Monthly Archives: Febbraio 2017

Amianto Comics: una recensione ignifuga

Amianto Comics è una nuova esperienza di costruzione di fumetti che circa un anno fa ha fatto giungere alla luce (sul web) il primo numero (o meglio lo zeresimo numero) di un contenitore di storie e, in occasione dell’ultimo Lucca Comics, il numero uno.

Amianto logoAlessandro Benassi, Matteo Polloni e Federico Galeotti (meglio noti come Almafè, un po’ come i GreNoLi di rossonerosvedese memoria) provenienti dalla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, nella sezione sceneggiatura, hanno creato questo contenitore nel quale raccolgono storie di stampo diverso, sia dal punto di vista delle ambientazioni, che dello stile grafico e letterario.

Il nome Amianto pare un po’ macabro e, per loro stessa ammissione, è stato scelto pensando alla sostanza che ormai è sinonimo di malattia e di pericolo.

Per questo progetto, come affermano loro stessi, fanno tutto. Nel numero Zero, che nel 2016 ha già avuto anche una ristampa, si sono occupati della scrittura e anche del lettering, con buoni risultati. Passando da storie noir, che noir diventano solo alla fine (ricordando un po’ in qualche momento il miglior Lucarelli, non a caso, forse, hanno messo un link alla sua trasmissione Blu Notte nella pagina del sito che spiega il perché del nome), alle storie ispirate a Poe, alla storia cyber-social-psicologica ambientata in un futuribile Estremo Oriente (?).

Si sono fatti affiancare da illustratori e disegnatori che hanno colto sostanzialmente bene le istanze e lo spirito delle storie.

Certo la qualità non è sempre costante né omogenea tra scrittura e disegno, come è anche lecito attendersi in una esperienza del genere, ma il prodotto è godibile.

Al punto che dalle 44 pagine dell’immaturo numero Zero, a Lucca è stato presentato il quasi raddoppiato numero Uno. E dobbiamo aspettarci almeno un numero Due, se è vero che alcune storie sono l’inizio di saghe più lunghe (e che sul sito è annunciato…).

Il numero raddoppiato di pagine ha consentito di raddoppiare anche il numero delle storie: le prime tre, come detto, sono la parte uno di altrettanti percorsi non conclusi. Le trame sono abbastanza ben concepite, per quello che si è potuto vedere in dieci pagine ciascuna, anche se non eccessivamente originali. Sono sembrate più degli approcci all’ambientazione e ai personaggi, e tutte e tre sono forse un po’ troppo brevi per poter dire qualcosa di più concreto, ma aspettiamo sviluppi.

In generale, forse si poteva osare un po’ di più.

Delle tre prime puntate ho apprezzato più di tutte l’ultima, che mi è parsa quella meglio strutturata, e quella in cui la suspense creata si fa sentire maggiormente perché sembra esserci un doppio fronte che preme sul lettore, interno ed esterno al gruppo dei personaggi.

Nel dettaglio, come scrive la redazione nell’introduzione al volume, una prima storia di fantascienza apocalittica, un horror contemporaneo e infine un western fantastico. In effetti, in tutte e tre le storie si vedono in nuce molti elementi di contaminazione, troppi per poter essere sviluppati in queste pagine, alcuni promettenti, altri meno. Dal punto di vista grafico, il percorso più smaliziato mi è parso quello della storia centrale, forse facilitato dall’atmosfera dark, e anche dalla tecnica più pittorica, che appare forse meno acerba delle matite delle altre due.

Delle successive tre storie autoconclusive, invece, la terza e più lunga mi è piaciuta molto, forse anche per la mia conclamata passione per le piccole storie personali inserite nella grande storia e per un certo affetto per Pisa. O forse perché anche la parte grafica mi è parsa la più convincente. In generale queste ultime tre storie, anche per il fatto di avere una fine, danno un senso di maggior definizione, i personaggi sono più chiari e caratterizzati, anche in quelle lunghe solo sei pagine. Anche graficamente sembrano più mature, nonostante gli stili diversi. L’ultima, 2 vite, ha dei passaggi molto profondi, con una bella dinamica nel tratto e nel disegno, e con similitudini con altri giovani fumettisti italiani: alcuni passaggi mi hanno fatto pensare a Claudia Flandoli, di cui abbiamo già parlato nelle nostre pagine.

Ho trovato qualche difficoltà con la storia centrale, ma in una raccolta di storie, specie se quasi di esordio, ci si può aspettare una reazione diversa a seconda della storia in cui ci si imbatte, legata magari anche ai gusti del singolo lettore.

Mediamente la qualità dell’intero prodotto è tale da meritare un passaggio, visto anche il costo. Per un assaggio telematico, è possibile sia scaricare i fumetti che leggerli direttamente su Issuu.

