Monthly Archives: aprile 2017

Caterina da Siena: una santa tra le nuvole

Caterina detta Nina Benincasa, conosciuta come Caterina da Siena, mistica ma anche donna di grande spessore politico. Testarda, ribelle, concreta, in una parola, innamorata. Accusata di blasfemia, carismatica e trascinatrice è una figura controversa anche se notissima, sia per i suoi stessi scritti, che per la Legenda maior scritta dallo stesso Raimondo che è voce narrante del volume, o anche solo per il suo stato di Patrona d’Italia e d’Europa.

Andrea Meucci, già sceneggiatore per Kleiner Flug del volume dedicato a Renato Serra, e Giorgio Carta alle matite, per questo tredicesimo numero dei Prodigi tra le nuvole, raccontano in modo diretto e coinvolgente la storia di una delle religiose più famose della cristianità, in collaborazione con l’Opera per Santa Maria Novella e in non casuale coincidenza con l’ottavo centenario della nascita dell’Ordine Domenicano.

E lo fanno mantenendo a pieno tutta la spiritualità della figura, infatti l’esperienza mistica si fa quanto mai fisica e concreta, nel corpo della giovane, ma anche nella vividezza dei suoi sogni.

Ed è in questi “sogni”, cominciati in tenerissima età, durante una passeggiata per Fontebranda con il fratello Stefano, la grandezza dell’esperienza mistica di Caterina, che vive una storia d’amore finanche fisica con Gesù.

La storia viene raccontata in modo molto preciso, facendo riferimento alle fonti note sia biografiche che agiografiche.

Tutto sembra così vivido, realistico, se non fosse per gli occhi di Caterina, sempre così grandi e spalancati, che oscillano fra l’inquietudine di una realtà costellata di dolore fisico e visioni ultraterrene, e la corrispondenza con un’anima grande e forte.

Infatti, qui è vero come non mai che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Grandi, limpidi e con lo sguardo fisso sullo sposo, ma che bucano la pagina, guardando anche il lettore, dalla copertina alla pagina finale.

Gli stessi occhi che tradiscono il Malatasca nei suoi tentativi di irretire e sviare.

Il lavoro è agiograficamente corretto, riporta tutti i fatti salienti della vita: dall’infanzia, alle lotte con la madre, ai carismi, al processo in Santa Maria Novella. Anche se la sua vita fisica fa da sfondo, mescolata al racconto di Raimondo da Capua (a cui si rifà l’intero racconto della vita della santa, essendone discepolo e biografo) e alla dissezione del suo corpo per fare della sua testa una reliquia. In primo piano è il percorso interiore e la relazione con Gesù, che cresce con lei, e riempie il fumetto di una cosa che per il resto manca completamente: l’amore. Amore che non viene altrimenti percepito né nelle relazioni familiari, né in altri aspetti della storia.

Come si trova scritto in quarta di copertina: «la sua è una grande storia d’amore. E come tante storie d’amore, è anche una storia di morte». Ma questa morte, che in effetti permea tutta la storia di Caterina, dalla perdita della sorella gemella nel giorno stesso della sua nascita, e per tutto il suo lento consumarsi, sia per le sofferenze che si autoinfligge, che per le malattie che la affliggono, viene sconfitta.

Caterina vince sul Malatasca perché più forte di ogni altra cosa è l’abbraccio con il suo sposo.

E così, dopo la precocissima vocazione, le privazioni, le tentazioni, le estasi, le malelingue, i processi, le malattie, la visione iniziata sotto la neve, dopo la visita alla sorella Bonaventura, e diventata via via più concreta fino alle stimmate, finalmente si materializza in quell’abbraccio.

E l’amore non è più solo dolore, sofferenze, umiliazioni subite persino dai malati che tentava di curare, come la donna piena di piaghe dell’Ospedale di Santa Maria della Scala.

Non è più solo fame e lacrime.

Ma è la condivisione della storia di un ragazzo che aveva trentatré anni e pochissima voglia di morire.

Così è anche per lei, trentatré anni e pochissima voglia di morire. E nell’abbraccio finale di due figure anche biograficamente simili l’amore sconfigge finalmente la morte.

Non so se fosse nelle intenzioni degli autori, ma l’ho trovato un’opera veramente ricca di spiritualità, in cui la fisicità di certe scene, anche il bacio sulla bocca tra Caterina e Gesù nel loro sposalizio mistico, non turba in nessun modo, anche per me che ho un punto di vista, diciamo così, tradizionale.

Un fumetto che avvicina alla figura umana della santa. Che non sorride sardonicamente delle visioni, ma le racconta, le contestualizza, e dà loro un senso. Ma che non allontana dalla sua santità, anzi, come detto, ruota attorno al suo rapporto con lo Sposo, senza mai diventare irridente, anzi, con una delicatezza e una simpatia che avvicinano il lettore anche a questo aspetto.

C’è una pagina finale in cui vengono riassunti i fatti storici che riguardano Caterina, donna e religiosa, che non spezza affatto la tensione in qualche modo ultraterrena, perché mostra dei fatti che si integrano alla perfezione con quanto viene illustrato nel resto del fumetto.

Il segno di Giorgio Carta, con un tratto realistico quanto basta, con l’espediente degli occhi enormi e spiritati, i colori pastello, che attenuano in qualche modo anche la durezza del Medioevo nella casa di un tintore senese, sono il naturale complemento alla storia.

Un modo efficace di presentare una figura grande della storia della Chiesa, ma anche della storia italiana e dell’umanità, che apre alla curiosità del lettore i molteplici aspetti di una donna malata, che è vissuta solo trentatré anni, ma ha lasciato una impronta profonda.

E spinge a conoscerla meglio, ad approfondire, anche per chi vi si accosta solo con curiosità terrena.

La lettura e la grafica sono piacevoli, il contenuto stimolante e mai banale. Penso che tutti possano imparare qualcosa, o trovarci stimoli per approfondire e ricercare ulteriormente, dal punto di vista umano, storico, o anche agiografico e mistico.

Andrea Meucci, Giorgio Carta
Caterina da Siena

Edizioni Kleiner Flug
Collana: Prodigi fra le nuvole
64 pag., brossurato, colori
Formato 21×28,5 cm
prezzo: 13,00 €

Il collettivo La Stanza e Kristen

Kriste Collettivo La Stanza ALT!

Kristen è un volumetto di appena 19 pagine, prima opera cartacea del collettivo La Stanza per l’editore ALT!, difficile da definire semplicemente un fumetto. L’introduzione di Marco Rincione avverte il lettore che quello che sta per leggere non è semplicemente un’opera a fumetti, ma è qualcosa di molto più profondo e interiore, considerando anche la giovanissima età dei suoi autori: Salvatore Vivenzio (classe 1997) per la storia e Chiara Raimondi (classe 1996) ai disegni.

Kristen, protagonista della storia, è un’attrice, finge dall’età di tre anni, ma non ricorda di essere mai stata felice. La trama si può raccontare anche solo così.

Oppure così: finge dall’età di tre anni E non è mai stata felice.

