Monthly Archives: gennaio 2017

Ushio e Tora: un racconto sull’amicizia

Torna un grande classico del panorama fumettistico nipponico in una perfect edition di pregio, composta da venti volumi di circa 350 pagine, comprendenti le tavole a colori apparse per la prima volta su rivista; tornano il ragazzo, il demone e la lancia; torna Ushio e Tora.

Ushio to Tora è la prima opera lunga di Kazuhiro Fujita: il suo esordio avvenne nel 1990 su Shōnen Sunday riscuotendo subito un buon consenso di pubblico e vincendo il premio Shogakukan per i manga nella categoria shōnen.

Ushio Aotsuki è un ragazzo delle medie, ha due enormi sopracciglia, un forte carattere ribelle e un padre sciagurato di nome Shigure, monaco di un piccolo tempio buddista. Per anni Ushio ha sentito la storia che narra della Lancia della Bestia, una misteriosa arma custodita nel tempio di cui suo padre è custode e forgiata nell’antichità per annientare gli yōkai (demoni); per anni il ragazzo l’ha creduta solo una leggenda, fino al giorno in cui accidentalmente cade in un vecchio sotterraneo e scopre un demone dalle sembianze di tigre (Tora in giapponese) bloccato contro un muro roccioso proprio dalla leggendaria Lancia.

Questo è il prologo di una delle storie più avvincenti del panorama fumettistico mondiale, una serie che parla di demoni, antiche leggende, mostri, sangue a fiumi, ma anche di dedizione, quella che Ushio impiega nella lotta per salvare i suoi cari, e di amicizia, quella che lo lega al demone Tora.

L’amicizia è un affetto reciproco e costante, un sentimento pari solo all’amore e un valore su cui si è scritto e narrato tanto, un legame capace di unire in un’unico spirito due esseri totalmente diversi tra loro, un umano e un demone, l’evoluzione di una conoscenza casuale che si trasforma vignetta dopo vignetta, avventura dopo avventura in un sentimento viscerale e profondo che legherà per sempre i due protagonisti.

Se penso a questo fumetto, infatti, “amicizia” è la prima parola che mi viene in mente per descriverlo, tanto questo sentimento è stato magistralmente rappresentato: un’amicizia nata dall’odio e trasformatasi in legame indissolubile.

Ma come è possibile trasmettere tali sentimenti attraverso dei disegni? Il tratto di Fujita, visivamente grezzo, sporco e grossolano, va affinandosi volume dopo volume raggiungendo una forza comunicativa altissima, forza che riversa maggiormente nella rappresentazione degli sguardi. Da sempre gli occhi sono lo specchio dell’anima e l’autore sa bene come far trapelare i sentimenti attraverso una loro sapiente rappresentazione. Spesso attraverso i lunghi capelli neri di un Ushio posseduto dalla Lancia emergono gli occhi carichi di passione e dedizione, e spesso sul volto feroce di Tora si stagliano degli occhi che trasmettono invece affetto.

Ma questa opera non è solo sentimenti, non illudetevi, quello che il sensei ci racconta è la lotta di un ragazzo che, con l’aiuto di un demone e di suoi amici umani, deve salvare il mondo dalla malvagia rinascita della Maschera Bianca, un concentrato di odio che vuole solo annientare l’umanità.

Il successo di questo manga fu tale che ne fu subito prodotta una versione animata di dieci episodi, più tre mini special comici, per il mercato home video nel 1992, giunti sul mercato italiano a opera di Yamato Video e trasmessi nel 2007 da la 7 Gold, e ben 3 videogiochi. Ma si sa i prodotti ben fatti non passano mai di moda e proprio nel 2015 viene prodotta in Giappone una nuova serie animata di 39 episodi, che, al contrario della prima trasposizione, approfondisce e amplia le vicende con maggiore cura (se siete curiosi questa serie la trovate legalmente online su Youtube sul canale di Yamato Video o cliccando qui).

Dunque, gli ingredienti essenziali per una serie appassionante ci sono tutti: sentimenti, lotta, demoni, misteri, colpi di scena, uno shonen con tutte le carte in regola: se non l’avete ancora fatto non potete non approfittare dell’occasione che Star Comics vi sta dando ancora una volta!

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Sailor Moon Crystal – la recensione di Dimensione Fumetto

Ho aspettato parecchio prima di scrivere una recensione su Sailor Moon Crystal in italiano. In primo luogo perché prima di esprimere un giudizio si deve guardare alla riuscita complessiva dell’opera, e perché i giudizi affrettati in genere non sono mai giusti.

