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Felicità! I primi 10 anni dello Studio Khara

Hideaki Anno, l’auteur che con le sue opere ha cambiato il senso stesso dell’animazione giapponese, pubblicò sul suo sito web il giorno 1 agosto 2006 una lista di offerte di lavoro per radunare lo staff artistico & tecnico e poter così formare un nuovo studio di animazione con un nome greco (lingua che affascina il regista): χαρα, che si legge “khara” e vuol dire “felicità”. Da allora sono passati dieci anni, e in questo decennio lo Studio Khara è diventato di colpo il massimo rappresentante mondiale dell’arte dell’animazione giapponese, superando la Production I.G. che si è lasciata alle spalle i fasti di Ghost in the Shell e ora si limita ad adattare fumetti pre-esistenti, la Madhouse che sta ancora campando di rendita dopo la dipartita di Satoshi Kon, e persino lo Studio Ghibli che con l’incerto addio ai lungometraggi di Hayao Miyazaki sembra essere entrato in una fase di stallo. Nella polverizzazione in una miriade di studi piccolipiccolissimi e addirittura mononucleari che stanno caratterizzando questi anni ’10, lo straordinario successo mondiale raggiunto dallo Studio Khara col suo progetto Rebuild of Evangelion meritava di essere celebrato: a novembre si è tenuta una mostra a Tokyo, e a ottobre la rivista otaku per eccellenza Newtype ha pubblicato un dossier speciale con interviste ai personaggi principali dello studio.

La mostra

Immagine promozionale ufficiale della mostra per il 10ennale dello Studio Khara.

L’immagine promozionale ufficiale della mostra per il 10ennale dello Studio Khara, coi personaggi vestiti come al Ballo delle Debuttanti.

L’esposizione Kabushikigaisha Khara 10 shuunen kinenkan (un tecnicissimo “Mostra celebrativa per il 10ennale della Società per azioni Khara”) è stata allestita per la durata di una sola settimana, dal 23 al 30 novembre, al La Foret Harajuku a Shibuya, un edificio costruito nel 1978 per ospitare sia un grande magazzino sia spazi didattici e creativi; la collocazione nel quartiere più internazionale e frizzante di Tokyo ha automaticamente reso il La Foret il punto di riferimento della moda giovanile e dei brand emergenti, e trasformato le sue gallerie espositive in laboratori per artisti under 30. Hideaki Anno ormai non è più under 30 da un bel po’, ma lo Studio Khara e buona parte del suo pubblico sì, quindi non si tratta di una collocazione peregrina.

Immagini dalla mostra per il 10ennale dello Studio Khara.

Immagini dalla mostra per il 10ennale dello Studio Khara. In alto: l’allestimento interno severissimo e sobrissimo come se fossimo nella sede della NERV, con telai d’alluminio a reggere i disegni e l’uso esclusivo di colori piatti fra cui spadroneggia, ovviamente, il rosso sangue. In basso: gadget, ci mancherebbe! A sinistra il grafico col DNA di Godzilla piegato a origami (elemento cruciale del film Shin Godzilla), a destra la torta stampata con i protagonisti del Rebuild of Evangelion, senza alcun senso… o forse sì, dato che la baumkuchen è proprio la torta a cui pensa Shinji quando Asuka gli dice di pensare in tedesco.

La mostra ha celebrato dieci anni di lavoro intorno ai tre grandi progetti su cui lo studio si è concentrato: Rebuild of Evangelion, Shin Godzilla e Nihon animator mihon’ichi. Si è trattata di un’occasione eccezionale per poter ammirare non tanto nuovi prodotti o anteprime, ma piuttosto per osservare a distanza ravvicinata il lavoro che gli artisti radunatisi al cenacolo di Anno hanno prodotto in questi dieci intensi anni: disegni preparatori, storyboard, oggetti di scena, acetati originali e altre vestigia otaku, un termine che in Giappone sta venendo pian piano normalizzandosi e avvicinandosi al senso di “appassionato di manga/anime/videogiochi/eccetera” che ha in Occidente; lo stesso Hideaki Anno ormai usa il termine maniakku (dall’inglese maniac) quando vuole dare un senso denigratorio al concetto di fan. D’altronde, Anno è il primo degli otaku e l’ultimo dei maniakku: i primi intendono la loro passione come un’arte che, nei casi migliori, raggiunge tali straordinari livelli di complessità e stratificazione da diventare un soggetto di studio (e di tesi di laurea su Neon Genesis Evangelion sono pieni gli archivi delle facoltà di Studi Orientali di tutto il mondo) e di condivisione collettiva trans-generazionale; anche i secondi intendono la loro passione come un’arte e una ricchezza personale che dà soddisfazione, ma non avendo complessità, non necessitando di approfondimento e in generale non venendo condivisa (se non limitatamente nel tempo e nello spazio) resta una divertimento personale.

L’enorme complessità narrativa, tecnica e grafica dietro il lavoro di Hideaki Anno e dello Studio Khara lo rende decisamente otaku. L’otaku non venera il suo idolo: lo studia.

Il dossier

Copertina del numero di novembre 2016 di "Newtype".

Il numero di novembre 2016 di Newtype con in copertina la nuova serie Mobile Suit Gundam: Orfani sangue & acciaio. Non c’è Anno o Eva che tenga: se c’è Gundam, in copertina ci va Gundam, è pur sempre la serie otaku definitiva.

Newtype” è una parola che indica lo stadio successivo dell’evoluzione dell’Homo sapiens nell’universo fantascientifico di Mobile Suit Gundam, che essendo la serie più otaku che esista ha fornito ispirazione nel 1985 per la nascita della rivista dedicata alla cultura otaku, Newtype. Coerentemente con il glorioso nome che porta, questo mensile non solo presenta e racconta manga & anime: li studia, e li produce persino (sulle pagine centrali sono stati pubblicati fumetti di grande raffinatezza fra cui The Five Star Stories di Mamoru Nagano, Elementalors di Takeshi Okazaki e Kobato. delle CLAMP). Per il decennale dello Studio Khara, il cui lavoro è sempre stato celebrato dalla rivista con toni entusiastici, non poteva mancare uno speciale di approfondimento, intitolato 10th – 10 anni di Studio Khara, e poi e stampato su otto pagine completamente tinte di un accecante color rosso sangue, come il mare di Eva 3.XX.

La prima parte del servizio è una doppia paginona impostata come un’infografica in cui si snocciolano nomi, numeri e immagini del soggetto trattato: una presentazione dell’azienda, tutte le copertine di Newtype dedicate allo Studio Khara, la timeline dei suoi lavori e l’elenco di tutti i premi e gli eventi in giro per il mondo in cui è stato coinvolto.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le prime due paginone del servizio 10th – 10 anni di Studio Khara, e poi sul numero 11/2016 di Newtype.