Finge dall’età di tre anni PERCHÉ non è mai stata felice.

Potremmo andare avanti ancora, ma chi è Kristen è qualcosa che il lettore assimila solo leggendo questo volumetto che ha il sapore della letteratura, quella che piace a me. Perché, nonostante parli per immagini, dice solo l’essenziale, tutto il resto è latente tra le righe dei baloons, sotto i colori delle vignette, ed è per tutti coloro che hanno provato la sensazione di non sapere cos’è vivere e se si sta davvero vivendo. Non ci sono didascalie inutili, né azione a tutti i costi, ma è una narrazione introspettiva e onirica che mostra quello che è nella mente della protagonista.

È l’esasperazione del «fondo scuro dell’esistenza umana», come dice Rincione, perché tutti noi fingiamo all’occorrenza e se dovessimo fermarci a riflettere su cos’è la nostra esistenza e chi siamo, potremmo non saper rispondere, potremmo venire sovrastati dell’angoscia.

Kristen Collettivo La Stanza ALT!

Kristen ha solo più consapevolezza di noi, e passa dai centomila all’uno al nessuno con bellezza e levità. O la bellezza è solo un’impressione dovuta alla qualità dei disegni, che denotano una mano dal grande talento e profondo amore per l’Arte. Le pagine diventano infatti pregevoli illustrazioni o addirittura omaggi ai capolavori dell’arte mondiale, evidenziando anche suggestioni tratte dal cinema e ovviamente dalla letteratura, con Kristen nei panni di Ofelia o della Venere di Tiziano. Queste non sono mere esibizioni di bravura della disegnatrice, ma sono fondamentali elementi della narrazione, mostrando al lettore la frammentazione dell’io della protagonista, alla ricerca della propria essenza, passando attraverso confusione e immedesimazione.

Il volumetto è davvero un piccolo gioiello che mostra come giovani forze artistiche italiane stiano crescendo (e siano già molto mature) e sappiano già creare opere che restano nella memoria e nell’anima di chi le conosce.

Back to Basics – L’Uomo Ragno

Benvenuti a questa nuova rubrica aperiodica di Dimensione Fumetto, come se non bastassero le millemila già iniziate e dimenticate. Ma non preoccupatevi, in redazione conosciamo il valore del riciclo e vi promettiamo che prima o poi amatissime rubriche come i Fumetti dalla Dimensione X, oppure Ipse Dixit, torneranno ad ammorbare gli schermi dei vostri dispositivi. Nel frattempo, però, rieccoci pronti con Back to Basics!


In questa rubrica andremo a rileggere i primi albi di personaggi storici, per scoprire qual era il loro concept iniziale, e quanto siano cambiati nel tempo. E inizieremo, ovviamente, con i primi numeri del personaggio più figo del bigoncio, quell’Uomo Ragno che oggi viene impropriamente chiamato Spider-Man!

Attenzione, amanti dello spoiler: vi anticipiamo già la fine della nostra indagine. L’Uomo Ragno dei primi numeri era qualcosa di completamente diverso da quello che oggi ci saremmo aspettati.

Naturalmente non vi ammorberemo con l’ennesima rilettura delle sue origini segrete, che ormai conoscono anche i leghisti. L’unica cosa che ci interessa qui porre all’attenzione è che la celeberrima frase «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» non viene assolutamente pronunciata dallo zio Ben, che dopotutto è solo il tipico vecchio zio capace al massimo di criticare le scelte tattiche della nazionale di calcio, come ce ne sono tanti. La frase compare invece nell’ultima vignetta:

Uomo Ragno

Tutte le immagini vengono da L’Uomo Ragno Classic, edizione Star Comics. Sì, siamo vecchi.

Come vedete, la frase è del narratore, e non è affatto detto che Peter Parker ci abbia mai pensato.

Anzi, a quel che sembra nei numeri successivi, probabilmente non gli passa neanche per l’anticamera del cervello!

Nel numero successivo (il primo, storico numero della collana Amazing Spider Man), il buon Peter riflette sui suoi guai recenti, e su quello più impellente di tutti: i soldi.

Uomo Ragno

Era zio Ben a tirare avanti la carretta di questa famiglia atipica, e ora che è dipartito le cose stanno per mettersi male. La prima cosa che viene in mente a Peter (e pure a noi, se fossimo nei suoi panni) è di rapinare qualche banca: ma se lo catturassero, cosa accadrebbe a zia May? La vecchia non vuole nemmeno che lui abbandoni gli studi per trovare un lavoro (grosso errore: se gliel’avesse lasciato fare, probabilmente ora Peter sarebbe, che so, Ministro dell’Istruzione). Non gli resta che una sola soluzione.

Uomo Ragno

Tornare a calcare le scene, esibendosi come Uomo Ragno, è la soluzione più semplice: la vecchia è fatta fessa, e in cambio di un paio d’ore di mossette sul trono della De Filippi Peter potrà continuare gli studi. Facile, no? Non proprio.

Le cose sembrano funzionare, ma a causa della kasta dei bankieri !1!!1 non è possibile ricevere assegni intestati a nomi inventati come Uomo Ragno, e quindi l’opzione America’s got Talent diventa impraticabile. E, come se non bastasse, ci si mette anche Jonah Jameson.

Uomo Ragno

Non è che il baffetto abbia tutti i torti, ma la cosa strana è che finora a Peter non è mai venuto in mente nemmeno per un secondo di fare il giustiziere mascherato. Non fa ronde, non combatte criminali, non si spenzola per la città vegliando sulla nostra tranquillità. No, Peter Parker indossa il costume solo per risolvere i suoi problemi finanziari.

Intanto Peter, in una scena degna di un film neorealista italiano, scopre la vecchia che impegna i suoi gioielli per pagare l’affitto: come potrete immaginare, non la prende bene.

Il taglio drammatico di questa scena fa venire i brividi. Peter vede la sua vita precipitare in un baratro e si sente completamente impotente. Il lettore dell’epoca doveva essere ancora più sconvolto, abituato com’era a supereroi sorridenti e dalle tasche piene.

Peter vuole continuare a essere l’Uomo Ragno non per fare del bene al mondo, ma per ricominciare a fare spettacoli e guadagnare, in qualche modo, dei soldi. L’obiettivo è ripulire la sua immagine dalle insinuazioni di Jameson, che gli impediscono di prendere nuove scritture.

Neanche a farlo apposta, il figlio di Jonah è un astronauta impegnato in un lancio che va male. L’unico che può salvarlo è l’Uomo Ragno, che si offre eroicamente e riesce nel suo intento. Verrebbe da pensare che Peter abbia finalmente scoperto il suo lato eroico, vero?

In realtà, in una delle ultime vignette, scopriamo qual è il motivo per cui si è convinto a salvare la vita a John Jameson.

Uomo Ragno

Riuscirà ora a ricominciare a lavorare? No, ovviamente. Jameson non ci casca e la sua campagna mediatica continua nonostante tutto.

