forti emozioni. Questa linea rappresenta un mutamento caratteriale oltre che fisico nel protagonista, la metamorfosi lo ha dunque reso estremamente vulnerabile di fronte a un mondo in cui è imprigionato, soffocato e incapace di esprimere i suoi sentimenti e il suo amore per gli altri.

D’altronde, come afferma Kafka, «l’amore è tutto ciò che aumenta», cioè allarga, arricchisce la nostra vita verso tutte le altezze e tutte le profondità. Questo è il messaggio espresso dallo scrittore, un desiderio di amare ed essere amato dai suoi familiari e soprattutto dal padre, che a distanza di un secolo appare ancora attuale e universale in quanto al giorno d’oggi molte persone sono soggette a sofferenze prodotte da figure paterne opprimenti o assenti.


Ilaria Mestichelli e Marco Caioni hanno presentato

Franz Kafka – La metamorfosi

Adattamento di Peter Kuper
Ed. Guanda Graphic
Anno 2008 – 80 p.-cartonato
Euro 14,50
ISBN 9788860885111

Sailor Moon Crystal terzo arco: i motivi del ritardo

Come già annunciato, Sailor Moon Crystal – Death Busters ossia IL TERZO ARCO DELLA SERIE in cui si presentano le outer senshi Uranus e Neptune, non verrà trasmesso a maggio come precedentemente annunciato da Rai Gulp.  La messa in onda è slittata per motivi non noti ai fan, che sono nello smarrimento totale.

Possibile che una serie che ha riscosso così tanto successo non venga trasmessa secondo i tempi?

E quali sono i motivi?

Pochi giorni fa un tweet di Leonardo Graziano (doppiatore di Artemis nella serie Crystal) ha dato una risposta agli interrogativi dei fan.

 

Svelato l’arcano: il problema viene dal Giappone e dalla sigla della serie Crystal. Ora speriamo che la Toei dia più velocemente possibile l’autorizzazione alla messa in onda.

Noi fan non possiamo più aspettare!

 

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The Prismatic Age of DC

Antefatto: il Rebirth mi ha dato modo di riflettere sulla situazione della DC e della Marvel, soprattutto dal punto di vista della continuity. Già alla presentazione di Multiversity, Grant Morrison dichiarò che la sua opera avrebbe dato inizio a una nuova era del fumetto in casa DC.
La Prismatic Age.

Il nome compare già nel 2008, come teoria di un fan e sembra che alla fine sia diventata realtà. Intendiamoci: nulla di assurdamente eclatante. Non ci sarà mai un mega evento ad attestare l’avvento di questa nuova età. È qualcosa di più intimo e personale.

Flashback: il Multiverso, come lo intendiamo ora nasce sul finire del 1961, con la seminale The Flash of the Two Worlds.  Da quel momento in poi, in casa DC c’è sempre stata la tendenza a proporre seriamente universi paralleli e personaggi che di lì a poco sarebbero diventati archetipi.

Questa linea editoriale portò a quello che oggi è ricordato come un periodo di disordine di continuity, soprattutto paragonando la DC alla neonata Marvel con la sua continuity ferrea, unica e immutabile (almeno per l’epoca).
Come tutti sanno, i cieli dovettero tingersi di rosso e gli eroi provenienti dai più remoti angoli del multiverso allearsi, per porre fine a tutto ciò. Era il 1985 e nulla sarebbe più stato come prima: era arrivata la Crisi.
La “multiversalità” passò in secondo piano, anche se mai effettivamente dimenticata. Gli elseworlds stavano lì a ricordarci che altri mondi erano possibili, e in un qualche modo esistevano.
Alla fine arrivò Johns. L’attuale demiurgo, in concomitanza con il trentesimo anniversario di Crisi sulle Terre Infinite decise di riportare il multiverso al suo posto.

Da lì, è storia recente: prima 52, poi Flashpoint e Convergence, passando per Multiversity e infine per il Rebirth. Il  comune denominatore di queste storie era la presenza di altri mondi e altri tempi.

La continuity della Distinta Concorrenza, insomma, non è monolitica e, per certi versi, cementificata come quella della Marvel, ma è qualcosa d’altro.
Ogni storia mai accaduta è reale. Semplice come concetto, ma difficile da afferrare e spiegare.
Potremmo definire la storia dei personaggi della DC come una “metacontinuity”. Una timeline che sa di avere falle e che si autocorregge quando i danni al tessuto spazio-temporale sono troppo estesi.
Il multiverso sanguina, si tinge di rosso. Queste sono le Crisi.
Oltre questi mega eventi, però, ci sono storie più piccole che hanno, per l’economia di questo universo narrativo, la stessa importanza.

Convergence, per quanto sia una lettura che a essere generosi è evitabile, ha stabilito inequivocabilmente il concetto che espresso poco sopra, e anche l’avvento del Rebirth non ha fatto altro che confermare questa teoria.
C’è però chi si è spinto ancora oltre, fino ad arrivare alla mappatura del multiverso stesso. Grant Morrison infatti nel gennaio 2015 ha pubblicato la sua “guida”, contenente informazioni sulle cinquantadue terre parallele e su chi le abita. Come spesso capita nei fumetti, però, le cose non durano a lungo e il Rebirth (e Convergence), pur non modificando la mappa, ha stabilito che, in effetti, anche gli universi passati sono in qualche modo vivi.
Insomma, potremmo definire la continuity DC come un multiverso di multiversi.

E il futuro? Cosa ne sarà di questi eroi tra uno, dieci o cento anni, se tutto è concesso e non esiste una storia “ufficiale” (se non per alcuni punti cardine)?
La risposta è semplice e per un adulto, abituato a razionalizzare può sembrare tanto scontata quanto sciocca: loro ci saranno sempre. Che Superman sia il presidente degli Stati Uniti d’America o cresciuto nella Germania nazista, che Batman sia un anarchico russo e Lanterna Verde un cavaliere in una splendente armatura, poco importa.
Rimarranno i loro simboli, il cui significato prescinde da chi indossa la maschera.
Ci sarà un retaggio.
Ci saranno nuove storie da vivere dalla nostra amata Terra-338 o da oltre il muro della Fonte.

 

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