Dettaglio di una pagina del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La timeline dei lavori dello Studio Khara.

Dettaglio di una pagina del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La mappa con gli eventi nel mondo a cui ha partecipato lo Studio Khara. A quanto pare Mahiro Maeda è stato quest’anno al Japan Expo di Parigi: a quando un’ospitata a Lucca?

La seconda parte del servizio è quella dedicata all’ultima fatica dello Studio Khara Kidou keisatsu Patlabor REBOOT (titolo internazionale, letterale: Mobile Police Patlabor Reboot), e presenta un’intervista doppia al giovane regista Yasuhiro Yoshiura (classe 1980) e allo storico character designer e fumettista della serie Masami Yuki. Yoshiura è già stato il regista degli episodi 11 e 29 di Nihon animator mihon’ichi, un progetto volto a scoprire e valorizzare animatori giovani o totalmente emergenti finanziandone la realizzazione di cortometraggi, e questa nuova incarnazione della serie sui robot verosimili ne è l’ennesimo episodio (il 36esimo, ma non conteggiato e considerato “extra”).

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

La doppia pagina dedicata al reboot della storica serie Patlabor. A sinistra, una raccolta di fotogrammi tratti dagli ultimi episodi di Nihon animator mihon’ichi realizzati finora (il progetto avanza con ritmo aperiodico).

Nell’intervista, intitolata Del costruire ponti (un modo di dire giapponese dal significato opposto a quello di generation gap) Yoshiura non nasconde la sua grande gioia per l’aver lavorato a questo video e per il successo on-line che ha ricevuto in Giappone, mentre Yuki sottolinea che questa collaborazione fra il franchise ideato dal gruppo Headgear e lo Studio Khara era predestinata, dato che in questo periodo Yoshiura è nei suoi 30 anni proprio come lo era lui quando iniziò a disegnare il fumetto di Patlabor, e che la prima serie OAV Patlabor uscì nel 1988 proprio in contemporanea con la prima serie OAV di Hideaki Anno, Punta al Top! GunBuster.

Il trailer ufficiale di Kidou keisatsu Patlabor REBOOT: colorazione sfumata in puro stile Khara, gran sfoggio di animazione in CGI, e dialoghi metanarrativi del tipo «Non siamo mica in un cartone animato di robot!». Il video completo, della durata di 8 minuti e 32 secondi, è stato pubblicato in DVD & Blu-ray lo scorso 26 ottobre e resterà disponibile gratuitamente on-line fino al 28 febbraio 2017.

La terza parte del servizio è chiaramente la più interessante, poiché contiene l’intervista doppia a Hideaki Anno e Kazuya Tsurumaki, emblematicamente intitolata Questa non è una fabbrica, questo è un laboratorio: è chiaro il riferimento alle note dichiarazioni di Anno stesso circa il pronosticato futuro tutt’altro che roseo dell’animazione giapponese, privo com’è di una chiara direzione artistica.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le prime due pagine della lunga intervista a Hideaki Anno e Kazuya Tsurumaki intitolata Questa non è una fabbrica, questo è un laboratorio. Sulle colonne a destra e sinistra ci sono gli auguri grafici dello staff dello Studio Khara per il suo decennale: si tratta di una pratica molto comune in Giappone, dove gli artisti non lasciano semplicemente autografi e dediche ai fan, ma vere illustrazioni su supporti solitamente quadrati chiamati shikishi (gli stessi recentemente usati anche da Leiji Matsumoto per delle opere di beneficenza in Italia). L’uso degli shikishi non si limita solo agli artisti visivi: anche scrittori, attori e cantanti lasciano i loro scarabocchi al fan in fila o al ristoratore che ha cucinato per loro.

Due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Le ultime due pagine dell’intervista a Anno & Tsurumaki. A destra: in alto il primo schizzo reso noto di Ryuu no haisha, in basso altri fotogrammi di Nihon animator mihon’ichi. A sinistra: altri saluti e ringraziamenti e un giocoso Godzilla di Mahiro Maeda. Al centro, Tsurumaki e Anno nella sede dello Studio Khara, col poster di Shin Godzilla e, nella teca, una testa che pare tanto quella dei giganti di Nausicaä della Valle del vento.

Nell’intervista, dal carattere più informale che celebrativo, Anno racconta che dopo essersene andato dalla Gainax gli erano rimasti solo due punti fermi: il suo braccio destro Kazuya Tsurumaki e la volontà di tornare su Neon Genesis Evangelion per offrirne una nuova versione con quello che i giapponesi chiamano un “plus alfa”, cioè un qualcosa in più rispetto a quanto già c’era (ad esempio, nel videogioco Street Fighter EX plus α ci sono personaggi e missioni in più rispetto alla versione arcade), e a questo scopo preciso ha fondato lo Studio Khara, pensato come un progetto a termine: è stato aperto apposta per Eva e chiuderà quando finirà Eva. Tsurumaki si è subito unito allo studio (non appena concluso il suo impegno lavorativo per Punta al Top 2! Diebuster), portando l’organico iniziale a cinque persone, chiuse in una stanza in affitto a lavorare sulle poche idee chiare di Anno: realizzare qualcosa che fosse il frutto del lavoro in team, che esprimesse le personalità degli autori, e che fosse di alta qualità. All’inizio si erano pensate varie opzioni, fra cui ad esempio realizzare film per la tv completamente in digitale, e a quanto pare fu Tsurumaki ad avere l’idea di realizzare una «Nuova versione cinematografica» pensata appositamente per chi non conosceva Neon Genesis Evangelion. È a questo punto che sono stati pubblicati gli annunci di lavoro, e subito lo studio si è riempito di talenti, in particolare la sezione CG che è quella con l’organico maggiore. Nonostante il fervore di Tsurumaki, che considera Neon Genesis Evangelion come qualcosa di speciale, nonostante il successo artistico e commerciale dei film, e nonostante la grande qualità e crescita degli artisti dello studio, Anno ha comunque ribadito allo staff la sua intenzione di chiuderlo ogni singola volta che è riuscito a concludere un lavoro; il fatto che ora sono in lavorazione dei nuovi titoli potrebbe quindi essere una potenziale spia del fatto che Evangelion 3.0+1.0 è ancora lontano da venire, dato che nei piani di Anno sarà l’ultima, conclusiva e definitiva opera dello studio.

