Monthly Archives: maggio 2017

Era una notte buia e tempestosa – Le più belle storie Disney: Fantascienza

 

Con il termine fantascienza si indica un vasto ed eterogeneo genere che potremmo definire, come suggerisce il nome stesso, un interscambio tra le invenzioni della fantasia e i dati della scienza. La fantasia è un elemento fondamentale, indispensabile per passare da un mondo all’altro, da un’età storica all’altra, da una situazione all’altra. Il fantastico viene affrontato secondo modalità scientifiche e quindi la fantascienza diventa una forma di narrativa o cinema o fumetto in cui acquistano sembianze reali e possibili, in un futuro più o meno lontano, nuove invenzioni e scoperte.

La fantascienza si afferma anche nel variegato mondo Disney ed è così che nella collana di fumetti Le più belle storie Disney della casa editrice Giunti un volume è destinato a dodici storie fantascientifiche, realizzate tra il 1998 e il 2011, in cui vengono ripresi alcuni temi e caratteristiche del genere fantastico, mentre altri vengono ignorati o talvolta modificati per far sì che si riesca sempre a ottenere la comicità e un lieto fine. In questa raccolta si possono riscontrare analogie e differenze con la fantascienza, in particolare quella prodotta in ambito letterario.

Tra le analogie troviamo:

L’INIZIO IN MEDIAS RES

Il lettore si trova nel bel mezzo dei fatti e successivamente capirà bene la situazione, come accade quando i protagonisti fin quasi dall’inizio sono dentro delle astronavi oppure si preoccupano di ciò che stanno vivendo e di ciò che potrebbe accadere ma non viene spiegato come siano finiti in quella situazione e per quale motivo.

I COLPI DI SCENA

Ogni scusa è buona per stravolgere la quotidianità e le aspettative del lettore. A volte questo cambio di strada è volontario, come nella storia dal titolo Paperino e lo scambio casa-vacanziero, in cui Paperino e i suoi nipoti cercano il paranormale solo per trascorrere una vacanza diversa però, come si può immaginare, il gran finale non sarà tale a causa del tempo che nel pianeta dei marziani scorre molto più velocemente rispetto alla Terra. Altre volte i protagonisti non vorrebbero abbandonare l’ordinaria realtà neanche per miliardi di euro (fatta eccezione per Zio Paperone), come accade per Pippo che in molte delle storie della raccolta, come Topolino e il naufrago dell’abisso, dimostra di avere timore degli alieni ma si ritrova sempre a dover entrare a contatto con loro a causa dei suoi amici, facendo divertire i lettori con la sua momentanea antipatia.

Fa eccezione, però, la storia Topolino e la dieta urganiana, in cui è Pippo quello divertito dalla situazione insolita mentre Topolino non ne gradisce molto le circostanze, soprattutto la dieta che deve seguire per sopravvivere e i comportamenti di Pippo che, ad esempio, nell’astronave tiene sempre la musica ad alto volume.

IL LINGUAGGIO

Viene utilizzato un linguaggio pieno di riferimenti all’astronomia e alla scienza, spesso vengono anche inventati nuovi termini per indicare un popolo ancora sconosciuto come gli urganiani o i brull, o misure del tempo utilizzate da altri popoli, come gli zylton al posto dei secondi, o infine macchinari ancora sconosciuti come gli astrotraspi, ossia dei mezzi di trasporto. Può capitare anche che vengano modificate delle parole con lo scopo di fare satira su una determinata caratteristica di un oggetto o di una persona, ad esempio Pietro Skyrobber.

I PERSONAGGI

È presente in alcune storie il bizzarro Archimede Pitagorico, che venne creato nel 1952 da Carl Barks, probabilmente uno dei più grandi e geniali disegnatori delle storie Disney. Archimede è il classico studioso che ha sempre in mente un nuovo apparecchio da realizzare per colmare la sua grande curiosità sugli extraterrestri e addirittura arriva al punto di fare cerchi nel grano per invitarli a giocare a tris. A volte però si ritrova nei guai e si scontra con qualche mostriciattolo non umano che non riesce a capire quale sia lo scopo di quei macchinari, come si nota nelle quinta storia, Archimede e il piccolo problema galattico, in cui degli alieni, a causa delle sue invenzioni, pensano che Archimede sia alleato di un popolo loro nemico, i Vree, che secondo loro si sarebbe messo d’accordo con alcuni “alieni giganti” per catturare il loro ambasciatore.

Eta Beta è sicuramente il più stravagante e surreale degli amici di Topolino. Questo personaggio, creato da due autori americani, Bill Walsch e Floyd Gottfredson, nel 1947, probabilmente proviene da un mondo parallelo al nostro in cui il tempo scorre più velocemente, è in grado di prevedere il futuro, è allergico al denaro, ha un gonnellino da cui estrae qualsiasi tipo di oggetto, si nutre di naftalina (che in realtà sono kumquat, ovvero mandarinetti cinesi in salamoia) e ha il difetto di anteporre la ‘p’ davanti ad alcune parole (la pcosa può essere pcontagiosa ma pniente di prilevante…).

Nella storia Topolino e la Beta Betulla, l’ultima della raccolta, Eta Beta porta Topolino con sé nel più grande dei satelliti di Saturno a fare rifornimento di metano per la sua astronave. Lì conosceranno delle piante spaziali e faranno amicizia con Beta Betulla, che andrà con loro sulla Terra per soddisfare il suo desiderio di visitarla ma rimarrà molto delusa dal modo in cui vengono trattate le piante sul nostro pianeta.

LA CRITICA ALLA SOCIETÀ

La critica alla società non è esplicita ma traspare da alcuni inganni attuati dagli umani, come quello dell’uomo che truffa un gruppo di spazio-turisti per puro egoismo in una delle prime storie, e dalla loro mancanza di rispetto come si può notare, appunto, nel modo di trattare le piante.

Le differenze che si riscontrano sono:

L’AMBIENTAZIONE NEL FUTURO

Topolino e i suoi amici sono molto legati a Eta Beta, sì, ma nessuna delle storie è ambientata nel futuro.

In una delle vicende finiscono in un universo parallelo ma è comunque tutta svolta nel presente: è un racconto diviso in tre parti, intitolato Universi Pa(pe)ralleli, in cui Paperino, Paperina, Zio Paperone e Paperoga si ritrovano in un universo parallelo per aver schiacciato il pulsante di un ascensore e durante i vari tentativi di tornare a Paperopoli capitano in ambienti sconosciuti in cui conoscono i loro sosia. Si riprende qui la teoria scientifica del Multiverso secondo cui l’universo nel quale viviamo non è l’unico ma esistono altri universi.

I FLASHBACK

I flashback non sono quasi mai presenti. Ogni tanto si riassumono molto brevemente e con scarse informazioni alcuni fatti accaduti recentemente ma niente di più.

L’INCONTRO CON EXTRATERRESTRI MALVAGI

Infine, gli extraterrestri non sono mai malvagi, a volte possono risultare aggressivi perché spinti dal terrore di quegli esseri sconosciuti in cui si imbattono ma mai malintenzionati, anzi, sono sempre simpatici e disponibili e riescono a instaurare un buon rapporto di amicizia con la Banda Disney.

In conclusione, credo che la lettura di questo volume, come di qualunque fumetto di Topolino, sia uno dei migliori modi per rilassarsi e distrarsi con qualche risata, evadendo in un mondo fantastico e parallelo.

Angelica Ragonici

 

Le più belle storie Disney – Fantascienza

Ed. Giunti

Copertina: Cartonato, pp.368

Euro 7,90

ISBN – EAN: 9788852220852

 

 

Il meraviglioso ritrovo di Paola Camoriano

Paola Camoriano è una fumettista italiana che, sebbene non sia conosciuta al grande pubblico, ha un cursus honorum di tutto rispetto. Comincia a venti anni a disegnare per Il Giornalino, successivamente firma altri lavori per Periodici San Paolo, Star Comics, Paoline Editoriale Libri e ora Tunué. Insomma una persona che ha una grande dimestichezza con il disegno e che si vede. La sua mano sapiente riesce a dare uno spessore a ogni singolo personaggio: aprire Il ritrovo degli inutili, sfogliarlo e guardarlo vuol dire tuffarsi dentro un mondo a colori pastello in cui ogni dettaglio è perfettamente curato con una armonia sia di proporzioni sia di colori.

