Monthly Archives: Dicembre 2016

Comics&Science: un nuovo inizio…

Beh, a noi appassionati di fumetti e scienza, e magari della (buona) divulgazione che si può fare mescolando le due cose, Lucca Comics&Science di quest’anno ha portato una serie di novità.

cs2Non solo il nuovissimo logo disegnato da LRNZ….

Non solo il ritorno del geologo Ortolani alla guida di Misterius…

Ma soprattutto la serializzazione semestrale del frutto della collaborazione tra CNR e LuccaComics (come preannunciato già qualche mese fa).

E per ripartire, Comics&Science torna a Leo Ortolani e a Misterius, che stavolta ci guida con la sua ironia e con i suoi record mondiali di salto di palo in frasca nella storia della rete.

La scelta dell’argomento non è affatto casuale, e non va affatto fuori tema, anche se magari si parla forse più di tecnologia che di scienza vera e propria.

Infatti trenta anni fa ci fu il primo collegamento tra l’Italia e la nascente internet. Evento già celebrato ufficialmente con l’Italian Internet Day il 29 e 30 aprile scorsi e al quale è stato dedicato un interessante e didascalico filmato dal titolo Login, il giorno in cui l’Italia scoprì Internet di Riccardo Luna.

Ortolani, con il suo umorismo dissacrante, paradossale e per questo sempre al confine tra realtà e fantasia stavolta ci guida alla scoperta della rete delle reti fin dagli esordi di ARPANET. E, al solito, è così paradossale che il lettore si trova a chiedersi: -Al di là delle esagerazioni, sarà vero che il presidente Eisenhower ha avuto l’intuizione sulle comunicazioni? E che l’idea è venuta a un suo ex commilitone di nome Henry Dugan?

Così qualche informazione storica sulla nascita dell’infrastruttura della moderna rete informatica viene infilata tra personaggi verosimili, come Henri Cuomo e Jason Fiorelli ricercatori del CERN (dove è effettivamente stato creato il primo browser web) e quelli molto meno verosimili (ma sarà così?) che adorano il Dio modem.

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E, come era successo nei precedenti numeri di Comics&Science, il fumetto è contornato da redazionali e articoli interessanti e divulgativi, che svelano qualche segreto della rete, dal significato dei nomi (Domain Name System) alla presentazione dell’Istituto di Informatica e Telematica del CNR.

E, insieme a Misterius, anche Federico Bertolucci, disegnatore Disney, ci fa raccontare dai cani antropomorfi Bit e Bot la storia del primo collegamento tra il CNUCE-CNR di Pisa e la Pennsylvania (qui perdonatemi un po’ di orgoglio, ma negli anni ’90 del secolo scorso, tante volte sono passato davanti ai portoni di Via Santa Maria a Pisa). E fumetto e tecnologia continuano il loro viaggio a braccetto, se è vero che la casa informatica di Bit e Bot porta proprio al registro italiano dei nomi a dominio (registro.it).

A completare il discorso, due pezzi da novanta della divulgazione scientifica di alto livello come Paolo Attivissimo, noto scopritore di bufale, blogger, giornalista scientifico, e Marco Cattaneo, fisico e direttore de Le Scienze.

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Ancora una volta si dimostra come due (a torto) considerate sottoculture, se messe insieme possono invece innescare un feedback positivo, portando la  Cultura a tutto il pubblico, trattando argomenti non banali con un linguaggio alla portata di tutti. E hanno la capacità di incuriosire, senza voler essere esaustive.

Il lettore, oltre a farsi delle sonore risate, e a godersi delle pagine di belle illustrazioni e disegni, ha l’occasione di riflettere e conoscere meglio gli aspetti tecnici e meno conosciuti di una infrastruttura che ormai, volenti o nolenti, fa parte della nostra vita.

Restiamo entusiasticamente in attesa del prossimo numero di Comics&Science, che, partito da Lucca, mi pare cominci a camminare da solo con una certa sicurezza

Ha infatti creato un link diretto tra la scienza e il pubblico, e lo aiuta a evitare bufale e pseudoscienze che molti dei media moderni stanno invece amplificando.

Fantasia ed Eterno: Uomini in mare di Riff Reb’s

Riff Reb's Uomini in mare

Il mare prende, il mare rende. Il mare è una sfida. Enorme, profondo, disorientante. Palcoscenico di drammi, scenografia di vita. Il mare è tutto, è l’eterno, è un enigma. È suono, colore, odore, sapore.

Il mare è il protagonista di capolavori della letteratura e dell’arte. Passeggiando sulle sue spiagge, i suoi confini, puoi trovare di tutto, da oggetti trascinati via e restituiti ormai indelebilmente modificati e malleati, a pensieri, che come un pezzo di vetro, o un frammento di ceramica, nel momento in cui il mare te li fa ritrovare, non sono più gli stessi. Sono la stessa cosa, eppure diversa. Paradossalmente, da detriti, scarti, pattume, si sono trasformati in gioielli.

Credo che la stessa cosa possa succedere anche alle fantasie, ai pensieri che prendono forma seguendo il flusso e riflusso delle onde, che si allontanano, sprofondano e quando li ritrovi sono l’Odissea, Moby Dick, 2000 leghe sotto i mari, L’isola del tesoro, Il vecchio e il mare… E credo anche che quel processo che il mare produce sulle cose che prende, e che considera sue, possa paragonarsi a questo volume, alle storie che racconta e che illustra, per mano di uno dei grandi artisti che vive oltralpe.