Tsurumaki ricorda che fra le altre cose che Anno ripete spesso ai dipendenti dello Studio Khara ci sono le massime celebri di Hayao Miyazaki (che probabilmente hanno per lui un valore quasi religioso), come ad esempio «Curati sempre delle difficoltà dello staff», il che dà anche un’idea del metodo di lavoro di Anno, notoriamente granitico su quello che ritiene prioritario e contemporaneamente aperto al dialogo su tutto il resto. In questa linea di principio si iscrive anche il progetto Nihon animator mihon’ichi (“Esposizione degli animatori giapponesi”), poiché si tratta di una questione prioritaria per Anno, ovvero la sopravvivenza degli anime che lui stesso ha messo in discussione, e allo stesso tempo è un modo per valorizzare la creatività altrui; è quindi un’idea ambiziosa, anche economicamente parlando, dato che Anno stesso ammette che è stato possibile realizzarla solo grazie alle cospicue possibilità economiche dello Studio Khara e di Dwango, partner del progetto e società che gestisce Niconico douga (lo YouTube giapponese), essendo un lavoro artistico non a fine di lucro, che coinvolge numerose maestranze esterne allo studio, e privo di ritorno di merchandise.

Dai numerosi cortometraggi di Nihon animator mihon’ichi sono comunque emerse molte interessanti realtà, una delle quali diventerà una vera serie tv a partire dal prossimo febbraio 2017, ovvero Ryuu no haisha (titolo internazionale: The Dragon Dentist) ideato da Ootarou Maijhou. Il nuovo progetto sarà sceneggiato da Maijou e diretto da Tsurumaki, che assicura avrà un appeal completamente diverso rispetto al cortometraggio originale: avrà un nuovo design e sarà composto da un unico film da 90 minuti diviso in due parti, da 45 minuti l’una, che saranno trasmesse su NHK BS Premium, lo stesso canale satellitare che ospita la ritrasmissione celebrativa di Neon Genesis Evangelion.

L’altro lavoro attualmente in corso allo Studio Khara è il reboot della storica serie crossmediale Patlabor, ideata a fine anni ’80 dal gruppo di creativi Headgear, capitanato da Mamoru Oshii. Nell’intervista, Anno dichiara che dopo la fine della seconda serie di OAV c’erano già dei progetti per una terza serie, poi non realizzata, e quindi si è pensato di recuperare quel materiale e di ricominciare il lavoro da lì. Essendo però lo Studio Khara al momento troppo impegnato nei suoi progetti, l’esecuzione pratica della serie verrà affidata a personale esterno, fra cui giovani studenti freschi di scuola di cinema, appositamente per mantenere lo spirito avanguardistico che aveva ispirato la nascita della serie.

Quanto al Rebuild of Evangelion, Anno parla dell’argomento in maniera tangente, dichiarando sbrigativamente che ha già altri progetti per il dopo-Eva e concentrando il suo discorso sull’aspetto della fruizione dell’animazione contemporanea. Alla domanda del giornalista sul perché Evangelion 1.0 è uscito in Giappone solo in formato DVD e non Blu-ray, Anno dichiara che allo stato attuale del mercato, cambiato tantissimo negli ultimi venti anni, i «light user» (ovvero il pubblico generalista) tendenzialmente non fruiscono dello schermo HD, ma piuttosto si avviano sempre più verso o il grande schermo del cinema o il piccolo schermo di smartphone e tablet, sottintendendo che il Blu-ray è un prodotto per gli otaku e non per il grande pubblico, e che se hanno pubblicato i Blu-ray di 2.0 e 3.0 è stato solo per ragioni di mercato. A riprova di ciò, Anno cita il fatto che negli scaffali dei videonoleggi, ancora oggi il principale riferimento dell’home-video in Giappone (le vendite e lo streaming on-line hanno numeri molto più bassi rispetto al mercato dei videonoleggi), i Blu-ray sono ancora rarissimi e ancor meno noleggiati benché il formato sia in commercio da ormai quasi quindici anni, quando invece il DVD ebbe un enorme impatto fin dalla sua immissione sul mercato e soppiantò completamente la VHS nel giro di pochissimo tempo. Quanto ai televisori HD di ultima generazione, Tsurumaki ne ha un’opinione molto critica: oltre a detestare quelli che saltano le “scene noiose” quando guardano un film in DVD, il regista è preoccupato dal fatto che i bambini delle scuole elementari stanno crescendo con nuovi televisori il cui telecomando consente di skippare o rivedere parti di programmi televisivi mentre vengono trasmessi (la televisione giapponese è completamente registrata e gli show dal vivo sono estremamente rari, nell’ordine di un paio l’anno e solo sul canale nazionale NHK G), oppure di giocare con mini-videogame che si svolgono durante i film o i programmi, relegando il contenuto a un quadratino in alto a sinistra e perdendo di fatto il gusto della visione secondo il ritmo scelto dal regista. Una volta, al cinema, suo figlio gli chiese se non poteva rimandare indietro e rivedere una scena. Stando a Tsurumaki, anche il culto per le sigle iniziali & finali dei cartoni animati sta venendo meno, sempre più spesso skippate, decretando di fatto il tramonto delle anisong.

Anno non è da meno: anche lui ritiene deleterio che i giovani disprezzino la tv a priori, magari a favore di media non necessariamente migliori come Internet, perché in questa maniera non affinano la capacità di scelta delle cose più interessanti da quelle meno interessanti. Il regista ritiene infatti che ormai il mercato dell’animazione giapponese si sia cristallizzato in tre poli distinti: principalmente prodotti solo per maniakku o prodotti solo per bambini, a cui si aggiunge la terza categioria più rara dei prodotti d’intrattenimento. Questa divisione così settaria e schiava del mercato ha portato gli studi d’animazione a essere fabbriche, una definizione che lo Studio Khara rifiuta categoricamente preferendo definirsi laboratorio (o studio come suggerito dall’impaginazione di Newtype), rivendicando come il loro intero lavoro sia realizzato completamente a mano, usando il computer solo per le fasi tecniche. Anno specifica chiaramente che lo Studio Khara si trova nella posizione più unica che rara di essere a metà strada fra le due categorie “maniakku” e “intrattenimento”: è proprio questo il punto di forza dell’intero franchise di Neon Genesis Evangelion e anche di Shin Godzilla, quest’ultimo definito come «il lavoro che mi ha risvegliato».

Questo è otaku.

Dettaglio di una pagina dall'enciclopedia di "Neon Genesis Evangelion".

Dettaglio di una pagina dall’enciclopedia di Neon Genesis Evangelion: è lo schema dei movimenti dell’Eva 02 e dell’Angelo Gaghiel nell’episodio 8 L’arrivo di Asuka in Giappone. Ecco, questo è essere otaku: studiare.