Tuttavia a prima serie conclusa e seconda serie in corso penso sia il caso di esprimere un giudizio. Attenzione, per prima serie io intendo quella con la regina Metallia, questo per comodità e per essere compresa da tutti anche per chi di Sailor Moon serba un ricordo nostalgico.

Quando si parla di un’opera come Sailor Moon occorre non fare un semplice paragone con la serie classica, ma con ogni cosa creata e non creata da fonti ufficiali, dai fan, e da quello che ognuno di noi ha sognato e immaginato nell’universo Sailor.

Per prima cosa partiamo dal principio, ossia: SIGLA!!!


In gergo si dice che ci sono due tipi di traduzione: quelle brutte e fedeli e quelle belle e infedeli. La traduzione della sigla di Sailor Moon Crystal fa parte di quelle brutte e fedeli. Il messaggio espresso è bellissimo, forse è la cosa più femminista che troverete in giro al giorno d’oggi, si dovrebbe cantare ai cortei rosa: «Quelle come noi non temono! quelle come noi combatteranno! Decido io per la vita che ho niente principi, perché ho l’energia dentro me stessa!»

Purtroppo la metrica è davvero deludente e la mancanza di rime la rende inadatta a essere canticchiata o a diventare un vero e proprio tormentone. Quindi abbiamo un messaggio stupendo ma una forma che lascia a desiderare.

Miglior lavoro di traduzione hanno fatto a mio parere i Thunderdub, nonostante le voci della serie Rai siano migliori, l’adattamento e traduzione dei fan è sicuramente più coerente e mantiene pressoché inalterato il doppiaggio originale.


L’anime è una riproduzione fedele del manga. Come già detto in migliaia di articoli dedicati a Crystal, il character design e la storia sono stati creati per essere il più possibile fedeli al tratto della Takeuchi. Sailor Moon è quindi più alta e longilinea e sopratutto manca di tutte quelle espressioni buffe, smorfie, occhi sgranati e bocche deformate che hanno reso Usagi una campionessa di simpatia e goffaggine negli anni ’90.

La nuova Usagi non assume espressioni buffe, solo il minimo indispensabile, ma per il resto si mantiene sul serio o serioso. Nella nuova serie, inoltre, vengono eliminati tutti i filler, e vengono solo trasposti i fatti del manga. Se da un lato questo è bene, perché la storia deve avere una sua sintesi e non sbrodolare per venti episodi, d’altra parte i filler della serie classica hanno dato a Usagi e compagne maggiori sfaccettature e hanno mostrato il loro legame di amicizia in modo evidente. Ora in Crystal le ragazze dicono «l’amicizia con Usagi ci ha salvate», ma questa amicizia è solo accennata, mentre nella serie classica si sente proprio il legame crescere. Un esempio: Rei- Sailor Mars e Usagi si odiano cordialmente e si stuzzicano in continuazione, cosa peggiore di tutte Rei a un certo punto esce con Marzio ed è invaghita di Milord. Il rapporto con Usagi è teso, tuttavia a un certo punto, all’insaputa di tutte, quando sente il pericolo, Sailor Moon affida lo scettro lunare a Sailor Mars e le dice di proteggerlo. Come avremmo potuto percepire l’evoluzione del rapporto di amicizia, la fiducia che si ripone l’una nell’altra, l’alleanza delle due amiche senza questi filler? Questo episodio di metà serie rende più struggente l’ultimo episodio con le guerriere e soprattutto Sailor Mars in fin di vita.

In un’altra serie (la quarta credo)  Sailor Moon è alle battute finale e deve affrontare un nemico.  Le sue compagne sono tutte morte e lei comincia a perdere la memoria. Si ritrova in stato confusionale a raccogliere dei fiori in un giardino senza coscienza di chi sia e della sua missione. A un certo punto mentre raccoglie i fiori trova il piccolo orecchino a forma di rosa di Sailor Jupiter. Ecco, in quel momento si ricorda dell’amica (da un semplice orecchino!) ricorda la sua passione per la cucina, il suo profumo, così si ridesta e riprende con la morte nel cuore a combattere. Se non ci fossero stati i filler in cui si spiegano i rapporti tra le amiche, questi episodi avrebbero perso la carica emotiva e non avrebbero avuto il pathos che hanno.

