Monthly Archives: aprile 2017

Quartieri Lontani… E si torna bambini

Jiro Taniguchi Quartieri lontani

Il maestro Jiro Taniguchi se ne è andato. Ci lascia un’eredità immensa e talmente tante opere che sceglierne una ed elevarla a propria preferita sarebbe un’impresa alquanto ardua.

Dopo aver riletto Uno zoo di inverno mi sentivo particolarmente propenso a voler recensire questo lavoro, ma critica e pubblico hanno ritenuto (e il pubblico ha sempre ragione) che forse la sua opera migliore potrebbe essere Quartieri Lontani (recentemente ristampato in una nuova edizione dalla Coconino Press). Pertanto di questo specifico lavoro andremo a occuparci con questa recensione, con la speranza che coloro i quali non si sono mai imbattuti in un’opera del Maestro possano presto approcciare alla sua arte, fatta di illustrazioni superbe e storie sature di iconografia e poesia.

La storia ha inizio nel momento in cui Hiroshi Nakahara, adulto sulla quarantina con famiglia a carico e tendenzialmente proclive all’assunzione di alcool, si trova a dover prendere il treno per tornare da lavoro ma, accidentalmente, si imbatte sul mezzo sbagliato e, non assumendo mai piena contezza del come, si ritrova nel suo paese di origine. Appena giunto in situ il nostro protagonista visita la tomba della madre e di lì (non vi rivelo troppi dettagli poiché il rischio spoiler è altissimo) ripercorre (ma ancora non vi rivelo come e perché) la sua infanzia trovandosi da adulto nel suo corpo di ragazzo e dovendo affrontare l’adolescenza con una nuova mentalità e con nuove prospettive.

L’idea è semplice ma geniale. C’è tutto, da un’accurata indagine introspettiva dei singoli personaggi a una piena disamina della psiche di ciascuno di loro. Il protagonista viene mostrato in tutte le sue debolezze, fragilità e vizi che sono propri di un uomo adulto ma non pienamente soddisfatto della sua vita, che affoga sovente la sua frustrazione nell’alcool ma al quale, per ragioni che vi lascio scoprire, è affidata una seconda possibilità. La possibilità di intraprendere un nuovo percorso, di rivivere le emozioni affrontate da ragazzo e ripercorrerle, questa volta da uomo maturo (almeno nella mente), cercando di evitare quegli errori che l’ingenuità e la fanciullezza in passato avevano determinato. Si innamora, riscopre vecchi amici mostrandosi loro in una veste inedita e…

Jiro Taniguchi Quartieri lontani

Credo di avervi detto fin troppo della trama, sarebbe bene che, armati del vostro portamonete, vi rechiate in fumetteria ad acquistare una graphic novel sicuramente meritevole di attenzione.

E ora la nota che a noi appassionati di fumetti interessa di più: il comparto grafico. Sebbene sia un lettore attento mi sento un po’ in imbarazzo a commentare la qualità grafica dei lavori di Taniguchi, sarebbe come se un pianista alle prime armi si permettesse di criticare o giudicare la produzione di Mozart. Lo stile di Taniguchi è piuttosto tradizionale e attinente con quello che è il trend dell’illustrazione nipponica.

Quel che sorprende è la cura maniacale per i dettagli (capita spesso soprattutto nei manga di vedere illustrazioni accurate, a meno che non si parli di shonen e in tal caso il discorso si pone in una prospettiva diversa) ma credo che Taniguchi sorprenda soprattutto per i suoi soggetti e per la poesia sottesa ai suoi lavori più che per il disegno la cui qualità è, e rimane, indubbiamente altissima.

I disegni sono pregevoli e ricchi di dettagli, le tavole sono cariche ma non troppo da risultare vistosamente barocche, ciò non di meno quello che colpisce è ovviamente altro… La magia di Taniguchi va scoperta e io vi ho rivelato fin troppo, vi basti sapere che il volume oggi è facilmente reperibile a un prezzo accessibile e comunque modesto in proporzione alla qualità eccelsa dell’opera. Ancora qui? Correte a leggerlo!

GUARDIANS OF THE GALAXY VOL.2 – LA RECENSIONE.

Adattare fedelmente e reinventare al cinema un gruppo di fuorilegge cosmici è complicato. Rivitalizzare e “popolarizzare” un team di eroi amati dalla nicchia ancora di più. Tirarne fuori un sequel in grado di superare il primo capitolo è ancora più difficile.
Ma Guardians Of The Galaxy Vol.2 ci riesce alla perfezione.

Il lavoro compiuto da James Gunn si presenta a noi dopo un primo capitolo in grado di conquistare l’attenzione del pubblico con la sola potenza dello stile. Una storia semplice ma efficace, un gruppo di sfigati cosmici ma carismatici, tantissima musica e tanta inventiva nella presentazione di questi elementi.

Guardians Of The Galaxy Vol.2  decide quindi di riparare ai “difetti” imputati al primo capitolo: il mancato approfondimento della psicologia dei protagonisti, una storia più solida e più complessa, un antagonista decisamente più minaccioso del graficamente intrigante ma vuoto in personalità Ronan l’Accusatore.

La pellicola comincia sulle note di Mr. Blue Sky degli Electric Light Orchestra, parte dell’Awesome Mix Vol.2 che accompagnerà lo spettatore con le meravigliose note musicali che hanno affollato l’immaginario collettivo tra gli anni ’70 ed ’80.

Come nel primo capitolo, tutto si fonde meravigliosamente, non distorcendo mai l’atmosfera leggera e insitamente cazzara (perdonate il francesismo) del film e del gruppo, donando ulteriore personalità a scene d’azione che, già solo visivamente, meritano di essere vissute al loro meglio.

Ironico notare come Gunn si elevi al di fuori delle diatribe internettiane tra amanti cinematografici dell’Universo DC e fedeli dell’Universo Marvel, in guerra costante su chi possa mostrare più carattere basandosi esclusivamente sulla vasta gamma di colori dei loro film preferiti, discutendo come se il Technicolor fosse invenzione recente.

Ciò che stupisce di Guardians Of The Galaxy Vol.2 è l’esperienza completa, la fusione di una fotografia mai banale e di una scelta cromatica che non si pone limiti, mostrando il cosmo e la Galassia Marvel in tutto il suo fulgido splendore.

Per farla breve e risolvere le “cose facili”…sì, Guardians Of The Galaxy Vol.2 è un Bel Film, di quelli che soddisfano.

Tecnicismi a parte, il film parte subito presentandoci il gruppo come l’avevamo lasciato: ancora alle prese con mostri cosmici e razze aliene parecchio suscettibili. In questa occasione possiamo conoscere i Sovereign, guidati dalla aurea ma frigida (ma lo sarà per davvero? *occhiolino*Ayesha. Non ci vorrà molto affinché i nostri protagonisti si caccino subito in grossi guai, provocando un inseguimento tra campi di asteroidi che inizia a premere sull’acceleratore della pellicola e permette al pubblico di conoscere Mantis ed Ego.

La prima è un volto conosciuto ai lettori della lunga saga di Dan Abnett & Andy Lanning, il secondo è un pezzo decisamente grosso della cosmologia Marvel…talmente grosso da essere, effettivamente, un Pianeta Vivente.
Il ruolo di Ego, come già anticipato da Gunn in lunghe interviste prima dell’uscita del film, è il punto focale della pellicola: padre galattico di Star-Lord, il personaggio interpretato da Kurt Russell viene dipinto sotto una strana luce, una sorta di figlio dei fiori spaziale che vuole mettere la testa a posto e risolvere le questioni in sospeso col figlio.