Sempre a Lucca sono stati presentati altri due prodotti del collettivo Amianto Comics:

Smokey, una storia autoconclusiva che mescola steampunk, umorismo e detective privati sfigati, richiamando i tanti protagonisti di fumetti più o meno seri, da Sin City a Leo Pulp, con disegni che ben si sposano con il carattere ironico e divertente della storia;

– una vera e propria preview del primo progetto targato Amianto Comics Presenta, cioè storie complete in cui non c’è il diretto intervento del trio Almafé, in particolare sette pagine dall’inquietante titolo A Fistful of Bananas. Sette tavole non ancora completate di una storia che ha per protagonisti degli animali appassionati di arti marziali.

Questo nuovo collettivo che si affaccia sulla scena del fumetto autoprodotto e lanciato via web ha già avuto un battesimo di fuoco al BORDA Fest lucchese e ha recentemente annunciato la distribuzione a opera di Alessandro Distribuzioni.

Le premesse sono interessanti, alcuni progetti decisamente da sviluppare. Aspettiamo le prossime uscite, con il numero Due e il primo volume completo di Amianto Comics Presenta.

Vedremo se riusciranno a convincerci completamente le storie lasciate in sospeso e il volume che cambierà il fumetto d’azione italiano…

Levius, eleganza e potenza

Nel Settembre 2014 chiudeva la rivista Monthly Ikki, storico contenitore edito dalla Shogakukan specializzato nella pubblicazione di manga, principalmente seinen, alternativi o che, vuoi per stile di disegno vuoi per tematiche trattate, si differenziavano dal mercato editoriale principalmente shonen. In questa rivista hanno visto la luce manga famosissimi nel panorama underground e mainstream dell’editoria giapponese, quali Bokurano, Sunny e Dorohedoro per citarne alcuni, e ospitato mangaka di fama internazionale.
Tra questi manga, pubblicati dalla rivista nel 2012, spicca Levius di Haruhisa Nakata, edito per tre volumi su Monthly Ikki e continuato dopo la chiusura della testata, col nome di Levius/est, sul contenitore Ultra Jump della Shueisha. In Italia il manga è pubblicato dalla Star Comics.

L’opera è incentrata sulla figura di Levius, ragazzo introverso a cui la grande guerra avvenuta nei primi anni dell’alternativo Novecento in cui il manga è ambientato ha portato via il padre, la madre – ricoverata in coma – e un braccio, sostituito da uno meccanico. Grazie allo zio, fratello del defunto padre, inizia la sua scalata nel mondo della boxe meccanica, sport in cui i combattenti si sfidano a duelli all’ultimo sangue a suon di arti meccanici implementati nel proprio corpo. Per Levius il ring diventa un luogo in cui si mescolano le paure e il desiderio di riscatto di ciò che la guerra e la vita gli hanno tolto in tenera età.

Ciò che colpisce immediatamente nella lettura di Levius è sicuramente il lato tecnico, il disegno: Nakata ha uno stile che fa da ponte tra la l’elegante tradizione giapponese del tratto e l’iper realismo naif della cultura del disegno occidentale. Lo stile di disegno di Levius è fortemente dettagliato e minuzioso, e al tempo stesso sciolto e dinamico.  Nelle scene di combattimento, il mangaka tira fuori tutta la sua capacità di narrazione visiva, realizzando delle tavole in cui i personaggi si animano di vita propria: dettaglio e dinamismo fanno da padrone.
Interessante è anche la regia che Nakata usa all’interno delle vignette che compongono le tavole: frequentissimi sono i fuori fuoco che l’autore usa per incentrare l’attenzione del lettore su determinati personaggi.

Degno di nota l’incredibile character design dei protagonisti e delle loro implementazioni meccaniche: ogni personaggio è pensato per essere interessantissimo e tecnicamente particolareggiato in tutti i suoi aspetti. Per Nakata ogni character design deve essere specchio della personalità del protagonista.

In conclusione Levius è una sorprendente scoperta nell’editoria del manga giapponese, elegante e visivamente potente, il cui unico difetto è una sensazione di lieve freddezza che si avverte nello scorrere della storia, ma che sicuramente migliorerà nella pubblicazione dei restanti volumi.

Bugie d’aprile, un’opera da sfogliare

Bugie D'Aprile Star Comics

Ammetto di essere quel tipo di nerd che basa l’acquisto di un prodotto sconosciuto dalla copertina. Se nell’ambito delle librerie questa tendenza può portare a spender denari per clamorose fregature, in fumetteria lo scorno può essere evitato più facilmente. Ci sono copertine bellissime, esaltantissime, curatissime, che si rivelano alla prima spaginata uno specchio per allodole ben elaborato, ma che non farà aprire il portamonete visto che i disegni interni sono di tutt’altra qualità. A volte accade il contrario, una copertina che non ti ispira nessuna fiducia sull’abilità del disegnatore, nasconde nelle pagine interne un bel fumetto con buone prospettive. È il caso di Bugie d’aprile, edito da Star Comics, dell’autore Naoshi Arakawa.