Riff Reb's Uomini in mare

Riff Reb’s, al secolo Dominique Duprez, che a dicembre compie cinquantasei anni, ha il volto ruvido e asciutto dei lupi di mare, e lo sguardo limpido come certe mattine di sole. Negli anni ha saputo costruire e lavorare per il fumetto francese e per l’arte in generale, insieme a una generazione di artisti di talento, che forse hanno avuto meno di altri gli onori che meritano. In questo caso, ha iniziato una trilogia sul mare che si conclude con questo volume, edito in Italia da Kleiner Flug, intitolato Uomini in mare e che segue A bordo della Stella del mattino e Il lupo dei mari, adattamenti dei racconti di Pierre Mac Orlan e Jack London.

Questo terzo volume presenta gli adattamenti di racconti di diversi autori, storie che sono state interiorizzate e poi di nuovo ricreate, così come sa fare solo l’acqua salmastra, o i grandi maestri. Tra un racconto e l’altro estratti di brani, illustrazioni a doppia pagina di genuina bellezza e, alla fine, una chiacchierata con l’autore che parla un po’ di come tutto questo sia avvenuto.

Le brevi narrazioni sono scabre, ruvide, tanto a volte da far sanguinare, e poi sono incisive, commoventi o feroci, e sanno raccontare come può essere vivere e morire su un legno che galleggia sulla distesa infinita di liquido salato. Come può essere desolante, o straniante, o avvincente vivere su e per il mare.

Riff Reb's Uomini in mare

I disegni di Riff Reb’s hanno un’impronta unica e facilmente riconoscibile, molto personale e accattivante, per quanto profondamente segnata dalla volontà caricaturale. I fondali e le scenografie sono accuratissimi, realistici, documentari: l’ambientazione, le imbarcazioni, gli equipaggiamenti, tutto è perfettamente descritto e definito, dinamico, avvolgente per lo sguardo che si sofferma a lungo su ogni pagina, su ogni vignetta.

Ogni racconto ha poi, accoppiato al nero inchiostro, un suo colore, o al limite due, che sottolinea le emozioni della storia: il rosso per uno spietato omicidio o per un amore impossibile, il gelido verde per il terrore del Maelström, e così via.

Impossibile riuscire a descrivere le sensazioni che trasmettono le pagine, l’affabulazione che si mescola tra immagini e parole, a parte che tanto richiamano, come dicevamo all’inizio, una passeggiata sulla spiaggia e tutte le sorprese, belle o spiacevoli, che sa riservare. Questo volume è stato per me quasi un ritrovamento, come tale l’ho considerato, e si è rivelato un gioiello inaspettato, con tanto da dire.

 

Uomini in mare di Riff Reb’s

Kleiner Flug, 15 euro

Kubo e la spada magica: l’armonia perfetta di Laika

Locandina italiana di "Kubo e la spada magica".È di nuovo ora di fare mea culpa, è di nuovo ora di tornare a parlare entusiasticamente di un film della Laika dopo averla quasi dimenticata, sommersi come siamo dai film dei grandi studi d’animazione occidentale. Certo che con quattro film all’attivo in dieci anni forse siamo anche un po’ giustificati, ma la domanda rimane sempre quella: perché quando si parla di grande animazione, di stato dell’arte e di Oscar viene sempre in mente Pixar o Disney, nella annate buone Dreamworks? Sarà che amo particolarmente il folklore giapponese, per cui la trama di Kubo e la spada magica per me cade a fagiolo, ma uscendo dalla sala l’impressione è stata di non vedere da molto, molto tempo, un film d’animazione così bello e ineccepibile, anche pescando fra i titoli più riusciti della Pixar post fusione Disney.

Dato che sono fermamente convinta che il cambio di status societario abbia lasciato un’impronta anche sulla fase cinematografica 2.0 della Pixar, non sarà mica che Laika tira fuori film così spettacolari in virtù della sua conformazione? E allora diamolo qualche numero e guardiamo in faccia a una realtà che compie con Kubo il primo anniversario decennale. La società ha base lontano dai grandi centri cinematografici (d’animazione e non), a Portland dove, in circa sessanta studi di posa, una trentina di animatori crea e muove set e personaggi tutto il giorno, per poi creare l’animazione stop motion con un minimo intervento di CGI non invasivo. Ogni giorno ciascuno di loro realizza circa cinque secondi di film, il che significa un minuto scarso alla settimana montato, sistemato ed editato, il che risponde all’implicita domanda sul perché di questi tempi biblici tra un film e l’altro, ma non al Perché. Perché ostinarsi romanticamente, ma anche sconsideratamente a scegliere la stop-motion, anche se significa mettere a rischio l’intero studio di fronte a un solo film andato male?

Fotogramma di "Kubo e la spada magica".

Se un accordo di distribuzione più solido con Universal ha di fatto garantito un incasso al box office a Kubo e la spada magica impensabile per i suoi predecessori, la risposta rimane complessa e comunque da ponderare. Certo che oltre ad avere un forte valore identitario, la stop-motion per Laika non è mai stata un vezzo, così come non lo è in questo film, così ricco di dettagli e soluzioni figlie del mezzo espressivo scelto, dove per cogliere a pieno i foreshadow e le suggestioni della sua storia sarebbe necessaria una seconda visione (pensate bene a dove è nascosto l’elmo, ad esempio).