La presentazione di questa nuova relazione per Peter Quill permette a Gunn di introdurre i temi ricorrenti della pellicola, come la ricerca delle origini e del senso d’appartenenza, la ricostruzione del legame famigliare.
Questo tipo di narrazione si espande poi al gruppo in sé, che più volte si ritrova a discutere della sua disfunzionalità, e a due personaggi che lo stesso regista ed autore aveva promesso di esplorare in questo seguito, NebulaYondu.

Se nel primo capitolo di Guardians Of The Galaxy questi due personaggi risultavano antagonisti o, comunque, poco inclini a sopportare le scorribande dei Guardiani della Galassia, i loro personali archi narrativi subiscono una brusca impennata verso l’alto; a loro viene dedicato molto più tempo e molte più linee di dialogo, permettendo di addentrarsi nella psicologia di due bad guys che già intuivamo avrebbero giocato un grosso ruolo in questo sequel.

Di riflesso, insieme a Yondu e Nebula ogni singolo membro del gruppo, eccezion fatta forse per il piccolo Groot, ha il suo momento di crescita personale.

Drax continua ad essere fonte di comedy paradossale e spesso volontariamente fuori tempo: Dave Bautista dimostra di sapersi divertire dietro la tosta corazza verde del fu Distruttore a fumetti ed il suo rapporto con Mantis è uno dei punti più esilaranti del film.

Nella prima pellicola era uno dei personaggi più criticati, più esposti ad una sceneggiatura che in fondo non aveva bisogno di approfondire troppo i protagonisti, ma Gamora, interpretata da Zoe Saldana, esce fuori da Guardians Of The Galaxy Vol.2 come uno dei personaggi più approfonditi e migliorati caratterialmente. Il confronto con Nebula permetterà ad entrambe di maturare oltre il loro mortale retaggio, merito di papà Thanos, cercando di ritrovare una sintonia che sembrava perduta per sempre.

Senza fermarci troppo su Ego e Star-Lord, che si confrontano più volte sugli eventi che li hanno costretti a separarsi ed approfondiscono la natura cosmica della loro essenza stessa, Rocket Raccoon e Yondu mostrano parecchie affinità, a volte persino imboccate allo spettatore, non risultando comunque fastidiose. Il parallelo tra questi due bastardi patentati occupa una buona parte del film, tra la parte centrale ed il climax, permettendo al peloso pilota della Milano, la navetta dei Guardiani della Galassia, di scoprire nuovi angoli ed aspetti della sua personalità.

Il piccolo Baby Groot è semplicemente la creatura più tenera e coccolosa che l’universo abbia mai potuto generare. Non posso neanche immaginare il livello di merchandising che MarvelDisney tireranno fuori dal piccolo Rametto. Ogni scena in cui è presente costringerà ogni ragazza in sala a lasciarsi andare in «Awwww» di tenerezza e gli uomini a convivere con l’irresistibile tentazione di possederne uno tutto per sé, per sentirsi un po’ Rocket e un po’ Ravager dentro.

Il ritmo di Guardians Of The Galaxy Vol.2, come già detto, è scandito dalla musica che accompagna ogni scena, spaziando da George Harrison a Sam Cooke, dai Looking Glass ai Silver. Tuttavia non é perfettamente ritmato, in quanto mi sono ritrovato a voler avere il telecomando e il pulsante fast-forward quando mi sono ritrovato davanti, inaspettatamente, uno spiegone di grosse dimensioni, proprio al centro del film.

Questo è praticamente un mio voler essere ad ogni costo pignolo, dato che il film non annoia in ogni caso e trascina in ogni occasione lo spettatore con sé…per amore della sana critica, è dover sottolineare questo microscopico puntino in un mare di bellezza.

Perché sì, Guardians Of The Galaxy Vol.2 è un film splendido: sotto ogni punto di vista, il film riesce ad essere commovente e sardonico, cinico e toccante, volgare e romantico. Racchiude tanti elementi della comicità tradizionale di James Gunn così come riesce ad esporre i suoi momenti più intimi e personali, mostrando il cuore dei personaggi, che qualcuno, dopo aver visto il primo film, accusava di essere unicamente delle sagome.

Prese da sole, le scene d’azione, la sequenza iniziale ed il climax del film compongono una scala meravigliosa di creatività ed ingegno, trovate assurde che strappano un sorriso e mostrano come si possa imprimere personalità e visione d’autore ad una proprietà intellettuale così particolare. 
Ogni singolo elemento viene presentato con stile ed allo stile viene abbinata una sostanza che soddisfa e lascia sazi, con ancora spazio per il dolce.
Continuando in questa bislacca metafora, il dolce è tutto quello che non posso raccontare.

L’intera storia di Yondu ed i suoi Ravagers.
I cameo.
Le scene dopo i titoli di coda.
L’espansione della Galassia Marvel.

Se siete fan di lunga data, se avete un minimo di conoscenza dell’Universo Marvel, Guardians Of The Galaxy Vol.2 vi stuzzicherá oltre i limiti della legalitá, facendovi dimenticare del fatto che dovremo aspettare del tempo prima di poter vedere il Terzo Volume di questa saga stellare.

Di film così, nel mondo dei cinefumetti, ce ne vorrebbero ogni volta di più.
Fortunatamente, di James Gunn ce ne è uno solo.

La guardia dei topi: Petersen colpisce ancora

Lo ammetto: sono di parte.

Sono innamorato di questo mondo che, con un paragone forse un po’ irriverente, fa pensare a quello di Tolkien. Partito da una storia per bambini, si dimostra sempre più adulto, complesso e interessante.

I topi sono un po’ come gli hobbit: apparentemente piccoli e indifesi, ma scaltri e uniti.

E come negli hobbit, c’è in loro assai più di quanto colpisca la vista.

E come agli hobbit piace raccontare e farsi raccontare storie. Già nei due volumi delle Leggende c’erano raccolte di storie, ma lasciate nelle mani di altri autori. In quel caso si trattava di raccontare la storia migliore per vedersi abbonato il debito nella locanda di June, ma con un sottile gusto per ascoltare storie e mettere alla prova chi le racconta.

Stavolta è Petersen stesso a raccogliere delle storie, che, diversamente dalle Leggende, vedono come protagonisti gli stessi topi della Guardia che abbiamo incontrato nelle storie principali della saga. Lo spiega lo stesso autore nella prefazione: creare una storia che sappia accogliere nuovi lettori e continui ad appassionare i vecchi fan non è impresa da facili equilibrismi.

Perciò in queste storie i topi della Guardia che abbiamo conosciuto in precedenza sono giovani e in cerca di ispirazioni e stimoli per le loro avventure future.

Così alla fine di ogni storia c’è una morale, che poi i topi adulti incarneranno, una volta entrati nella Guardia: per Kenzie ne Il saggio tessitore la domanda «sono dunque le idee più affilate di una lama?», per Saxon in Baldwin il prode il motto «il male prevarrà se il topo buono nulla farà» o per Rand che si fa ispirare dal trio della Scure.

Sei storie brevi, di cui una storia della buonanotte per la figlia di Gwendolin e Saxon, che quindi segue temporalmente tutte le storie raccontate finora. Tutte e sei con lo spirito e la firma di Petersen che le dedica a coloro a cui piace farsi raccontare storie. Quattro di queste sono state create per il Free Comic Book Day, di cui una già presentata anche dalla casa editrice Panini nel primo Free Comic Book Day italiano a dicembre 2016. E anche se fosse una operazione poco più che commerciale, il livello delle storie e dei disegni meriterebbe comunque una menzione.

Da una parte è un buon punto di partenza (anche se forse un po’ caro, 12 € per meno di 70 pagine di fumetto) per chi non conosce il mondo di Petersen, dall’altra è un piacevole intervallo in attesa di una delle nuove avventure della Guardia.

