Monthly Archives: giugno 2016

Divided we stand – La nuova Marvel dopo Civil War II?

Cosa rimarrà dell’universo Marvel alla fine di Civil War II? Stando all’Editor capo della Marvel i 27 personaggi presenti nel poster “Divided we stand” disegnato da Mike Deodato Jr. rappresentano lo status quo alla fine del megacrossover estivo della casa editrice.

Marvel-divided-we-stand

Descritto da Alonso come un segnale dei personaggi chiave del  post-Civil War II, si fa notare per la mancanza di parecchi dei maggiori personaggi della casa editrice come Iron Man, Sam Wilson/Captain America, Deadpool, Vedova nera, Hawkeye e quasi tutti gli X-Men (escluso Cable).

Il progetto, nelle intenzioni di Alonso, rilancerà alcuni dei personaggi secondari della casa editrice newyorkesi che saranno titolari di testate proprie oppure membri chiave nei loro team di appartenenza.

Disney e Miyazaki attraverso lo specchio – La natura

Amati dai critici, onorati dai premi e venerati dai fan, Walt Disney e Hayao Miyazaki sono senza ombra di dubbio le due più importanti personalità della storia dell’animazione cinematografica. Dalle opposte sponde dello stesso oceano, Disney e Miyazaki sono riusciti a costruire immaginari straordinari ormai noti in tutto il mondo, paesi delle meraviglie che hanno visto con i loro occhi e hanno riversato su carta in movimento.

In occasione dell’80esimo anniversario dei film Disney Pictures nel 2017 e del 30esimo dei film Studio Ghibli nel 2016, Dimensione Fumetto celebra il lavoro dei due cineasti con una serie di saggi monografici in cui sono posti a confronto: non per scontrarsi, ma anzi e soprattutto per comprendersi a vicenda e rivelare l’enorme patrimonio che hanno donato al cinema, all’arte, al mondo.

Il tema di questo primo articolo è: la natura.


Lo scorso 15 giugno il videomaker losangelino Mike Diva ha caricato sul suo canale YouTube un filmato intitolato Japanese Donald Trump Commercial che, come dice il titolo, è una sorta di spot elettorale per il candidato repubblicano alla Casa Bianca, ma con i modi, i ritmi e le forme delle pubblicità giapponesi: il risultato è stato così dirompente da superare il milione di visualizzazioni in meno di 48 ore. Eppure, nonostante nel video Trump venga esplicitamente mostrato come un vanesio, un dinosauro, un guerrafondaio, un nazista e persino distruttore del mondo, l’autore è dovuto intervenire su Twitter rispondendo ai commenti per esplicitare che il video non è di sostegno bensì di critica a Trump: una fetta enorme di persone aveva scambiato una evidente presa in giro per un video di propaganda. Si tratta di un tipico caso di effetto razzle-dazzle, che si verifica quando il fruitore è troppo concentrato (o spinto a concentrarsi) sulla superficialità per poter vedere la pur evidente realtà, soprattutto nella psicologia delle masse come spiegato ne Una serie di sfortunati eventi e anche da Richard Gere nel film Chicago. L’effetto razzle-dazzle ovviamente non è né una novità, basti pensare alla folla che chiede di liberare Barabba, né sinonimo di stupidità, com’è accaduto a Giulio Carlo Argan coi finti Modigliani, e ha avuto nel XX secolo una vittima celeberrima: i film Disney.

Il Japanese Donald Trump Commercial di Mike Diva mette insieme gli stereotipi della cultura pop giapponese e li mischia con quantità industriali di lustrini e vernice rosa: effetto razzle-dazzle assicurato.

La natura animata da Occidente a Oriente

A partire da Biancaneve e i sette nani del 1937, infatti, i film prodotti prima dalla persona Walt Disney e poi dall’azienda Disney Pictures hanno avuto un successo enorme che è andato in parallelo con l’effetto razzle-dazzle che li circonda, ovvero di essere “film per bambini” facili da guardare, con storie positive e morali semplici. È in effetti vero che Disney pensò al target dei più piccoli quando ideò i lungometraggi animati, ma è altrettanto vero che lo fece perché, dopo decenni di animazione per un pubblico adulto, nel passaggio dal corto al lungometraggio si capì che il fiabesco era il genere che meglio si sposa con l’animazione per le rispettive caratteristiche di sospensione dell’incredulità e quindi lo usò per i suoi film.