Stavolta però a una sceneggiatura e una regia (firmata dall’esordiente Travis Knight, da sempre dietro le quinte di animazione e produzione dei film Laika) di prim’ordine si affianca un cast tecnico impressionante, che va a pescare nel gotha del cinema contemporaneo. Basta dire che la notevole colonna sonora è ancora una volta firmata da Dario Marianelli, ma la struggente canzone sui titoli di coda la canta Regina Spector, senza elencare un diluvio di star in sala di doppiaggio: Charlize Theron, Rooney Mara, Ralph Fiennes, Matthew McCounaghey e tanti altri, che fanno più che bella presenza. Purtroppo l’impressione dal trailer in italiano, per me che ho visto il film in originale, è che si perda un po’ della sottigliezza delle interpretazioni originali.

Fotogramma di "Kubo e la spada magica".

Se Boxtrolls è un film “solo” buono per gli standard astronomici di Laika, Kubo and the Two Strings se la gioca con ParaNorman per la palma di miglior produzione, vincendo sicuramente per respiro e ambizioni. Questa fiaba che pesca a piene mani nel folklore giapponese (cfr. Kaguyahime, Momotaro e la Pesca Gigante) infatti non si trattiene, anzi, ricerca orizzonti più ampi, vicende più avventurose, twist narrativi più arditi, riuscendo a piazzare le sue idee, le sue sorprese e i suoi messaggi in maniera strepitosa, per giunta senza mai tradire il pubblico di riferimento dei più piccoli.

Kubo è un piccolo saltimbanco che anima origami magici con lo shamisen per sbarcare il lunario. La notte si nasconde in una grotta con la madre per sfuggire alle mire del nonno che, con l’aiuto delle perfide zie, ha sottratto al piccolo un occhio e vorrebbe portargli via anche l’altro. Quando gli scomodi parenti riusciranno a scovarlo, Kubo partirà alla ricerca di un’armatura magica composta di tre pezzi, l’unica in grado di proteggerlo dalla violenza del nonno. Il ragazzino sarà accompagnato nel suo viaggio avventuroso da due figure che sembrano condividere numerosi ricordi e interessi con i di lui genitori.

Fotogramma di "Kubo e la spada magica".

Cosa manca a questo film? Cinematograficamente parlando, assolutamente nulla. La trama ha il respiro del kolossal e una costruzione così complessa da sembrare molto più di un semplice film per bambini (a fine proiezione provate a pensare a quanto, sin dall’apertura, ricorrano dei motivi centrali nella parte finale) c’è molta azione, una dose notevole ma mai stucchevole di folklore giapponese e, vivaddio, zero necessità di tormentoni o scene furbuffe inserite al grido di “merchandise in arrivoooo!”. In campo extracinematografico a Laika manca solo un’imponente macchina pubblicitaria che, per un film del genere, gli assicurerebbe quell’Oscar che ancora scandalosamente manca. Certo Kubo e la spada magica è una bella ipoteca sul risultato finale, il genere di film di puro genio narrativo e consapevole del mezzo che Pixar non sforna da anni (pur essendo andataci vicino un paio di volte) e che costringe a guardarsi le spalle anche ai giganti.

In tutto questo però rimane una questione insoluta: Kubo e le due corde per strumenti musicali forse è un tantino lungo, cari titolisti italiani, ma la spada magica?! Nel film (e nella locandina) c’è una spada, ed è magica, circa, ma dannazione, il punto del film è che, nonostante la classica ricerca di proppiana memoria, il punto NON è la spada magica, che poi è solo uno dei tre pezzi di cui è composta l’armatura magica e quindi… perché andare in fissa solo con la spada? Siamo cinici e sinceri: non avete nemmeno visto il film partendo in quarta con la sinossi rimediata su wiki o avete deciso di ignorare sistematicamente il messaggio finale perché con questo anonimo titolo vi pareva più commerciabile in un Paese che ignora sistematicamente la Laika?

Fotogramma di "Kubo e la spada magica".

Uno dei film del 2016, che riporta l’animazione a una dimensione innovativa, esplorativa, ambiziosa e autentica.

Ad Aprile la seconda stagione di Attacco dei Giganti

Sull’ultimo volume (il 21°) di Shingeki no Kyojin di Hajime Isayama uscito pochi giorni fa in Giappone è stato finalmente rivelato che la seconda stagione dell’anime di Attacco dei Giganti debutterà il prossimo Aprile.

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La seconda stagione, annunciata nel Novembre 2014, era stata inizialmente programmata per il 2016 ma la programmazione ha subito notevoli ritardi in corso d’opera.

E se Dylan Dog fosse…: I vincitori!

Sabato 3 dicembre si è concluso il nostro Concorso di illustrazione in modo trionfale, stilando la classifica dei vincitori, notizia che in molti di voi sapranno già grazie alla nostra pagina Facebook. Prima di passare a illustrarvi i quattro vincitori volevo ancora ringraziare gli sponsor che ci hanno sostenuto, un enorme grazie alla Pentel, alla cartoleria Cartarius, alle Edizioni NPE, alla RW Edizioni, al B&B L’Arengo, e alla Fumetteria Matrix.