Ancora una volta le storie sono perfettamente ambientate sia spazialmente (ogni racconto ha la sua sede di svolgimento, che si può ritrovare nella mappa a pagina 70) che temporalmente, e in appena otto pagine sono complete, come una fiaba.

Per questo sono perfette per essere lette e raccontate, anche ai bambini, magari proprio per avvicinarli alla Nona Arte.

Se poi invece di raccontarle, volete farvele raccontare dallo stesso autore (ma dovete conoscere l’inglese…) potete trovare tutte le storie su Youtube.

Se invece vi piacciono i disegni eleganti e dettagliati nei particolari e vi emoziona il fruscio della carta e l’odore della stampa, leggetelo da soli, prendetevi il tempo necessario per trovare citazioni e dettagli, per apprezzare la poesia e il tratto.

E allora mi saprete dire se è giusto o no che io sia di parte…

La guardia dei topi – Baldwin il prode e altre storie

David Petersen
72 pagine
Formato 20.3 x 20.3
Brossurato
12 €

Fuggire, di Guy Delisle – una recensione umana

Fuggire, di Guy Delisle, pubblicato in Italia dalla Rizzoli Lizard, è molte cose. È una narrazione biografica, è un topos letterario, è una riflessione su come sia possibile narrare la noia (e solo il fumetto può farlo così bene); ma per chi scrive è soprattutto il racconto dell’eroismo delle persone reali.

Fuggire

 

Cristophe André è una di quelle persone che va in giro per il mondo ad aiutare gli altri. Non so se a voi sembra poco. Durante una delle sue missioni per Medici Senza Frontiere, l’associazione di medici-eroi che ha deciso che le cure mediche vanno portate soprattutto lì dove la gente non ne ha, Cristophe viene rapito dalle stesse persone che voleva aiutare. Fuggire è la sua storia, raccolta e trasformata in fumetto da Guy Delisle, l’autore canadese che in Italia è maggiormente noto per la sua narrazione della dittatura nordcoreana nel volume Pyongyang.

Fuggire può essere una lettura davvero impegnativa, a volerne approfondire ognuna delle caratteristiche che spiccano. A beneficio del nostro lettore, ne faremo un piccolo elenco, nella speranza che egli ne sappia cogliere qualcuna in più.

1- Il Rapimento

Quello del Rapito è un topos cinematografico e letterario di tutto rispetto. L’uomo strappato alla propria vita, e consegnato ad una prigionia che ha lo scopo di ridurlo a merce di scambio, è un concetto di grande potenza e Delisle dimostra di saperlo benissimo. La sua scelta di farsi portavoce di una testimonianza reale dona al racconto uno spessore difficile da trovare altrove. Il rapporto tra Cristophe e i suoi rapitori è autentico, e restituisce l’immensa distanza che intercorre tra due culture diverse, e tra due lingue che non si incrociano mai: non c’è mai un contatto umano tra rapitore e rapito. La distanza che li divide è abissale, incolmabile. Le azioni di questi sono sempre di difficile comprensione, e Delisle non si lascia mai andare a un facile didascalismo: quello che accade al di fuori dei pensieri di Cristophe non è mai spiegato.

Fuggire

 

Eppure la posizione del Rapito incontra dei momenti di crisi in cui, pur nella propria impotenza, Cristophe ci dimostra che è possibile essere persone migliori anche nelle circostanze più difficili. Splendidi e incredibilmente sinceri sono due momenti precisi: quando Cristophe ha l’occasione di prendere in mano un fucile, e quando riesce a parlare con la propria casa, scoprendo la cifra richiesta come riscatto. Le reazioni di Cristophe ci disegnano una persona reale, ma anche un eroe, nel senso più puro e “banale” del termine.

2- La Fuga

Altro luogo letterario da manuale, la fuga del prigioniero qui ci regala dei momenti di riflessione che riecheggiano la narrazione (addirittura) di Primo Levi. Delisle ci apre uno squarcio nei pensieri di Cristophe quando questi trova, per un caso fortuito, l’occasione di fuggire: mostrandoci un uomo come tutti gli uomini, capace di adattarsi a qualsiasi situazione, spaventato dall’ignoto anche se questo significa libertà. «Rischio di peggiorare la mia situazione?» si chiede Cristophe: non è quello che ci chiederemmo tutti? Non è forse parte della natura umana quella di fare buon viso a cattivo gioco, sempre o quasi sempre, purché si abbia un tetto sulla testa e una zuppa nel piatto?

E non è forse la capacità dell’eroe quella di rischiare tutto, con la possibilità di restare senza nulla, pur di affermare un principio, quello che è meglio essere liberi al freddo che prigionieri al caldo? Così che il semplice gesto di alzarsi e aprire una porta, diventa, nelle pagine di un fumetto, l’epica vittoria dell’uomo contro la propria meschinità.

«Niente può più fermarmi» pensa Cristophe, mentre cammina per una strada in una città sconosciuta, mettendo in gioco se stesso.

3- L’Altro

Pensiamo ai rapitori di Cristophe, forse dei militanti ceceni, sicuramente armati. La vicenda rischierebbe di porgere il destro di alti lai a certa propaganda sul fatto che interi popoli siano composti da criminali, o loro fiancheggiatori. Ma la realtà non è mai semplice. E poiché questo racconto nasce da ciò che è davvero accaduto, ci racconta l’Altro nella sua intera complessità.

Così Cristophe, nemmeno a farlo apposta, incontra nel popolo ceceno due facce diverse, praticamente opposte: incontra il Male e il Bene, e nel Male dei rapitori cerca il Bene, mentre nel Bene dei suoi salvatori paventa il Male. Così che il racconto si libera del rischio di essere semplificato con grazia e naturalezza, nel suo stesso svolgimento, senza la minima forzatura. È commovente scoprire come anche al di là del fossato scavato dalla diversità delle lingue, dall’incomprensione culturale, sia possibile gettare un ponte fatto di piccoli gesti umani: piccoli, sì, ma dal significato tanto grande da mettere a rischio delle vite.

E alla fine è un po’ questo il messaggio che traspare dalle pagine di Fuggire: che la grandezza di un gesto eroico si incarna sempre in atti apparentemente insignificanti, senza pubblico, senza ricompensa, e spesso inutili: come dire un semplice no anche quando è contro i tuoi interessi immediati; oppure offrire riparo e cibo a uno sconosciuto che non parla nemmeno la tua lingua.

4- Narrare la noia

La nostra recensione potrebbe finire qui, parlando della straordinaria unicità di questa vicenda: ma faremmo un torto enorme a Delisle se, dopo aver lodato la sua capacità di sintesi, la scelta dei temi e dei momenti, e la naturalezza del messaggio consegnatoci, non dicessimo qualcosa sulla prova narrativa in cui si è cimentato con successo.

La prigionia di Cristophe è, in sostanza, un lungo susseguirsi di giorni tutti uguali, monotono avvicendarsi di pasti e attese, pensieri e congetture, con pochissime svolte narrative. Delisle si è trovato di fronte a un dilemma di quelli che scoraggerebbe molti: narrare la noia senza annoiare.

 

La scelta tecnica è quella del tratto semplice ed essenziale, steso su una paletta di colori uniforme; il lentissimo scorrere del tempo è simulato da vignette ripetute. L’unico elemento che scandisce il tempo sono i pensieri di Cristophe: Delisle li libera dalla gabbia dei baloon, lasciandoli aleggiare per la vignetta, in modo da riempirne gli spazi vuoti e i tempi dilatati.  I luoghi della vicenda vengono così permeati dalla mente di Cristophe, trasformandosi in stanze del suo universo interiore, tanto che l’assenza di eventi fisici resta compensata dal fluire delle emozioni: pensieri come fatti concatenati, che intessono un intreccio capace di tenere il lettore avvinghiato alle pagine.