Nell’ultima vignetta mostrata vediamo Peter sorridere, ed è la prima volta in quest’albo. Ecco una veloce carrellata delle sue espressioni facciali nel resto dell’albo.

Rabbia:

Preoccupazione:

Tristezza:

Fastidio:

E disperazione.

Uomo Ragno

Amazing Spider Man 1 si chiude così, con un Peter Parker sull’orlo della crisi di nervi, che si chiede se l’opzione migliore non sia quella di diventare un criminale.

Le cose non andranno meglio nel numero 2. Peter tenta inizialmente di entrare nei Fantastici Quattro, allettato dall’idea di guadagnare uno stipendio come supereroe: ma le cose non vanno come crede, e quando scopre che il quartetto non paga stipendi, li molla senza pensarci due volte.

Intanto, il Camaleonte ha dei piani e per realizzarli ha bisogno dell’Uomo Ragno.

Peter, appena sente parlare di soldi, scatta sull’attenti.

Fino a ora Peter Parker si è rimesso il costume all’unico scopo di guadagnare denaro. La trappola in cui lo getterà il Camaleonte porterà i due a scontrarsi, ma l’Uomo Ragno continuerà a esistere soltanto come mezzo per far soldi e uscire dalla povertà. Tant’è che, di fronte al fallimento, ecco come reagisce Peter:

Che se la prendano da soli, quella spia, ora!

La polizia riuscirà nell’intento di catturare il Camaleonte, senza che l’Uomo Ragno la aiuti più in alcun modo.

Passiamo rapidamente al numero 3, dove una splendida copertina ci rivela il nuovo criminale, l’Avvoltoio. Cosa porterà mai l’Uomo Ragno a scontrarsi con lui? E che, lo chiedete ancora?

I soldi, e che cavolo! Con i suoi poteri di Ragno, potrebbe avvicinarsi all’Avvoltoio e fotografarlo. E infatti è proprio per questo che si avvicina al vecchio Toomes.

Dopo un primo scontro, da cui, guarda un po’, esce sconfitto, Peter è comunque riuscito a fare le foto e a venderle. Tutto contento, paga un anno di affitto e inizia a prenderci gusto.

Potrà chiedere qualsiasi cifra!

Sarà soltanto nel numero 5, quando farà la sua apparizione il caro dottor Octopus, che vedremo per la prima volta l’Uomo Ragno alle prese con dei semplici rapinatori, senza alcuna prospettiva di guadagno personale.

Il Peter Parker dei primi numeri non era affatto un supereroe, ma un semplice ragazzo con enormi problemi di denaro che tenta di utilizzare i suoi poteri per risolverli. Così, come farebbe ognuno di noi. E forse è stata proprio questa la forza prorompente di questo personaggio, e la geniale intuizione di Stan Lee e Steve Ditko. Di quel personaggio oggi rimane davvero poco: Peter si è imborghesito, diremmo quasi, finendo per assomigliare a quella figura di supereroe che, all’epoca, aveva praticamente distrutto nel giro di una manciata di pagine.

Quando, decenni dopo, Brian Michael Bendis tentò di ricatturare in Ultimate Spider-Man la magia di questi primi numeri, riuscirà nel suo intento soltanto a metà. Per quanto la sua rilettura sarà rispettosa dell’originale, ben scritta e moderna, gli mancherà quella carica iconoclasta che, speriamo, la nostra rilettura ha saputo mostrare.

La Bibbia a fumetti: una grande opera a metà

I fumetti si sono da sempre occupati del mito, della storia antica che si perde nella notte dei tempi, e quindi in qualche modo anche di tutte le tradizioni religiose.

La Bibbia a fumetti Panini ComicsE non è infrequente che questa storia e questi miti vengano attualizzati, resi fisici, dando ai protagonisti un aspetto moderno, occidentale. Ogni autore “si permette” di disegnare uomini antichi e divinità con i canoni della propria tradizione e con le caratteristiche della propria fisicità.

È successo con tutte le epiche e in tutte le tradizioni fumettistiche.

Della Storia e delle storie che hanno portato alle religioni che da quasi tremila anni caratterizzano il bacino del Mediterraneo, e in particolare delle radici del Cristianesimo, si sono spesso occupate in Italia case editrici di chiara estrazione cattolica. Avendo lungamente frequentato Il Giornalino nella mia infanzia e adolescenza, ho avuto la possibilità non solo di scoprire grandi personaggi del fumetto internazionale cimentarsi con questi argomenti, ma anche di leggere le storie della Bibbia con un linguaggio immediato e artisticamente valido. Una grande storia (per qualcuno la più grande di tutte) ridotta da artisti, non necessariamente credenti, ma sicuramente legati a un ambiente che, per quanto fosse assai più libero di quanto si possa pensare, aveva un chiaro orientamento. Basti pensare che anche Gianni de Luca si è cimentato in diverse opere di questo tipo, tra cui una serie di storie dell’Antico Testamento sulla fine degli anni ’50 del secolo scorso.

E sicuramente con un atteggiamento esegetico e apologetico che ha provato a dare sostanza al tentativo di riduzione di un’opera così importante.

Qualche anno fa ci aveva provato anche Robert Crumb, fermandosi alla Genesi, dando all’opera un taglio sicuramente diverso da quelli a me più noti degli anni ’80 del secolo scorso.

Stavolta il tentativo è di Jean-Christophe Camus, non particolarmente noto in Italia, tanto è vero che questo è il suo primo lavoro pubblicato in volume.La Bibbia a fumetti Panini Comics

Panini Comics propone un’opera sfidante, non solo per chi voglia leggerla, ma anche e soprattutto per chi l’ha prodotta. Emergono infatti tutte le difficoltà di avere a che fare con un argomento così impegnativo.

Camus si limita a sceneggiare, dall’Antico Testamento, la parte forse più nota e antica, dalla creazione (Genesi) fino ai dieci Comandamenti (Esodo), anche se Panini nella presentazione scrive «l’Antico Testamento in tutte le sue parti». Solo i primi due libri, dunque, e, nonostante racconti solo le storie probabilmente più conosciute, l’opera si dimostra un po’ farraginosa.

Non facilita in nessun modo la lettura di un testo che è già di suo difficile e richiederebbe una interpretazione alla luce della tradizione ebraica, che sappiamo ricca di simboli e di passaggi al limite dell’esoterismo.

Vuole essere fin troppo didascalica, senza mai elevarsi. Rimane un libro essenzialmente storico, molto fisico, che quasi nulla lascia al misticismo o alla spiritualità.

Però dall’altro lato, non riesce neppure a essere sufficientemente epico in questa sua fisica storicità. Forse per il tentativo di raccontare tanti dettagli, per cui le pagine si spezzettano, la stessa trasposizione grafica, con una gabbia spesso fitta e vignette piene di personaggi, finisce con il parcellizzare anche la storia e l’emozione che dovrebbe suscitare.