Kosei Arima è uno studente dimesso, quello che ti aspetti cada vittima dei bulli da un momento all’altro; sua amica d’infanzia è Tsubaki Sawane, che quasi sembra una bulla, piena di vita e di energia com’è. Sicuramente tra i due c’è un grande legame affettivo, anche perché Tsubaki conosce il passato travagliato di Kosei, fino a pochi anni prima ritenuto una grande promessa della musica classica, un pianista così precoce ed eccezionale da venir definito “il metronomo umano”. Ma Kosei ha smesso di suonare, non riesce più a sentire la musica e questo lo ha cambiato profondamente e non in meglio. Forse per aiutarlo Tsubaki lo coinvolge in un appuntamento a quattro, in cui far incontrare il loro amico Ryota Watari con la compagna di classe Kaori Miyazono. Dopo un primo incontro burrascoso, Kaori si rivela una violinista eccellente che però non ha nessuna voglia di farsi limitare dalle regole dell’ambiente, che ama così tanto la musica che desidera solo trasmettere la sua passione a chi l’ascolta… Cosa proverà Kosei di fronte a questo nuovo legame con un passato che è deciso a rinnegare?

Bugie D'Aprile Star Comics

La copertina e il titolo di questo manga risultano davvero fuorvianti, visto che leggendo ci si trova davanti a una storia per nulla semplice, ricca di elementi da approfondire e che tratta temi decisamente importanti e  a tratti drammatici. Anche per quanto riguarda il disegno, come annunciato nella premessa, risulta essere più accattivante all’interno, con linee morbide e espressive, e la mano di Arakawa mostra sicuri margini di miglioramento.

Bugie D'Aprile Star Comics

Un titolo da tenere d’occhio, da leggere se siete alla ricerca di nuovi spunti di riflessione, al di là di storie d’amori liceali e di pugni volanti (che a guardar bene, sono presenti anche qui!). In patria il titolo è diventato un anime e un live action!

Dylan dog 365, una recensione al cardiopalma

C’è una lezione che Alan Moore lascerà all’umanità intera, e non è come abusare di sostanze psicotrope.

La sua lezione più grande, che il Bardo ha ripetuto in decine di interviste, è che i lettori vanno trattati con rispetto. Più precisamente, il rispetto va alle loro qualità intellettive: i lettori non vanno trattati come dei deficienti cui va spiegato ogni singolo passaggio della trama. I lettori, al contrario, vanno stimolati con storie che rappresentino una sfida per il loro intelletto, che magari si facciano rileggere più volte, e che non per forza devono essere completamente comprese.

Al sottoscritto generalmente piace essere trattato con rispetto.

Ed è per questo che con la Bonelli il sottoscritto ha sempre avuto un rapporto ambivalente. Della Bonelli ultraclassica, quella che deve spiegare al lettore ogni cosa “per almeno tre volte”, francamente non ho mai saputo cosa farmene. Ma quando la Bonelli la pianta di trattarmi come un deficiente, allora è capace di farmi sentire veramente in gamba.

Lo ha fatto ad esempio con questo Dylan Dog numero 365; e non è una sorpresa, visto che ai testi c’è lo stesso Carlo Ambrosini di Napoleone, la serie Bonelli più bella degli ultimi trent’anni.

Cronodramma

Ambrosini sceglie un tema difficile, quello del rapporto dell’uomo con il Tempo: come lo percepisce, come lo condiziona e come ne è condizionato. Ci scopriamo a leggerla sempre più velocemente, terrorizzati dall’angoscia che prima o poi arrivi lo spiegone a rovinarne l’atmosfera rarefatta ma sincera; e così, dopo un viaggio al cardiopalma in cui la paura che la perfezione di questa storia venga rovinata ti toglie il respiro, giungiamo finalmente all’ultima pagina, solo per scoprire che tutto è andato bene.

Tutto è andato bene in questo primo Dylan Dog del 2017, ed è quindi con animo più calmo e rilassato che possiamo riprenderne la lettura da capo.

Il tema della storia, dicevamo, è il Tempo, e Ambrosini non si fa alcuno scrupolo a dircelo chiaramente. Il Tempo perduto e i crocevia di scelte attraverso il quale si dipana; il Tempo che trascorre e che porta con sé la memoria come un vano fantasma il quale, pur evanescente, sa ancora influenzare il presente.