Magia del fumetto, di cui Delisle è straordinario interprete.

Capita raramente di avere la fortuna di vivere un’esperienza così sfaccettata, spendendo quattro soldi. Fuggire non vi farà pentire un solo secondo del tempo che gli avrete dedicato; e per chi scrive, aver impiegato un pomeriggio intero a recensirlo è stato un vero privilegio.

 

Stradivari – Genius Loci: un volo musicale (e non solo)

È una produzione in qualche modo autoctona e territorialmente identificabile, se è vero che a Cremona è (probabilmente) nato e (sicuramente) vissuto Antonio Stradivari, come pure a Cremona ha sede il Centro Fumetto Andrea Pazienza, a cui fanno riferimento sia la disegnatrice Roberta Sakka Sacchi che lo sceneggiatore Michele Ginevra, responsabile tecnico del Cfapaz.

E su Cremona si concentra la storia, che infatti prospetta una misteriosa origine locale dei talentuosi personaggi musicali della città lombarda (viene citato nell’opera il compositore cremonese di nascita, anche se si affermò altrove, Claudio Monteverdi), al punto di collegarli a un vero e proprio fenomeno soprannaturale, un genius loci come dice anche il sottotitolo dell’opera. Ed è protagonista della storia almeno quanto i suoi liutai, al punto che nei credits si trovano il nome di Angelo Garioni, architetto, urbanista ed esperto di storia cremonese, e Piera Lanzi, esperta di dialetto.

È un po’ più della cornice di cui parla la sinossi sul sito della casa editrice, dal quale è possibile avere un assaggio dell’opera. Tanto è vero che l’intera città sembra fervere di attività «dopo aver subito la peste di manzoniana memoria e un drammatico assedio. Nonostante le condizioni avverse, il talento e la musica riescono ad affermarsi, portando modernità e innovazione.»

I talenti cremonesi sono tali non solo nella composizione e nell’esecuzione, ma in un certo senso nell’ingegneria musicale ante litteram, nello sfruttare al meglio i materiali che la natura mette a disposizione. Un legame con la terra e con la storia, che racconta dei trascorsi celti ed etruschi della pianura padana, incarnati dall’entità che richiama il magio e porta una simbologia che affonda fino agli antichi egizi.

Anche se l’effettivo incontro con il genius loci avviene la prima volta che Stradivari si allontana da Cremona, proprio per raccogliere il legname da portare a liuterie e falegnamerie cittadine, nel bosco della Valle (probabilmente la Val di Fiemme), che da sempre compariva nei sogni del giovane apprendista, insieme al magio vestito di nero. Bosco attraverso il quale lo stesso magio fugge nei sogni, e che nasconde anche l’origine (peraltro anche storicamente fumosa) del liutaio più famoso del mondo.

Così il romanzo e il mistero si mescolano con la storia meno nota del giovane Stradivari: la genealogia e la nascita misteriosa, l’apprendistato presso un architetto famoso prima di passare nella bottega di Amati, il matrimonio con Francesca Ferraboschi dopo un fatto di sangue. Francesca stessa che sembra essere l’incarnazione del genius. Infatti nel fumetto la vita di Stradivari piega decisamente verso l’arte della liuteria e ne viene svelato il mistero allo stesso protagonista solo dopo il matrimonio.

La storia qui raccontata, come nello stile dei Prodigi della casa editrice, non vuole coprire l’intera biografia del personaggio, ma una sua parte, a volte anche piccola, ma interessante e rappresentabile con la nona arte. In questo caso l’origine del genio di Stradivari e il legame magico con la sua terra, escludendo la parte più nota e documentata della sua vita, arrivando al 1667, quando Stradivari si stabilisce nella casa nella quale vivrà e lavorerà per altri settanta anni.

La sceneggiatura mescola i vari piani e i personaggi in modo gustoso: un bambino quasi senza passato, l’amore, le relazioni con i liutai amici-rivali, il magio, i Gesuiti “cattivi” che danno la caccia al predestinato (in sostituzione dei dominicani del secolo prima). Nella visione un po’ scontata della “Chiesa cattiva che reprime ogni anelito di modernità” che fa da sfondo, a volte un po’ immemore di quanto mecenatismo ecclesiastico ci sia stato nel passato (e anche nel presente). Però non disturba, e un cattivo in una storia come questa ci vuole, dando una bella dinamicità al racconto della vita di un artista che per affermarsi non deve solo superare il talento dei suoi predecessori e concorrenti, ma anche evitare di finire nelle grinfie del nemico di turno.

E lo fa alla fine con uno stratagemma semplice e irriverente, che strappa una risata e rimanda a fra cento anni per la rivincita.

I disegni di Sakka sono adatti a questa storia, il colore dominante è il rosso-ocra-marrone del legno e degli impregnanti usati per gli strumenti musicali. Tutta l’opera è cromaticamente calda, come la musica. Splendida la trovata di mescolare i trucioli con le note musicali ogni volta che Stradivari e il genius si incontrano o si sovrappongono. Fino alla piena incarnazione, infatti nella costruzione dell’ultimo violino c’è solo Antonio a lavorare.

Al punto che, dopo l’esecuzione che ne ha rivelato il talento, il fuoco del genius sparisce ed è lo stesso Stradivari a essere chiamato “il mio genio” dalla moglie, che del genius era stata la prima incarnazione. A segnare il definitivo suggello, la fine del pericolo, la maturazione definitiva del liutaio forse più famoso al mondo.

La vignetta finale, con a sinistra, le figure “magiche” della vita di Stradivari, a destra i rappresentanti della liuteria cremonese.

Il tratto a volte sembra un po’ schizzato, ma aiuta molto a dare dinamicità a degli eventi che non lo sono molto. La gabbia è abbastanza regolare (tranne che nei sogni del giovane Antonio), ma la dimensione delle singole vignette viene variata in modo da conferire ulteriore movimento. Effetto ottenuto anche con il bordo delle vignette tirato a mano, con le ovvie piccole irregolarità e la sbordatura delle chine.

Come dicevo, il susseguirsi delle vignette è piuttosto regolare, l’uso delle splash page è limitato a due casi: l’incontro di Stradivari con il genius loci e un omaggio al Torrazzo di Cremona, a testimoniare ancora una volta il profondo legame tra l’opera, gli autori e la città.

Ancora una volta Kleiner Flug si mostra una realtà che riesce a produrre opere interessanti, che incuriosiscono ponendo l’accento in modo inconsueto su figure interessanti della nostra storia, in diverse parti d’Italia.

Michele Ginevra, Sakka
Stradivari

Kleiner Flug

Collana: Prodigi fra le nuvole
64 pag., brossurato, colori
Formato 21×28,5 cm
prezzo: 13,00 €

Quel gran pezzo dell’Ubalda- Robin Wood e Carlos Gomez, Dago 37

Fino ad oggi la nostra rubrica preferita si è dedicata (come potete leggere qui, per chi si fosse perso le puntate precedenti) esclusivamente al fumetto statunitense e a quello giapponese: un po’ perché, se entri in una fumetteria, sembra quasi che esistano soltanto questi due paesi; un po’ per l’inclinazione dei nostri prodi articolisti; e un po’ perché gli stili americano e giapponese sono quelli che forse si prestano meglio all’analisi tecnica di poche pagine.