Le stesse splash page in grande formato (in questa edizione sarebbero dei veri e propri dipinti di 44 x 31 cm) non sfondano. Per lo meno fino alla parte finale, dove finalmente le tavole riescono a dare il senso di drammaticità necessaria per descrivere più degnamente l’ultimo capitolo dell’Esodo, con Mosè che riceve le Tavole della Legge e torna tra le tende del suo popolo per dare per la prima volta una casa a Yhwh nella tenda del convegno. Solo nella sequenza di pagine in cui Mosè abbandona il popolo per recarsi sul monte al cospetto di Dio sembra esserci finalmente un passaggio, una luce nuova che però si affievolisce subito, con il ritorno tra il popolo e, contemporaneamente, il ritorno dell’opera a tutti i difetti enunciati sopra.

La sensazione complessiva è di una incompiuta. Forse perché, pur intitolandosi La Bibbia, la introduce solamente, sottolineando i tanti rivoli narrativi iniziali di un libro che riporta una tradizione millenaria e interrompendoli quasi senza una apparente motivazione.

I tanti personaggi che compaiono hanno la dignità che meritano, descritti in modo sufficientemente dettagliato, ma questo crea un po’ di confusione al lettore che non ha troppa confidenza con il testo sacro.

Quindi, da una parte un eccessivo dettaglio, che fa perdere i termini più epici che ci si potrebbero aspettare da una riduzione che possa essere resa leggibile per un pubblico più ampio possibile. Dall’altra parte una inspiegabile limitazione dell’opera ai primi due libri che fa perdere il gusto della lettura, proprio quando si sta vedendo un crescendo verso l’instaurazione dell’alleanza tra Dio e gli uomini di Israele. E purtroppo la resa grafica non riesce a dissipare questo senso di un lavoro lasciato a metà.

La Bibbia a fumetti Panini ComicsIl Nuovo Testamento appare certamente più semplice. Sicuramente perché i personaggi sono in numero inferiore, anche se con personalità definite e complesse. E anche perché accadimenti e relazioni sono forse mediamente più noti e più legati anche alla cultura popolare occidentale.

Il Vangelo secondo Matteo, come sottolinea nella prefazione Frederic Lenoir, è forse quello che maggiormente privilegia «la forza sconvolgente delle parole di Cristo», per questo era stato scelto anche da Pier Paolo Pasolini, e risulta decisamente più efficace.

Il taglio della sceneggiatura non cambia, con i dettagli, la riproposizione degli stessi dialoghi e delle stesse didascalie contenuti nelle Scritture.

Ma qui la storia è completa e Talajic ha una tecnica meno pittorica, ma che riesce a dare una grande dinamicità. Pur mantenendo una grande fisicità, in questo modo, il senso del sacro emerge nella figura di Cristo, senza prevaricare quella che può essere letta come una delle grandi storie del mondo.

I disegni, le inquadrature, i colori sono certamente più efficaci. Forse meno dettagliati e realistici nelle ombre o nella grafica, ma i volti sono più significativi, i colori e il taglio delle vignette sottolineano efficacemente i passaggi della storia, restituendo sicuramente godibilità all’opera. Anche per chi volesse leggerla solo come una bella storia a fumetti.

La parte del Vangelo è complessivamente la migliore. I successivi Atti degli apostoli sono di nuovo graficamente meno all’altezza, anche se di nuovo facilitati da un racconto che ha molto più di storico e molto meno di epico. Infatti, tolta la parte iniziale in cui si raccontano le apparizioni di Gesù, il resto racconta la storia di come il cristianesimo delle origini sia cresciuto in Giudea, fino all’opera di Paolo di Tarso, apostolo delle genti.

Questa parte ha anche tanti risvolti storici e testimonianze accertate che la rendono sicuramente più vicina a un racconto storico, con meno implicazioni religiose, anche se intrisa dei miracoli degli apostoli.

Il tratto del giovane Bozic è pulito, leggero, ma lascia quasi un senso di vuoto, senza particolare personalità.

In definitiva, la sfida con un argomento così impegnativo e per molti importante si risolve con una delusione, sia per gli amanti del fumetto, sia per chi poteva sperare di trovare un modo meno ingessato e formale di avvicinarsi al libro che tanta parte ha nella nostra cultura. Forse per tradurre un’opera che dovrebbe toccare l’esperienza intima delle persone non basta la tecnica, ma è fondamentale entrarci in contatto, anche solo per ribadire, magari, la propria lontananza da quei contenuti. E la sensazione di una traduzione fredda, priva di una qualche forma di rapporto personale, svuota l’opera stessa.

Non toccando più l’esperienza personale di molti fra lettori e autori, la Bibbia diventa un libro di storia (reale o fantastica che sia), e di una storia così complessa che renderla efficacemente con un linguaggio complesso come quello del fumetto richiede uno sforzo che non tutti sono in grado di fare.

 

La Bibbia

Panini Comics

Autori: Michel Dufranne, Jean-Christoph Camus, Dusan Bosic, Damir Zitko, Dalibor Talajic

 Formato: cm 22,8×31,2, 464 pagg., colori, 2 voll.

Jane Austen – micro e macro

Jane Austen Manuela Santoni Becco Giallo

Per citare la frase iniziale della postfazione di Mara Barbuni al volume Jane Austen di Manuela Santoni, edito da BeccoGiallo: «È una verità universalmente riconosciuta che il mondo si divide in due parti: chi ama leggere Jane Austen e chi no (ma proprio no)».

Personalmente sono tra coloro che amano leggere la sua scrittura ironica e arguta, che racconta così tanto dicendo di così poco, ovvero di chiacchiere da salotto, di balli, di pettegolezzi tra vicini e lunghe passeggiate nella campagna britannica. Forse per questo ho apprezzato questa biografia molto essenziale eppure ben ponderata, in cui la figura della scrittrice inglese emerge con grazia per quello che era: una donna che conosceva bene se stessa e i suoi simili. Così bene da dedicare tutta la sua esistenza a sottolineare se stessa raccontando dei suoi simili.

Non vi tedierò raccontandovi la sua vita, è qualcosa che potrete fare facilmente cercando online o su qualche testo, ma proverò, come ha fatto la Santoni, a chiarirvi alcune scelte che si è trovata a compiere e le loro conseguenze. Prima di tutto Jane aveva problemi a riconoscere sé stessa come una tipica donna vittoriana: i lavori femminili a cui era costretta a prodigarsi la annoiavano. Non ambiva a viaggiare, come faceva qualche sua contemporanea, né a crearsi una famiglia per sentirsi realizzata come mamma o casalinga. Voleva leggere, e poi, dopo aver letto a sufficienza, voleva scrivere di quello che conosceva e che, neanche troppo in fondo, amava: il suo mondo.

Jane Austen Manuela Santoni Becco Giallo

Le bastano i libri della biblioteca paterna per visitare culture e pensieri diversi dai suoi, non sente come un’affermazione quella di dividere la vita con un uomo e farsi mantenere da lui (nonostante avesse, e molti, problemi economici). Si sente appagata quando i conoscenti ascoltano le parole che ha scritto e la applaudono, affascinati da quello che il suo ingegno ha saputo creare.