Disegno preparatorio per "Biancaneve e i sette nani".

Un disegno preparatorio per la foresta di Biancaneve e i sette nani, che è un incubo allucinante (o allucinogeno, suggerisce la BBC) per la felicità degli artisti surrealisti, fra cui Salvador Dalí che ideò con Walt Disney il cortometraggio Destino, e per l’infelicità dei bambini traumatizzati dalla visione degli alberi di notte. Non a caso, nei parchi Disneyland l’apparentemente innocua giostra di Biancaneve e i sette nani è l’unica dove fuori sono appesi dei cartelli in cui la si sconsiglia ai bambini perché troppo paurosa.

In realtà il genere fantastico, la tecnica dell’animazione, e l’età o la natura umana o animale dei personaggi nulla tolgono allo spessore di un film, ma da ormai quasi ottant’anni l’uso massiccio nei film Disney di canzoni, mascotte pelose, armonie cromatiche (tutti elementi razzle-dazzle) e l’immancabile happy end hanno rinforzato lo stereotipo dei “film per bambini”, creando confusione anche fra stimati professionisti. È il caso del podcast sul cinema Ricciotto, una delle trasmissioni più ascoltate d’Italia, presentata dal critico cinematografico Aldo Fresia e dal «rivistarolo» Matteo Scandolin con ospiti vari, e meritevole della sua fama essendo da anni un eccellente commentario sia ai nuovi film in uscita sia ad autori, generi e titoli del passato ciclicamente analizzati. Nella puntata 153 del 27 aprile 2016, però, parlando del film Il libro della giungla prodotto dalla Walt Disney Pictures e remake dell’omonimo del 1967, Fresia imbastisce un discorso sulla visione della natura da parte del regista Jon Favreau e pronuncia le seguenti parole:

[L’atteggiamento del regista Favreau è profondamente disneyano perché] è profondamente disneyana l’antropomorfizzazione della natura, per esempio il fatto che gli animali parlino o che abbiano tutta una serie di cose che sono tipiche dell’organizzazione umana dello stare al mondo, e (altro marchio di fabbrica di Walt Disney) c’è una natura che è sostanzialmente buona [perché], non fosse per Shere Khan, noi avremmo di fronte una visione molto pacifica e pacificata della natura. Il fatto di rendere la natura come un qualche cosa di simile all’essere umano rema contro il concetto di preservare la natura [dichiarato da Favreau], perché prevederebbe che l’essere umano faccia un passo indietro, e non che l’essere umano faccia il passo avanti giusto. [Mowgli] non è costretto a riconoscere un’alterità, una qualche cosa che è completamente diversa da sé stesso e deve essere riconosciuta e rispettata in quanto diversa, ma è invece messo di fronte a qualcosa che è parte di sé rispetto alla quale ha una posizione privilegiata e di conseguenza (passo nella giusta direzione in avanti) può essere preservata: non è cosi, perché altrimenti non stiamo parlando di reale preservazione della natura, [che significherebbe anche accettare] cose che noi non vorremmo vedere accadere, tipo i cuccioli mangiati dai predatori.

Quindi per Fresia nei film Disney la natura è buona, è parte degli uomini ed è umanizzata. Il discorso continuava con un confronto con Hayao Miyazaki, nei cui film la natura non è né buona né cattiva, è altro dagli uomini e non è umanizzata, ed è quindi in antitesi a Disney. Ora, senza entrare nel merito della questione ecologica e restando su quella cinematografica, questa visione della natura “buona” è una probabile conseguenza dell’effetto razzle-dazzle perché nei film Disney la natura non è affatto “buona”, né se per natura s’intende il cosmo fisico-chimico con la flora e la fauna che lo abitano, né se s’intende la società e in generale l’ambiente che circonda i personaggi.

Il bosco di Mononoke sull'isola di Yakushima in Giappone.

Yakushima è un’isoletta all’estremo sud del Giappone celebre per il suo clima umido subtropicale che ha dato vita a una fauna e soprattutto una flora straordinaria, così straordinaria da aver fatto guadagnare all’isola il titolo di Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1993 e da avere ispirato Hayao Miyazaki per le ambientazioni di Principessa Mononoke del 1997. Nella foto, l’ingresso del “bosco di Mononoke”, popolato da cedri rossi giapponesi ricoperti di muschio: la foresta è in larga parte vergine, quasi totalmente impenetrabile, e l’unico sentiero da parte a parte che si è riusciti a tracciare è consigliato solo ad alpinisti esperti e necessita di dodici ore per essere completato.