Il fumetto argentino, ad esempio, ha esempi di arte fumettistica di rango assoluto, ma di impostazione più classica, così che, per uno scrittore pigro come il sottoscritto, sembra più difficile farne emergere la tecnica sottostante in un breve articolo. Un episodio di Dago, ad esempio, la splendida serie di Robin Wood e vari (tra cui dei sontuosi Salinas e Gomez) presenta brevi episodi di poche pagine, in genere molto dialogate, che assumono un senso compiuto non tanto nella singola vignetta, o nella singola pagina, ma nel complesso della storia. Il valore delle storie di Dago si rivela sempre nell’ultima scena, quando l’esperienza della lettura è finita; la sua bellezza sta nel suo svolgersi prima e nel suo raccogliersi poi nella mente del lettore, pronta a essere rielaborata e tesaurizzata.

Eppure, per farci perdonare le enormi lacune finora accumulate, siamo riusciti a trovare un brano di Dago che si presta splendidamente alle nostre analisi logiche del linguaggio del fumetto, e di come esso può essere utilizzato e piegato alle esigenze narrative più varie.

Nessun linguaggio narrativo è come il fumetto.

Nel numero 137 della collana italiana Euracomix troviamo il volume 37 di Dago, il Giannizzero Nero, personaggio dalla storia così complessa che non ci sogniamo nemmeno lontanamente di volervi riassumere. Dago si muove nell’Europa (e non solo) del XVII secolo; la sua storia inizia da un tradimento e attraversa tutti gli stadi dell’epica umana: la schiavitù, la povertà, l’odio, la vendetta, l’amore, l’amicizia, la guerra, la ricchezza. Dago incontra mendicanti e re, ama prostitute e regine, e mostra a tutti lo stesso volto, quello di chi ha scelto di prendere parte a tutte le vicende umane senza farsene mai coinvolgere davvero.

E forse è per questo che esercita un carisma micidiale, ed è capace di suscitare nelle donne l’amore più incondizionato, nei nemici odio terribile o assoluto rispetto, negli amici una fedeltà pura. Il suo cane, dall’emblematico nome di Morte, attraverserà l’Europa intera da Istanbul a Parigi per ritrovare il proprio padrone, in un epico viaggio che vi invitiamo a correre a leggere.

È proprio poco dopo il ricongiungimento tra Dago e Morte che troviamo la scena da noi scelta per l’Ubalda di oggi. Dago vive da qualche tempo alla corte di re Francesco I, come inviato del sultano di cui è ancora un Giannizzero. Qui ha conosciuto la sorella del re, Margherita d’Angouleme, che, come ovvio, si è innamorata perdutamente di lui. Con lui ha iniziato una relazione, ma è perfettamente consapevole che anche in essa, come tutte le cose, Dago si è gettato con tutta l’anima, restandone però allo stesso tempo fuori. La sostanza di questa relazione tra colei che è praticamente una regina e un uomo senza nome è l’oggetto di questa sequenza.

Margherita vede Dago incontrare il suo cane e scorge sul suo viso un’espressione che le spezza il cuore.

Quella sera, Dago sta preparandosi per il riposo: l’indomani dovrà affrontare una missione pericolosissima.

Morte vigila ai piedi del suo padrone che, con il volto coperto dall’ombra, pensa all’assurdità di ciò che gli è stato chiesto. «Un re che non ha più un regno» è Francesco I, che è stato catturato dopo la battaglia di Pavia; l’imperatore fanatico è Carlo V di Spagna; e colui che desidererebbe la sua morte è il marito di Margherita, che conosce la relazione fra la moglie e Dago. Gli elementi principali di questa vignetta sono la spada, in primo piano, e il torace di Dago, che Gomez ci mostra in una luce radente. Il suo è un fisico asciutto, ma non ipertrofico. Il gioco di luce e ombra, evidenziando i muscoli di Dago, e accostandoli alla spada, vuole mettere in evidenza la sua forza fisica e il suo coraggio; l’ombra sul volto ce ne comunica l’enigmaticità; i suoi pensieri, così sprezzanti verso re e imperatori, e verso il pericolo su cui si getta senza alcun timore, ce ne rivelano il carattere. Ai suoi piedi, il tanto amato cane. Questa vignetta ha uno scopo preciso: ci mostra ciò che Dago è per Margherita d’Angouleme, tutto ciò che lei ama in lui. Stiamo osservando Dago con gli occhi della Duchessa, anche se lei non c’è, perché è importante saperlo per comprendere al meglio ciò che sta per accadere.

Qualcuno «gratta alla porta». L’inquadratura si restringe sugli occhi di Dago. Il suo viso è ancora parzialmente in ombra.  Le onomatopee spiccano al centro, «scratch scratch».

L’inquadratura sale, abbandonando il punto di vista di Dago per sovrastare anche lui. Margherita d’Angouleme, la donna più ricca e potente del regno di Francia, si è presentata nuda e carponi alla porta di Dago. Il taglio alto e obliquo della vignetta serve a dare enfasi alla sottomissione completa della donna, e il pannello successivo porta a compimento l’opera di umiliazione della donna.

Il volto di Margherita è supplicante e straziato da un dolore che travalica il contesto sociale, i ruoli e le convenzioni: la sua nudità, il suo mettersi al pari di quel cane che Dago è libero di amare, che può con naturalezza dormire nella sua stanza, che non deve dividerlo con nessun altro, è il segno di quel profondo lavoro di scavo dei sentimenti umani che Robin Wood ha saputo compiere in quest’opera maestosa. Il primo piano del piede di Dago accanto alla testa che bacia il terreno di Margherita è anche, e soprattutto, il raggiungimento di un acme narrativo. Dago ha di fronte una donna che lo ama fino a questo punto. Il lettore si chiede come l’uomo reagirà, cosa potrà mai dirle. Dago deve dimostrare di meritare questa forma di amore; ne va della sua qualità di eroe narrativo. Allo stesso tempo Wood non può cedere di un passo alla tentazione di regalarci uno scioglimento sereno, perché non sarebbe nel personaggio che abbiamo conosciuto fino a quel momento.

Dago si trova insomma ad affrontare una prova difficilissima, che però non riguarda gesta eroiche, battaglie, nemici impossibili da battere: no, è una prova del tutto giocata sul piano morale. Dago è chiamato a dimostrarsi un uomo degno, ed è chiamato a continuare a essere Dago.

Dago risponde da par suo, con un semplice gesto. Si china, afferra Margherita per le spalle, con un tocco gentile ma fermo. Nel suo abbassarsi c’è anche qualcos’altro, qualcosa che diventa evidente nella struttura della rappresentazione scelta da Gomez:

L’Ascesa. Margherita viene sollevata materialmente e moralmente da un Dago che non pronuncia una sola parola, ma che la strappa da quell’umiliazione autoinflitta senza che in questo suo gesto ci sia commiserazione, o pietà, ma piuttosto una forma estremamente pura di Rispetto per la potenza dei sentimenti della donna.

Nella vignetta successiva Gomez sceglie un taglio apparentemente sconcertante, eliminando dal quadro le teste e i volti dei protagonisti, per mostrarci i corpi che entrano a contatto. I muscoli di Dago si tendono nello sforzo di sollevare Margherita, che al contempo si abbandona completamente al suo uomo. È così che i due faranno l’amore, e la scelta di questa vignetta ha proprio lo scopo di parlarci dell’atto che stanno per consumare, e della sua qualità particolare: Gomez e Wood ci spiegano che Margherita troverà in Dago un amante che si dedicherà completamente a lei, sebbene soltanto per l’attimo fugace di quella loro ultima notte assieme. E la fugacità di quel momento è data proprio dall’incompletezza dell’inquadratura, come se Gomez fosse riuscito a cogliere soltanto uno squarcio fugace di un momento eterno.