Il grande talento di Jane Austen è quello di guardare con occhi acuti tutto quello che la circonda, il microuniverso di una provincia dello Hampshire, e capire che tutto quello che può trovare all’esterno è già lì: i caratteri che descrive non sono solo realistici, sono pezzi di vero che lei compone come un puzzle per ricreare una realtà più grande.

Un po’ come la siepe di Leopardi permette alla curiosità del poeta di immaginare l’infinito, così la monotona quotidianità di un paese vittoriano apre nella mente di Jane legami con la sorgente profonda dell’essere umano, nelle sue tante sfumature.

Jane Austen Manuela Santoni Becco Giallo

Non importa se nelle trame non ci siano colpi di scena o grandi avventure, perché riesce comunque a parlare di tutto il genere umano, con eleganza e irresistibile intelligenza.

Il volume della Santoni si sofferma volutamente sul suo rifiuto di sposarsi e rielabora quella parte di epistolario (e quindi di importante materiale sulla biografia) che Jane ordina alla sorella Cassandra di bruciare come un tentativo di nascondere ai posteri di una sua sincera passione per un gallese, l’unico che le fa conoscere le sofferenze dell’amore.

Ne emerge così l’immagine di una donna estremamente moderna, che rifiuta di sottostare a convenzioni e trasporti egoistici per la propria arte. Io vi invito a leggere questo volume e l’approfondimento della postfazione citata all’inizio per farvi voi stessi una vostra opinione su di lei.

Tanto più che la lettura scorre piacevole, grazie anche al disegno, minimalista e primitivo, ma efficace ed evocativo.

Minimalista perché l’autrice adotta un disegno quasi infantile, volutamente semplificato in volumi e forme. Gli scenari sono resi con pochi tratti di pennello senza apparente cura, essenziali per dare il senso del panorama o dell’arredamento, mentre molte vignette non hanno affatto il fondo disegnato, restano bianche per far trionfare la figura.

Primitivo invece perché alcune definizioni grafiche, come quelle delle mani di Cassandra e Jane che ricamano, ma non solo, richiamano prepotentemente alla mente i disegni e i quadri di Picasso, soprattutto nella prima fase del Cubismo.

Jane Austen Manuela Santoni Becco Giallo

Una breve e incompleta selezione per spiegare meglio la similitudine con il primitivismo: tre immagini di mani disegnate da Picasso (Guernica e Nudo astratto), con al centro una Jane invecchiata, con mani dalle dita tozze con unghie in evidenza, poco naturalistiche ma molto espressive.

L’edizione è poi molto curata e di pregio, e rende giustizia al significante e al significato all’interno. Consiglio dunque quest’opera anche a coloro che non amano leggere la Austen: un buon modo per entrare nel suo mondo e nella sua mente dalla porta di servizio, ritrovandovi in un luogo pieno di bellezze e meraviglie che vi aiuteranno a comprenderla meglio.

 

Aliens: Defiance #1 – Nessuno può sentirti gridare

Inutile negarlo: il fascino orrorifico delle creature nate dalla mente di Ridley Scott ed H.R. Giger continua a essere eccezionale e accattivante. La saga di Alien non ha mai accennato a frenare in popolarità, nonostante numerosi acciacchi cinematografici.
Gli Xenomorfi sono forme di vita aliene orripilanti e letali, motori di un universo narrativo che dal 1989 ha cominciato a espandersi anche al mondo del fumetto grazie a Dark Horse Comics con la prima serie Outbreak, sequel di Aliens scritto da Mark Verheiden e disegnato da Mark Alan Nelson.

Quest’anno, il nuovo capitolo della serie, Alien: Covenant arriverà sugli schermi dei cinema di tutto il mondo, diretto dallo stesso Scott, come sequel diretto del più recente Prometheus. Approfittando della linfa vitale in popolarità portata dalla pellicola, saldaPress porterà in Italia un consistente pezzo di questo universo a fumetti, distribuendo la sopra citata serie originale del 1989, in un formato deluxe cartonato, il primo capitolo del grosso cross-over Life and Death dedicato a Prometheus e la miniserie Aliens: Defiance.
Aliens Defiance saldaPress
Proprio grazie a saldaPress, Uncanny Comics e Dimensione Fumetto hanno potuto leggere in anteprima il primissimo numero di Defiance, capitolo non-canonico che copre il lasso di tempo trascorso tra il primo incontro tra Sigourney Weaver e gli Xenomorfi in Alien e il suo sequel Aliens.

La serie non esplora i personaggi presentati da Ridley Scott nel suo primo film, bensì si concentra sul mondo attorno a loro, portandoci nei panni di una nuova protagonista e di una storia che si sente più slegata dalla “trama” principale, affrontando tematiche e situazioni molto più vicine a quelle dei sequel Aliens e derivati.
Il ruolo di protagonista principale, nel caso di Aliens: Defiance, tocca alla colonial marine Zula Hendricks, una donna che già dalle prime pagine della serie dimostra di aver vissuto una vita non propriamente facile. Hendricks non conta molti amici tra i suoi colleghi e commilitoni, a causa del suo carattere arcigno e dei suoi problemi fisici che la tengono in disparte e l’hanno relegata a fare da accompagnatrice a un gruppo di sintetici Weyland-Yutani.

Il senso di inadeguatezza e la voglia di riscatto sono i due principali tratti distintivi che subito notiamo facendo la conoscenza di Zula Hendrick; Brian Wood, autore della serie, ne amplifica subito la potenza, costringendo la protagonista alla collaborazione non troppo apprezzata con le intelligenze artificiali sintetiche che le stanno accanto, uomini meccanici programmati per eseguire il loro compito e non parlare troppo.
Paradossalmente, sono loro la forza militare in carico della missione, un disperato tentativo di recuperare il salvabile dal relitto della nave spaziale Europa, caduta in silenzio radio e impossibile da contattare a distanza.

Come da tradizione, nell’universo di Aliens ciò sta spesso a significare la massiccia presenza di Xenomorfi e questo caso non è da meno.
L’atmosfera e la pressione, visualizzate dalle matite di Tristan Jones e dai colori di Dan Jackson, da tese e sul filo del rasoio diventano insostenibili e il primo scontro con la mortale specie aliena si trasforma presto in un vero massacro di muscoli in fibra e parti metalliche, fluidi di carburazione e lubrificanti, con l’intero plotone di sintetici in balia degli Xenomorfi. Aliens Defiance saldaPress

L’inizio della storia diventa subito raccapricciante e mette in chiaro che le forme di vita “intelligenti” umane e robotiche sono carne da macello e prede designate di una forza inarrestabile, spostando immediatamente gli equilibri in gioco e mettendo un bersaglio sulla schiena di Hendricks e di Davis One, uno dei pochi Sintetici sopravvissuti.

Evitando di addentrarci troppo nella trama di questi primi due episodi contenuti nel #1 della nuova serie saldaPress in uscita il 7 aprile, Aliens: Defiance mette in mostra non solo l’abilità di un ormai veterano Brian Wood, capace di ambientarsi e adattarsi a qualsiasi proprietà intellettuale, ma anche la potenza e la capacità di reinventarsi autonomamente di questo universo narrativo. Le scelte dei protagonisti, il loro essere diversi e le loro difficoltà sono centrali tanto quanto la morte e il senso di viscido e terrificante pericolo che incutono gli Xenomorfi.