Quanto ai progetti per il futuro, i due autori non sembrano molto preoccupati: Tsurumaki trova interessantissimo guardare Disney Channel e Cartoon Network e gli piacerebbe realizzare dentro lo Studio Khara un anime per i più piccoli, magari una versione per bambini di Neon Genesis Evangelion estemporaneamente intitolata Eva Kids, mentre Anno dichiara semplicemente che intende realizzare opere in piena libertà, con l’unica condizione che siano opere originali e non adattate da fumetti o romanzi. Quest’ultima potrebbe sembrare una dichiarazione in contrasto col fatto che finora Studio Khara ha realizzato principalmente opere derivative come Rebuild of Evangelion e Shin Godzilla, sfruttando idee del passato e inserendosi nella moda dei reboot e prequel/sequel che impazza nell’entertainment statunitense, ma Tsurumaki e Anno sono convinti che il punto principale del loro lavoro sia nei contenuti e che la forma scelta per esprimerli, compreso il riuso di franchise già esistenti, sia un fatto totalmente secondario.

Insomma, quello che possiamo aspettarci da questi due autori non sono tanto forme diverse o innovative, il che è coerente col loro disprezzo per l’abbandono della fruizione tradizionale dei cartoni animati in tv, quanto piuttosto idee diverse e innovative. Il loro lavoro lo dimostra chiaramente: basta guardare gli iconici episodi 25 e 26 di Neon Genesis Evangelion, in cui il tradizionale guscio da anime di robottoni si rompe impietosamente rivelando i veri scopi di Anno.

Dettagli di due pagine del servizio sul decennale dello Studio Khara sul numero di novembre 2016 di "Newtype".

Gli shikishi celebrativi per il decennale dello Studio Khara. Partendo in alto a destra verso il basso, il primo è di Hideaki Anno che disegna la sua mascotte King, e il secondo con l’Eva 01 nella croce è di Mahiro Maeda; il primo della seconda colonna con l’occhio con la pupilla a spirale è di Kazuya Tsurumaki.

I dieci anni dello Studio Khara si sono svolti proprio durante un passaggio cruciale per l’animazione giapponese: non ci sono più i vecchi maestri e non sembrano essercene di nuovi, e quei pochi che ambiscono a diventarlo si esprimono ancora con la lingua dei loro predecessori con tantissimi furti e pochissime innovazioni. Non resta che augurare quindi buon anniversario allo Studio Khara e alla coppia Anno & Tsurumaki, sperando che continuino a sorprendere il pubblico di tutto il mondo donando loro, ancora e sempre, felicità.

Sailor Moon Crystal ufficialmente in onda

Da mesi,  o meglio da settembre si rincorrevano indiscrezioni sulla messa in onda di Sailor Moon Crystal. La serie era stata acquistata dalla Rai ma per mesi dichiarazione e smentite si sono susseguite.

sailormoon

Ora è ufficiale! La serie remake degli anni ’90 sarà trasmessa a partire dal 18 dicembre su RAI GULP, prima alle ore 9 e poi alle 17, 30.

La trasmissione pomeridiana sarà una replica di quella mattutina.

Tutti con lo scettro sul divano! La bella guerriera della Luna sta per tornare!

Mitsuru Adachi Chronicle: Short Game

Short Game Adachi

Finalmente torniamo ad aggiungere pezzi alla nostra Cronaca delle opere di Adachi, e questo “finalmente” riassume un lungo periodo fatto di scosse, case lesionate, traslochi, altre scosse, perdite affettive e anche la misteriosa storia del sequestro di un volume da leggere… Ma siccome tutto ciò è ormai alle spalle e noi abbiamo da guardare con positività al domani, cosa vi è di meglio per farlo se non l’ultima pubblicazione del Nostro autore? Short Game (il volume sequestrato e da poco liberato in questione) è già disponibile in fumetteria da qualche tempo, e ve lo avevamo già annunciato mesi fa: edito dalla Star Comics, raccoglie in una bella edizione con sovracoperta delle short stories incentrate sul baseball, ma anche piccoli flash quasi introvabili, pubblicati in rivista negli anni ’80.

Tornare a leggere Adachi è sempre come una bella boccata di aria fresca. Di nuovo protagonisti di questi racconti sono adolescenti che tra il monte di lancio e i banchi di scuola intrecciano relazioni fondamentali, di amicizia, di amore, di competizione, ribadendo che essere un asso in campo non significa forzatamente esserlo nella vita. Questo è quello che ci narrano le prime due storie, Relief e Compagni di circolo, e l’ultima, Un anno viene, un anno va, a mio parere la più bella della raccolta. Protagonista di questa è un ragazzo ombroso e serio, che sembra giocare solo con l’obiettivo di essere notato dai talent scout e diventare un professionista. Nel momento in cui questo sogno si avvera, allo scoccare della fine dell’anno, si ritrova con i suoi compagni di squadra, da cui si è allontanato per un malinteso, e il valore dell’amicizia e della sincerità prevalgono, anche se non al di sopra del sentimento per quella ragazza che, maledizione, preferisce un altro…

Short Game Adachi

Adachi come sempre, immagina le sue trame con grande attenzione e divertissement, e da questo strano connubio nasce il racconto quasi noir della raccolta, Full count, in cui il baseball è il fil rouge per una strana spy story ben congeniata e ben realizzata dal Maestro. Ma il vero spasso della lettura nasce dal contrasto tra la perfezione delle storie “ufficiali” e i flash realizzati, con evidenza di tratto di pennino, ma non solo, nei primi anni di carriera, che sono irresistibili miscugli di nonsense, auto divertimento, voglia di far sorridere, ma anche di raccontare qualcosa da un punto di vista diverso.

Esempio eclatante di questo è l’ultimo mini racconto, Il futuro in quattro pagine, in cui Adachi si immagina a viaggiare nel tempo per scoprire come sarà la sua vita tra molti anni. Per quanto semplice e prevedibile (sono appunto quattro tavole, solo l’ultima disegnata sul serio), questo piccolo racconto è quasi commovente e proclama, ancor più che se fosse un discorso urlato, l’amore del Maestro per il suo lavoro e per i suoi lettori, smentendo tutte le autoironiche dichiarazioni di essere un pigro nullafacente (vedi la maggior parte di tutte le altre storielline flash).

Short Game Adachi

Una delle illustrazioni comprese nel volume, qui utilizzata come copertina della rivista Superior

 

Il livello del disegno, in questo volume, per quanto riguarda le storie “serie”, è altissimo: Adachi ha raggiunto la sua maturazione grafica già qualche tempo fa e riesce a mantenerla in modo esemplare, se non addirittura incrementandola amalgamando le immagini a sceneggiature che coinvolgono occhi e sensazioni del lettore. La Star Comics ha incluso nel volume anche le pagine a colori originali, tavole e illustrazioni, insieme alla copertina, che sono qualitativamente ed esteticamente estremamente pregevoli.

Non occorre aver superato un brutto periodo per godersi quest’opera, sono sicura che il senso di ebbrezza, leggerezza e positività toccherà tutti, appena la leggeranno.