Madre Natura o natura matrigna

Quindi le questioni sono fondamentalmente tre: la bontà della natura, il suo rapporto con l’uomo e la sua umanizzazione; il punto più facilmente analizzabile è quest’ultimo. Considerando che Disney basa le sue narrazioni su fiabe, favole e miti antichi, nessuno stupore che ci siano animali parlanti o civilizzati: già 2’600 anni fa in Esopo la volpe e la cicogna avevano servizi da tavola personalizzati e si mandavano inviti a pranzo, in Puškin i pesci parlano coi pescatori, e in Carroll le bestiole vivono in casette ben vestite in guanti e con scarpette. Si tratta quindi di un’eredità della tradizione letteraria occidentale, esattamente come accade in Miyazaki che recupera la tradizione letteraria giapponese e attribuisce spirito anche ad animali, piante e oggetti secondo la concezione animista dello Shintoismo.

Poiché nella tradizione giapponese la natura è dotata di una sua anima propria, questa la rende automaticamente e ineluttabilmente diversa dall’uomo. Esattamente il contrario della tradizione occidentale, dove, fin dall’antica Grecia, Fidia cercava nell’architettura la proporzione fra il corpo dell’uomo e il resto della natura, Leonardo studiava contemporaneamente la spirale di foglie sullo stelo di un fiore e la curva della pancia di una donna incinta, e Darwin inseriva l’uomo in una delle tante categorie dei mammiferi (ancora oggi in Giappone gli uomini sono considerati una cosa a parte rispetto agli animali). Anche in questo caso entrambi i cineasti attualizzano una tradizione precedente.

Quanto alla bontà della natura, in Miyazaki essendo una “cosa altra” si comporta come un personaggio a sé, e quindi come tutti i personaggi di Miyazaki non è necessariamente inquadrabile come “buona” o “cattiva”, ma bensì agisce secondo le proprie necessità e volontà. Nel caso di Disney la questione è molto piu complessa, perché nei suoi film la natura è parte dei personaggi e i personaggi sono parte della natura. Questo vuol dire che a volte la natura è “buona” o “cattiva” in base al punto di vista dei personaggi che la vedono come tale, a volte nello stesso film e a volte addirittura contemporaneamente, come in Pocahontas in cui la protagonista femminile è in armonia con la natura e il protagonista maschile in disarmonia. Altre volte la natura riflette la psicologia interna dei personaggi, come le scene di sole o pioggia in Robin Hood, o il lussureggiante bosco di Rapunzel. Molto spesso l’ambiente è negativo persino quando sarebbe tendenzialmente positivo, come in tutte le singole scene in cui si imbatte Alice, le quali sembrano tranquille (una conversazione, un tè delle cinque, una partita a croquet) e invece la mettono tutte, nessuna esclusa, in situazioni di difficoltà crescente; addirittura nel finale la scoperta che è tutto un sogno invece di risolvere la situazione la peggiora, perché a quel punto Alice deve combattere con sé stessa e con il sonno (della ragione che genera mostri). Qualche rara volta la natura appare effettivamente come “buona”, ma si tratta sempre di situazioni molto relative e circoscritte nello spazio virtuale o reale, come i sogni di Christopher Robin nei film di Winnie-the-Pooh o la grotta di Ariel ne La sirenetta, oppure di utopie inattuabili se non in una piccolissima enclave chiusa come in Atlantis. Ma nella stragrande maggioranza dei film Disney la natura, sia come ambiente cosmico sia come ambiente sociale, è estremamente ostile e molto, molto “cattiva”.

Fotogrammi de "La bella addormentata nel bosco".