La graphic novel racconta la storia di Elettra, una ragazza con i capelli blu e tanti teschietti addosso, che vive in una mansardina, ha degli attacchi di panico e fa lavori precari. Suona il basso in un gruppo metal di provincia, ha una migliore amica pazza quanto lei e ha 29 anni. Mentre le sue coetanee le lanciano frecciatine dicendole che è ora di “sistemarsi” e di fare un figlio, lei ancora fatica a trovare la sua dimensione.

Un giorno suo zio muore e lei torna dalla città al paesino di provincia in cui è nata: qui ritrova la zia che la vizia e la coccola con mille torte e pasticcini, la madre, brillante donna in carriera, che le offre un posto di lavoro come sua assistente e che Elettra sdegnosamente rifiuta, e alcune vecchie conoscenze che le fanno battere il cuore.

All’interno di questa linea base si sviluppano altre trame e sottotrame, un corollario di personaggi affianca Elettra e i suoi amici più stretti nello svolgimento della storia. Alcuni personaggi hanno un ruolo importante e determinante, alcuni invece hanno solo la funzione di elargire qualche battuta e non si capisce il loro ruolo nella narrazione. La sovrabbondanza di personaggi, seppur caratterizzati molto bene graficamente, rende la storia troppo ricca di nomi e persone che non hanno uno scopo preciso e restano quindi un punto interrogativo.

Altra pecca all’interno della narrazione è, come già accennato la presenza di troppe trame e di troppi spunti di riflessione, che purtroppo restano sospesi e non vengono chiusi adeguatamente, la sensazione è che ci sia “troppa carne al fuoco” e che l’autrice abbia avuto fretta di concludere una parte della storia per cominciarne un’altra. Si crea quindi un puzzle di pezzi che combaciano parzialmente e lasciano la sensazione di non avere il quadro completo della situazione.

Molto interessante e direi emozionante è invece la scelta della canzoni che ascolta Elettra, che hanno rappresentato un tuffo nel passato e all’interno della migliore musica rock metal dagli anni ’90 e primi 2000.

Il ritrovo degli inutili si configura come un volume che è una festa per gli occhi, ma che ha dei piccoli difetti da sistemare. Tuttavia il tratto, i volumi e le linee della Camoriano sono così belli e delicati che ci aspettiamo al più presto un nuovo volume che, con i dovuti accorgimenti narrativi, potrebbe diventare una perla nel panorama del graphic novel italiano.

The Shadow Planet, orrore spaziale firmato Radium

Abbiamo letto di fantascienza, abbiamo letto horror, abbiamo visto film e letto fumetti, abbiamo oltrepassato i confini dello spazio in viaggi a bordo di Enterprise e Millennium Falcon vari… Ma ora bisogna affrontare un viaggio brutale e crudele con i Blastroid Bros.The Shadow Planet.

Si ritorna a un modo di osservare il cielo figlio degli anni ’80 e della paura insita nel nostro animo, erede delle atmosfere orrorifiche dell’Alien di Ridley Scott, influenzato dal gusto macabro e angusto che John Carpenter ha dato al suo La Cosa.

La nuova proposta della linea Radium, sotto braccio con SaldaPress, è presentata dai Blasteroid Bros., gruppo di autori formato da Giovanni Barbieri ai testi, Gianluca Pagliarani e Alan D’Amico a disegni e colori.

Sin dalle prime pagine, possiamo intuire quanto sia forte l’influenza pulp e retrò, marcata con forza dai dialoghi secchi e taglienti, a volte magari stereotipati ma giustamente figli di una certa atmosfera che i Blasteroid vogliono imprimere a The Shadow Planet.

I tre protagonisti principali della storia, le amanti lesbiche dallo spazio profondo Jenna e Nikke e il sardonico John Vargo, si intrecciano in una semplice ma efficace linea narrativa che li porterà, insieme al resto dell’equipaggio della nave Vidar, a cercare la fonte di un flebile segnale d’emergenza che riecheggia da un pianeta defunto, il Pianeta delle Ombre del titolo appunto.

Tutto nasce da una famiglia di esploratori spaziali, precipitata trent’anni prima sul pianeta.
Già da questa piccola premessa, i Blasteroid Bros. iniziano a piazzare qualche citazione, più o meno velata, ai capisaldi del sci-fi a fumetti come un famoso Quartetto, alla più che nota serie televisiva Lost In Space, divertendosi con il materiale di partenza e torcendolo, trasformandolo in uno specchio distorto volto a disturbare il lettore.

Barbieri, Pagliarani e D’Amico si lanciano in un folle viaggio perfetto per il cinematografo B-movie di quartiere, dove mostri orripilanti e “belle pupe” la facevano da padrone.

L’atmosfera creata è amplificata dalla cura maniacale per i dettagli di Pagliarani, abile nel saper trovare un’anima e una voce nel character design e nella costruzione della tecnologia che accompagna i protagonisti.

Bulloni e saldature ben in vista, design curiosi, unici, bombati e spessi, mai lineari, contorti a volte da sfociare nel simil-techno punk, mantenendo però l’occhio fisso al retrò, principalmente prendendo spunto dalle copertine del fumetto e delle novel di fantascienza anni ’50. The Shadow Planet ha un look ben definito e personalità, mostrando i denti grazie anche ai colori di Alan D’Amico, perfetti nel catturare il mondo extra-terrestre che tiene in ostaggio i protagonisti.

Tutto è creato e costruito, complice i testi e le descrizioni di Barbieri, per far aumentare la sensazione di non poter trovare una semplice via di fuga dal pianeta: i protagonisti sfruttano la tecnologia limitata, data dalla situazione, sono a diretto confronto contro una forza aliena sfuggevole e maligna, affrontano i loro compagni di viaggio in maniera scorbutica e nervosa, forse percependo l’aura di pericolo intorno a loro.

Il gruppo di autori, insomma, si diverte a rovinare loro la vita, iniziando sin dalle prime pagine a porre piccoli ostacoli sul percorso dei protagonisti, che tenderanno a crescere e diventare sempre più orripilanti e pericolosi, sempre più letali, con il procedere della lettura.

Ma tutto ciò funziona, perché si ha la sensazione che il Pianeta delle Ombre sia davvero un luogo arido, desolato e palesemente senza speranza, una roccia che vaga nello spazio teatro di indicibili crudeltà.

Nelle sue profondità è nascosto il segreto che tormenta i protagonisti, motore della trama che, come tutto il resto, cammina sulla sottile linea tra magia nera e armi biochimiche.

Anche qui, si segue una sorta di canone della lettura di fantascienza: dentro The Shadow Planet troviamo elementi che alla nostra memoria sembreranno già visti o in ogni caso familiari, ma non ci si trova di fronte a una mancanza di ispirazione o una pigrizia generale nella narrazione e nella creazione del percorso, piuttosto al tentativo di voler rimanere fedeli a un certo tipo di letture.

Questo aspetto, come ogni altro di questo volume, può sembrare nuovo e gustoso al palato, diverso al punto tale da soddisfare e voler proseguire la storia con un futuro, si spera, sequel oppure rimanere una lettura da una botta e via, autoconclusiva, un buon tributo e nulla più.

È innegabile che The Shadow Planet racchiude, dentro di sé, una lettera d’amore al cinema e al fumetto horror /Sci-Fi, come già detto, mostrando come i Blasteroid Bros. abbiano studiato il materiale di partenza per rifinire al meglio atmosfere a noi ormai lontane, legate a un senso di nostalgia che, se dosato saggiamente, non guasta e non disturba.

La storia non sfocia mai nell’eccessivo e non indugia in momenti di pesantezza nello spiegare punti di trama che pescano nella storia perduta del Pianeta.

Il ritmo non è mai altalenante, ma tende a incalzare e a far crescere la tensione col tempo che passa, presentando dialoghi sempre più frenetici e nervosi, colmi di paura e sospetto, mostrando come i protagonisti sentano sempre di più il fiato sul collo, costretti a fronteggiare una mostruosità che non possono comprendere, quasi Lovecraftiana ma, come già detto, più simile alla mentalità di Carpenter.

Il crudele viaggio nel buio cosmico dei Blasteroid Bros. fa felice i fan della fantascienza tradizionale, presentandoci una minaccia vera e un cast di protagonisti perfetto per un bagno di sangue alieno, senza annoiare o cascare nel ripetitivo.