Ringraziamo soprattutto i giudici, David Messina e Sara Pichelli, i nostri presidenti di giuria, Alessandro ZechiniGabriele Coccia e Lara Quatrini per aver messo a nostra disposizione il loro tempo e la loro professionalità.. Infine, ma non per importanza, grazie a noi di Dimensione Fumetto che ancora una volta siamo riusciti a portare a termine una bella iniziativa, totalmente priva di scopo di lucro.

Ma ecco i nostri quattro vincitori:

Premio speciale DF: Jessica Antonini di Foligno (PG)

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Terzo classificato: Stefano Zorzenon di Mossa (GO)

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Secondo classificato: Leonardo Lotti di Predappio (FC)

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Primo classificato: Claudia Plescia di Porto Sant’Elpidio (FM)

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Tutti gli elaborati ammessi al Concorso saranno in mostra fino al 18 dicembre al Palazzo dei Capitani, area Archelogica, in Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, venite a farci un saluto, ne saremo felici!

Universo Alfa: le cronache di Marte

Le premesse di questa miniserie, cominciata oltre tre anni fa, mi sono sembrate fin da subito veramente buone.

cronache_marte_1Non solo perché il titolo richiama gli storici racconti di Ray Bradbury, ma anche perché i temi trattati erano, come spesso accade nel mondo futuribile di Nathan Never, affatto banali.

Il razzismo, il potere e la sua autoreplicazione (fino alla clonazione dei potenti), l’accettazione della diversità dal punto di vista sociale e personale. Ma anche la lotta tra uomo e macchina, l’affermazione e il riscatto di sé, la coerenza fra pensiero e azione, il riscatto attraverso lo sport e la notorietà, fino a scoprire che è in stretta connessione con la ricchezza e il potere.

Inoltre in qualche modo questa storia in particolare, e in generale il mondo ormai venticinquennale di Nathan, mostrano una possibile evoluzione di alcuni aspetti del progresso che stiamo vivendo in questo periodo: oggi si parla anche nella nostra realtà di robot in forma umana e la scienza, l’antropologia e la psicologia si stanno chiedendo fino a che punto possiamo essere in grado di sopportare la somiglianza.

Oppure stanno diventando di utilizzo non più solo strettamente sperimentale tecniche di editing genetico come il CRISPR.

Sottendendo quindi anche l’etica che li contraddistingue: è giusto portare lo sviluppo fino alle estreme conseguenze? Non potrebbe questo alla fine rivoltarsi contro noi stessi? Esiste dunque un limite etico al progresso scientifico?

È in fondo un interrogativo che viviamo anche oggi, trovandoci in un mondo che cambia, per molti a causa dell’intervento umano, al punto che biologi e antropologi parlano ormai esplicitamente di antropocene.

Nonostante la storia sia proiettata su Marte circa tre secoli dopo rispetto all’epoca di Nathan, le tematiche sociali sono quindi fortissime, in perfetta adesione con quanto visto finora nella serie regolare e negli altri spin-off, da Agenzia Alfa, alle altre incarnazioni di Universo Alfa, utilizzando altre ambientazioni per parlare di quanto succede nell’uomo e nella società di oggi.

cronache_marte_3Bepi Vigna ha scritto e sceneggiato l’intera trilogia.

Nei primi due numeri lo scrittore sardo ha aperto una serie di linee narrative che chiedevano, in questo volume conclusivo, un degno epilogo, sintetico nella sua complessità.

Linee narrative che a loro volta si sviluppano su un quarto di secolo. Partendo dall’oligarchia dei Pretoriani e dalla guerra cosiddetta dei mondi (anche qui una citazione della fantascienza classica con H.G. Wells), sviluppatasi sulla serie regolare della testata principale tra il 2011 e il 2012.

Linee che vedono coinvolto il pianeta rosso e i suoi avamposti, senza dire nulla sulla situazione della Terra, almeno per ora.

Il tutto parte da una serie di leggi che mi hanno ricordato non poco (anzi, forse anche troppo esplicitamente) quanto è successo nello scorso secolo sul nostro pianeta con le leggi razziali nella Germania hitleriana, ma che hanno trovato casa un po’ in tutti i regimi totalitari.

Si spera che nel futuro le situazioni non debbano necessariamente ripetersi allo stesso modo e con le stesse peculiarità: volontà di repressione o cancellazione del diverso da parte del potere dominante, appigliandosi a ogni forma di ostilità; frasi del tipo prima i marziani.

Le parole pronunciate sugli schermi dal Numero Uno, Massimo Decimo, possono far pensare non solo ai discorsi di noti dittatori del passato, ma anche a quelli di altrettanto facinorosi odierni politici di casa nostra o giornalisti che quotidianamente appaiono sulle nostre TV, ribadendo l’attualità e l’attenzione che la casa editrice pone nel trattare i temi sociali più forti.

cronache_marte_2L’Agenzia Alfa in questo mondo marziano non esiste. Il legame con il mondo nathanneveriano è una società segreta che ha proprio la lettera Alfa per nome e simbolo e che aiuta i prigionieri terrestri dei marziani, con un legame con la colonia penale di Urano che non si svela fino alla fine della storia.

Colonia penale in cui si svolgono misteriosi esperimenti sui prigionieri umani, e alla quale le astronavi di Marte non riescono ad avvicinarsi.