La bella addormentata nel bosco del 1959 è probabilmente il miglior film d’animazione mai realizzato. Uno dei principali responsabili di questo capolavoro artistico, tecnico, registico, narrativo e musicale è stato l’illustratore statunitense Eyvind Earle a cui Disney affidò l’art direction dandogli carta bianca: Earle si ispirò quindi alle miniature medievali inglesi e al primo Rinascimento italiano per dipingere una natura geometrica, quadrangolare e ordinata per le scene tranquille (sopra, Rosaspina passeggia in un bosco degno di Piero della Francesca), e una natura confusa, curvilinea e disordinata per le scene d’azione (sotto, il principe Filippo trancia rovi per farsi strada verso il castello); negli studi preparatori i contrasti erano ancora più estremi. La natura quindi non è né “buona” né “cattiva”: semplicemente esistono tante nature diverse, e La bella addormentata nel bosco è forse il miglior rappresentante dell’extracorporizzazione della natura nei film Disney.

Ovviamente, per l’effetto razzle-dazzle dato dalla sovrabbondanza di uccellini, canzoncine e principessine svenevoli (presi in giro dall’azienda stessa in Come d’incanto), i film Disney non sembrano affatto e soprattutto non vogliono sembrare affatto storie in cui la natura è “cattiva”, ma è sufficiente togliere via tutti gli elementi accessori per rendersi conto di come siano in realtà abissi di disperazione in cui i personaggi arrivano sì al lieto fine, ma non prima di aver lottato contro la natura, e poiché la natura è sia in sé sia fuori da sé, questo vuol dire che devono lottare al contempo contro sé stessi e contro l’esterno per sconfiggere le forze interne ed esterne che si oppongono a loro.

Una lista di disgrazie: i Classici Disney

Per rendersi meglio conto di quanto i film Disney contengano in realtà una natura (cosmica e sociale) “cattiva”, DF ha provato a ridurre le trame dei film del Canone a brevissimi sommari della dimensione di un tweet in cui i film sono ridotti al solo soggetto: spogliati di tutti i fiorellini, la polvere di fata e le gag, riconoscere questi film diventa difficile, anzi diventa quasi un gioco. Le soluzioni sono in bianco dopo lo slash; sono stati esclusi i film dal 6 all’11 perché sono raccolte di cortometraggi eterogenei o sono film di natura documentaristica.

01 Una donna rosa dalla superbia vuole uccidere la figliastra prima con un sicario e poi con il veleno; finirà giù da una rupe. / Biancaneve e i sette nani (1937)

02 Un bimbo viene derubato, plagiato dai ladroni, rapito, costretto ai lavori minorili e ai vizi finché non viene salvato dal padre. / Pinocchio (1940)

03 L’evoluzione scientifica del pianeta Terra fino all’estinzione dei dinosauri, poi Satana evoca demoni e mostri per un sabba. / Fantasia (1940)

04 Un cucciolo di elefante bullato e separato dalla madre viene costretto allo sfruttamento in un circo come fenomeno da baraccone. / Dumbo (1941)

05 Un cerbiatto perde insieme gioventù e madre nella maniera più traumatizzante della storia del cinema. Il bosco brucia e muoiono tutti. / Bambi (1942)

06 / Saludos Amigos (1942)

07 / I tre caballeros (1944)

08 / Musica maestro (1946)

09 / Bongo e i tre avventurieri (1947)

10 / Lo scrigno delle sette perle (1948)

11/ Le avventure di Ichabod e Mr. Toad (1949)

12 Una ragazzina diventa la sguattera della sua famiglia, scende al livello sociale dei ratti e riesce a salvarsi solo scappando di casa. / Cenerentola (1950)

13 Una bimba finisce in un mondo popolato esclusivamente da schizofrenici pazzoidi ossessivo-compulsivi deliranti con manie omicide. / Alice nel Paese delle Meraviglie (1951)

14 Un baby criminale coercisce dei fratelli, li trasporta nel suo covo e ivi li segrega per costringerli a diventare i suoi servi. / Le avventure di Peter Pan (1953)

15 Una cagnolina è vittima di usurpazioni psicofisiche, perde la casa e riesce a trovare conforto solo nella feccia della società. / Lilli e il vagabondo (1955)

16 Una bebè viene maledetta da una nobildonna vittima di odio di classe; anni dopo, la seconda verrà uccisa dallo sposo della prima. / La bella addormentata nel bosco (1959)

17 Una donna vuole scuoiare cani per farne pellicce legali e vendibili al pubblico; la polizia la cerca per furto, non per violenza. / La carica dei cento e uno (1961)