Ciò non vuol dire che in Crystal le senshi siano messe da parte o siano meno in evidenza, anzi. Sono davvero toste, più toste che nella serie classica, dove per esempio, sopratutto nella prima serie, Ami ha un ruolo di combattente marginale, con un potere poco incisivo. Nella serie Crystal appaiono tutte forti e determinate e non esitano a usare l’attacco planetario Sailor (traduzione rimasta invariata) che sprigiona tutta la loro forza.

Riprendendo il discorso delle traduzioni un discorso a parte meritano gli attacchi delle Sailor. I traduttori hanno cercato di fare contenti i fan, traducendo letteralmente gli attacchi come sono scritti nel manga, ma allo stesso tempo hanno reso degli omaggi alla serie classica. La prima trasformazione di Sailor Moon è “Potere del Prisma di Luna” (con il cristallo d’argento diventa “potere del cristallo di Luna”). Gli attacchi delle Sailor sono simili e forse meglio tradotti nella versione di Rai Gulp che nella versione Mediaset: “bolle di nebbia” oggettivamente è meno accattivante di “nebbia acquatica di Mercurio” così come “mandala infuocati” è molto più catartico di “cerchi di fuoco saettanti”.

Unica traduzione rimasta invariata è “Catena dell’amore di Venere” che considero comunque appropriata e degno omaggio alla serie classica.

Un po’ deludente l’adattamento degli attacchi di Sailor Moon: sarebbe stato meglio lasciarli invariati, o meglio in originale inglese, perché “tiara di Luna boomerang” e “vortice curativo della Luna” sono traduzioni che non riescono a essere orecchiabili.

Sailor Moon Crystal è più orientata sull’amore invincibile di Serenity ed Endymion, che infatti è espresso molto bene, sopratutto toccante è stato inserire l’orologio con le fasi lunari invece del carillon. Nota positiva è l’assoluta mancanza di censure, che avevano reso la serie Mediaset monca e invisa alla Takeuchi stessa. Qui la versione è quella in blu-ray (quindi una qualità maggiore di quella Nico video) e la visione è godibilissima. Mamoru è perfetto ed incarna davvero il principe della Terra, il suo aspetto è molto più giovanile della serie classica e di questo siamo ben felici.

Per quanto riguarda il doppiaggio, non ho alcuna critica da muovere. Le voci rendono perfettamente il carattere delle Sailor e non sfigurano con le voci che siamo abituate a sentire e che abbiamo amato molto. Certo la nostalgia è forte ma tutti i doppiatori sono stati bravissimi e all’altezza del loro ruolo, nessuno escluso.

Certo non me ne vorrà la doppiatrice Laura Lenghi ma Veronica Pivetti è stata una Beril perfetta sopratutto nell’ultima puntata, ma a suo vantaggio aveva un monologo finale e un ruolo da cattiva molto più accentuato. Ecco appunto, questa differenza di finale sacrifica Crystal. Il monologo conclusivo della prima serie di Sailor Moon è uno dei più belli nella storia degli anime: rappresenta la voglia di vivere nonostante le difficoltà, l’ultimo slancio e l’ultimo desiderio vitale, rappresenta il potere dell’amore e dell’amicizia che sconfigge il male di vivere e che dà la forza e il coraggio di andare avanti.  Non solo: rende Bunny umana, una di noi.


In conclusione: Crystal è stata creata e pensata per un pubblico adulto, i vecchi fan la ameranno perché ripropone la loro eroina sotto una nuova veste più matura e con una formula “cotto e mangiato” ovvero una serie veloce in cui il succo è concentrato. Se però mi chiedete: questa Sailor Moon Crystal, se non ci fosse stata la serie classica, avrebbe avuto lo stesso successo che ebbe negli anni Novanta? Credo che la risposta sia no. Commercialmente questa serie non è fatta per avere lo stesso successo travolgente, mancano alcuni elementi e il pubblico ha bisogno di provare una grande empatia per i personaggi, cosa che con Crystal non succede al 100%.

 

 

 

Oceania: Disney sogna il mare aperto

Poster cinematografico di "Oceania" della Walt Disney Pictures.

Dopo aver esercitato il suo enorme potere conglobante e unificante, avvicinando sempre di più i prodotti dei vari segmenti recentemente acquisiti, la Disney pare entrata in una nuova fase, in cui sta testando i suoi limiti produttivi (riducendo le pellicole ma aumentando i budget) e sperimentando nuove formule. Il risultato ancora una volta sorprendente è quanto finora tutte le equazioni provate abbiamo portato a una risoluzione felice, e come Oceania, il film natalizio animato della sezione più antica e centrale, non faccia eccezione.