Contemporaneamente, i prigionieri terrestri su Marte ricevono misteriosi aiuti, che hanno qualcosa di magico.

Insomma, un sacco di elementi, di storie parallele

La storia è godibilissima, le linee aperte tengono con il fiato sospeso e non fanno intravedere subito come finirà, gli elementi avventurosi e più strettamente legati alla trama si mescolano con i misteri di quello che c’è dietro.

Però alla fine sono rimasto un po’ deluso.

La conclusione infatti, viste le premesse, mi è parsa un po’ deludente. Mi ha lasciato l’amaro in bocca, quella sensazione di incompiuta che, se da una parte serve a lasciare aperte delle porte, tira le fila in un modo che sembra un po’ frettoloso.

Perché i buoni vincono un po’ troppo facilmente. E anche l’arma usata per sconfiggerli (il classico esperimento di laboratorio alla periferia dell’impero, trascurato dal capo e da tutta l’organizzazione, che alla fine è l’elemento chiave per la sconfitta) mi è sembrata davvero troppo fantascientifica. È vero che per sconfiggere una forza radicata come quella dei Pretoriani su Marte occorreva qualcosa di eccezionalmente efficiente, ma l’esperimento genetico che casualmente provoca, oltre alle mutazioni, la capacità di viaggiare in dimensioni parallele, anzi, di rimanere sospesi tra le dimensioni, secondo me rimane un po’ naif e toglie le castagne dal fuoco utilizzando un artificio quasi magico.

Per quanto storicamente sia accaduto proprio così alla caduta delle dittature, con il popolo che immediatamente voltava le spalle all’establishment tanto osannato fino a pochissimo tempo prima, e la notevole capacità di riciclarsi da parte dei gerarchi di regime che avevano fatto i loro interessi rimanendo borderline, la riproposta di questo canovaccio sociale non dà spessore alla fine della storia. Sembra un po’ un e tutti vissero felici e contenti.

Dal punto di vista emotivo, la ricomposizione degli affetti e la prospettiva di un ritorno insieme, mutati e umani, sul pianeta madre, lascia aperte speranze di pacificazione tra Marte e Terra, tra umani e mutati, e ha un impatto molto forte, ma secondo me non basta a bilanciare la sensazione di incompiuta.

Non mi hanno in tutti e tre i volumi del tutto convinto i disegni di GIéZ, soprattutto mi sono parsi non completamente adatti all’ambientazione fantascientifica. Uno stile molto scarno, cosa che in sé non è un male.

Però a volte lo stile mi è parso un po’ tirato via, eccessivamente abbozzato e con una dinamicità piuttosto limitata, soprattutto quando racconta quello che accade su Urano, in cui, per distinguere lo stile grafico, mi sembra che elimini quasi completamente le ombre.

Graficamente ho invece apprezzato (e molto) le copertine di Max Bertolini.

Vale la pena comunque di restare in attesa delle evoluzioni di questa linea narrativa, se ne avrà, perché spunti interessanti ce ne sono.

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Kagami ga Kita- un divertissement per i nuovi lettori

Kagami ga Kita è una raccolta di storie brevi della mangaka Rumiko Takahashi. In questo volume ci vengono presentate cinque storie dal tema fantastico e sovrannaturale con sfumature gotiche. Non sono racconti con fate amorevoli, ma storie che degradano al nero e al grottesco.

I racconti parlano di persone comuni che a un tratto si trovano ad avere a che fare con qualcosa di macabro o innaturale che investe le loro vite.  

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Nella prima storia, che dà nome al volume, Lo Specchio, due ragazzini  hanno la capacità di assorbire la cattiveria nelle persone mediante, appunto, uno specchio che hanno sul palmo della mano.

La seconda storia, Revenge Doll, vede un mangaka che, alle prese con i classici problemi di lavoro, si vede recapitare una bambola che può maledire le persone, cosa potrà farci? Funzionerà? E sarà in grado di risolvere i suoi guai?

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Nella terza storia, Le mille facce di una stella, una giovane idol è coinvolta in un omicidio. Lei crede di aver assassinato un uomo e fugge braccata dalla polizia, mentre va in onda l’ultimo episodio del telefilm in cui è protagonista.

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La quarta storia, Un fiore carino, vede come protagonista una casalinga disperata, vittima di uno stalker che le manda fiori…puzzolenti! Suo marito è lontano, questa giovane cadrà in tentazione oppure rimarrà fedele?

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L’ultima storia, With Cat, vede come protagonisti due ragazzi adolescenti, ed è forse la più aderente allo stile di narrazione della Takahashi: i due giovani tontoloni sono alle prese con la maledizione di un gatto.

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C’è poi un piccolo extra in cui la nostra amata Rumiko parla dei suoi esordi come fumettista. La storia è davvero godibile e divertente e svela molti retroscena.

Per quanto riguarda il giudizio complessivo sull’opera, ci sono due chiavi di interpretazione. La  prima chiave è quella di chi ha già letto altre storie della Takahashi, ed è quindi abituato al suo estro e alla sua comicità: per questi lettori fedeli i racconti hanno poco mordente, non sono molto accurati e risultano poco incisivi. Pare che l’autrice non abbia voluto dare il massimo nelle storie brevi e il loro sviluppo lascia poco soddisfatti. Infatti i personaggi principali sembrano solo abbozzati e i secondari sfumati rispetto agli standard a cui siamo abituati.