C’è un ultimo istante, prima della sconcertante chiusura di questa sequenza. Dago adagia Margherita sul letto. Non le ha ancora rivolto una sola parola, perché non ce n’è stato alcun bisogno. Le cortine del letto, in primo piano, suggeriscono una chiusura, come un sipario che sta per calare. Ciò che segue non è per i nostri occhi, e d’altra parte quello che ci interessava sapere, ora, lo sappiamo. Dago ha superato la Prova, rimanendo Dago, mostrando Rispetto e Amore, senza rinnegare se stesso. E poi giunge la chiosa alla scena, che abbiamo poco fa chiamato sconcertante perché porta a compimento il testo con tre semplici e perfette parole.

«Il cane sbadiglia». Questo è, in fondo, la sostanza dello stile di Robin Wood e l’unicità della serie di Dago. Lo scrittore ci porta improvvisamente fuori dalla scena appena descritta, ricordandoci che Morte è ancora lì, mostrandocelo indifferente a ciò che accade. E Morte, qui, non è altro che l’alter ego di Dago: un uomo capace allo stesso momento di donarsi con tutto se stesso a una donna, e di abbandonarla il giorno seguente, per seguire la sua missione e, fondamentalmente, il suo Cammino che non potrà mai essere condizionato da altri che da Dago stesso.

Concludiamo qui la nostra Ubalda argentina, con la speranza di aver fatto venire a qualcuno la voglia di recuperare Dago, uno dei capolavori immortali della letteratura a fumetti.

Lo chiamavamo Koutetsu Jeeg, lo chiamavano Jeeg Robot

Durante il periodo Shouwa c’era in televisione una fascia oraria in cui mandavano i cartoni animati in replica¹, e quando facevo le scuole elementari al rientro a casa trovavo sempre in questa fascia le repliche continue di Mazinga Z e di altri titoli rappresentativi dei robottoni della Toei. Fra questi c’era anche Jeeg robot d’acciaio, io lo guardavo e ancora me lo ricordo. Era un anime a evidente contenuto morale in cui il buono con grande sforzo sconfiggeva i cattivi, ma ancora oggi che sono cresciuto e sono diventato un uomo di mezza età quelle serate durante gli anni delle elementari sono rimaste un indelebile ricordo di gioventù.

Benché sapessi che gli anime giapponesi sono famosi in Italia, quando ho letto una news in cui si diceva che Jeeg robot d’acciaio era diventato il tema di un film di grande successo, francamente la prima reazione che ho avuto è stata di spaesamento. Sarà sicuramente un ridicolo anime per bambini. Non posso nemmeno pensare che sia un film dal vivo. Davvero va bene questa cosa?

Ma adesso, dopo aver visto in anteprima questo film a Tokyo², i dubbi sono scomparsi e al loro posto provo una sensazione di enorme gratitudine per aver usato Jeeg robot d’acciaio in questo meraviglioso capolavoro.

Poster giapponese di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il poster giapponese di Lo chiamavano Jeeg Robot, identico a quello italiano a parte per l’inversione di dimensione fra il titoli.

Per prima cosa ho molto apprezzato che il protagonista sia un uomo di mezza età, ingrassato, recidivo al furto e allo scippo, che si è infilato in un vicolo cieco fatto di giornate in cui si consola con budini e video porno. Situazioni simili erano già presenti in uno dei miei film preferiti, ovvero quel Trainspotting in cui Ewan McGregor interpreta Renton che annega fra la droga e un “senso di blocco” che gli impedisce di vedere il domani, ma quel Renton era un giovane che riusciva comunque a essere in qualche modo affascinante: ecco perché nel finale del film il suo lasciarsi alle spalle la droga e il salto nell’età adulta sono credibili. Qui però il personaggio di Enzo, interpretato da Claudio Santamaria, è un adulto che ormai ha già superato l’adolescenza da un bel po’, e la scena della corsa all’inizio del film con il corpo grasso in vista comunica una sensazione di bruttezza che non ha proprio nulla di affascinante.

Per aprire uno squarcio in questa storia su cui galleggia il “senso di blocco”, il regista Gabriele Mainetti lancia una palla veloce chiamata Jeeg robot d’acciaio: l’anime robotico giapponese diventa un mondo di sogno al cui interno vive Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli, una ragazza figlia di un uomo ucciso durante una trattativa di vendita di stupefacenti. All’inizio Jeeg robot d’acciaio sembra il sogno animato in cui si è rifugiato l’animo malato di una trentenne zitella con problemi mentali, ma poi man mano lo spettatore capisce che Alessia ha scelto quel mondo perché possiede il cuore puro di un bambino, e al contempo quello stesso mondo viene usato in maniera effettiva e convincente per risvegliare in un uomo di mezza età come Enzo il suo spirito da eroe. Come spettatore giapponese ne sono entusiasta. In una trama del tutto assurda, il regista vi ha inserito dentro Jeeg robot d’acciaio in un modo che riesce a dar vita a questo lavoro.

Regista e protagonisti di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il regista del film con i tre attori principali: da sinistra Luca Marinelli, Claudio Santamaria, il regista Gabriele Mainetti e Ilenia Pastorelli.

Qualche decennio fa, in Giappone, la sera c’era un bambino delle elementari che stava davanti alla TV a guardare Jeeg robot d’acciaio, e adesso quel bambino è diventato un otaku di mezza età che ancora oggi legge fumetti e guarda cartoni animati. Allo stesso modo, qualche decennio fa, anche in Italia c’erano bambini che guardavano Jeeg robot d’acciaio, quei bambini sono cresciuti, e anche se sono diventati uomini di mezza età sono sicuro che conservano ancora lo stesso spirito di quel periodo.

Al regista Mainetti e a tutto lo staff che ha realizzato questa meravigliosa opera, e a tutti gli italiani che hanno saputo accogliere la cultura degli anime giapponesi, a tutti loro sono profondamente grato.


Note

1: in Giappone le repliche televisive sono estremamente rare e la stragrande maggioranza degli anime viene trasmessa una volta sola. Durante il periodo Shouwa, quindi fino al 1989, il numero di serie animate per la televisione era ancora sufficientemente contenuto da consentire le repliche, ma attualmente l’enorme quantità di serie prodotte non lascia spazio ai vecchi titoli. Per maggiori informazioni consultare l’articolo Il secondo Second Impact sulla ritrasmissione celebrativa di Neon Genesis Evangelion.

2: il film uscirà in tutto il Giappone il prossimo 20 maggio.

Orfani: Terra – In un futuro distopico il mondo muore

Presentazione

Orfani è una serie a fumetti di genere fantascientifico bellico, creata da Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari, della Sergio Bonelli Editore in albi mensili a colori. Pubblicata dal 16 ottobre 2013, la serie narra  le vicende di una squadra di giovani combattenti, nota come ORFANI, impegnata in una guerra fra il genere umano e una razza aliena. Orfani è la prima serie di fumetti interamente a colori pubblicata dalla Sergio Bonelli Editore ed è composta da 54 albi suddivisi in sei stagioni: OrfaniOrfani: RingoOrfani: Nuovo MondoOrfani: JuricOrfani: Terra e Orfani: Sam.

Lancio

Ho sentito parlare per la prima volta di Orfani nelle puntate, del 23 e 30 novembre 2014, di Fumettology – I miti del fumetto italiano, una serie di documentari dedicata ai principali personaggi del fumetto italiano, prodotta dalla Fish-Eye Digital Video Creation e andata in onda sulla Rai tra il 2012 e il 2014.

Il fumetto è stato trasposto televisivamente in una serie motion-comic con regia di Armando Traverso e co-prodotta da Rai Com, che poi è andata in onda su Rai 4 a partire dal 6 dicembre 2014, suddivisa in dieci episodi da venti minuti.