Zula Hendricks risulta una scelta più che azzeccata come protagonista: molto diversa, ma anche vago ricordo di Ellen Ripley, la sua storia pregressa risulta uno degli elementi più interessanti di questo primo numero, che accenna soltanto a una vita passata sotto un rigido addestramento, bruscamente interrotta da un evento andato tragicamente storto. Avere una donna di colore al centro della storia permette anche a Brian Wood di poter creare un sottile parallelo con il “mondo reale”, affrontando le difficoltà nel guadagnare rispetto e stima per le donne negli eserciti di tutto il mondo.

È importante anche sottolineare il feeling istintivo e naturale che si incontra in queste primissime pagine, un senso di familiarità e atmosfera unici che il team artistico Tristan Jones e Dan Jackson traspone perfettamente su carta. L’horror spaziale e claustrofobico che contraddistingue l’intero brand è vivido, oscuro e dannatamente spaventoso, tra le luci soffuse e intermittenti dei pannelli di controllo e i flare rossastri lanciati nel buio, il venefico e verdastro liquido che scorre dalle bocche degli Xenomorfi e il pallore grigiastro dei sintetici Weyland-Yutani; ogni elemento si incastra perfettamente nell’immagine mentale che Ridley Scott e i suoi collaboratori hanno voluto imporre alla saga, creando un’esperienza a fumetti che potrebbe dare una lezione ad alcuni, più che mediocri, sequel al cinema dell’originale Alien.

L’operazione iniziata da saldaPress non può che essere premiata, quanto meno per provare a dare spazio in Italia a una linea a fumetti estremamente ricca di storie, dalle più bizzarre alle più tradizionali, sempre nel nome della paura e delle profondità del cosmo, chiusi tra mura di metallo e cacciati da un mostro insaziabile e disgustoso. Uno stacco netto dall’orrore tradizionale e un momento in più per dar luce a quello fantascientifico, in grado di amplificare la nostra innata paura del buio e dell’ignoto.
Se non l’avete mai fatto finora, recuperate i primi due capitoli cinematografici della saga, AlienAliens, fiondandovi successivamente su questa nuova e inquietante esperienza cartacea, dove nessuno può sentirvi gridare.

Aliens Defiance saldaPress

E.S.P. Attenti! Sono un esper! – Una recensione coi poteri

Copertina di "E.S.P. Attenti! Sono un esper!" di Kiminori Wakasugi.Spesso mi trovo a pensare come fino a pochi anni fa il mondo del fumetto giapponese in Italia non fosse così radicato, tanto che l’offerta stentava a essere anche lontanamente simile a quella del paese di origine. Noi ragazzi sbavavamo letteralmente al solo pensiero di poter leggere le storie conosciute attraverso i cartoni in TV, azzardo che le case editrici italiche non erano disponibili a sostenere.

Oggi però le cose sono cambiate, in meglio o in peggio… non è di certo questa la sede opportuna per parlarne, ma sta di fatto che se non ci fosse la richiesta attuale molti manga ci sarebbero ancora preclusi.

Kiminori Wakasugi non è di certo uno degli autori più blasonati, forse nemmeno in patria. Il suo Detroit Metal City l’ha fatto però conoscere al di fuori dei confini giapponesi: il tratto semplice, ma caricaturale e comunicativo, la struttura narrativa fuori dai canoni sono ben lontani dal solito manga di successo in Occidente, caratteristica che se da un lato è suggestiva, allo stesso modo è realmente penalizzante in una visione ottusamente e unicamente economica.

Per fortuna però, noi lettori avidi di novità, abbiamo la possibilità di leggere l’ultimo lavoro del Maestro: E.S.P. Attenti! Sono un esper!

Ci troviamo in Giappone, prefettura di Oita. Yoshiro Kamogawa è un liceale non alla moda, non famoso fra i coetanei, non disinvolto con le ragazze, ma con un potere: la telepatia, ovvero la lettura del pensiero altrui. Yoshiro è un esper!

Tavola di "E.S.P. Attenti! Sono un esper!" di Kiminori Wakasugi.Wakasugi inizia a tessere le trame della storia col suo canonico stile: un misto fra il grottesco, la commedia scolastica e la sessualità, dipingendo personaggi e situazioni tipiche della propria divertente dinamica comunicativa. Andando avanti con la lettura, avanzando nei vari capitoli dei cinque volumi a oggi usciti, l’atmosfera prende una piega insolita. L’attenzione del lettore si sposta dagli elementi tipici di una storia adolescenziale a una più simile a un thriller. Il tratto dell’autore sembra acquisire maggior coerenza con i temi trattati: le linee rotonde e prive di campiture, adatte per temi leggeri, sono sostituite pian piano da volti corrugati e dettagli spigolosi, enfatizzati dal gioco dei chiaroscuri dato dall’uso dei retini.

La storia acquista una trama dai toni molto forti, con un passaggio repentino, ma magistralmente architettato tanto da pensare che sia un trucco dell’autore, un tranello destabilizzante. Non è così: Wakasugi ha completamente cambiato registro con quest’opera mostrandoci come sappia muoversi con disinvoltura attraversando più generi narrativi, seppur mantenendo di base i propri stilemi.

Inaspettatamente ci si rende conto di stare leggendo un prodotto nuovo, che non ci si aspettava. L’occhio cade su un dettaglio della copertina fino ad allora rimasto accantonato: “consigliato a un pubblico adulto”.

Ecco cosa c’è di buono, cosa c’è di meglio oggi rispetto a ieri: le case editrici, in questo caso la Goen, sanno di avere un pubblico adulto, naturalmente acculturato e disposto a conoscere e apprezzare nuovi canoni di comunicazione.

Il triplo spazio significante di Neon Genesis Evangelion

Il seguente articolo è stato scritto per il volume Evangelion Impact, dal nome dell’omonima mostra che raccoglie opere di alcuni tra i migliori artisti italiani influenzati da Neon Genesis Evangelion, arricchito da interventi di esperti di animazione nipponica e appassionati della saga.

Dimensione Fumetto ringrazia per la disponibilità Ivan Ricci che ha ideato e curato mostra e volume, l’Associazione Culturale EVA IMPACT per la promozione di Evangelion Impact, e Distopia Evangelion per i redazionali e l’editing.


Secondo gli antropologi, la prima arte sviluppata dall’Homo sapiens è stata l’Architettura: subito dopo i bisogni primari di nutrizione, respirazione e riproduzione, che gli animali possono svolgere con il loro corpo, c’è il bisogno di ripararsi dalle intemperie per evitare la morte. In effetti quasi tutti gli animali si scelgono, scavano o costruiscono la tana e quindi fanno Architettura, solo alcuni sono sensibili al ritmo e quindi fanno Musica, meno ancora producono oggetti e quindi fanno Scultura, e solo rarissimi esemplari di pochissime specie hanno un intuito visivo e quindi fanno Pittura. L’unione di queste quattro arti base, poi, è solo dell’uomo.