18 Un bambino viene cooptato da un mago strampalato allo scopo di assecondare la gretta superstizione popolare e diventare re. / La spada nella roccia (1963)

19 Un orfano viene allevato dai lupi, distrugge la catena alimentare dell’ambiente in cui è cresciuto, e poi abbandona i suoi amici. / Il libro della giungla (1967)

20 Per brama di vile denaro, un uomo decide di uccidere dei gatti facendoli morire di stenti; sopravvivranno dopo lungo peregrinare. / Gli Aristogatti (1970)

21 Un politico corrotto commette infinite angherie verso il proletariato, contrastato solo da un gruppo di briganti filomonarchici. / Robin Hood (1973)

22 Tanti animali diversi convivono pacificamente in un bosco in cui non si verificano drammi: è tutta una fantasia del protagonista. / Le avventure di Winnie-the-Pooh (1977)

23 Un’orfana viene rapita e seviziata da una malvivente per costringerla al furto e alla frode; riceverà aiuto solo da due topi. / Le avventure di Bianca e Bernie (1977)

24 Due grandi amici d’infanzia crescono nella gioia finché la vita vera li mette di fronte come nemici in lotta per la sopravvivenza. / Red e Toby – Nemiciamici (1981)

25 Un non-morto vuole conquistare il mondo con il malocchio e ci riuscirebbe se non fosse ostacolato dal suicidio di un protagonista. / Taron e la pentola magica (1985)

26 Un mafioso probabile gay represso rapisce uno scienziato per uccidere la regina, sostituirvisi e instaurare un regno del terrore. / Basil l’investigatopo (1986)

27 La più drammatica versione filmica di Oliver Twist, in cui l’uomo è degradato a uno stato ferino. La salvezza viene da Roma. / Oliver & Company (1988)

28 Una giovane vuole cambiare la sua natura: si affida a una truffatrice che prima la deruba e poi tenta di distruggere la sua felicità. / La sirenetta (1989)

29 L’unico bambino in grado salvare una specie in via d’estinzione viene rapito da un maniaco rettilofilo e confida in tre topi. / Bianca e Bernie nella terra dei canguri (1990)

30 Un uomo viene privato di tutti i suoi privilegi e persino della sua natura umana; finirà con l’omicidio per difendere una donna. / La bella e la bestia (1991)

31 Un poveraccio è odiato dal mondo intero finché non si mostra con una falsa maschera sociale accettabile ideatagli dal suo schiavo. / Aladdin (1992)

32 Amleto, ma più drammatico: il principe assiste all’omicidio del padre da parte dello zio nazista e laverà il sangue col sangue. / Il re leone (1994)

33 Una donna viene derisa da un uomo ignorante, ma costei lo rieduca finché lui non cambia mentalità e sacrifica a lei la sua vita. / Pocahontas (1995)

34 La società accetta senza problemi come leader un oscuro fascista xenofobo misogino sessuofobo bugiardo assassino, poi ci ripensa. / Il gobbo di Notre Dame (1996)

35 Cospiratore machiavellico pianifica la sua ascesa al trono con una strategia ventennale infranta dal tradimento di una sua sottoposta. / Hercules (1997)

36 Ragazza mente al mondo intero e compie un genocidio sterminando migliaia d’uomini nella neve e nel fuoco, tutto per amore di uno. / Mulan (1998)

37 Bracconiere sfrutta una spedizione scientifica per cacciare specie rare, ma finirà impiccato essendosi contrapposto alla natura. / Tarzan (1999)

38 Frustrazioni metropolitane, magia nera, punizioni divine, e un FCM che risveglia l’Uccello di Fuoco e dà alle fiamme la foresta. / Fantasia 2000 (1999)

39 Meteoriti, tempeste, frane, disastri naturali di ogni tipo si sommano alla perdita di casa, famiglia e possibilità riproduttiva. / Dinosauri (2000)

40 Crudele impiegata statale vuole assassinare il suo ancor più crudele superiore, ma gli eventi precipitano e perde la sua umanità. / Le follie dell’imperatore (2000)

41 Un’intera società evoluta viene separata dal resto del mondo dall’errore umano; nove millenni dopo, la natura dell’uomo persevera. / Atlantis – L’impero perduto (2001)

42 Essere incompreso finisce in un ambiente ostile dove riceve amore solo da un’essere incompresa anch’essa da un ambiente ostile. / Lilo & Stitch (2002)