Dal gelo di Frozen la Disney si sposta nelle assolate isole polinesiane, per un’avventura in realtà concepita ben prima che si presentasse il problema di raccogliere il testimone di un successo enorme, come rivelato dalla produttrice Osnat Shurer in un suo recente passaggio italiano, durante il lungo tour promozionale per il lancio del film. Se da fuori Walt Disney Pictures sembra una macchina da guerra e da marketing, da dentro si scopre un’attenzione anche artistica per il lavoro preliminare sul film, durato ben tre anni, buona parte dei quali trascorsi al fianco delle popolazioni locali polinesiane. Lo scopo, talvolta fastidiosamente didattico (soprattutto nel primo tempo) è di rendere l’esotico scenario delle isole polinesiane molto più di un affascinante sfondo narrativo per la solita principessa Disney. Non che la storia non sia canonica, quantomeno nelle premesse, ma parte da un mistero storico ancora insoluto a cui il film dà una risposta fantasiosa e avventurosa: perché i polinesiani che popolarono gli arcipelaghi oceanici per millenni a un certo punto smisero per un lungo periodo di tempo di navigare, ricominciando a farlo secoli più tardi?

Fotogramma di "Oceania" della Walt Disney Pictures.

Vaiana è la principessa, anzi, la capovillaggio di turno, anche se il ruolo che il padre le attribuisce continuamente le va stretto. La sua irresistibile attrazione verso l’oceano e la navigazione è compresa solo dalla stramba nonna Tala, che la spingerà alla ricerca del semidio Maui (interpretato in lingua originale anche canoramente da Dwayne Johnson) per tentare di rimettere a posto il cuore di Fiti che l’eroe aveva precedentemente rubato e la cui mancanza rende le acque oceaniche pericolose e innavigabili.

Da qui si dipana una classica fiaba Disney, ma di quelle del nuovo millennio: eroina che la stampa tradizionale saluta come femminista perché non in cerca di marito, coefficiente avventuroso marcato, comprimari adorabili come i guerrieri noci di cocco Kakamora, empowerment song obbligata (ma niente nella colonna sonora supera mai il livello di uniforme orecchiabilità) e un tono tiepidamente anticonformista e autoironico.

Fotogramma di "Oceania" della Walt Disney Pictures.

Chissà se le parole di Maui sull’impossibilità di Vaiana di essere altro oltre che una principessa Disney («hai un vestitino e un animaletto, sei una principessa») sono anche una metafora per un film che si spinge oltre il rift del tradizionale, ma senza volere (o potere?) navigare in mare aperto seguendo senza freni la propria vena artistica, come invece è stato fatto in Kubo e la spada magica?

Sul comparto dell’animazione si trova di nuovo quella voglia di provare e rinnovare, tipica dei grandi classici degli anni ’90 della Casa del Topo. Oltre a investire in un film rischioso per quantità di elementi notoriamente difficili da animare (l’acqua), Oceania riscopre il gusto dell’animazione 2D, in un segmento davvero impressionante in cui mescola il 3D dei muscoli di Maui con il 2D dei tatuaggi animati grazie alla consultazione dei grandi maestri della tecnica tradizionale, richiamati per l’occasione come consulenti.

Fotogramma di "Oceania" della Walt Disney Pictures.

Quando finisce di espletare il suo dovere didattico e divulgativo verso il popolo polinesiano, Oceania aumenta il ritmo e diventa ben più divertente e solido del film di seconda fascia che sembrava destinato a essere, confermando l’incredibile solidità produttiva (e al botteghino) della Casa del Topo. Senza diventare memorabile, riesce a essere ben più che la scelta obbligata delle famiglie che portano i figli al cinema.

Dylan Dog 364 Gli anni selvaggi – Una recensione sovraccarica

L’Inghilterra è un mistero storico. Isola periferica e geograficamente insignificante, abitata genericamente da buffi ometti paludati, è stata per secoli protagonista della storia mondiale e ha generato movimenti culturali e artistici che continueranno a influenzare il globo terrestre in tutti i campi. Hanno inventato persino la lingua più parlata nell’Occidente, e non è un caso che l’inglese sia la lingua del rock.