 

Short Game di Mitsuru Adachi

Star Comics, volume unico, 7 euro

Paco Lanciano (e il fagiano crononauta)

L’autore di questa opera è Davide La Rosa, che ha iniziato la sua carriera di sceneggiatore pubblicando sul suo blog, dove, tra l’altro, sono apparse per la prima volta le avventure del nostro eroico protagonista, lanciato verso il salvataggio della Storia della Scienza come la conosciamo oggi, contro un malvagio Kirchhoff.

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Il fumetto in questione sembrerebbe più una story-board pensata per essere poi disegnata, paco-lanciano-cronauta-2
ma nell’ottica dei Fumetti Disegnati Male la rivista online che ha raccolto per prima queste perle dell’incapacità con la matita e di cui il nostro autore è uno dei fondatori, anche questo stile di disegno assume la propria dignità. In fondo, se esistono fumetti disegnati da dio ma sceneggiati da cani, perché non è possibile il viceversa? Infatti, facendo bene attenzione, quello che accomuna tutti questi disegnatori falliti, tra cui il Dr. Pira, autore dei Fumetti della Gleba, e il nostro autore, è proprio la grande sensibilità nella gestione della sceneggiatura, delle inquadrature e di quello che non c’è tra le vignette: la famosa closure.

La storia è un divertente espediente per poter fare divulgazione scientifica, prendendo uno degli sgherri (Paco Lanciano, quello dedivulgo-fortegli esperimenti) del più grande divulgatore italiano (La Famiglia Angela. Sì, sono una singola entità). L’utilizzo delle battute e dei riferimenti sulla cultura POP televisiva italiana viene utilizzato con successo per alleggerire la storia e per rendere paradossali e bislacchi i personaggi e le situazioni.

L’edizione della Nicola Pesce Edizioni è di buona fattura e anche il prezzo risulta congruo considerando il numero di pagine e il lavoro di integrazione rispetto alle tavole comparse sul blog dell’autore.

Infine, come farsi sfuggire un fumetto che contiene paradossi temporali e pericolosissime tracce di Fabrizio Frizzi?

Joe Golem: Mignola colpisce ancora…

Dopo il romanzo scritto a quattro mani nel 2012, la (splendida) accoppiata Mignola-Golden porta nei comics il personaggio di Joe Golem.

golemGli stessi autori hanno sperimentato la stessa procedura con il personaggio di Lord Henry Baltimore, prima con dei romanzi scritti insieme e illustrati da Mignola, per poi passare alle storie a fumetti, in cui hanno coinvolto altri disegnatori.

Questa volta il lavoro grafico è di Patric Reynolds. E Magic Press, continua fortunatamente a proporre in Italia tutti i lavori del creatore di Hellboy.

E di Hellboy si respira l’atmosfera, già a partire dall’origine del nostro eroe, che nasce in casa di un investigatore che si occupa di magia (e di cognome fa Church, chiesa…), e che con essa ha ottenuto una longevità innaturale (facendo pensare un po’ a Rasputin, ma senza la sfrontata voglia di potere del monaco russo).

La sua origine è in un golem vero e proprio che viene colpito da un fulmine… Anche qui qualche somiglianza con l’arrivo sulla Terra del “ragazzo infernale” c’è.

Il mondo in cui finisce è una New York semisommersa dall’acqua negli anni ’50 del 1900, in cui si sono sviluppate per forza di cose strane forme di società e anche qualche essere soprannaturale.

Qui incontriamo due classici: prima l’uomo-pesce, e non potrebbe essere altrimenti in una laguna in cui sono sommersi tutti i primi piani dei grattacieli di New York, poi l’incantesimo di resurrezione del buon padre che non vuole accettare la morte della sua famiglia e così scatena un’orda di zombi.

joe_golem_4E come spesso accade con Hellboy, insieme alla storia in sé, che è comunque ben scritta, ci sono tanti richiami e sottintesi che preludono a nuove spiegazioni:

  • perché Church è vivo da così tanto tempo?
  • qual è in realtà il legame fra Church ed il golem?
  • come ha fatto il golem ad arrivare a New York?
  • perché si è trasformato da essere di fango in uomo?
  • chi è il losco figuro che abita sul fondo della laguna e recupera i libri di magia?
  • cosa ha a che fare con Church?

E potremmo proseguire ancora a lungo….

Dal passato dei due protagonisti per ora emergono solo dei flash, a volte scollegati, che però preludono a una sintesi.

Le linee narrative sono tante e aperte, la possibilità di mescolare i casi da indagare con le vicende personali di Church e Golem (ad esempio la storia d’amore con Lori), ma anche con il mistero delle loro origini, della loro vita e dei loro rapporti dà agli autori un ventaglio di possibilità che hanno appena cominciato a esplorare.

Lo sfondo di magia e potere parte dalla sostanzialmente inattesa trasformazione del protagonista, poi si delinea sempre di più, passando da una serie di situazioni scollegate a un quadro più delineato, nel quale le indagini sembrano sempre più solo la manifestazione contingente. Si ha la sensazione che quanto c’è di nascosto e non detto porterà a uno scontro finale tra potenze in grado di sconvolgere questo mondo semi-inabissato.

Però ci sono tutti gli elementi per un successo per gli amanti del genere. Perché, nonostante tutte le analogie (un altro legame, più tecnico, con Hellboy è ad esempio lo storico colorista Dave Stewart che ripropone le atmosfere fumose, fatte di colori pastello, che danno la sensazione quasi di un TV in bianco e nero che cambia viraggio a seconda delle scene, comunque sempre a bassa saturazione), le specificità e le idee che troviamo in quest’opera valgono indipendentemente dai legami con il più famoso predecessore.

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Nella storia si intrecciano vari aspetti, a partire dalla stessa ambientazione: chissà se la visione di New York come città lagunare è in qualche modo anche legata a New Amsterdam (antico e primo nome di New York nel 1600) e al fatto che Amsterdam viene spesso collegata con la più famosa città lagunare del mondo, la nostra Venezia? Non mi stupirebbe, perché Mignola da sempre tratteggia e nasconde nelle sue opere riferimenti culturali, storici e geografici che, dettagliati e ben studiati, insapidiscono la lettura.

Eppure questa città sembra un mondo a sé, non è la New York cosmopolita, poliglotta e piena di vita, sembra una Venezia post olocausto, con poca gente rintanata e sospettosa.

Reynolds ha sicuramente un tratto più realistico di Mignola, ma non per questo meno dinamico. Nonostante si parli di aspetti soprannaturali, la grafica è molto “fisica”, concentrandosi anche sulle espressioni dei volti, soprattutto degli occhi, per trasmettere il pathos. I corpi dei personaggi sono significativi, se Joe Golem è passato dalla terra alla carne (e mi ha ricordato Ez 36,26 o Ez 11,19), acquisendo anche una sensibilità, Church non è da meno. Vediamo le sue pratiche per la longevità, le ferite ricucite, le operazioni fatte da sé sulla sua parte biomeccanica.