Il Tempo metafisico, nel senso puro e artistico del termine (evidenti le citazioni di De Chirico in copertina) con i suoi paradossi e le sue sovrapposizioni. Non c’è un solo istante in cui la storia si concede al lettore, che si muove spaesato tra vignette di difficile collocazione cronologica nonostante i rimandi temporali precisi (“un giovedì”). Ambrosini, grazie anche ai disegni di Werther Dell’Edera, che qui allude in maniera quasi pedissequa al maestro Micheluzzi, gioca con lo spaesamento del lettore facendolo attorcigliare dietro l’interpretazione di ciò che accade, senza mai tradirlo buttandola su un facile non-sense.

La storia non manca del classico colpo di scena, che rielabora un cliché senza abusarne. E mentre Dell’Edera ci inganna con una frammentazione del racconto che somiglia a certe tavole di Crepax, Ambrosini ci avvolge nell’abbraccio della sua narrazione onirica da un lato e pragmatica dall’altro.

Al termine della storia, anche se non tutto è chiaro, tutto è cristallino, onesto, senza doppi giochi. Niente della storia è mai spiegato, è semplicemente mostrato ai nostri occhi; e il lettore, come l’Arlecchino della storia, assiste come un testimone a una serie di eventi di cui non riesce a cogliere appieno la portata.

Perché le storie belle non sembrano mai storie difficili. Le storie belle sono sempre storie semplici, che si distendono davanti al lettore, nude e sincere, chiare ma enigmatiche.

Storie belle come questo Dylan Dog 365.

 

Puella Magi Madoka Magica – Akemi Homura Ichiban Kuji

Puella Magi Madoka Magica è un titolo che dopo tantissimi anni dalla primissima messa in onda, continua a far parlare di sé. Questa serie è riuscita a stravolgere completamente il mondo delle Majokko, catapultandoci in un mondo alla deriva dove ogni legge non esiste.

Abbandoniamo tutto ciò a cui siamo abituati, dimentichiamo i sorrisi e le gioie e prepariamoci ad assistere alla nascita di un nuovo trauma esistenziale.

All’interno dell’anime emerge in modo diretto e maestoso la figura di Homura Akemi, (protagonista indiscussa della serie), che in pochissimo tempo è riuscita a conquistare i cuori di tutti gli appassionati, eclissando completamente la vera protagonista della storia, Madoka Kaname.

Oggi, infatti, vederemo una figure speciale prodotta dalla Banpresto che immortala la nostra piccola beniamina in un momento molto particolare.

Buona visione a tutti

What if… Yuri!!! on ICE disegnato da mangaka famosi

Il successo che sta avendo lo spokon Yuri!!! on ICE si avvicina sempre più a conquistare l’aggettivo “clamoroso”, e per adesso è già a “incredibile”. Basti ad esempio il fatto che nella prima settimana di vendita i DVD e Blu-ray hanno superato le 50’000 unità: una cifra incredibile considerando che persino i blockbuster tipo Sword Art Online arrancano sulle 10’000, incredibile considerando che è una serie rivolta al pubblico femminile più sparuto di quello maschile, e incredibile considerando che è il primo anime non yaoi a presentare anche relazioni omoaffettive narrate con naturalezza e non per il service sessuale. Yuri!!! on ICE è un anime sportivo ben fatto in cui la storia d’amore tra allenatore e sportivo nasce e cresce non tra uomo e donna, ma tra due uomini: incredibile.

Schizzo di Mitsurou Kubo per il cofanetto DVD/Blu-ray di "Yuri!!! on ICE".

Lo schizzo della fumettista Mitsurou Kubo per il cofanetto DVD/Blu-ray di Yuri!!! on ICE. L’anime è stato interamente ideato, scritto e disegnato dalla Kubo nonostante non ne esista (ancora) il fumetto.

Questa esplosione di popolarità per un anime dedicato a uno sport relativamente poco popolare come il pattinaggio sul ghiaccio ha portato il fandom giapponese a celebrate la serie al suo solito modo, ovvero usando la creatività. Oltre alle comuni doujinshi, che pure ovviamente ci sono, sono partiti su Twitter vari hashtag dedicati alla serie, il più divertente dei quali è un what if dedicato alla reinterpretazione di Yuri!!! on ICE con lo stile grafico di mangaka famosi. I risultati si possono ammirare seguendo il relativo hashtag, ma sono così tanti che DF ha selezionato quelli più interessanti e ispirati a fumettisti noti in Italia, divisi in quattro categorie: classici, commedie, shounen e shoujo. I tweet originali sono linkati sul nome dell’autore omaggiato.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Osamu Tezuka.

Per prima cosa non si poteva non iniziare con il padre fondatore del manga come lo si intende oggi: Osamu Tezuka, qui reinterpretato con il suo stile grafico morbido per rappresentare il combattivo pattinatore russo Yuri Plisetskij.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Shigeru Mizuki.