Per chi, magari, di Aliens e affini ha masticato tanto, forse troppo, The Shadow Planet potrà risultare uno dei tanti tentativi di seguire in scia i capisaldi del genere.

Se invece siete affamati di orrori dallo spazio profondo, non posso non consigliarvi un passaggio in questo nuovo capitolo della collezione Radium.

 

Era una notte buia e tempestosa – Da altrove e altri racconti

Torna Era una notte buia e tempestosa, l’esperimento didattico compiuto da Dimensione Fumetto insieme agli studenti di tre classi del Liceo linguistico di Ascoli Piceno, guidate dalla professoressa Maura Pugliese, che analizzano i rapporti fra la letteratura in prosa e quella in fumetto. Dopo gli altri interventi su dramma, commedia e fantascienza (recuperabili a questo link), stavolta si affrontano le storie horror di H.P. Lovecraft.


Il sentimento umano più grande è la paura, e la paura più grande quella dell’ignoto.

L’ignoto è quel fattore misterioso presente nella vita di tutti i giorni, che al pari della paura ci attrae verso un nuovo e inatteso incontro, ed è proprio sulla narrazione di “incontri”, seppur sovrannaturali, che si basano i racconti di Howard Phillips Lovecraft, uno scrittore dei primi del ‘900 la cui fama crebbe a dismisura solo dopo la sua morte.

Compose principalmente romanzi dell’orrore e fu uno dei precursori della fantascienza, spesso paragonato a Edgar Allan Poe, che per i pochi lettori di Lovecraft fu visto come un antagonista. Fra le tante raccolte è nota a molti Da altrove e altri racconti, composta da sei storie.

È proprio di quest’ultima che il pluripremiato disegnatore olandese Erik Kriek ha voluto trasportare le cupe pagine in un fumetto illustrato in bianco e nero. I disegni sono molto complessi, eppure diretti, in modo tale da lasciar capire tutto e intrigare allo stesso tempo il lettore col fine di invogliarlo a leggere, e nel mio caso devo dire che l’autore c’è riuscito in pieno. Le vignette sono ricche di particolari e con poche parole; ciò dimostra che Kriek predilige lasciar correre l’immaginazione del lettore, senza soffermarsi troppo sulle frasi pronunciate, che sono spesso espressioni che testimoniano il terrore, l’ansia e l’inquietudine dei protagonisti. Anche il taglio diagonale delle vignette viene scelto dal fumettista per le scene di maggiore importanza o tensione.

Per quanto riguarda la vita di Lovecraft possiamo dire che non fu delle migliori, fra povertà, alcolismo e problemi di salute. Di conseguenza per i suoi racconti scelse sempre ambientazioni realistiche e uomini comuni, come pescatori, commercianti o agricoltori, ovvero le persone che popolavano la sua vita, vissuta per lungo tempo nel Rhode Island.

Questi personaggi nella maggior parte delle storie entrano in contatto con delle figure mostruose, quindi si verificano degli incontri che spesso sono spiacevoli eppure interessano i protagonisti, come nel racconto L’estraneo, scritto totalmente in prima persona. Qui un “essere” parla di ciò che ricorda di sé stesso, cioè quasi nulla, quindi per indagare sulle sue origini sceglie di uscire dalla sua dimora, che somiglia a una tetra casa stregata, finendo così in un party di giovani facoltosi durante il quale scoprirà una tremenda verità su se stesso, dopo essersi guardato allo specchio e aver seminato il panico. La sua reale identità si scopre solo nelle ultime scene, quando gli invitati alla festa restano sconvolti e le loro reazioni di terrore sono rese da grida soffocate e occhi spalancati, e quando lui stesso viene rappresentato nell’atto di guardarsi allo specchio; prima di ciò, tutte le inquadrature sono in soggettiva e si vedono solamente un braccio o una mano. Rispetto al racconto originale le differenze sono poche, come la minore presenza di scene macabre, ma quella sostanziale sta nel finale, che nel fumetto è meno violento anche se lascia ugualmente con il fiato sospeso!

Il racconto che fra tutti ho preferito è stato Dagon, nel quale un pescatore scrive in una lettera, che non avrà mai un destinatario, le proprie disavventure culminate con la sparizione di tutta la sua ciurma. Dopo essere stato scaraventato via dalla sua nave il protagonista si ritrova prima da solo in una strana dimensione e poi faccia a faccia con un’antica divinità che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni. Sinceramente ho preferito il fumetto che riesce a riassumere in meno pagine tutta la storia, provando lo stesso effetto della storia narrata da Lovecraft.

Nel libro la creatura non viene descritta con molto dettagli, mentre nel fumetto viene rappresentata come un mostro per metà umano e metà pesce, con gambe umane e volto animale, simile a un Tritone, che è una vera divinità nella mitologia di molti popoli, a partire dall’antica Mesopotamia.

Il racconto più famoso resta comunque Da altrove: in esso il personaggio principale assiste alle follie di un suo caro amico, che riesce a creare una “porta” fra la terra e dei luoghi sconosciuti, abitati da altre creature ovvero alieni ed ectoplasmi, dopodiché con l’aiuto di alcuni poliziotti il protagonista riesce a bloccare la porta, ma è costretto a compiere un terribile gesto. La cosa inquietante è che queste creature restano intorno al protagonista e Lovecraft sceglie di lasciare aperta qualsiasi pista sul fatto che la pazzia abbia soggiogato quest’uomo o che questi esseri esistano davvero e circondino incessantemente ognuno di noi. Anche in questo caso soprattutto le espressioni del volto nelle vignette lasciano intendere la condizione di ansia e paura dell’individuo.

Devo ammettere che leggere questi racconti non è stato facile, eppure mi sono sentito attratto dalla suspence, dalla tensione e in particolare dalla curiosità che mi ha spinto a scoprire perfino i minimi particolari, seppur inquietanti, di questi racconti; perciò li consiglio vivamente a tutti, anche ai meno coraggiosi, che riusciranno comunque a terminare in breve questa splendida raccolta.

 


Diego Morone ha presentato

H.P. Lovecraft – Da altrove e altri racconti

Adattamento storie e disegni: Erik Kriek
Editore: Eris
Collana: Kina
Anno edizione: 2014
112 p., ill., brossura
Euro 16
EAN: 9788890693960

Dragon Ball Super vol. 1 – Basta la nostalgia?

Copertina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Se avete un’età compresa fra i 5 e i 70 anni, ci sono buone probabilità che abbiate sentito parlare almeno una volta nella vostra vita di Dragon Ball.

Dai fumetti all’anime, dall’anime ai film, dai film ai videogiochi, dai videogiochi alle action figure. Non esiste praticamente nulla di cui non sia stata fatta una versione con i personaggi di Dragon Ball.

Il suo creatore, Akira Toriyama, è un punto di riferimento per tutti gli autori di manga shōnen; Eichiro Oda (One Piece), Tite Kubo (Bleach), Masashi Kishimoto (Naruto), Hiro Mashima (Rave, Fairy Tail) hanno dichiarato più volte l’opera come principale fonte per la loro ispirazione.

In Italia il fumetto approda nel 1995, grazie alla Star Comics e al collettivo dei Kappa Boys, che riescono nell’impresa, fino ad allora mai realizzata, di proporlo nel suo senso di lettura originale, ossia da destra verso sinistra. Il fumetto diventa palestra di lettura per tutti i manga successivi, e molti si avvicinano al mondo fumettistico nipponico proprio grazie alle gesta di Son Goku.

Trovarsi fra le mani un nuovo volume di Dragon Ball con bene impresso il numero 1, quindi, non è esattamente come aver acquistato il primo numero di un qualsiasi altro fumetto.

La storia di Dragon Ball Super, orchestrata dal buon Toriyama, prende spunto dalla fine della battaglia con Majin Bu, ma prima dell’ultimo torneo con cui si conclude la serie classica dove Goku se ne va con il piccolo Uub. Bisogna precisare che la nuova storia però non viene narrata per la prima volta all’interno del manga, ma trae origine da due film usciti nel corso degli ultimi cinque anni: Dragon Ball Z: La battaglia degli dei e Dragon Ball Z: La resurrezione di ‘F’, dove vengono introdotti dei nuovi personaggi e dove vengono spiegati dei punti fondamentali per le nuove vicende di Goku e soci. Scopriamo quindi che l’universo di Goku è solo uno dei 12 esistenti, e che questi sono governati da divinità più o meno capricciose di incommensurabile potenza.