Devo ammetterlo, sono un fan sfegatato di Mignola, e se volevano anche farmi venire voglia di leggere i libri, ci sono riusciti. Anche senza necessariamente aspettarne la versione a fumetti, che comunque ci auguriamo accanto ai prossimi volumi originali.

Joe Golem, detective dell’occulto
Volume 1
Christopher Golden, Mike Mignola
Patric Reynolds, Dave Stewart
Brossurato 17x26cm, 132 pagine
Magic Press Edizioni
€ 14

Dylan Dog 362 Dopo un lungo silenzio – Recensione

Il timore c’era. Il caro Recchioni criticò alcuni forum (piattaforme morte ma, in questo caso, un qualcosa dove posare un attimo l’occhio) che avevano alzato il sopracciglio anziché accogliere calorosamente il ritorno del papà di Dylan Dog. Tuttavia qualche timore era giustificato: non era la prima volta che Sclavi tornava, dopo anni di assenza, a scrivere una storia della sua creatura più famosa e, diciamocelo, questi ritorni non brillarono molto. Si ripresentò con Ucronia, il numero 240, nel 2006 e non fu proprio il massimo: una storia nonsense che pochi (forse neanche lui) capirono. Ha poi dichiarato che, a rileggerlo oggi, non sa precisamente cosa avesse voluto dire con un classico come Morgana, ma in Ucronia quell’alchimia che stregò gli adolescenti degli anni ’80-’90 era decisamente lontana anni luce. Abbiamo avuto grandi autori che con l’età sono stati ritenuti “bolliti” e l’impressione che il caro Tiziano rischiasse di far parte di questa poco felice categoria poteva esserci.

Copertina bianca. Nessun editoriale. In pratica le tre prime pagine senza nulla. Timore che non ci fosse davvero nulla, anche nella storia.

LA STORIA

Ho aperto l’albo con batticuore (non esagero) e, leggendo le prime pagine, ho capito che Tiziano Sclavi era tornato davvero: la storia è maledettamente semplice. Tutte le storie migliori sono in pratica rette da una idea semplice: Owen Travers è un uomo solo, ma sente la presenza di sua moglie nel salotto nonostante sia venuta a mancare. Non vuole liberarsene ma vuole che si faccia sentire davvero. Da questa idea vediamo e sentiamo la solitudine di Owen, che si accontenterebbe anche di comunicare con il fantasma della persona a lui più cara. Quel silenzio, citato nel titolo, che nasce da quel contatto-non contatto è l’elemento portante della storia. Owen arriva addirittura a chiedere a un prete se Cristo, indicando un crocifisso, gli parli. È lui l’ennesimo cliente di Dylan, ma stavolta il nostro indagatore troverà una strana simbiosi con il suo cliente, cadrà nella trappola dell’alcool mentre affronta una nuova relazione che lo fa star bene, nonostante tutto. Crystal lo rende felice, così felice da destabilizzarsi e autodistruggersi. Non penso che troveremo la donna nei numeri seguenti, almeno non con costanza, e questo sottolinea la condanna di Dylan a continuare a cercare qualcosa che, quando la trova, lo annienta. Entrambi avranno una dura prova da superare.

Fin dalle prime pagine si mette subito in risalto la solitudine dell’uomo, l’atmosfera inquieta, lo scavo psicologico fatto con poche immagini e testi, pregni di significato. Mi azzardo a dire che si ritorna a respirare le atmosfere che forse solo Sclavi riesce a creare. Ritrovo un lato di Dylan che mi mancava da tempo. Non che senza il Tiziano non ci fosse stato nulla di buono, ma quell’inquietudine, quel domandarsi dei significati della vita, erano, per me, ormai rari. Non è semplicemente una riproposta, o un riciclo, che dir si voglia, del vecchio Dylan Dog, ma si riprendono certi aspetti come solo il suo creatore può fare, in modo così esemplare: il suo modo di rappresentare con le storie il rapporto con il mondo, con la vita e quello che gli sta attorno, che sono entrate nell’anima di almeno due generazioni di ragazzi svegliati dal torpore del benessere della prima metà degli anni ’80, e che trovarono nell’Indagatore dell’incubo uno specchio su cui riflettere.

LA SCENEGGIATURA

Capiamo che Tiziano Sclavi è in splendida forma anche a livello di sceneggiatura. Prendiamo due vignette e sei parole che bastano per caratterizzare una situazione e un rapporto a due:

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Ecco, già ci incuriosisce e ci fa entrare nella vicenda. Tiziano era un maestro in questo e qui lo ribadisce come non lo faceva da parecchi anni. Forse è presto per dirlo ma parrebbe che il papà di Dylan abbia trovato una seconda giovinezza. Ovviamente non fa gli sperimentalismi che alcuni degli autori più giovani hanno realizzato, specie nei Color Fest, ma si concede un esperimento che raramente abbiamo visto sulle pagine di Dylan: fa realizzare un paio di pagine con sole foto di repertorio di casi di fantasmi, mettendo in discussione, nella storia, la loro effettiva esistenza (anche se tutti i lettori di Dylan Dog sanno che il loro protagonista ha avuto a che fare con loro parecchie volte).

 

I DISEGNI

Dimostrano una ritrovata sinergia con le matite di Giampiero Casertano (devo ribadire che Memorie dell’invisibile è un capolavoro della letteratura disegnata? Siamo tutti d’accordo, vero?)

Il caro Giampiero ha un tratto leggermente più morbido rispetto ai primi numeri che disegnò, ma non per questo è meno oscuro, anzi in questa storia ha illustrato due vignette, tra l’altro simili e con stessa inquadratura, che spiegano da sole cosa intendo:

 

Un’atmosfera lugubre pervade le pagine e Giampiero usa sapientemente i neri per sottolinearla. Sfrutta molto bene la sceneggiatura, già di per sé cupa, rincarando la dose, specie nelle immagini dove c’è una pausa narrativa. Ma non c’è solo questo: l’espressività è sempre stato un punto di forza per Casertano e qui, senza dubbio, ha realizzato una delle sue prove migliori. Provare per credere (come diceva qualcuno anni fa):

 

Mi voglio riferire a Sclavi come se potesse leggere questa recensione: Tiziano torna ancora a farci emozionare come hai fatto questo mese e fallo con la tua prossima serie annunciata con il titolo Le storie di Dylan Dog che, ora più che mai, attendiamo. Non importa se non vuoi creare un nuovo personaggio. Le ultime generazioni hanno davvero bisogno di qualcosa da leggere che li scavi nel profondo e che, una volta girata l’ultima pagina, inizino a chiudere gli occhi e ad analizzarsi dentro, come hanno fatto orde di ragazzi che resero il tuo fumetto un fenomeno di costume.