La pubblicazione di Orfani è stata preceduta da una campagna pubblicitaria ben studiata. Tutti ne hanno parlato, forum e siti internet, TV, radio, il Lucca Comics. La rivista Repubblica XL n.91 gli ha dedicato un’anteprima con tanto di cover alternativa dedicata. Inoltre Bonelli e Multiplayer.it, hanno collaborato per il numero zero, distribuito nelle fumetterie e nei negozi Gamestop.

Descrizione

Orfani è uno dei progetti più costosi e ambiziosi mai realizzati dalla casa editrice milanese. Sappiate che sono stati investiti complessivamente 1.300.000 euro circa nella produzione e nel lancio della sola prima stagione.

Il linguaggio  grafico e narrativo sono innovativi, ma l’utilizzo dei colori per l’intera serie è la vera grande novità, visto che solitamente con i colori si celebrano occasioni speciali, come per esempio i numeri dei centenari.

È vero che negli ultimi anni collane come Dylan Dog Color Fest e Color Tex hanno introdotto questa pratica in nuove forme, ma si tratta comunque di albi speciali, e non di serie regolari.

Sfogliando Orfani, è lampante la somiglianza delle armature dei personaggi con il videogioco Halo, di cui Recchioni è un fan. Questa non è l’unica ispirazione, infatti gli autori hanno preso spunto anche da opere letterarie come Il signore delle mosche di William Golding, Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein, Guerra eterna di Joe Haldeman, e da film come Alien, Il grande uno rosso, Full Metal Jacket, Star Wars e Terminator 2.

Dalla cenere

Attualmente si è conclusa la quinta stagione, Orfani: Terra, di cui voglio parlarvi.

Uscita in edicola del 14 gennaio, celebra il debutto di uno straordinario copertinista, Gipi. Le sue illustrazioni sono esaustive, come quella della copertina di Orfani: Terra – 1: Dalla cenere. Uno sfondo desolato e spettrale dove si ergono gli scheletri di grattacieli sopravvissuti all’evento catastrofico che ha dato inizio a tutto. Le carcasse dei veicoli coperti di ruggine confermano una società moderna ormai estinta. In primo piano Cain, protagonista della storia, che con una mazza in mano e sguardo duro, ci racconta un futuro distopico.

La storia è ambientata in una nazione nord americana, anziché in Europa come nelle prime due stagioni. Due fratelli romani, Emiliano e Matteo Mammucari, ci raccontano di due fratelli dai nomi biblici, Cain e Abe, del capo gruppo Max e i suoi compagni Fango, Rat e Bug. Questi ragazzi si ritrovano schiavizzati dallo Sceriffo, un uomo spietato che li costringe a lavori pesanti e rischiosi nella discarica. Ma Cain non intende arrendersi al suo destino. Suo fratello aveva ragione, dalle ceneri è nata la Città Nuova, sfavillante e ricca, ma questa terra promessa non è facile da raggiungere e Cain dovrà lottare.

I disegni, dal tratto deciso e marcato, sono di Alessio Avallone, già conosciuto nei numeri 6 di Orfani: Ringo e Orfani: Nuovo Mondo. I colori sono di Giovanna Niro, che ha donato energia alle tavole con i toni del blu per trasmettere ancor più disperazione e angoscia, e i toni del rosso per trasmettere rabbia e dolore.

Seminare tempesta

Protagonista del secondo capitolo, dal titolo Seminare tempesta, è Miranda, una ragazzina “randagia” che a differenza degli altri non ha il collare. Dopo aver stretto amicizia con Cain lo aiuta a scappare. Il resto del gruppo lo raggiunge per non subire una punizione al campo. Miranda li guida nel suo rifugio, Il Giardino, dove Cain e gli altri possono rifornirsi di viveri, medicinali e di una barca per poter affrontare il viaggio insidioso verso la sospirata Città Nuova. Lo Sceriffo frattanto, come un mastino che brama il suo osso, è sulle tracce dei poveri fuggiaschi.

Questa volta, ai fratelli Mammucari si aggiunge ai testi Giovanni Masi, che ha già collaborato per Orfani: Nuovo Mondo. Il team creativo si completa con Luca Genovese alle matite e Luca Saponti ai colori, insieme hanno donato fluidità e ritmo all’ opera.

 

 

 

Oltre il muro

Con il terzo e ultimo capitolo della stagione, Oltre il muro, la sceneggiatura a fianco dei due fratelli passa in mano a Mauro Uzzero.

I disegni sono stati realizzati da Matteo Cremona, il cui talento ha donato valore alle tavole. I colori di Stefania Acquaro completano il lavoro impeccabile. 

La copertina è un tuffo al cuore. Max, Bug, Cain, sulla barca. Davanti a loro il Muro, intorno a loro i cadeveri di chi ha tentato di superarlo. Gli uomini dello Sceriffo catturano Miranda e Cain abbondona gli altri, deciso a seguire il suo cuore. Max è un ragazzo deciso e determinato, ma crede ancora nell’amicizia, così insieme a Bug e Fango tornano indietro. I colpi di scena che si susseguono lasciano con il fiato sospeso. Come andrà a finire?

 

Conclusioni

La sceneggiatura dei Mammucari ha cambiato il ritmo della narrazione. Mentre in Orfani: Ringo e Orfani: Nuovo Mondo i dialoghi sono ridotti all’essenziale lasciando spazio alle scene di azione, in Orfani: Terra i dialoghi sono preponderanti.

Da notare a pag. 26 del capitolo Dalla cenere, il richiamo alla leggenda metropolitana sulle cartucce Atari. In seguito a una crisi, il 26 settembre 1983 la defunta società fece distruggere centinaia di migliaia di cartucce della console Atari 2600, sopratutto Pac-man e E.T. the extra terrestrial, in una discarica del Nuovo Messico.

Il vasto staff di professionisti che ha colloborato alla realizzazione di Orfani: Terra ha caratterizzato l’opera rendendola unica. I diversi stili suscitano un crescente coinvolgimento da parte del lettore. Al di là della storia che segue il filo narrativo della saga, è evidente la presenza di un sottotesto come ha già dichiarato Recchioni.

Nel caso specifico di Orfani: Terra, fa riflettere come in un mondo cinico e spietato come quello descritto, valori come l’amicizia e la solidarietà possano fare la differenza e nutrire flebili speranze di cambiamento.

Proveranno a fermarci? Ci alzeranno muri contro? Chi se ne frega! I muri si scavalcano.

Caterina da Siena: una santa tra le nuvole

Caterina detta Nina Benincasa, conosciuta come Caterina da Siena, mistica ma anche donna di grande spessore politico. Testarda, ribelle, concreta, in una parola, innamorata. Accusata di blasfemia, carismatica e trascinatrice è una figura controversa anche se notissima, sia per i suoi stessi scritti, che per la Legenda maior scritta dallo stesso Raimondo che è voce narrante del volume, o anche solo per il suo stato di Patrona d’Italia e d’Europa.

Andrea Meucci, già sceneggiatore per Kleiner Flug del volume dedicato a Renato Serra, e Giorgio Carta alle matite, per questo tredicesimo numero dei Prodigi tra le nuvole, raccontano in modo diretto e coinvolgente la storia di una delle religiose più famose della cristianità, in collaborazione con l’Opera per Santa Maria Novella e in non casuale coincidenza con l’ottavo centenario della nascita dell’Ordine Domenicano.

E lo fanno mantenendo a pieno tutta la spiritualità della figura, infatti l’esperienza mistica si fa quanto mai fisica e concreta, nel corpo della giovane, ma anche nella vividezza dei suoi sogni.

Ed è in questi “sogni”, cominciati in tenerissima età, durante una passeggiata per Fontebranda con il fratello Stefano, la grandezza dell’esperienza mistica di Caterina, che vive una storia d’amore finanche fisica con Gesù.