Dettaglio di una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Come già accaduto per gli spin-off/revival di altri manga classici (vedi alla voce Saint Seiya: Lost Canvas), sebbene la storia venga delineata dal creatore del fumetto stesso, i disegni sono affidati ad autori più o meno emergenti. Dragon Ball Super non fa eccezioni e delega il disegno a Toyotarō, un giovane passato alla ribalta per avere realizzato nel 2000 una dōjinshi che aveva come protagonisti proprio i personaggi di Dragon Ball, dal titolo Dragon Ball AF.

Cerchiamo di essere onesti. Il tratto di Toriyama non è difficilissimo da emulare, persino io da piccolo riuscivo a riprodurre dei personaggi di Dragon Ball fedeli all’originale, ma Toyotarō è veramente a un altro livello. Nello sfogliare le prime pagine vi sembrerà letteralmente impossibile che queste non siano disegnate dall’autore originale; tutte le scene, comprese quelle più dinamiche, riprendono lo stile con cui siamo cresciuti e in alcuni punti sono persino più chiare e meno caotiche. E non solo. Anche nella definizione dei paesaggi e degli elementi di contorno il giovane autore fa un lavoro egregio, non c’è nulla lasciato al caso, nulla che non riprenda lo stile originale.

Se da una parte quindi c’è un disegno convincente purtroppo dall’altra abbiamo una storia che non riesce a tenere il passo. Le prime dieci pagine del fumetto vanno a spiegare in modo assolutamente sbrigativo quando narrato nei primi due film con una manciata di tavole utili a introdurre i personaggi di Beerus e Whis, nuovi comprimari di tutto Dragon Ball Super, mentre l’evento della resurrezione di Freezer viene brevemente narrato in un box riassuntivo.

È come se il manga invitasse i lettori a documentarsi autonomamente su quanto successo, recuperando l’anime o i due film, dove queste vicende vengono trattate in modo più approfondito. In poche pagine troviamo già Goku e Vegeta al massimo della forza, al punto di trascendere alla semi-divinità.

Una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.In chiusura del volume la storia sembra riprendersi con l’inizio di un nuovo torneo di arti marziali organizzato fra gli esponenti degli Universi 6 e 7. Qui l’inventiva di Toriyama si dimostra sempre quella di una volta, con nuovi variopinti personaggi che vanno ad aggiungersi a quelli più noti e che sembrano essere particolarmente interessanti, anche se comunque non ne vengono fornite particolari informazioni.

È chiaro da subito che il mondo di Dragon Ball ha ancora molto da raccontare, nonostante il più grosso difetto di questo DB Super risieda proprio nella sua storia; non sono tanto le vicende in sé a essere noiose, ma il modo in cui vengono raccontate. Esattamente come succedeva in Dragon Ball Z, dalla saga di Freezer in poi, si ha la percezione che Goku e Vegeta debbano semplicemente raggiungere nuove incredibili trasformazioni per potere assurgere ad altre vette di potere, con il rischio che tutto sia appiattito a una generica banalità di fondo.

Non tutto è da buttare però, ci sono dei nuovi personaggi ben caratterizzati, ci sono i siparietti comici che si erano persi per strada dai tempi di Dragon Ball con Goku bambino e, ovviamente, ci sono le Sfere del Drago.

In conclusione si ha davanti un fumetto ben realizzato sulla parte grafica, ma che non si capisce ancora se sia una mera trovata nostalgica/commerciale o se sia qualcosa di maggiormente studiato, in modo da poter avere un successo duraturo e riuscire a fare breccia nei cuori degli appassionati. Liquidarlo nell’uno o nell’altro senso è ancora difficile, quindi non resta che aspettare il prossimo volume e vedere cosa Toyotarō e Toriyama avranno in serbo per noi.

Era una notte buia e tempestosa – Percy Jackson & gli dei dell’Olimpo: Il ladro di fulmini

Percy Jackson, il più grande idolo dei giovani amanti del genere fantasy, impegnato in un tour italiano per incontrare i suoi innumerevoli seguaci, è arrivato qualche giorno fa nella nostra città, Ascoli Piceno. Noi di Dimensione Fumetto abbiamo colto questa stupenda ed eccezionale occasione per intervistarlo.

Ciao Percy! Siamo Elisa e Vanessa, inviate di Dimensione Fumetto, e oggi vorremmo scoprire un po’ di più riguardo alla tua vita. Sappiamo tutti che l’autore dei celebri libri di cui tu sei il protagonista è Rick Riordan: vuoi dirci qualcosa di lui?

Ciao Elisa e Vanessa! Sì, avete detto bene, il mio autore è il grande Rick Riordan, creatore di oltre venti bestsellers per giovani lettori. Per quindici anni, Rick ha insegnato inglese e storia presso scuole medie pubbliche e private nella San Francisco Bay Area e in Texas; mentre insegnava a tempo pieno, ha iniziato a comporre romanzi gialli per adulti e poco dopo si è rivolto alla narrativa per ragazzi scrivendo per suo figlio maggiore. Oggi vive a Boston con sua moglie e i suoi due figli e, pensate, più di cinquanta milioni di copie dei suoi libri sono state stampate negli Stati Uniti, mentre i diritti sono stati venduti in quasi quaranta paesi.

Bene, ora vuoi presentarti in breve ai nostri lettori?

Certo! Anche se i miei fan (e soprattutto le mie ammiratrici) sanno già quasi tutto di me, io vivo a New York e sono un semidio, infatti il mio papà è il dio Poseidone, ma a dire il vero gli altri mi considerano un ragazzo un po’ problematico. Ai miei problemi si sono aggiunti gli svariati attacchi da parte di alcuni mostri durante il corso della mia vita, di conseguenza tutto ciò mi ha portato a cambiare scuola molto spesso, come racconta Rick nei suoi libri.

Copertina del libro "Percy Jackson & gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini".In questa intervista vorremmo concentrarci in particolare sul primo libro che ti ha reso famoso in tutto il mondo, ovvero Il ladro di fulmini. Fin dall’inizio del romanzo ti succedono molte cose strabilianti!

Proprio così! Mentre ero in gita scolastica a un museo mi è capitato un fatto sconvolgente: la mia insegnante di matematica si è trasformata di punto di bianco in una Furia, prendendo di mira me e il mio professore di latino, che cercava di proteggermi. Dopo questo inconveniente sono stato allontanato dal mondo umano, per dirigermi verso una meta a me sconosciuta: il Campo Mezzosangue. Tutto questo con l’aiuto di Grover, il mio migliore amico, e di mia madre Sally, che ora saluto.

E chi hai incontrato durante questo duro tragitto?

Mi sono imbattuto nel Minotauro, che però è riuscito a incornare mia madre, così, preso dalla rabbia, gli ho dato una bella lezione. Io e Grover siamo poi entrati al Campo, il quale si è rivelato un luogo di addestramento per Semidei. Proprio lì ho scoperto di essere il figlio di Poseidone, il dio del mare… ero sconvolto! Addirittura ho visto con i miei occhi che in realtà il mio fedele compagno Grover era un Satiro e l’insegnante di latino un Centauro.

La tua vita è piena di sorprese! Durante la tua permanenza al Campo Mezzosangue cos’hai fatto?

Mano a mano che i giorni passavano, allenandomi diventavo sempre più forte e intelligente, fino a ottenere una missione all’esterno del Campo: recuperare la Folgore perduta di Zeus.

Durante questa missione avrai affrontato qualche pericolo.

Se devo dirla tutta, parecchi! Zeus in persona, il re degli dei dell’Olimpo, ha mandato sulla Terra dei mostri per ostacolarmi, ma io ho accettato subito la missione, nonostante il rischio, dato che mia madre era imprigionata nel Regno dei Morti e io volevo salvarla a tutti i costi. Per fortuna, sono stato affiancato da Grover e Annabeth, la figlia della dea Atena, e con loro ho incontrato anche altri dei, come Ade e Ares, che hanno tentato in tutti i modi di impedirci di raggiungere il nostro scopo. Ovviamente non posso svelarvi come è andata a finire, per questo invito a leggere il libro.

Locandina del film "Percy Jackson & gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini".Ora vorremmo sapere un tuo parere riguardo al film che è stato tratto da questo bellissimo romanzo.