Frontespizio della seconda edizione di "Saggio sull'architettura" di Marc-Antoine Laugier.

La “capanna rustica” è un concetto di teoria dell’Architettura formulato a metà del XVIII secolo dall’abate francese Marc-Antoine Laugier che illustra il legame fondamentale fra la natura e l’uomo, espresso nell’atto del costruire.

Ecco quindi che l’Architettura, ovvero la gestione dello spazio a tutti i livelli (dal disporre le posate nel cassetto al costruire un grattacielo), riguarda intimamente l’intera specie umana: lo sanno molto bene i più grandi artisti di qualunque campo, che organizzano spazialmente le loro opere soprattutto quando vogliono parlare degli aspetti più profondi dell’uomo. Da questo punto di vista uno dei massimi vertici è stato raggiunto dal regista Alfred Hitchcok, che nel suo film Psycho organizza l’intero set in maniera spazialmente significativa, e in particolare nella casa di Norman Bates divide le stanze con un significato psicanalitico, dandone una grandissima e ricca alla madre/super-io, una piccola e spoglia a Norman/io, e nascondendo i segreti nella sporca cantina/inconscio. Anche questa è Architettura.

Casa Bates in "Psycho" di Alfred Hitchcock.

La casa dei Bates in Psycho di Alfred Hitchcock, con la madre di Norman alla finestra.

Spazi reali, spazi irreali

Probabilmente Hideaki Anno è un ammiratore di Hitchcock, o quantomeno ne ha colto l’insuperabile lezione, dato che anche nelle sue opere l’organizzazione dello spazio gioca un ruolo di primaria importanza narrativa dentro e fuori i personaggi. Quelli di Anno non sono sfondini, ma luoghi allegorici collegati all’interiorità dei personaggi.

Se in Punta al Top! GunBuster la scuola era ancora una scuola standard, l’astronave un’astronave standard e il robot un robot standard, nell’ultimo episodio la superficie di Giove, la doppia cabina dei piloti e la Terra sono elementi estremamente carichi di senso in sé stessi, al di là di come sono usati e delle battute dei personaggi: i luoghi sono essi stessi personaggi.

In Nadia – Il mistero della pietra azzurra il discorso si estremizza e Anno divide lo spazio in luoghi comuni della quotidianità, come Parigi, il mare o l’isola, luminosi e diurni, e luoghi speciali del sogno, come l’aviorimessa di Jean, la cabina di Nemo o la sala delle colonne di Atlantide: accessibili solo a poche persone, spesso oscuri o notturni, fuori dalla normalità.

Ne Le situazioni di Lui & Lei i luoghi sono palcoscenici e i personaggi sono attori che cambiano maschera in base a dove si trovano: Yukino Miyazawa e Soichiro Arima hanno ruoli, battute e atteggiamenti diversi non in base alla trama, ma in base al luogo dove si trovano.

In Shin Godzilla sia i luoghi attraversati dal mostro sia quelli attraversati dagli uomini hanno un valore metaforico, come il Museo della Scienza nel finale che riprende uno dei grandi temi di Miyazaki prima e Anno poi: la scienza come soluzione e insieme causa dei problemi.

Stazione di Tokyo e grattacieli di Marunouchi.

La Stazione di Tokyo con i grattacieli del quartiere Marunouchi, dove si svolge la scena finale di Shin Godzilla. I lavori di restauro conclusi nel 2012 hanno restituito all’edificio le cupole dei padiglioni laterali, distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e in seguito sostituite da anonime tettoie.

Il massimo valore spaziale raggiunto da Anno è però, ovviamente, quello di Neon Genesis Evangelion. Il mondo in cui si muovono i personaggi è estremamente complesso ed è coinvolto attivamente nella storia. In pratica, raccontare i luoghi di Neon Genesis Evangelion corrisponde in tutto e per tutto a raccontarne la trama, i personaggi e le loro psicologie, e nella stessa maniera psicanalitica di Hitchcock: luoghi del super-io, dell’io, dell’inconscio.

I luoghi della storia

Nonostante nei fatti vengano mostrati solo il Giappone e il Polo Sud, dove nel 2000 pare ci sia stato un qualche disastro ambientale, dai discorsi dei personaggi si evince che esistono anche la Germania, gli Stati Uniti d’America e in generale il resto del mondo, connesso attraverso una rete politica, militare e spionistica che ha un suo vertice nella NERV, l’ente preposto all’eliminazione di creature forse aliene forse no dette Angeli.

La NERV è collocata all’interno di un geofront, ovvero un’enorme grotta sotterranea artificiale sferica quasi interamente riempita di terra dal fondo in su: nello spazio residuo si trovano le strutture dell’ente, ovvero degli edifici fra i boschi intorno a un grande lago. Nella parte interrata, dall’edificio principale della NERV parte un lungo tunnel verticale che scende in profondità fino a una cripta in cui è conservata una creatura misteriosa, che è l’obiettivo a cui puntano tutti gli altri Angeli per ricongiungercisi. La crosta terrestre sopra la grotta sotterranea è artificiale e composta da 22 lastre rinforzate protettive, sopra cui è adagiata una città chiamata Neo Tokyo 3 (la prima Tokyo è andata distrutta nel disastro del 2000, la capitale Tokyo 2 è in un luogo sicuro fra le montagne) e composta da edifici in parte veri e in parte no: all’arrivo di un Angelo i primi vengono retratti sottoterra per proteggerli, mentre i secondi sono cavi e ospitano armi e oggetti vari per delle creature forse aliene forse no dette Evangelion, prodotte dalla NERV a scopo difensivo contro gli Angeli e gestite tramite supercomputer nella sala di comando.

I combattimenti fra Evangelion e Angeli possono produrre forti danni a Neo Tokyo 3 e aree limitrofe, fino a cambiarne orografia e idrografia in caso di attacchi insistenti o violenti.

Il geofront di "Neon Genesis Evangelion".

Panorama all’interno del geofront. Sotto c’è la sede della NERV immersa in un ameno paesaggio, sopra gli edifici di Neo Tokyo 3 pendono dal tetto/suolo su cui sono praticate delle aperture che consentono l’ingresso della luce solare. Gli edifici sottosopra sono la palese ispirazione per il castello di Dios di Utena la fillette révolutionnaire, di due anni successivo a Neon Genesis Evangelion, e la parete della grotta dipinta d’azzurro cielo precede di tre anni il film The Truman Show, giusto per citare le influenze più immediate ed evidenti.

I luoghi dei personaggi

Alla trama della storia se ne affianca un’altra, parallela, che riguarda i personaggi, e anche questa è riassumibile con i luoghi.