Altro nume tutelare dei manga è Shigeru Mizuki, il fumettista stranoto al grande pubblico in patria per la sua esplorazione dei mondi del sovrannaturale giapponese con la sua serie storica Kitarou dei cimiteri: qui anche il cast di Yuri!!! on ICE prende sembianze spettrali.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Fujiko Fujio.

Coi suoi occhiali e il suo modo di fare bislacco Yuri Katsuki non poteva non ispirare fanart nello stile del quattrocchi comico più celebre dei manga, ovvero il Nobita di Fujiko Fujio: in alto c’è scritto il nome di un ciuski di Victor/Doraemon, ovvero i “pattini per chiunque dovunque”.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Rumiko Takahashi.

Dopo tre classici, tre autori di commedie. Nonostante i cambi di temi e di stili che hanno generato reazioni discordanti fra i fan, un posticino per Rumiko Takahashi si trova sempre nel cuore di ogni otaku, e il suo stile anni ’80 è ancora oggi splendido.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Mitsuru Adachi.

Un altro figlio degli anni ’80 è Mitsuru Adachi, uno dei massimi autori giapponesi per gli spokon e non solo.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Yoshito Usui.

Un autore anni ’90 è invece Yoshito Usui, il cui divertentissimo Crayon Shin-chan ha avuto una vita travagliata in Italia, ma è un must assoluto in Giappone.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Hirohiko Araki.

Quanto agli shounen, il genio assoluto: ovviamente il folle Hirohiko Araki, la cui opera iconica Le bizzarre avventure di JoJo nel 2017 compie 30 anni.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Yoshikazu Yasuhiko.

Un altro caposaldo della cultura pop giapponese è Yoshikazu Yasuhiko, che ha consegnato alla storia il rivoluzionario design di Mobile Suit Gundam.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Suzue Miuchi.

Infine, in rappresentanza degli shoujo due grandi miti: il primo è quello ultracinquantennale de La maschera di vetro di Suzue Miuchi, ancora lungi dal concludersi.

Fanart di "Yuri!!! on ICE" nello stile di Naoko Takeuchi.

L’altro è quello di Sailor Moon di Naoko Takeuchi, che ha festeggiato il suo ventennale con una nuova serie tv dai giudizi contrastanti.

In tutto il mondo Yuri!!! on ICE ha conquistato la stima dei pattinatori professionisti, e pattina che ti pattina Yuri è arrivato anche in Italia grazie alla trasmissione sottotitolata sulla piattaforma Crunchyroll (fra l’altro #ceancheunpodItalia col personaggio di Michele Crispino): un’ottima alternativa divertente e romantica al baseball e al calcio, per gli amanti degli anime sportivi e non solo.

“Gli eroi camminano sulla Terra” – “Il fumetto supereroico” di Marco Arnaudo

La vita è fatta di passioni: per sé stessi, per altre persone, per degli ideali, per delle cose, per delle attività. Quando si possono soddisfare le proprie passioni ci si può ritenere fortunati e felici di stare al mondo. Ecco il motivo di fondo da cui nasce il mio articolo: una perfetta combinazione di quattro passioni, per la lettura, per i fumetti, per l’insegnamento e per la scrittura, che mi hanno portato a leggere e amare profondamente il libro di cui vi sto per parlare, a contattare l’autore e a rivolgergli alcune domande.
A fine ottobre sono andata al Lucca Comics e, dopo aver camminato in lungo e in largo per gli stand in mezzo a una fiumana di gente, la passione per i fumetti e la passione per la lettura di libri mi hanno fatto entrare in una libreria dove ho trovato Il fumetto supereroico di Marco Arnaudo. Appena letto il sottotitolo, Mito, etica e strategie narrative, la terza passione, quella per il mio lavoro di insegnante di lettere, mi ha spinta con il volume in mano alla cassa. In seguito, man mano che assaporavo le pagine, si è risvegliata anche la passione per la scrittura, che solitamente pratico solo per l’ambito della scuola, ed è maturata così l’idea di far sapere a tutti quanto mi è piaciuto questo libro. Perché di saggi e lavori specialistici ne ho letti, ma nella maggior parte dei casi erano o noiosamente pesanti o eccessivamente tecnici o narcisisticamente complicati o palesemente “scopiazzati”, mentre quello di Marco Arnaudo è tutto l’opposto: piacevole, avvincente, intelligente, originale, ricchissimo di esempi, spunti e suggestioni.
A quest’opera possono accostarsi con la sicurezza di scoprire molto sia gli appassionati del genere, sia i lettori occasionali, sia chi non ama i supereroi, perché probabilmente cambierebbe idea. Sono numerosi gli argomenti affrontati, dalla storia del genere alla definizione del monomito americano, dalla religione alla politica, dalla simbologia alla funzione modellizzante dei fumetti supereroici, dai confronti con i film a quelli con opere letterarie come i poemi epici.
La versatile competenza di Marco Arnaudo è legata alla sua attività di docente dell’Università dell’Indiana a Bloomington, dove insegna letteratura italiana e cultura pop anglosassone, usando anche i fumetti. Infatti alla fine della mail in cui ha immediatamente risposto alle mie domande è scritto: Marco Arnaudo – Professor of Italian Studies – Director of Graduate Studies in Italian – Department of French and Italian, e devo dire che a posteriori provo un certo imbarazzo nel pensare alla confidenza con cui mi sono rivolta a lui da perfetta sconosciuta e un certo stupore per la sua disponibilità, che ha accresciuto la mia stima nei suoi confronti e la mia invidia per i suoi studenti. Ma forse in un mondo in cui “gli eroi camminano sulla Terra” (per citare una delle frasi più belle dell’opera) anche questo è possibile.