Il film in realtà non è sempre fedele al libro, perché è stata fatta una serie di modifiche che hanno sconvolto alcune parti della storia. Per esempio, nel romanzo Grover, Annabeth e io partiamo in missione dal Campo Mezzosangue, nel film, invece, scappiamo di nascosto per salvare mia madre dagli Inferi, di conseguenza anche il resto della trama è cambiato. Inoltre nel film non ci sono Crono e Ares, personaggi indispensabili per la prosecuzione della saga. Riguardo a noi protagonisti, gli attori ci somigliano abbastanza, solo Annabeth ha un diverso colore sia di capelli sia di occhi, e questo mi è dispiaciuto un po’.

Passiamo alla domanda più attesa dai lettori di Dimensione Fumetto. Nel 2015 è stato realizzato da Attila Futaki il fumetto ispirato a Il ladro di fulmini: in che cosa si differenziano il romanzo e il fumetto?

Beh, il fumetto non presenta molte differenze rispetto al romanzo, per esempio i dialoghi sono dettagliati e precisi come quelli del libro, come quando io parlo con i miei amici o le strane creature incontrate nelle mie mille avventure, però verso la fine della storia ho notato dei cambiamenti, dei salti e addirittura scene inventate, per esempio quando mia madre, invece di aspettarmi a casa, mi viene a prendere direttamente al Campo Mezzosangue, oppure quando, invece di salire su un aereo per andare a New York, sfidando il sommo dio del cielo Zeus, io prendo solamente un taxi.

Copertina del fumetto "Percy Jackson & gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini".Preferisci il romanzo o il fumetto?

Senza dubbio il romanzo del mitico Rick, anche a causa di quei salti nel fumetto a cui ho accennato prima, che a me proprio non piacciono. In generale, a parte questo, il fumetto è molto bello. Adoro i colori freddi delle pagine, come il blu, il verde e il viola; i disegni sono abbastanza realistici e dettagliati, infatti io e i miei amici siamo stati rappresentati in modo fedele, tranne una piccola differenza d’età, dato che sembriamo più grandi di qualche anno almeno.

Quali sono le tue scene preferite?

Sicuramente sono le scene di massima tensione, come quella in cui incontro una strana creatura nell’acqua, la Naiade, oppure quando entro al casinò o quando mi scontro con il Minotauro, una sequenza davvero mozzafiato! Ma del fumetto mi piace tutto lo stile, anche quello della copertina, in cui il titolo in basso, Percy Jackson & gli Dei dell’Olimpo. Il ladro di fulmini, è stampato in 3D… adoro questo piccolo dettaglio! Sopra ci sono io che impugno con la mano destra la mia spada e con la sinistra il mio scudo e guardo la città in piena tempesta oltre il mare arrabbiato, tra fulmini minacciosi e nuvole nere. Ah, è proprio fantastica!

A chi consiglieresti questo fumetto?

Di certo è adatto a un pubblico di giovani per il suo stile ironico, avvincente e molto piacevole da leggere, che riesce a far immedesimare appieno i lettori nelle mie avventure, quindi lo consiglio vivamente a tutti i ragazzi, ma anche agli adulti appassionati del genere fantasy.

Grazie, Percy! L’intervista purtroppo è giunta alla fine… Vuoi salutare i lettori di Dimensione Fumetto?

Certo, saluto tutti i miei fan e, mi raccomando, continuate a seguirmi!


Elisa Travanti e Vanessa Tirabassi hanno presentato

Rick Riordan – Percy Jackson & gli dei dell’Olimpo: Il ladro di fulmini

Adattamento di Robert Venditti
Disegni di Attila Futaki
Collaborazione di José Villarrubia
Mondadori Editore
129 pp.
Euro 14,00
ISBN 9788804652533

X-Men: essere mutanti oggi

The X-Men, I did the natural thing there. What would you do with mutants who were just plain boys and girls and certainly not dangerous? You school them. You develop their skills. So I gave them a teacher, Professor X. Of course, it was the natural thing to do, instead of disorienting or alienating people who were different from us, I made the X-Men part of the human race, which they were. Possibly, radiation, if it is beneficial, may create mutants that’ll save us instead of doing us harm. I felt that if we train the mutants our way, they’ll help us – and not only help us, but achieve a measure of growth in their own sense. And so, we could all live together.
(Jack Kirby)

I wanted them to be diverse. The whole underlying principle of the X-Men was to try to be an anti-bigotry story to show there’s good in every person.

(Stan Lee)

Il passato

Per anni gli X-Men sono stati la “cenerentola” del parco delle testate Marvel. Nati nel 1963 da un’idea di Stan Lee & Jack Kirby, questo supergruppo di adolescenti mutanti (persone dotate di incredibili poteri fin dalla nascita a causa di anomalie del patrimonio genetico) non aveva mai riscosso particolare successo e la sua collana a fumetti venne chiusa nel 1970 per scarsità di vendite, col numero 66 della collana a loro dedicata, nonostante l’ottimo lavoro svolto negli ultimi tempi per la testata da parte di Neal Adams e Roy Thomas.

Negli anni fra il 1974 e il 1975 la serie tornò in vita, ma trasformata nei protagonisti e nei contenuti, dando spazio alle problematiche e alle avventure di un colorito gruppo multietnico di persone temute e cacciate dalla società a causa della loro diversità. La parte del leone, infatti, non la facevano i classici pupilli di Xavier che tutti conoscevano, ma cinque mutanti più o meno nuovi di zecca: il canadese Wolverine, il tedesco Nightcrawler, l’africana Tempesta, il russo Colosso, l’apache Thunderbird, l’irlandese Banshee. Una nuova genesi di X-Men, affascinanti, eterogenei e avvincenti, resi vividamente dal tratto di Dave Cockrum, proveniente dalle grandi fortune in casa DC con la rinnovata Legione dei Supereroi.

Quasi immediatamente la formazione di questi mutanti venne affidata all’abile verve narrativa di Chris Claremont, che realizzò un’intelligente miscela di avventure e introspezione, tingendo gli albi di atmosfere cupe, tragedie shakespeariane e quel tocco di epica che non guastava in un albo di supereroi, concependo saghe a lungo respiro, e un’incredibile serie di trame e sottotrame che, nel tempo, hanno fatto la fortuna degli X-Men. La miscela divenne esplosiva quando allo scrittore inglese si affiancò il disegnatore anglocanadese John Byrne, che con uno stile a metà tra il classico e l’innovativo, fece diventare Uncanny X-Men la testata più venduta d’America.

Capire le ragioni del fenomeno X-Men è piuttosto difficile, ma è indubbio che alla base ci sono progetti ponderati e rielaborati col passare degli anni, ottimi autori e, soprattutto, il genio e l’inventiva di Claremont che ha retto le redini del gruppo per oltre sedici anni. Grazie a lui il termine “mutante” è diventato una metafora del “diverso” nella società contemporanea. Da tutto e da tutti si difendono gli X-Men: dalla paura che il proprio fisico subisca ulteriori e incontrollabili mutazioni, dai loro nemici, anche dal mondo, che non li ama. In Giorni di un futuro passato e Dio ama, l’uomo uccide Claremont parla chiaro: ci sono politici e predicatori religiosi che pur di mietere consensi sono disposti ad anteporre l’odio contro di loro, i diversi. «Sapete chi sono i vostri bambini?» è il motto del candidato antimutante.

Le etichette saranno sempre più importanti del modo in cui si vive, nei fumetti come nella realtà, mostrando come il discorso di Claremont sia ancora vividamente attuale. Allora la “X” del professor Xavier, la stessa di extra: eXtrapoteri, eXtraterrestri, eXtracomunitari, la “X” di Malcom X, la “X” di chi non sa scrivere, di chi non ha un ruolo e un posto nella società, è il simbolo di questo gruppo di reietti di diversa nazionalità che si scoprono una famiglia.

 

Veniamo ad oggi

Il mondo mutante a oltre 40 anni di distanza da Giant-Size X-Men #1 mostra tutto il peso della sovraesposizione degli anni ’90, delle troppe testate e della continuity intricata. Allo stesso tempo, quelle tematiche che hanno reso grandi gli X-Men hanno fatto scuola e sono permeate nella formazione di quei bambini di un tempo oggi diventati autori ed editor adulti. In particolare col brand All New All Different (che ai più attenti ricorderà proprio lo slogan che campeggiava sulle copertine dei primi X-Men di Claremont), la Marvel ha puntato a sconvolgere e cambiare gli equilibri del Marvel Universe puntando spiccatamente su personaggi come Miles Morales, Kamala Khan, Amadeus Cho, Riri Williams, America Chavez, Lunella Lafayette, Sam Wilson, Jane Forster eccetera, e con ognuno di loro che rispecchia un “diverso” per la sua etnia, per la propria religione o l’età.