Alla mostra di your name., a casa di Makoto Shinkai

Poster della mostra "'Kimi no na wa.' ten".

Il poster della mostra ‘Kimi no na wa.’ ten, ovvero molto didascalicamente “Esposizione di ‘your name.'”. Il pragmatismo nipponico.

Sono andato alla mostra dedicata al film your name. al Museo d’arte Kougen di Koumi, una cittadina turistica situata in un altopiano ai piedi del Monte Yatsugatake, nella prefettura di Nagano, che è anche la città dove è nato e cresciuto il regista Makoto Shinkai. Il museo è stato progettato dall’architetto di fama mondiale Tadao Andou, e costruito dall’azienda edile locale Niitsu Gumi: all’interno è possibile godersi la mostra in un’atmosfera rilassata, e in particolare la rampa dritta che conduce dall’ingresso alla zona espositiva è uno spazio meraviglioso e ricco di luce.

Esterno ed interno del museo d'arte Kougen di Koumi, prefettura di Nagano.

A sinistra: l’ingresso del museo con il poster della mostra. A destra: la rampa che connette l’ingresso del museo al piano terra con la zona espositiva al primo piano; è esageratamente stretta e lunga per staccare il visitatore dal mondo terreno e sollevarlo (anche fisicamente) verso la dimensione dell’arte.

L’esposizione rende nient’altro che felice il fan di your name., perché consente di entrare in contatto con i materiali di pre-produzione e di sviluppo creativo realizzati dallo staff del film.

Su uno schermo scorre uno spezzone dello storyboard animato originale, realizzato completamente da solo dal regista lavorandoci 15 ore al giorno per sei mesi: si tratta di un materiale preziosissimo per il fan, una sorta di bibbia per la comprensione del film, dato che in questo storyboard è possibile osservare non solo le illustrazioni originali di Shinkai, ma anche lo stile narrativo personale che il regista vi ha infuso. Spero fortemente che il video storyboard venga incluso fra gli extra del futuro Blu-ray di questo straordinario film.

Fra i vari materiali esposti vi sono anche dei disegni originali del direttore delle animazioni Masashi Andou selezionati da lui stesso. Per il fan che ha visto il film, sarà sorprendente trovare dei settei che ritraggono i protagonisti Taki e Mitsuha insieme e circondati da familiari e amici, dato che nel film invece viene mostrato che vivono separati l’uno a Tokyo e l’altra a Itomori: sono disegni che donano gioia al solo vederli. ❤️

Immagini della mostra "'Kimi no na wa.' ten".

Esposizione all’interno della mostra. In alto, storyboard cartacei realizzati interamente da Shinkai: in piena continuità con il suo celebre metodo lavorativo in solitaria, il regista si riserva interamente la parte creativa e si avvale di uno staff solo per la mera messa in opera del suo film già concluso e definito nel dettaglio. Al centro, settei (disegni preparatori) di oggetti e personaggi. In basso, un muro del museo è ricoperto di “foto” dei panorami del film esattamente come nella scena di your name. in cui Taki visita la mostra fotografica.

Nella sezione video, sono proiettati su grande schermo degli spot televisivi realizzati nel 2007 da Makoto Shinkai per lo Shinano Mainichi Shinbun, un quotidiano locale di Nagano. Sono davvero molto emozionanti❗️ Credo assolutamente debbano venire visti lì sul posto. ?

L’esposizione di your name. si svolgerà fino al 25 dicembre 2016.

Sulla strada del ritorno verso casa, istintivamente mi sono fermato a Yamanashi e ho scattato una foto all’ufficio locale dell’azienda edile Niitsu Gumi: il riflesso delle foglie di acero rosso sui vetri comunicava un’immagine di modernità e stile. ✨ Sembrava una elegante caffetteria più che la sede di un’azienda. ☕️

Sede dell'azienda edile Niitsu Gumi a Koumi.

L’esterno dell’ufficio della Niitsu Gumi a Yamanashi, progettato da Yoshihiko Iida.

D’altronde il presidente della Niitsu Gumi, che ha appunto costruito il Museo d’arte Kougen di Koumi, è anche il padre di Makoto Shinkai, il regista di your name..

I genitori di Makoto Shinkai alla mostra "'Kimi no na wa.' ten".

I genitori di Makoto Shinkai, il signor Masakatsu e la signora Hiromi, ammirano orgogliosi il lavoro del figlio apprezzandone la somiglianza coi paesaggi tipici di Nagano.

 

(Articolo originale: Harinezumi; Traduzione e adattamento: Mario Pasqualini)

Basilicò, una recensione avvolgente

basilico-01Cucina siciliana, drammi familiari e un mistero in stile Desperate Housewives sono i saporiti ingredienti di Basilicò, il graphic novel di Giulio Macaione pubblicata da Bao Publishing.

Fumettista, blogger e illustratore italiano, Giulio Macaione è nato in Sicilia ma si trasferisce a Bologna dove si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti; dopo aver vinto la terza edizione del concorso Otto tavole per Mondo Naif (indetto da Kappa Edizioni in collaborazione con Fumo di China) debutta, sul n. 25 della rivista stessa, con il corto Mortén. In seguito, sempre per Kappa Edizioni pubblica The Fag Hag (2008) e Innamorarsi a Milano (2010), entrambi su testi di Massimiliano De Giovanni mentre per Comma 22 ha pubblicato Ofelia e per Renbooks I colori del vicino (spin off di Ofelia). Ha fatto parte del collettivo artistico The Dummies e la sua vita è divisa tra Bologna e gli Stati Uniti dove espone in mostre collettive e personali.

Forte e controverso è il legame che l’autore ha con Palermo, la sua città di origine, un rapporto difficile come quello tra una matriarca dura e di polso e i suoi figli alla continua ricerca del proprio posto nel mondo. Maria, la protagonista di questa storia, è un’ottima cuoca, le sue ricette scrupolosamente legate alla tradizione sicula hanno come ingrediente principale il basilico, la regina delle piante aromatiche: il suo profumo intenso e avvolgente ci fa da guida, come fosse il filo rosso di Arianna, congiungendo i flashback dei protagonisti ai fatti attuali, generando un puzzle di ricordi e starà al lettore trovare l’ultimo pezzo, la soluzione al giallo che Macaione ci presenta.

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Il racconto inizia durante una veglia funebre, quella in onore di Maria, la matriarca di una famiglia sicula, che come Mary Alice Young nella serie più famosa di Marc Cherry ci guida attraverso il racconto, presentando i suoi cinque figli e le loro vicende personali.