Ed ecco l’intervista “a distanza”.

Perché hai scelto il fumetto supereroico come argomento del tuo libro?

Perché si tratta di un genere troppo ingiustamente ignorato dall’accademia. Quando è stato fatto oggetto di studi, lo si è impiegato per dire altro (per esempio per testare strumenti semiologici, o per trarre conclusioni sociologiche) piuttosto che per farne oggetto di autentica analisi che ne valorizzasse le qualità proprie. Ho deciso dunque di dare un mio modesto contributo alla comprensione del fumetto supereroico COME TALE.

Ci sono altri generi di fumetto che ti piacciono e su cui hai scritto o vorresti scrivere qualcosa?

Mi piacciono molto i fumetti italiani della Bonelli, e infatti ho scritto alcuni saggi su Dylan Dog, e un mio saggio su Tex uscirà tra poco nella rivista online Arabeschi. In futuro conto di scrivere anche su Martin Mystère, Nathan Never, e Julia.

Quali saggi sui fumetti sono per te fondamentali?

A costo di suonare antipatico, ci sono pochi saggi il cui metodo mi interessi. Come dicevo, troppo spesso i saggi che parlano di fumetto usano l’argomento per parlare di altro – come strumento piuttosto che come vero oggetto di analisi. I saggi che mi piacciono affrontano sempre lo specifico formale del fumetto, collegando medium a significato. Cioè mi interessano saggi che parlano di come il fumetto impieghi i mezzi espressivi suoi propri per determinare certi effetti ed esprimere certi messaggi che non sarebbero possibili in altre forme.

Cosa insegni ai tuoi studenti? Come usi i fumetti nelle tue lezioni?

Dipende dall’oggetto del corso. A volte insegno corsi sul fumetto, col fumetto come oggetto principale. Quindi copriamo la storia di un determinato genere, leggiamo i testi più significativi, e li discutiamo in classe, in forma di dialogo tra me e gli studenti. In altri casi inserisco fumetti in corsi di argomento generale; per esempio in un corso sulla fantascienza come genere questo semestre leggiamo molta prosa, guardiamo alcuni film, e leggiamo le storie classiche di Alex Raymond su Flash Gordon. Il fumetto aggiunge una prospettiva in più.

In Italia esistono ancora alcuni pregiudizi sui fumetti come espressione culturale. Negli Stati Uniti?

Molti meno. Non ci sono ancora molti corsi attivi sul fumetto, ma diciamo che quando io ne insegno uno i colleghi non mi guardano come se fossi un marziano. Cioè il campo è ancora piccolo ma non ci sono pregiudizi contro la sua espansione.

Nell’introduzione del tuo libro parli dell’evoluzione del genere supereroico. Quale periodo è per te più significativo o interessante?

Io sono un grande fan della cosiddetta Silver Age, cioè circa gli anni ’60 e ’70, con la formazione della Marvel. È in quel periodo che i fumetti di supereroi sono maturati come genere per adulti, e hanno iniziato a trattare temi complessi e costruire storie lunghe e dall’afflato epico. Gli anni ’80 e ’90 sono stati un periodo di violenza e spettacolarità gratuite, il che mi ha interessato molto poco. Mi piace anche il fumetto dei primi anni del 2000, proprio perché è ritornato in parte all’eleganza e sobrietà della Silver Age – con un taglio più moderno, ma senza grandi eccessi di stile.

In riferimento all’attualità, i fumetti supereroici rappresentano le cose ”come appaiono al momento” o “come il pubblico le avrebbe volute”?

Come appaiono al momento, e come potrebbero apparire tra qualche tempo. Raramente come il pubblico le avrebbe volute, e infatti il fumetto supereroico ha spesso un taglio critico verso il presente. Si è parlato tanto di fumetto supereroico come di genere “consolatorio”, ma andando a scavare i testi io questa funzione consolatoria l’ho trovata molto meno del previsto.