E a questo si aggiunge la volontà da parte delle capocce Marvel di puntare negli ultimi anni maggiormente i riflettori su Inumani e Vendicatori. In questo contesto diventa difficile comprendere quale sia il ruolo degli X-Men se assistiamo alla nascita di un gruppo come la cosiddetta Squadra Unione degli Uncanny Avengers di Rick Remender, dove un gruppo Vendicativo sembra più pronto e in grado di affrontare tematiche quali la discriminazione. Come afferma Scarlet Witch (ormai una ex-mutante dopo gli eventi di Axis) all’interno della serie:

Nascere mutanti o nascere all’interno di una cultura, di un’etnia o anche di una religione è ben diverso. Questi aspetti sono radicati nelle tradizioni, nella condivisione del passato, di valori e, per la religione […] della fede. Essere mutante […] non è solo il modo in cui si è ricevuto un superpotere ed è l’unica cosa che condividiamo universalmente. Ma a parte questa distinzione […] no, non penso che la condizione di nascita sulle quali non si ha alcun controllo dovrebbero essere usati per dividerci in categorie.

Appare chiaro come gli X-Men negli ultimi tempi siano stati come un pugile alle corde, l’ombra di quello che erano: avendo perso la loro identità, e il loro messaggio di perseveranza, di fronte a discriminazione e persecuzione, il messaggio è apparso debole.

Ma se avete cominciato di recente ad avvicinarvi ai fumetti e vi è venuta voglia di conoscere meglio X-Men anche grazie alle pellicole di Bryan Singer o se siete degli aficionados delle vicende mutanti e volete cercare qualche lettura in più degli ultimi cinque o sei anni, che fare? Soprattutto in un marasma editoriale e in un contesto così come quello di cui vi ho appena descritto? Ecco che Dimensione Fumetto viene in vostro soccorso con una selezione di tre titoli meritevoli in salsa mutante degli ultimi anni.

  • UNCANNY X-FORCE di Rick Remender con vari artisti del calibro di Jerome Opeña, Essad Ribic, Greg Tocchini, Phil Noto e Julian Totino Tedesco

Abbiamo tutti il potenziale di essere dei gran bastardi, Evan. La differenza è che tu non hai mai smesso di lottare. Hai combattuto per diventare l’uomo che tuo zio Cluster vedeva in te.

Uncanny X-Force di Remender è stata una delle migliori serie in circolazione negli ultimi anni. Durata 35 numeri, ha presentato le avventure della X-Force, la squadra segreta composta da Wolverine, Psylocke, Arcangelo, Fantomex e Deadpool che si occupa di portare a termine le missioni più sporche. In essa Remender ci mostra tutto il suo pessimismo e questo è un elemento della sua natura che viene espresso in molti modi nei suoi fumetti. In Uncanny X-Force un bambino deve morire per la sua natura e per il nome che porta. Infatti il filo rosso attorno a cui ruota la narrazione è da una parte una riflessione su quanto il male (o addirittura l’omicidio) sia accettabile da compiere per preservare il bene, su quanto pochi siano disposti a caricarsi sulle spalle cadaveri affinché altri possano ergersi a eroi; dall’altro ci racconta di come chi o cosa riesce a influenzare pesantemente la nostra vita e la lotta disperata dei protagonisti per spezzare questa catena. Di quanto siamo artefici del nostro destino e come ci autodefiniamo moralmente quando la generazione precedente direttamente o indirettamente ha fallito nella trasmissione dei valori.

A questo si uniscono altri elementi come viaggi in mondi alternativi, come quello dell’Era di Apocalisse, Deathlok, i Bretagna Corps e Brian Braddock, la Nuova Confraternita dei Mutanti Malvagi e altri, uniti ad archi di trasformazione che coinvolgono davvero ogni elemento del gruppo. Particolare la caratterizzazione di Deadpool, le cui battute e risate sono solo un modo per nascondere l’intima vulnerabilità, e che finirà, antiteticamente a quanto possa pensare il lettore (e unitamente a lui i restanti membri del gruppo), per incarnare nei momenti catartici la voce della ragione.

  • SCISMA di Jason Aaron con vari artisti + WOLVERINE E GLI X-MEN sempre di Jason Aaron con Chris Bachalo e Nick Bradshaw

Abbiamo sbagliato strada Scott. Da qualche parte, lungo il cammino. Quando abbiamo iniziato a pensare ai ragazzi come a truppe di combattimento.

La mini-serie Scisma, sceneggiata da Jason Aaron, si è rilevata un evento mutante molto importante, rappresentando il punto di rottura fra Ciclope e Wolverine, due X-Men spesso in contrasto, ma che allo stesso tempo si sono sempre rispettati per il benessere comune degli X-Men. Qual è il tema dello scontro ideologico tra i due mutanti? Come gestire i giovani X-Men, i bambini. In particolare Ciclope ha lasciato che la giovane Indie “Oya” Okonkwo uccidesse alcuni avversari. L’aver messo la ragazza davanti a una scelta così traumatica ha acuito le tensioni tra i due vecchi amici, facendo riemergere rancori sopiti. Alla fine di Scisma, Wolverine decide di prendere la sua strada e di aprire la Scuola Jean Grey, che sorgerà dove un tempo si trovava l’istituto di Charles Xavier che tanti anni prima vide nascere gli X-Men, rappresentando una casa per tanti giovani mutanti in fuga da sé stessi e dal proprio passato proprio come Wolverine.

Scisma rappresenta quindi il passaggio del testimone dalla dicotomia Xavier-Magneto a quella Ciclope-Wolverine degli ultimi anni. Aaron, grazie alla lunga durata della sua gestione su W&XM, ha potuto contare su trame a lunga gittata e sottotrame, marchio di fabbrica di Chris Claremont (che citerà marcatamente) portando numero dopo numero a compimento l’evoluzione della stessa Idie e di Quentin Quire (personaggio creato da Morrison nei suoi New X-Men e ripreso da Aaron) avviata in Scisma. Questi alla fine della serie si ritroveranno cambiati e maturati: la prima, costretta a sporcarsi le mani in giovane età e a odiare prima ancora che amare, troverà nei valori affettivi la chiave per una visione non nichilistica del suo futuro; Quire invece dimostrerà quanto aveva ragione Wolverine a prenderlo sotto la propria ala, raccattandolo da una prigione dello Shield e dalla custodia di Capitan America, nel dargli un’occasione per renderlo qualcosa di diverso da un “mostro di livello Omega”. Ma loro e due non saranno gli unici studenti della Scuola Jean Grey (infatti con loro ci saranno Broo, Kid Gladietor, Mille Occhi, Genesis, Shark-Girl, Glob Herman e Sprite) con un corpo docenti di dissidenti dalle file di Ciclope come Bestia, Tempesta, Kitty Pryde, Rechel Grey e l’Uomo Ghiaccio, i quali aiuteranno Wolverine nel duplice compito di preside e insegnante. Apporteranno anche un ulteriore tassello all’evoluzione del personaggio, che l’autore ha ampiamente curato dai tempi di Wolverine:Weapon X e dandoci un Logan finalmente in pace con sé stesso, con i cadaveri del suo passato e le mani troppe volte sporche di sangue, ergendosi a figura paterna ingombrante affinché i giovani mutanti non diventino un gruppo para-militare come vorrebbe Ciclope.

  • MAGNETO di Cullen Bunn e Gabriel Hernandez Walta

Ecco perché combatto. Nomi. Migliaia di nomi. I nomi dei mutanti strappati con la violenza a questo mondo. Ciascuno è una cicatrice che mi alimenta.