Tuttavia chi invece è alle prese per la prima volta con la Maestra, troverà le storie horror al punto giusto e divertenti, le narrazioni brevi sono godibili e riescono a convincere il lettore meno smaliziato che riuscirà anche a farsi una risata in alcune scene. Non solo: gradirà moltissimo l’ultima storia sulla passione dell’autrice per i manga.

Il tratto della Maestra è sempre espressivo e peculiare, un suo perfetto marchio di fabbrica che la distingue dalle mangaka contemporanee. La cura della fisicità è buona anche se alcuni personaggi sembrano troppo simili tra di loro. La cura degli interni è evidente e rispecchia lo stile della classe media giapponese.

Insomma un volume che consiglio a chi viene dall’universo shoujo e vuole mettersi in gioco con un volume leggero di una grande maestra del manga giapponese.

 

Torna Mademoiselle Anne con un film al cinema

Il grande titolo storico Una ragazza alla moda, noto in Italia anche come Mademoiselle Anne, sta per tornare e lo fa in grande stile: con un film cinematografico!

Illustrazione di "Una ragazza alla moda" di Waki Yamato.

Illustrazione di Waki Yamato per il 45 giri con le sigle dell’anime di Haikara-san ga tooru… le sigle giapponesi, ovviamente, purtroppo non quella italiana stupenda cantata da Stefania Mantelli & le Mele Verdi.

Il fumetto è considerato un capolavoro assoluto della letteratura shoujo, scritto e disegnato da Waki Yamato e pubblicato dalla casa editrice Kodansha dal 1975 al 1977 con il titolo Haikara-san ga tooru, che vuol dire “Passa (per strada) la haikara“, dove haikara viene dall’inglese high collar e vuol dire “persona alla moda”, perché i colletti alti delle camicie erano sconosciuti ai giapponesi dell’inizio del XX secolo e furono introdotti dagli stranieri dopo la fine della plurisecolare autarchia nipponica iniziata nel 1641 e finita nel 1854. Una ragazza alla moda è infatti ambientato nel 1919 durante il Periodo Taishou, tre lustri di rinnovamento sociale e avanzamento tecnologico paragonabili alla Belle Époque europea e caratterizzati da un forte penetrazione della cultura occidentale in Giappone.

"April Fool" di Yumeji Takehisa.

Un’opera del 1926 di Yumeji Takehisa, il più importante artista visivo attivo in Giappone durante il Periodo Taishou, per una copertina della rivista Fujin graph. Autodidatta, donnaiolo e amante di Toulouse-Lautrec, Yumeji espresse al meglio quello che i giapponesi chiamano il Taishou roman, cioè la “romanticheria Taishou”, quel periodo dorato e decadente un po’ orientale e un po’ occidentale in cui sembrava che sarebbe andato tutto bene. Finirà esattamente com’è finita la Belle Époque: male.

Waki Yamato viene considerata vicina al celebre Gruppo del 24, una sorellanza di autrici accumunate dalla critica come un soggetto omogeneo poiché tutte nate intorno all’anno 24 del Periodo Shouwa (corrispondente al 1949) e tutte significative per il cambio della morale, del costume e della società giapponese negli anni ’70: fra queste ci sono nomi importanti come Moto Hagio, Keiko Takemiya e Riyoko Ikeda.

La Yamato è nata nel 1948, quindi proprio in quegli anni, ma non sempre viene inclusa nell’elenco perché la sua poetica non mira tanto a sconvolgere il pubblico con grandi innovazioni grafiche e narrative (portate da titoli come Le rose di Versailles), bensì recupera ambientazioni storiche in cui inserisce trame romantiche fortemente venate di umorismo. Nonostante ciò, le protagoniste volitive e indipendenti della Yamato le fanno guadagnare un posto d’onore nel percorso di liberazione femminista giapponese, ben lunghi dall’essere completato.

Immagine promozionale per il film "Haikara-san ga tooru".

La prima e finora unica immagine promozionale del nuovo film dedicato a Una ragazza alla moda. È molto intrigante, ma… perché il pattern del kimono è tutto sballato???

In questo 2016 si celebrano i 50 anni di attività di Waki Yamato: per festeggiarla adeguatamente è stata organizzata una mostra e l’anno prossimo uscirà il film cinematografico animato di Una ragazza alla moda.

Le aspettative sono molto alte: il regista e sceneggiatore è Kazuhiro Furuhashi, celebre per aver partecipato a tutti gli anime di Rumiko Takahashi e soprattutto per aver diretto i magnifici OAV di Kenshin samurai vagabondo, mentre i doppiatori principali saranno le star Saori Hayami nel ruolo di Benio e Mamoru Miyano in quello di Ishuuin, entrambi con un curriculum sterminato.

Non è ancora stata annunciata una data d’uscita ufficiale per il film, ma i fan possono restare aggiornati controllando il sito ufficiale e il profilo ufficiale su Twitter, e potranno ingannare l’attesa con la nuova riedizione dell’anime in cofanetto Blu-ray o DVD in uscita il prossimo 21 dicembre.

Umpa-pah: un pellerossa a Parigi…

Umpa-Pah è il suono onomatopeico del basso tuba che alterna tonica e dominante di un accordo e una canzone del musical Oliver!, basato sulla storia di Oliver Twist, e messo in scena per la prima volta nel 1960.