Il tratto dell’autore, morbido e sicuro, di forte ispirazione nipponica, si tinge di un caldo seppia quando si immerge nei ricordi di Maria, e ci racconta di come lei abbia conosciuto il suo primo e unico amore e di come insieme hanno costruito la loro numerosa e complicata famiglia.

Chicca di questo romanzo è la presenza di cinque ricette tipiche siciliane, una per ogni figlio e tutte perfettamente riproducibili dal lettore curioso che voglia cimentarsi nei piatti tipici dell’isola del sud Italia.

Una piacevole lettura quella che ci offre Bao Publishing, come ormai di sua consuetudine, piacere che vi consiglio di provare a voi tutti, raccomandandovi questo racconto squisitamente italiano.

Autori: Giulio Macaione
Pagine: 160
ISBN: 978-88-6543-665-3
Formato e rilegatura: Brossurato 16 x 21

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“E se Dylan Dog fosse…” – Tempo di premi

Come già anticipato, il prossimo 3 Dicembre il nostro amatissimo concorso di illustrazione “E se Dylan Dog fosse…” giungerà alla sua fase conclusiva con la premiazione ufficiale.

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Vi avevamo lasciato con il cliffhanger sul luogo e sull’orario dell’incontro in quanto qualche “problemino di ordine sismico” ci aveva messo i bastoni tra le ruote ma, con il supporto dell’Amministrazione Comunale di Ascoli Piceno siamo riusciti a trovare delle location di eccellenza (addirittura più prestigiose di quelle programmate in partenza) sia per l’incontro del 3 Dicembre che per la mostra che degli elaborati.

La premiazione, a cui farà seguito l’incontro con David Messina e Sara Pichelli, si terrà Sabato 3 Dicembre alle 17.30 presso la Sala della Ragione di Palazzo dei Capitani a Piazza del Popolo mentre la mostra sarà allestita dal 3 al 18 Dicembre nell’area archeologica di Palazzo dei Capitani.

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Nel piccolo di quello che un’associazione come la nostra può fare crediamo che questo sia un segnale importante di quanto il nostro territorio non voglia farsi piegare dal terremoto e di dimostrare che la città di Ascoli Piceno è ancora viva e carica di voglia di fare. Accorrete numerosi e noi vi accoglieremo a braccia aperte!

Amami lo stesso, il nuovo josei di Aya Nakahara

Amami lo stesso Nakahara

Copertina giapponese, ripresa fedelmete da Planet Manga

Quand’è che una storia d’amore ci fa battere più forte il cuore? Quando riusciamo a immedesimarci nei protagonisti, o quando ci sembra che gli stessi meritino in modo particolare di raggiungere la felicità. O forse quando la storia stessa diventa appassionante, per le curve e gli ostacoli che incontra a supera durante il percorso. Sicuramente ci sono moltissime altre ottime risposte da dare a questa domanda, le mie riflessioni sono solo superficiali, ma spontaneamente scaturite dalla lettura del nuovo manga di Aya Nakahara edito da Planet Manga, dal titolo (che rimanda a diverse memorie) Amami lo stesso (titolo originale Dame na Watashi ni Koishite kudasai).

Abbandonati gli scenari scolastici e i personaggi adolescenti delle precedenti opere (recentemente ne abbiamo recensito una), l’autrice propone la vicenda, a tratti irritante eppure struggentemente realistica, di Michiko Shibata, ventinovenne senza apparenti qualità che ha appena perso il lavoro, non riesce a trovarne un altro e che spende tutti i suoi risparmi per “mantenere” un universitario dallo sguardo gentile. Pur sapendo di non essere particolarmente astuta a far quel che fa, la nostra si ritrova senza soldi a nutrirsi solo di cavolo quando incontra il suo ex superiore nell’azienda dove lavorava. Il signor Kurosawa è sempre stato esigente e sgradevole nel loro precedente impiego e Michiko non nasconde la sua antipatia, eppure l’uomo si dimostrerà stranamente gentile e saprà aiutarla quando, e già nel primo numero i casi si sommano, lei si comporterà da perfetta cretina.

Amami lo stesso Nakahara

Ebbene sì, questa protagonista si comporta nel modo più sciocco e sbagliato possibile: precipita sul lastrico solo per veder sorridere un ragazzo con cui non ha neanche un vero legame, e per cui si metterà seriamente nei guai. Per fortuna, e non è poco, è un personaggio nato dalla mente della Nakahara, quindi è anche irresistibilmente simpatica.

E umana.

Nonostante Kurosawa sia fin troppo disponibile con lei, Michiko non si fa scrupoli a dirgli che è insopportabile, si impegna a non dargli soddisfazione, e le sue reazioni a ciò che le capita (o dove si va a ficcare) sono sempre divertenti e spontanee, costruite con ironica maestria narrativa e descrittiva dall’autrice. Kurosawa stesso è un ottimo personaggio maschile: cool, bello, misterioso, sicuro di sé ma dall’evidente lato tenero che conquista… Insomma, nonostante l’incipit di questo capoverso, non temete, anche in questo caso siamo di fronte ad un altro fumetto di qualità che si legge con grande gusto e leggerezza.

Amami lo stesso Nakahara

La mia riflessione iniziale infatti, è nata spontanea chiudendolo all’ultima pagina: ho provato la voglia di continuare a conoscere la storia, già pregustando quello che vorrà venire. Ha tutta l’aria di diventare un’appassionante storia d’amore. Ma perché? In questo caso specifico la risposta è anche semplice, i due protagonisti, soprattutto Michiko, fanno quello che fanno per una sola, semplice ragione, stanno cercando di raggiungere la felicità, quella cosa che può guarire il loro cuore solitario, quella persona che finalmente può farli sentire amati e necessari, importanti. Ed è quello che vogliamo tutti, anche se possiamo fare i duri o gli originali e affermiamo che c’è ben altro che ci interessa.

Dunque è così semplice immedesimarsi in Michiko che non possiamo che fare il tifo per lei, anche se siamo convinti che non ci comporteremmo mai in modo così idiota, dimenticando quante persone intelligenti hanno fatto di peggio per lo stesso motivo: sentirsi felici. Aya Nakahara è bravissima a ricordarci che siamo tutti simili, bisognosi delle stesse semplici e complicate emozioni, e ce lo sa raccontare davvero bene.

In Giappone la serie, serializzata sulla rivista YOU, si è conclusa ad agosto in dieci volumi, più uno speciale sequel, e ha avuto un’impennata di successo dopo la produzione di un drama dal vivo di dieci episodi per la TBS (titolo inglese Please love me). Ma perché stupirsi, ve lo abbiamo appena detto che è un buon manga!

Amami lo stesso Nakahara drama

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