La storia viene raccontata in modo molto preciso, facendo riferimento alle fonti note sia biografiche che agiografiche.

Tutto sembra così vivido, realistico, se non fosse per gli occhi di Caterina, sempre così grandi e spalancati, che oscillano fra l’inquietudine di una realtà costellata di dolore fisico e visioni ultraterrene, e la corrispondenza con un’anima grande e forte.

Infatti, qui è vero come non mai che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Grandi, limpidi e con lo sguardo fisso sullo sposo, ma che bucano la pagina, guardando anche il lettore, dalla copertina alla pagina finale.

Gli stessi occhi che tradiscono il Malatasca nei suoi tentativi di irretire e sviare.

Il lavoro è agiograficamente corretto, riporta tutti i fatti salienti della vita: dall’infanzia, alle lotte con la madre, ai carismi, al processo in Santa Maria Novella. Anche se la sua vita fisica fa da sfondo, mescolata al racconto di Raimondo da Capua (a cui si rifà l’intero racconto della vita della santa, essendone discepolo e biografo) e alla dissezione del suo corpo per fare della sua testa una reliquia. In primo piano è il percorso interiore e la relazione con Gesù, che cresce con lei, e riempie il fumetto di una cosa che per il resto manca completamente: l’amore. Amore che non viene altrimenti percepito né nelle relazioni familiari, né in altri aspetti della storia.

Come si trova scritto in quarta di copertina: «la sua è una grande storia d’amore. E come tante storie d’amore, è anche una storia di morte». Ma questa morte, che in effetti permea tutta la storia di Caterina, dalla perdita della sorella gemella nel giorno stesso della sua nascita, e per tutto il suo lento consumarsi, sia per le sofferenze che si autoinfligge, che per le malattie che la affliggono, viene sconfitta.

Caterina vince sul Malatasca perché più forte di ogni altra cosa è l’abbraccio con il suo sposo.

E così, dopo la precocissima vocazione, le privazioni, le tentazioni, le estasi, le malelingue, i processi, le malattie, la visione iniziata sotto la neve, dopo la visita alla sorella Bonaventura, e diventata via via più concreta fino alle stimmate, finalmente si materializza in quell’abbraccio.

E l’amore non è più solo dolore, sofferenze, umiliazioni subite persino dai malati che tentava di curare, come la donna piena di piaghe dell’Ospedale di Santa Maria della Scala.

Non è più solo fame e lacrime.

Ma è la condivisione della storia di un ragazzo che aveva trentatré anni e pochissima voglia di morire.

Così è anche per lei, trentatré anni e pochissima voglia di morire. E nell’abbraccio finale di due figure anche biograficamente simili l’amore sconfigge finalmente la morte.

Non so se fosse nelle intenzioni degli autori, ma l’ho trovato un’opera veramente ricca di spiritualità, in cui la fisicità di certe scene, anche il bacio sulla bocca tra Caterina e Gesù nel loro sposalizio mistico, non turba in nessun modo, anche per me che ho un punto di vista, diciamo così, tradizionale.

Un fumetto che avvicina alla figura umana della santa. Che non sorride sardonicamente delle visioni, ma le racconta, le contestualizza, e dà loro un senso. Ma che non allontana dalla sua santità, anzi, come detto, ruota attorno al suo rapporto con lo Sposo, senza mai diventare irridente, anzi, con una delicatezza e una simpatia che avvicinano il lettore anche a questo aspetto.

C’è una pagina finale in cui vengono riassunti i fatti storici che riguardano Caterina, donna e religiosa, che non spezza affatto la tensione in qualche modo ultraterrena, perché mostra dei fatti che si integrano alla perfezione con quanto viene illustrato nel resto del fumetto.

Il segno di Giorgio Carta, con un tratto realistico quanto basta, con l’espediente degli occhi enormi e spiritati, i colori pastello, che attenuano in qualche modo anche la durezza del Medioevo nella casa di un tintore senese, sono il naturale complemento alla storia.

Un modo efficace di presentare una figura grande della storia della Chiesa, ma anche della storia italiana e dell’umanità, che apre alla curiosità del lettore i molteplici aspetti di una donna malata, che è vissuta solo trentatré anni, ma ha lasciato una impronta profonda.

E spinge a conoscerla meglio, ad approfondire, anche per chi vi si accosta solo con curiosità terrena.

La lettura e la grafica sono piacevoli, il contenuto stimolante e mai banale. Penso che tutti possano imparare qualcosa, o trovarci stimoli per approfondire e ricercare ulteriormente, dal punto di vista umano, storico, o anche agiografico e mistico.

Andrea Meucci, Giorgio Carta
Caterina da Siena

Edizioni Kleiner Flug
Collana: Prodigi fra le nuvole
64 pag., brossurato, colori
Formato 21×28,5 cm
prezzo: 13,00 €

Il collettivo La Stanza e Kristen

Kriste Collettivo La Stanza ALT!

Kristen è un volumetto di appena 19 pagine, prima opera cartacea del collettivo La Stanza per l’editore ALT!, difficile da definire semplicemente un fumetto. L’introduzione di Marco Rincione avverte il lettore che quello che sta per leggere non è semplicemente un’opera a fumetti, ma è qualcosa di molto più profondo e interiore, considerando anche la giovanissima età dei suoi autori: Salvatore Vivenzio (classe 1997) per la storia e Chiara Raimondi (classe 1996) ai disegni.

Kristen, protagonista della storia, è un’attrice, finge dall’età di tre anni, ma non ricorda di essere mai stata felice. La trama si può raccontare anche solo così.

Oppure così: finge dall’età di tre anni E non è mai stata felice.

Finge dall’età di tre anni PERCHÉ non è mai stata felice.

Potremmo andare avanti ancora, ma chi è Kristen è qualcosa che il lettore assimila solo leggendo questo volumetto che ha il sapore della letteratura, quella che piace a me. Perché, nonostante parli per immagini, dice solo l’essenziale, tutto il resto è latente tra le righe dei baloons, sotto i colori delle vignette, ed è per tutti coloro che hanno provato la sensazione di non sapere cos’è vivere e se si sta davvero vivendo. Non ci sono didascalie inutili, né azione a tutti i costi, ma è una narrazione introspettiva e onirica che mostra quello che è nella mente della protagonista.

È l’esasperazione del «fondo scuro dell’esistenza umana», come dice Rincione, perché tutti noi fingiamo all’occorrenza e se dovessimo fermarci a riflettere su cos’è la nostra esistenza e chi siamo, potremmo non saper rispondere, potremmo venire sovrastati dell’angoscia.

Kristen Collettivo La Stanza ALT!

Kristen ha solo più consapevolezza di noi, e passa dai centomila all’uno al nessuno con bellezza e levità. O la bellezza è solo un’impressione dovuta alla qualità dei disegni, che denotano una mano dal grande talento e profondo amore per l’Arte. Le pagine diventano infatti pregevoli illustrazioni o addirittura omaggi ai capolavori dell’arte mondiale, evidenziando anche suggestioni tratte dal cinema e ovviamente dalla letteratura, con Kristen nei panni di Ofelia o della Venere di Tiziano. Queste non sono mere esibizioni di bravura della disegnatrice, ma sono fondamentali elementi della narrazione, mostrando al lettore la frammentazione dell’io della protagonista, alla ricerca della propria essenza, passando attraverso confusione e immedesimazione.

Il volumetto è davvero un piccolo gioiello che mostra come giovani forze artistiche italiane stiano crescendo (e siano già molto mature) e sappiano già creare opere che restano nella memoria e nell’anima di chi le conosce.

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