In realtà però, quasi un decennio prima due giovani autori francesi avevano pensato a un personaggio da lanciare sul mercato americano, un indiano che vive la dicotomia tra tradizione e modernità, nel classico formato della striscia.

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Le sei pagine non sfondano ma fanno da apripista, soprattutto nella mente degli autori, per un progetto che verrà concretizzato alla fine dello stesso decennio, con diverse differenze sostanziali:

  • non più una striscia ma una bande dessinée tradizionale, pubblicata da una delle riviste tradizionali, Tintin;
  • un cambio di epoca, dagli anni ’50 del 1900 al più tradizionale periodo coloniale;
  • la tribù dei Piedi-piatti si trasforma in quella dei Koseekosah.

NonaArte ha pubblicato circa due anni fa questa antologia del personaggio, che è durato solo pochi volumi per motivi editoriali, molto ben spiegati nei ricchi redazionali di introduzione.

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Il volume è molto curato e completo, con 30 pagine che fanno da ottimo apripista alle 150 pagine di storie successive.

Le tavole iniziali toccano anche la storia del più famoso duo di autori d’Oltralpe, Goscinny e Uderzo, e svelano tantissimi retroscena.

oumpahpahLe storie invece raccontano di una tribù di indiani che hanno già, in nuce, le caratteristiche del villaggio gallico che i due autori inventeranno qualche anno dopo.

Anzi, il protagonista Umpa-pah raccoglie in sé tutte le caratteristiche degli eroi gallici: è forte come Obelix, scaltro come Asterix e ha quella limpidezza, ai limiti dell’ingenuità, che spesso viene attribuita ai nativi americani (o almeno ai loro rappresentanti più positivi).

E stavolta a fare la parte dei tonti non sono i Romani (nei quali noi italiani vediamo tutti gli stereotipi che i cugini francesi ci attribuiscono), ma i Prussiani (che sono supponenti, con nomi impronunciabili, fanatici rispettosi delle regole e parlano kozì). I Francesi invece sono ancora una volta integerrimi, e un po’ strani, anche se il fratello De Profiterole sarebbe alla mercé dei vari nemici che affronta se non avesse il buon Umpa-pah a tirarlo fuori dai guai. E, come al solito, c’è una forte caratterizzazione dei personaggi.

Le analogie non finiscono qui….

Così troviamo nel mondo dei Koseekosah anche i pirati, i fortini in legno, le foreste (e gli animali messi in fuga dalla musica), e molte delle trovate che Goscinny e Uderzo riprodurranno e svilupperanno ulteriormente nelle storie di Asterix: dai nomi divertenti, alle gag, alle trovate grafiche e coloristiche per sottolineare i passaggi divertenti e gli stati d’animo.

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Un libro buono per tutte le stagioni, divertente e leggero, che dà anche delle informazioni interessanti sulla storia del fumetto francese del dopoguerra, consigliato agli amanti di Asterix, ma anche a tutti gli altri.

Umpah-Pah L’Integrale

René Goscinny – Albert Uderzo
192 pagine
colore – 22×30 – cartonato
€ 24.90
2014

 

Tra Dylan e Mercurio intervista ad Alessandro Bilotta

alessandro-bilottaAlessandro Bilotta, per chi segue anche marginalmente l’ultima generazione di autori della Bonelli, non ha bisogno di presentazioni. Probabilmente è lo sceneggiatore più “d’autore” del fumetto popolare in Italia, avendo spesso scelto di creare opere sue (gli episodi autoconclusivi de Le Storie e Walter Buio, giusto per fare degli esempi) e molto spesso, quando lavora per personaggi seriali, utilizza dei presupposti inusuali (come il suo Dylan Dog alternativo, più anziano, che vive in un mondo popolato da zombi).

Apprezzato anche dalla critica, avendo ricevuto il premio Anafi e il premio Micheluzzi come Miglior sceneggiatore, abbiamo voluto fare due chiacchiere su come lavora e quali forze oscure sollecitano la mente di chi fa questo mestiere. 

Grazie Alessandro per la disponibilità, innanzitutto e ti volevo chiedere: da dove viene un’idea? Da cosa parti solitamente? Possiamo anche fare l’esempio di come è nata la storia di Dylan uscita recentemente [La fine è il mio inizio]. Quali parametri utilizzi per capire se un’idea è valida o è da scartare?

È un’idea valida se mi coinvolge, se si fissa nella mia mente, progredisce e mi fa venire voglia di dedicargli tempo e lavoro.

 Si dice che di solito a un soggettista/sceneggiatore vengono in mente decine di idee, ma quasi tutte si rivelano inefficienti. Succede anche a te?

Nel mio caso non è un problema di inefficienza, ma di selezionare le idee che mi interessano realmente, avendo a disposizione, come tutti, una vita con un tempo determinato.-la_macchina_umana___dylan_dog_356_cover

 Secondo te oggi si può essere originali?

 Certamente. Ma penso che l’originalità sia sopravvalutata.

Quanto pesa il “come” raccontare rispetto al “cosa” raccontare? Intendo: si può rendere la storia di una principessa che viene salvata dal suo principe avvincente e moderna, con una sceneggiatura che mascheri la classicità degli eventi?

Sì. Penso che la scelta del “cosa” ci parli delle intenzioni dell’autore, ma è il “come” che fa la qualità di un narratore. 