Magneto è un personaggio complesso, dalle molte vite e scritture, da supercriminale stereotipato a personaggio shakespeariano, sempre in bilico tra bene e male ed eternamente tormentato dai dubbi, grazie alle abili mani di Claremont, un terrorista, un partigiano, tante volte trovatosi a ritornare sui suoi passi, finendo per militare negli X-Men e guidarli in assenza di Xavier. Cullen Bunn prova a darci un’ulteriore riscrittura del personaggio, questa volta come un vero vigilante noir. Nei primi numeri di questa serie Bunn costruisce un hard boiled in chiave mutante, in cui un Magneto rasato a zero, dai lineamenti duri, vestito di nero, dai lunghi monologhi e disilluso verso gli ennesimi crimini umani contro i mutanti, prova a farsi giustizia da solo, trasformando ogni oggetto di ferro in un’arma e con un Cullen Bunn capace di alternare il presente di vendetta ai ricordi del passato, guidando il lettore nelle tragedie e nei fallimenti di cui è tempestato il passato di Magneto, svelandone anche una certa ipocrisia. La serie verso metà, nel passaggio da Walta ad altri disegnatori, finisce per perdere la carica innovativa dei primi numeri, virando su scenari più convenzionalmente classici, con elementi antieroistici, pur mantenendosi di buon livello.

Il futuro

Recentemente abbiamo assistito negli Stati Uniti all’ultimo rilancio della famiglia degli X-Men, ResurrXion, avviatosi con l’albo speciale X-Men Prime. Alcune testate sono già partite, come X-Men Gold realizzata da Marc Guggenheim, tra gli sceneggiatori della serie tv Arrow, i cui primi numeri sono stati disegnati da Ardian Syaf, licenziato da Marvel Comics d23opo la querelle dei messaggi anticristiani e antisemiti contenuti nel primo numero, e con protagonista il team guidato da Kitty Pryde e composto da Nightcrawler, Colosso, Tempesta, Rachel Grey (con il nuovo nome in codice di Prestige) e Vecchio Logan; X-Men Blue di Cullen Bunn e Jorge Molina (con l’aiuto dell’italiano Matteo Buffagni e di Julian Lopez) con al centro il team degli X-Men originali arrivati dal passato guidati da Magneto; Weapon X sceneggiata da Greg Pak e disegnata da Greg Land avrà per protagonisti Vecchio Logan e Sabretooth, a capo di un gruppo composto da Domino, Lady Deathstrike e Warpath che cercheranno di fermare un nuovo progetto Arma X e che coinvolgerà l’altra testata scritta da Pak, Totally Awesome Hulk; Jean Grey scritta da Dennis Hopeless e disegnata da Victor Ibanez, che vedrà la giovane Jean avere a che fare con la Forza Fenice. Altre invece arriveranno più avanti: Generation X, scritto da Christina Strain e disegnato da Amilcar Pinna; Cable, curata da James Robinson e Carlo Pacheco; Iceman, con alla guida la coppia costituita Sina Grace e dal disegnatore italiano Alessandro Vitti; Old Man Logan, che vedrà il solido duo Lemire-Sorrentino salutarci per il nuovo team composto Ed Brisson e Mike Deodato; Astonishing X-Men, sceneggiata da Charles Soule mentre ai disegni si alterneranno disegnatori diversi numero per numero.

Le testate già avviate, sebbene abbiano trovato un grosso riscontro di pubblico, dimostrando quanto ancora sia forte l’interesse verso i mutanti nonostante le ultime stagioni poco felici, non risultano per ora spiccare di originalità, con ammiccamenti non troppo velati agli anni di X-Chris e ai Novanta, riportando le X-testate a scenari piuttosto classici e puramente eroistici per i lettori navigati, anche se è ancora troppo presto per poter dare giudizi netti e bisognerà inoltre attendere i prossimi mesi per farsi un quadro più chiaro dell’andamento futuro di tutte testate.

Era una notte buia e tempestosa – The Martian Chronicles

Da quando l’uomo è sbarcato sulla Luna, nel memorabile 20 luglio 1969, l’umanità fantastica sul resto dell’infinito universo, aspettando trepidante l’uscita di nuove interessanti scoperte scientifiche. Gli interrogativi e le credenze più diffuse riguardano i corpi celesti del nostro Sistema Solare, in particolare Marte. Lo scrittore Ray Bradbury ha rinnovato la fantascienza e ha aperto l’immaginazione ai miliardi di persone curiose del pianeta rosso, proponendo una raccolta di “cronache marziane”.

Bradbury nacque a Waukegan, nell’Illinois, il 22 agosto del 1920 e sin dalla tenera età di sei anni s’interessò a Marte grazie alla sua ingenua curiosità verso le foto di Percival Lowell, a cui era dedicata la strada in cui viveva in Arizona. Quando aveva dieci anni s’appassionò a John Carter, a The Walord of Mars e a qualsiasi altra cosa relazionata al pianeta in questione. Nel 1934 si trasferì con la propria famiglia in California e, dopo aver compiuto vent’anni, cominciò a pubblicare storie nel settore fantascientifico di alcune riviste. Tra le sue opere più famose si ricordano: Gli anni del rogo (pubblicato nel 1951 sulla rivista Galaxy Science Fiction), Fahrenheit 451 e Cronache Marziane.

Esiste anche un sito web a lui dedicato come tributo dopo la sua morte nel 2012.

Cronache Marziane (1950), narra dell’ipotetica colonizzazione di Marte tra il 1999 ed il 2026, fino allo scoppio di una guerra atomica che richiama gli esseri umani sulla patria Terra. In quegli anni, gli umani riescono a insediarsi e trasformano questo nuovo pianeta in una perfetta copia della loro casa, non curandosi di storia, usanze, tradizioni dei marziani. Il rapporto tra le due razze, dunque, è caratterizzato dalla mancanza di rispetto da parte degli esseri umani, presentati come barbari invasori. I protagonisti cambiano da vicenda a vicenda e alcuni sono i successori di precedenti personaggi, infatti si raccontano le storie della Prima, Seconda e Terza Spedizione. Alcuni critici interpretano il libro come una metafora del passato, in particolare della colonizzazione del continente americano, mentre altri lo considerano un avvertimento per il futuro, ma tutti concordano che il romanzo sia uno dei più bei capolavori del suo genere.

Dopo la miniserie televisiva del 1980, The Martian Chronicles, composta di tre episodi e mandata in onda sulla rete NBC, non potevano mancare gli adattamenti disegnati in puro stile comic.

Il fumetto più recente, in inglese, si apre con un’introduzione scritta dallo stesso Bradbury che racconta i suoi interessi d’infanzia, la nascita del suo libro, il successo inaspettato e la sua incredulità per aver creato una tale opera fantascientifica. Nella frase finale il romanziere si rivolge così ai lettori:

 I invite you to come to Mars with me and stay forever. (Vi invito a venire su Marte con me e a starci per sempre.)

Voltata pagina, inizia la vera e propria narrazione fumettistica del romanzo, disegnata dall’artista Dennis Calero (famoso per X-Men Noir della Marvel) e pubblicata dalla casa editrice newyorkese Hill & Wang nel 2011.

A partire dalla copertina, lo stile dei disegni è affascinante e intriso di particolari nei primi piani dei personaggi, tuttavia gli sfondi risultano essere poveri o appena accennati, a differenza delle particolari ambientazioni descritte da Bradbury. L’unica eccezione è presente nel capitolo Night Meeting in cui un uomo e un marziano si scambiano i rispettivi punti di vista, scoprendo così di non riuscire a vedere la realtà dell’altro. Il loro incontro avviene nel mezzo di un caratteristico paesaggio marziano, sovrastato da un’immensa vastità di stelle, e i tratti delle montagne rapiscono subito l’attenzione, permettendo una migliore immedesimazione nella vicenda.

Le vignette sono regolari, mediamente ce ne sono sei per ogni pagina, e di forma principalmente quadrata o rettangolare. I tagli dinamici obliqui sono assenti, sono presenti pochissime onomatopee e la maggior parte di queste rimandano a spari di pistola, soprattutto nei capitoli The Earth Men e And the Moon be still as bright. Anche i disegni a pagina intera sono pochi e sono collocati perlopiù nei primi due capitoli, ovverosia la partenza del razzo in Rocket Summer e il finale di Ylla.

I colori scuri di alcune tavole rispecchiano a pieno i momenti di suspense dei personaggi alieni che, nonostante la diversità di specie, provano lo stesso tipo di emozioni umane. Le ombre accentuate donano alle scene un’aria misteriosa e cupa, trasmettendo al lettore un brivido d’inquietudine e tensione. Per fare un esempio, bisogna scorrere le pagine fino al capitolo The Third Expedition in cui il sospetto pessimistico del capitano è rafforzato dalla presenza marcata del nero, blu e rosso sangue. Anche le campiture delle facciate, alternate tra nere e bianche, enfatizzano e avvolgono nel mistero alcune scene clou, come la comparsa di un incappucciato nella prima pagina del capitolo The Summer Night. I personaggi disegnati rispecchiano la fantasia del lettore, basata sulla descrizione fisica data da Bradbury nelle righe del suo libro, e si immergono perfettamente nell’ambientazione marziana, grazie a i tratti e i colori intonati tra loro.