Gendo siede in uffici bui dove complotta piani misteriosi per i quali ha bisogno del figlio Shinji, che arriva alla NERV dove inizia a pilotare un Evangelion, ma si ritrova prima all’ospedale e poi a casa della sua superiore che lo ospita con l’altra pilota Asuka, con cui va a scuola insieme all’altra collega Rei, la quale abita in una squallida zona residenziale. Quando non sono a scuola, i ragazzi sono alla NERV a pilotare gli Evangelion all’interno di una cabina posta nella loro nuca, sotto l’armatura di metallo che ricopre il corpo organico e dà loro l’aspetto di robot giganti: la cabina è una capsula piena di liquido, che la fa sembrare una placenta e spinge i piloti a entrare in rapporto con sé stessi.

Un o-furo, vasca da bagno giapponese.

Un o-furo, cioè la tipica vasca da bagno della casa giapponese. Poiché l’edilizia nipponica si basa su misure standard (quelle del tatami e suoi sottomoduli shaku da 30,3 cm), anche la vasca da bagno è di dimensione standard e solitamente molto compatta, a volte lunga meno di un metro costringendo chi ci entra a sedersi con le gambe piegate. Inoltre, è estremamente comune usare sali da bagno termali colorati e profumati, come in questo caso. Uno spazio limitato, in cui si sta seduti, in acqua calda, gialla, odorosa, da soli, a pensare: le similitudini con la capsula Entry Plug e il liquido LCL sono evidenti.

I luoghi dell’anima

Tutti questi luoghi sono entrati nel mito assoluto dei fan della serie, e molti altri ancora: il campo dei cocomeri, l’ascensore, la piattaforma della stazione, il cimitero, e poi quelli introdotti nella nuova quadrilogia cinematografica come il centro marino, le bare sulla Luna o le rovine della NERV con il pianoforte. Ci sono poi i luoghi reali: Tokyo ridotta a un cumulo di rovine sottomarine, Odawara trasformata nel porto di Neo Yokosuka, e soprattutto Hakone, la zona vulcanica nel Giappone centrale dov’è collocata Neo Tokyo 3 e sulle cui colline si svolgono i combattimenti fra Evangelion e Angeli. Ancora di più, ci sono luoghi di transizione che sono irrilevanti per la trama, ma di fondamentale importanza per i personaggi: il treno su cui scappa Shinji, i campi di fiori, i pali della luce, gli spogliatoi, la sala ristoro coi distributori automatici, il bar della NERV, e poi tutti quei luoghi più mentali che fisici come la camera della madre di Asuka o l’ombra del dodicesimo Angelo.

Buona parte della potenza di Neon Genesis Evangelion sta nella straordinaria iconicità dei suoi spazi, muti eppure così espliciti da essere quasi prolissi: la tendina di Rei con i miseri averi che contiene (scatoloni, medicine, una lampada) è da sola sufficiente a spiegare e raccontare il personaggio molto più di quanto si potrebbe fare con le parole.

Fotogrammi fotografici dall'episodio 26 di "Neon Genesis Evangelion".

Le famose 18 fotografie dell’episodio 26 di Neon Genesis Evangelion. Per illustrare il dialogo/flusso di coscienza in cui Shinji denuncia il suo dramma interiore, Hideaki Anno usa foto di luoghi reali che sono anche luoghi mentali. Regioni solitarie, posti abbandonati, spazi della quotidianità, aree di lavori in corso, zone deturpate: i luoghi dell’anima.

Spazi orientati, spazi orientali

Vale la pena di specificare che mentre nelle lingue occidentali la parola “spazio” deriva etimologicamente dal latino spacium composto dal fonema mediterraneo spa (“andare verso, allargarsi”) e da pàndere (“aperto”), e quindi presuppone che ci sia qualcuno o qualcosa che si espande, in Oriente invece la parola che si usa è 空間 (in giapponese si legge kuukan), ovvero letteralmente “intervallo di vuoto”, che non implica la presenza di niente ed esiste a prescindere che qualcuno lo attraversi o meno.

Neon Genesis Evangelion è pieno di “intervalli di vuoto”. Alcuni sono metaforici: c’è un intervallo di vuoto fra Gendo e il figlio abbandonato, un intervallo di vuoto fra Shinji e i soffitti sconosciuti, un intervallo di vuoto fra Rei e tutto quel che la circonda, un intervallo di vuoto fra l’immagine di Asuka e la sua interiorità, un intervallo di vuoto sulla soglia della casa di Misato. Alcuni intervalli sono fisici e sono i salti di scala fra una grandezza e l’altra in un sistema di scatole cinesi: nel mondo c’è una città dentro cui c’è una grotta dentro cui c’è una base militare dentro cui c’è un robot dentro cui c’è un essere dentro cui c’è una capsula dentro cui c’è un ragazzo dentro cui c’è il suo cuore, e il grandissimo mondo e il piccolissimo cuore sono connessi così che il cuore da solo è in grado di salvare o distruggere il (proprio) mondo.

Infine, tutti questi spazi multidimensionali (città-NERV-cripta sull’asse verticale, posti storici e significativi sul piano orizzontale, matrioska di luoghi concentrici sul cuore del pilota), già molto complessi così, sono disposti a loro volta secondo un’organizzazione spaziale tipicamente giapponese. Le residenze nobiliari del periodo Heian, 1000 anni fa, erano costruite secondo lo stile shindenzukuri in cui il palazzo centrale, severo e squadrato, era circondato da edifici minori e in contrasto con il giardino vivace e dalle forme morbide. La sede della NERV è costruita proprio così, con una piramide nera in mezzo, edifici minori a fianco, e un lussureggiante bosco con lago tondeggiante tutt’intorno.

Confronto fra l'architettura shindenzukuri e quella di "Neon Genesis Evangelion".

Sopra: la celebre e perduta villa Higashi Sanjoudono a Kyoto rappresentava l’esempio più perfetto di shindenzukuri. Contornata da un muro/confine del mondo, l’area era composta da un palazzo centrale di forma razionale collegato alle sue dépendance da vari corridoi aperti e chiusi. Per contrasto, il lago e il bosco erano di forme organiche solo apparentemente casuali. Al centro: un’ala del Palazzo Imperiale di Kyoto si affaccia su un giardino; notare come la proporzione fra gli elementi è studiata alla perfezione per costruire immagini armoniche secondo direttrici diagonali, dalla veranda alla progressione di alberi e dal tetto alla spiaggetta. Esattamente la stessa composizione si ripete nel geofront (sotto), anche questo segnato da linee diagonali sia dell’ambiente sia degli edifici stessi, come nell’iconica piramide.

In un mondo in cui vengono messe in scena le più primitive e intime paranoie umane, il regista Hideaki Anno decide di descriverle attraverso la più primitiva e intima delle arti, ovvero l’Architettura prima ancora di musica, immagini e parole, immaginando una città/super-io, una grotta/io e una capsula/inconscio. È una scelta di grande impatto, perché dà allo spettatore la possibilità di sentirsi circondato dalla storia sempre: ogni volta che ci si trova davanti a uno skyline urbano al tramonto, su un lago al chiaro di Luna, o da soli su un treno, si è di nuovo dentro Neon Genesis Evangelion, uno spazio che è entrato nel cuore.

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