Maura Pugliese

Il fumetto supereroico
Autore: Marco Arnaudo
Casa editrice: Tunuè
Collana: Lapilli
Formato: 14×19; pp. 202
13,90 €
ISBN: 978-88-89613-70-2

Daredevil: Mark Waid e il sorriso del Diavolo

Quanti supereroi sono famosi per quello che non sanno fare?

Superman vola e può sollevare edifici, Batman è furbissimo e ha tutta la tecnologia del mondo, Spiderman tesse ragnatele e si dondola dagli edifici, Daredevil è cieco. Non ci vede. È questo che lo contraddistingue. Nel ’79 il giovane Frank Miller rimase folgorato da questo personaggio, se ne innamorò, intravedendo in lui un perfetto eroe hard-boiled. Era come se Miller avesse portato un whisky in un parco giochi. C’era violenza e durezza nel suo Daredevil nella solita idea milleriana di voler suscitare reazioni forti nei lettori, intuendo che il pubblico non va ricercato solo tra appassionati prettamente giovani, ma anche tra chi giovanile non lo è per niente. Miller prende un personaggio carino, che i più generosi avrebbero definito di serie B, che lui stesso chiama lo “Spiderman dei poveri”, e lo innalza nell’Olimpo del fumetto mondiale.

Io ci vedevo qualcosa di molto tosto. Matt è quello che punisco per tutti i miei errori e i miei peccati. Perché è davvero un eroe con dei difetti, perché è un uomo che vuol far del bene e causa un sacco di danni. Matt doveva essere un cattivo. Ha avuto un’infanzia orribile, la sua vita romantica è tremenda. Certo le ragazze sono belle, ma alla fine o muoiono o cercano di ucciderlo. Ma in qualche modo si redime e va avanti. Non si arrende. È proprio come suo padre.

In tutto il suo ciclo e soprattutto in Born Again, Miller cerca di disfare il macchinario dell’eroe e di rimetterlo insieme in modo più stretto e duro. Scompone Daredevil, lo distrugge in modo da fare emergere il vero eroe profondo, in modo da far capire che l’eroe non è il costume. Il costume è solo un vestito intorno all’eroe.

Miller aveva tracciato la strada maestra sul come scrivere Daredevil e i successivi autori, in diverse decadi continuarono il suo approccio a una scrittura hard-boiled del personaggio: Ann Nocenti gli regala uno spessore psicologico inedito approfondendo i risvolti sociologici individuati da Miller, Kevin Smith sviscera il rapporto controverso del personaggio con la religione e Bendis e Brubaker hanno esaltato la componente noir con toni da dramma esistenziale.

Quando nel 2011 Mark Waid prende le redini della testata, Matt Murdock è in un momento particolare. Nemmeno la rivelazione della sua identità segreta lo ha fermato ma le perdite e le sconfitte del personaggio sono state tante, troppe. E Matt è caduto troppo in basso (incarnato da quella saga pessima nota come Shadowland, con un Matt posseduto da un demone e leader della Mano). Fondamentalmente, a livello editoriale, durante tutto il volume due, si è abusato con il cliché di far guardare Devil a lungo nell’abisso, della disperata caduta dalla grazia e di smontare e rimontare l’eroe. E a confermarcelo sembra essere lo stesso Waid tramite le parole di Matt:

È stata dura. L’Inferno che ho vissuto è stato solo il primo passo su una lunga strada di altri orrori personali. Alla fine ho dovuto lasciare la città, lo studio legale, i miei amici. Ma ora ho deciso di lasciarmi tutto alle spalle e di ricominciare da capo…perché l’alternativa era soccombere alla follia. Di nuovo.

Waid allora propone di ritornare all’origine del personaggio. Torniamo alle storie scritte da Lee, Roy Thomas, Gerry Conway con un’epica meno drammatica di quella destinata a caratterizzare il personaggio. Waid riprende tutta la vita narrativa di Devil con le storie e i nemici più sgangherati pre-Miller, tutto quello che gli scrittori preferiscono eliminare in favore di una continuity più omogenea. Per certi versi è quello che ha fatto Morrison con All Star Superman e il suo ciclo su Batman: ovvero quando io voglio innovare, dopo una decostruzione estrema, bisogna tornare indietro, prendere il personaggio classico, ripensarlo e riproporlo in chiave moderna.