L’aspetto artistico, dunque, è ottimale, ma ci sono alcune lacune nell’ordine della storia. I dialoghi sono molteplici, comprensibili e il lessico è adatto per i ragazzi dalla mia generazione in su, ma sono stati saltati alcuni capitoli, a mio parere essenziali per comprendere al meglio la filosofia del libro stesso. Sicuramente l’esclusione delle parti più complesse ha abbassato la fascia d’età e ha adattato l’opera ai giovani, però, in questo modo, sono andati persi importanti spunti di riflessione e, appunto, si sono creati dei salti nella narrazione; ad esempio è assente il capitolo Le sfere di fuoco, che dona un importante spunto di riflessione religioso, in cui due padri ricercano i marziani sopravvissuti per salvarli dal peccato. Ciò fa perdere punti al fumetto e lascia l’amaro in bocca ai lettori del romanzo originale che, magari curiosi di vedere disegnate le varie vicende extraterresti, potrebbero pentirsi del loro acquisto.

Insomma, questo volume può essere considerato come una lettura più leggera rispetto a quella sofisticata e meditativa del libro, tuttavia lo si ritiene un’idea regalo gradita ai giovani appassionati di cosmo e fantascienza.


Erika Provitera ha presentato:

Ray Bradbury – The Martian Chronicles – The autorized adaption

Adattamento di Dennis Calero
Hill and Wang
154 pp.
$22.00

Comics&Science: The Babbage Issue

È stato presentato in anteprima al Salone del Fumetto di Torino il 20 maggio il nuovo numero di Comics&Science edito da CNR Edizioni.

Due fumetti (di Castelli-Peddes e di Davide La Rosa)  e i soliti interessantissimi articoli redazionali, in questo che dovrebbe essere il primo numero della “serie” con cadenza semestrale realizzata dal CNR in collaborazione con Symmaceo, Lercio.it e per la cura di Andrea Plazzi e Roberto Natalini.

Comics&Science

The Babbage Issue

Editore CNR Edizioni – www.edizioni.cnr.it

A cura di Roberto Natalini, Andrea Plazzi

Formato 16,8×24,6 cm, 48 pagine brossurate COL

Prezzo 7,00 Euro

ISBN 978-88-8080-2419

Data di uscita maggio 2017

Whoop! Per un pugno di banane: una recensione in anteprima

Dopo averli intravisti nell’anteprima pubblicata sul numero 1 di Amianto Comics, gli scimmioni protagonisti di Whoop! A fistful of bananas fanno finalmente la loro apparizione ufficiale sul primo numero della serie Amianto Comics presenta.

Anzi, per essere precisi «scimmie spaziali mutanti alla ricerca di banane».

Il collettivo Almafè si fa garante del lavoro di giovanissimi e spesso esordienti autori curando la parte redazionale e di produzione e promettendo una collana (anche se senza cadenza fissa) di one-shot ribattezzati Pop-Novel, che promettono interessanti sviluppi.

In questo primo volume autoconclusivo, scritto dal misterioso AKm0, e illustrato dal Formichiere Bischeri, che si dicono entrambi legati al mondo del cinema, ma anche della musica e alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, si parte alla conquista dell’ultimo carico di banane dell’intero universo.

E dal mondo del cinema viene la stessa citazione del titolo: A fistful of dollars è il titolo USA di uno dei film più famosi di sempre del cinema italiano. Indovinate quale? (forse il titolo dell’articolo può esservi di aiuto).

E con una certa frequenza qualche riferimento, cinematografico ma non solo, si trova nella storia.

A partire dalla filastrocca delle cinque scimmiette che fa pensare ai Dieci piccoli indiani, con la differenza che dei piccoli pellerossa alla fine then there were none (come dice Agatha Christie) qui ne resta una, Fez.

O meglio, tre…

E Fez, con Sam, sua sorella maggiore, e Demon, una specie di gigantesco gorilla mutato in grado di combattere contro qualsiasi cosa, partendo dalla consapevolezza che «Noi siamo tutto ciò che rimane», per provarlo vuole «fare la cosa giusta».

Combattere lo sgrammaticato Sig. Shitter (occorre tradurlo?) e derubarlo delle banane, eludendo l’esercito del Capitano Clay che pensava di averle già estinte (le scimmie, non le banane…).

Così le scimmie sopravvissute formano un perfetto team, e tra mosse di wrestling e arti marziali imparate in tv, battute a sfondo cinematografico e televisivo (povero McGyver!), sconfiggono tutti i cattivi, come in un videogioco a livelli di quelli di una volta, fino al super cattivo finale, con tanto di outro nel quale si salva solo il capo (preludendo forse a un nuovo episodio?).

Di cinematografico c’è anche il modo in cui si sviluppa la storia, con l’orologio che dà la cronologia degli eventi, che si esaurisce in realtà tutta in un pomeriggio (se si eccettua qualche vignetta di flashback).

Un pomeriggio vissuto pericolosamente; un fumetto d’azione con botte e spari, una sceneggiatura che riprende alcuni temi abbastanza classici: i pochi buoni che fanno fuori un sacco di cattivi, un sacco di sarcasmo, il riccone che si ritrova con un ulteriore ricco tesoro di cui i pochi buoni si vogliono impossessare, perché è l’ultima possibilità di mettere in scacco il cattivo. Tutto condito da alcuni elementi che danno personalità al fumetto a partire dalle scimmie protagoniste.

Se la storia, le citazioni e alcune trovate sono molto godibili, la parte grafica, per quanto abbastanza adatta allo stile della storia, ha alcuni passaggi a vuoto. Infatti il taglio delle vignette, la dinamicità dei tratteggi, la caratterizzazione grafica dei personaggi sono abbastanza curati, ma a volte la scelta di lasciare tutto solo a matita non rende completamente giustizia alla qualità degli altri aspetti.

Per cui alcuni dettagli restano eccessivamente accennati, alcuni passaggi perdono in personalità, in contrasto invece con altri aspetti come l’utilizzo di font molto lineari come didascalia.

Dal punto di vista degli eventi narrati, tanti sono gli aspetti che rimangono misteriosi, non solo sul futuro, ma anche sul passato della storia (ad esempio la guerra tra uomini e primati). E dobbiamo dire, per come mi ha colpito la sceneggiatura di questo primo numero, questi interrogativi meritano assolutamente di essere chiariti, sicuramente però con una maggior attenzione dal punto di vista grafico.

Anche graficamente alcune trovate sono interessanti: le pagine in negativo perché vissute al buio, le inquadrature piuttosto inconsuete, anch’esse mediate in qualche modo dal cinema, addirittura qualche piano sequenza, ed eterogenei elementi grafici posti in contrasto. Il disegno riesce a rendere bene la dinamicità, ma è troppo semplificato, facendo perdere aspetti altrettanto interessanti perché sottolinea in modo eccessivo la parte infantileironica.

I personaggi tuttavia sono sicuramente ben delineati dal punto di vista del background e della personalità, non male il completamento dell’opera con le schede dei singoli, a premonire (speriamo) altre storie di cui saranno protagonisti.

Nel panorama fumettistico italiano, Whoop!, che in inglese può voler dire sia prendere a calci nel didietro, mettere K.O., ma anche un po’ più formalmente gridare, fare baldoria, si inserisce in un genere che sta andando abbastanza di moda, quello del futuro cyberpunk e violento, come ad esempio in Orfani, e ne dà una lettura meno impegnativa. A questi mescola anche elementi classici della fantascienza, soprattutto cinematografica, facendo proprio pensare al pianeta delle scimmie. Il punto di partenza non è male, l’ambientazione è intrigante, la dinamicità della grafica riesce a rendere l’ironia della storia. Il punto debole secondo me è il tratto troppo indefinito per un fumetto di questo tipo.

L’esperimento è pertanto riuscito per tre quarti, godibile (e anche tanto) per alcuni aspetti, migliorabile per altri, in particolare quello grafico. Troppo stridente la differenza di approccio tra la storia e le illustrazioni contenute nello stesso volume.

Siamo curiosi però di vedere come evolverà la storia, aspettando ulteriori sperimentazioni grafiche!

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