Gli inglesi hanno inventato i Beatles e i Sex Pistols, e con essi il 75% dell’essenza della musica moderna.

Poteva quindi Dylan Dog esimersi dal partecipare in qualche modo al metallico mondo della musica Hard Rock inglese? Non suona forse il clarinetto? Non vive forse a Londra?

È questo che devono essersi chiesti alla Bonelli quando si sono messi sotto a preparare il numero 364 della serie, che ancora una volta riunisce la scrittrice noir Barbara Baraldi e il veterano Nicola Mari sulle pagine dell’Indagatore dell’Incubo. I due colgono la ghiotta occasione di immergere Dylan nelle atmosfere rockettare della Londra punk rock, per vedere l’effetto che fa.

L’effetto che fa

Purtroppo, e lo diciamo con un certo rimpianto, non fa un grande effetto.

pagina 10

La storia, dopo la lettura (e la rilettura-per-sicurezza che si fa sempre quando bisogna recensire qualcosa che non funziona) appare infine come profondamente sbagliata, sia nel principio ispiratore (1) che nell’esecuzione (2).

La gestione Recchioni ha tentato, e con ragione, di rielaborare la figura di Dylan Dog in modo da farne esaltare alcune caratteristiche che lo immergessero di più nel mondo contemporaneo. Dylan ci è stato mostrato mentre guardava serie come Walking Dead, o mentre ascoltava musica metal, o andava al cinema. La Londra dell’Indagatore dell’Incubo è diventata la città cosmopolita e caotica di oggi, a scapito della versione romantica e a tratti macchiettistica fornitaci nel passato: ed è in quest’ottica, a nostro parere, che, in quest’albo, si è scelto di mostrarci un giovane Dylan Dog impegnato, per così dire, a fare da roadie ad una band metal, organizzando serate in locali fumosi finché, in pasto al più classico dei cliché, il successo non bussa alla porta del gruppo, corrompendone la purezza originale.

pagina 26

E Dylan nel cliché ci rimane invischiato fin troppo, finendo per recitare una parte già vista e già letta troppe volte. Abituati com’eravamo negli ultimi anni a non saper più cosa aspettarci, guardiamo questo Dylan così spento e ci chiediamo se davvero il gioco sia valsa la candela.

In conclusione, l’idea di un Dylan Dog impegnato in queste atmosfere di dannazione musicale era forse una di quelle che ci sembrano ottime all’inizio, ma che perdono smalto pian piano mentre le eseguiamo, fino a farci pentire amaramente alla fine.

(2) Normalmente una storia può essere estremamente sbagliata ma eseguita così magistralmente da rendere questa caratteristica un punto d’onore. Purtroppo, non è il caso di questo albo. Da una scrittrice del calibro della Baraldi forse ci si sarebbe aspettato un intreccio meno scontato, soprattutto nella struttura noir della storia. I passaggi in flashback somigliano più ad un lungo “spiegone” di ciò che accade nel presente, e nemmeno nell’alternarsi riescono a creare una trama scorrevole. Il colpo di scena finale è purtroppo estremamente telefonato (il perché lo spieghiamo nella didascalia all’immagine, così da evitarvi spoiler), e la narrazione è contornata da una serie di delitti decontestualizzati e che trovano la loro giustificazione all’esterno della cornice della storia: il che, a nostro parere, è una violazione delle regole classiche del giallo horror.

pagina 58
[SPOILER] Sul serio, ma la storia ha praticamente solo tre personaggi. Uno è Dylan Dog, l’altro muore, chi mai sarà l’assassino?

Conclusioni

Il nostro lettore non si lasci ingannare. Gli anni selvaggi è un albo riempitivo non riuscito, sicuramente, ma lontano anni luce dai corrispettivi di qualche anno fa. Ricorrendo a un vecchio trucchetto, gli autori inseriscono l’albo nella continuity verticale della serie, riuscendo in qualche modo a giustificarne l’acquisto anche se la storia è dimenticabile. La Baraldi, pur su un’impalcatura narrativa piena di tutti i difetti sovraelencati, riesce a far reggere la sceneggiatura in modo da non stancare, e Mari è sempre Mari, e il suo tratto è sempre un bel guardare.

pagina 34

Non un vero e proprio passo falso, dunque: ma una storia che non scaverà nicchie nel cuore degli appassionati dell’Indagatore dell’Incubo, né in quello degli amanti del fumetto in generale.

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