Le prime storie che Waid ci propone sono molto gioviali, dettate da un gusto classico con un Matt che lotta con se stesso e la concezione che le persone hanno di lui e del suo alter ego per poter avere una nuova possibilità, un nuovo inizio, come uomo e come eroe. Intenzionato a ricostruire la sua vita dalle fondamenta, il primo passo è rifondare il suo studio legale, la Nelson&Murdock, al fianco del fidato Foggy, il suo migliore amico e la sua voce della ragione. Foggy è proprio la pietra angolare intorno a cui Matt vuole ricostruire la propria esistenza cercando di convincerlo di non essere più il vecchio se stesso, un punching ball torturato, autodistruttivo, roso dal senso di colpa. Mostra ancora un indomito coraggio Matt, ma non nel saltare da un palazzo all’altro di Hell’s Kitchen o nell’affrontare un ostico avversario più forte di lui. Questa volta il coraggio sta nella volontà di mettere un punto a un esistenza di psicodrammi e infinito dolore, e avere il coraggio di ripartire, non facendosi spaventare dagli incubi che hanno funestato il suo passato e di tornare a sorridere alla vita. Waid tuttavia si chiede: ma è realmente possibile per Matt mettere alla porta il suo passato? La risposta è chiaramente “no”. Il passato per lui, come per qualsiasi altra persona, è un vivo spettro che continua a serpeggiare e gli scheletri (veri e metaforici) torneranno a chiedere un conto salato al nostro Diavolo custode. Questo ciclo è profuso di quel senso di rinascita spirituale che solo Miller è stato in grado di conferire con Born Again, una di quelle letture che fanno bene all’anima dei lettori.

Un esempio perfetto per comprendere la qualità e il tono di storie di questo ciclo di Mark Waid è Daredevil vol. 3 #7 (l’albo è anche stato premiato con il Premio Eisner 2012 come Miglior numero singolo e questo non sarà l’unico Premio Eisner raccolto dalla run). C’è umorismo, ci sono i classici problemi da eroe, le due facce di Matt Murdock, le tematiche sociali, soluzioni grafiche accattivanti e uno storytelling di altissimo livello. Ogni anno, nel periodo natalizio, Matt porta in gita gli studenti della scuola di Cresskill con problemi e che provano ansia per il mondo esterno. Una tempesta di neve, un incidente in autobus e la necessità di portare i ragazzi in salvo costringono Matt a lasciar spazio al suo alter ego. La difficoltà per Matt in tutto l’episodio è quella di continuare a mantenere alto l’entusiasmo suo e dei ragazzini e non farsi spaventare dai demoni interiori e dalla paura di fallire. La vita di Matt è stata essa stessa un incedente negli ultimi anni ma alla fine saranno proprio i bambini a salvare l’eroe, quasi che lo sceneggiatore Mark Waid ci voglia suggerire che nei momenti duri bisogna legarsi alle persone care perché proprio queste possono aiutarci a rialzarci: nessuno si salva da solo. Questo è un messaggio importantissimo in virtù di un eroe solitario come Matt Murdock, che ha finito per allontanare tutte le persone care a causa di una vita di violenza e morte.

L’altro merito di Waid è di affrancare Daredevil dall’essere solamente eroe di quartiere (lontano dall’estremizzazione di lavori come per esempio Devil: Padre di Joe Quesada), di connetterlo all’intero tessuto del Marvel Universe e di aver introdotto la bella Kirsten Mcduffie, il nuovo vice procuratore distrettuale, personaggio dallo spiccato carisma e che ogni lettore finirà per amare.

Appare chiaro come per lo sceneggiatore Mark Waid questo ciclo abbia rappresentato una seconda giovinezza, accolto con estremo fervore da pubblico e dagli addetti ai lavori, e mostrato ancora una volta un viscerale amore per i personaggi classici del filone supereroistico statunitense.

Da non sottovalutare inoltre i meriti di un comparto grafico di altissimo livello che ha visto in Paolo Rivera, Marcos Martin, Mike Allred e Chris Samnee le proprie stelle. Nonostante quest’ultimo spicchi per gran parte del ciclo, grazie alle sue matite dal tratto molto classico, ma al contempo fresco e adatto alla narrazione di Waid, nei due cartonati attualmente editi da Panini, la parte da padrone la fanno Paolo Rivera, col suo stile classico e plastico, e Marcos Martin, col suo tratto leggero e con la sua composizione virtuosa della tavola (e mostrando una certa influenza dai lavori di Gianni De Luca).

Insomma lettori e lettrici, il Diavolo è tornato.

Daredevil #1: Giustizia Cieca
Paolo Rivera, Mark Waid, Marcos Martin, Joe Rivera
Marvel Italia, aprile 2016
144 pagine, cartonato, colore – € 14.00

Daredevil #2: Cuori nelle tenebre
Paolo Rivera, Mark Waid, Kano, Khoi Pham, Emma Rios
Marvel Italia, ottobre 2016
136 pagine, cartonato, colore – € 12.00

 

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