Vederti passare da Le Storie e Dylan Dog, a Corsari di classe Y pubblicati ne “Il Giornalino” ai cartoni animati delle Winx Club fa capire quanto sei poliedrico. Quanto è importante questa capacità in un autore, nel tuo campo?

È importante solo da un punto di vista strettamente lavorativo. Nel mio caso è naturale perché mi interessano moltissime cose, anzi potrei dirti che il fumetto è solo uno dei miei tanti interessi, però ho molta stima di coloro che scrivono la stessa cosa tutta la vita, mi sembra che coltivino un’ossessione.

La documentazione oggi quanto è importante, se si racconta un fatto riferito a un periodo storico reale? In quali casi le inesattezze storiche potrebbero essere plausibili? 

Dipende sempre da cosa si vuole raccontare. Se la storia è incentrata sui personaggi, lo sfondo storico può diventare marginale.

mercurio loi 01Quale consideri un’opera perfetta dal punto di vista narrativo/sceneggiatura?

Watchmen.

Passando nel dettaglio: qual è il rapporto con il disegnatore? Come gestite l’impaginazione e la scansione? Dai direttive precise o preferisci affidarti a ripetuti scambi di opinioni? Potremmo anche parlare della genesi…

Parlo a lungo con il disegnatore prima di scrivere la sceneggiatura, ma dopo aver chiara in mente la storia. Mi confronto sulla direzione verso cui vogliamo andare. In seguito scrivo una sceneggiatura molto dettagliata. Dopo di che, mentre il disegnatore realizza le tavole, c’è uno scambio e un confronto continui. 

Lavorare con un disegnatore esordiente o con un veterano del mestiere: a quali differenze sei andato incontro?

Un esordiente ha sempre molti problemi sulla prima storia, che in qualche modo per lui è l’occasione di imparare, però può essere molto disponibile a mettersi in gioco. Un veterano non ha alcun problema a realizzare una storia, ma potrebbe non avere interesse ad alzare l’asticella della sfida. 

Spesso si parla con un disegnatore di come la tecnologia ha cambiato il modo di disegnare. E per uno sceneggiatore, quanto è cambiato il modo di lavorare negli ultimi anni?

È molto più semplice e rapido l’accesso alle informazioni e questo consente a chiunque lo voglia di ottenere in poco tempo e in modo credibile qualunque genere di documentazione.

C’è una piccola voce che circola e vorrei sapere se per te è vera: in Italia abbondano i disegnatori bravi e capaci, ma di sceneggiatori bravi e preparati ce ne sono pochi. Solo una voce o pensi che sia vero?

C’è oggettivamente un numero inferiore di sceneggiatori rispetto ai disegnatori, ma non è un problema italiano, è così in tutto il mondo.

Il fumetto italiano si sta muovendo molto in questi ultimi anni e tu sei uno dei protagonisti. Pensi che presto l’innovazione soppianterà la tradizione e vedremo (eresia!) Tex fatto da un mangaka?

Penso che nei fumetti, come in molti altri settori culturali, ci sia voglia e bisogno di novità, ma non penso che queste coincidano necessariamente con lo stravolgimento di quello che c’è già, anzi, questo potrebbe essere sintomatico proprio dello scarseggiare delle novità.

Sta per debuttare la tua nuova serie: Mercurio Loi. Il personaggio nasce su un albo de Le Storie (il 28): al tempo avevi già in mente una possibile serie o hai scritto un romanzo “fatto e finito” senza curarti troppo del futuro del personaggio?
Avevo provato a scrivere il primo numero di un nuovo personaggio immaginando eventuali sviluppi, ma solo per dare l’idea che quel mondo fosse credibile, esistesse da sempre e sarebbe esistito ancora a lungo. Non avevo ancora in mente che potesse davvero avere un futuro editoriale.
mercurio loi 02Come cambierà, se cambierà, il tuo approccio al personaggio e alla scrittura dello stesso adesso che è stato tradotto in una serie?
Mentre ci lavoro, sono sempre un passo avanti. In qualche modo, prima di Mercurio stesso devo sapere a cosa porteranno tutti gli eventi.
Si tratterà di una serie di racconti autoconclusivi oppure ci sarà qualche tipo di collegamento tra i vari albi? 
Saranno episodi autoconclusivi che, se letti tutti e in ordine, mostreranno anche un’evoluzione degli eventi e dei personaggi.
La scelta del colore è funzionale al tipo di narrazione che tu e i disegnatori volete costruire oppure si tratta di una nuova direzione presa dalla Casa Editrice (dopo Orfani e il nuovo Martin Mystère) alla quale vi siete adattati?
È entrambe le cose. Ma non parlerei di adattamento, piuttosto di opportunità.
Abbiamo già visto qualche anteprima di Casertano e immagino ci sarà un ritorno di Matteo Mosca. Puoi anticiparci qualche altro disegnatore?
Non posso ancora farti altri nomi, ma posso dirti che sono tornato con piacere a lavorare con diversi disegnatori con cui ho costruito progetti importanti.
Ringraziamo Alessandro per la sua disponibilità a un’intervista “doppia” (che a differenza di quelle del Le Iene aveva due intervistatori piuttosto che due intervistati) e attendiamo impazientemente di leggere il suo Mercurio Loi.

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