43 Orfano di belle speranze s’imbarca ignaro in un’avventura che si rivela un intrigo internazionale ordito da un ambiguo lestofante. / Il pianeta del tesoro (2002)

44 Uomo uccide animali innocenti al solo scopo d’ottenere rispetto sociale e conseguentemente viene punito con regressione bestiale. / Koda, fratello orso (2003)

45 Capitalista melomane si dedica all’abigeato creativo per accumulare ricchezze e prestigio sociale, ma gli ultimi saranno i primi. / Mucche alla riscossa (2004)

46 Nessuno crede all’unico che conosce la verità, ovvero che invasori esterni derubano ciclicamente il mondo. Finirà in guerra. / Chicken Little – Amici per le penne (2005)

47 Rancori, segreti, bugie, disprezzo sociale, Giovanni Muciaccia e inquietudine verso la scienza si mischiano ai viaggi nel tempo. / I Robinson – Una famiglia spaziale (2007)

48 L’intero mondo intorno al protagonista è un enorme inganno mediatico che lo porterà a rimettere in discussione tutta la sua vita. / Bolt – Un eroe a quattro zampe (2008)

49 Avido oriundo plebeo vende l’anima al diavolo per usare il voodoo con cui impone la bestialità a dei patrizi. Finirà al cimitero. / La principessa e il ranocchio (2009)

50 Vanesia megera rapisce una bebè: la segrega, la priva d’educazione, la riempie di paranoie, le mente e la truffa incessantemente. / Rapunzel – L’intreccio della torre (2010)

51 Il protagonista ha di nuovo una fantasia in cui il mondo è meraviglioso, ma anche stavolta è tutto falso, e a chiare lettere poi. / Winnie-the-Pooh – Nuove avventure nel Bosco dei 100 Acri (2011)

52 Il protagonista è costretto in un lavoro castrante e demotivante dal quale riesce a scappare solo distruggendo l’ordine costituito. / Ralph Spaccatutto (2012)

Di fronte a questa interminabile cascata di sventure appare molto più chiaro quanto la natura (cosmica e sociale) nei film Disney esista per remare contro il protagonista. Quando questo non succede, come nel caso citato da Fresia del piccolo Mowgli non sbranato dai lupi come sarebbe stato naturale, si tratta di specifici espedienti narrativi necessari a mandare avanti la storia e tecnicamente noti come Turning point o, nel caso sopracitato, di Incidente scatenante, cioè un fatto che accade all’inizio della storia non necessariamente percepito e percepibile dallo spettatore come fondamentale per la trama, e che invece si rivelerà il punto d’origine dell’intera vicenda.

Turning point e Incidente scatenante non sono in nessuna misura i “colpi di scena”: possono essere, al massimo, le reazioni che i personaggi hanno ai colpi di scena. Nello specifico, l’Incidente scatenante può essere un evento qualunque, dal bell’incontro dei protagonisti alla scoperta di un tesoro, e nelle commedie è generalmente un evento positivo, ma nei film Disney, pur essendo commedie, l’Incidente scatenante è sempre una scena luttuosa, negativa o violenta, come ne Gli Aristogatti con la morte di Madame Adelaide, o ne Le follie dell’imperatore con il licenziamento di Yzma, o ne Il re leone quando Simba visita il cimitero degli elefanti: in quest’ultimo caso l’episodio sembra irrilevante per la trama generale, e invece è fondamentale per mostrare a Scar (e allo spettatore) che Simba è psicologicamente manipolabile, il che sarà la molla che fa scattare il piano per uccidere Mufasa.

Un caso studio: Tarzan

Per analizzare più nel dettaglio la logica tragica e “cattiva” della natura nei film Disney possiamo prendere in esame un film specifico in cui c’è sia natura cosmica sia natura sociale: Tarzan, uno dei film Disney più foschi in assoluto, in totale contrasto con il suo stile grafico molto solare. Il metodo d’analisi che adotteremo è il cosiddetto Arco di trasformazione, una teoria di logiche della narrazione elaborata dalla studiosa americana Dara Marks che opera una sintesi di molti saggi etnoantropologici e letterari precedenti, dalla Morfologia della fiaba di Propp a Il viaggio dell’eroe di Vogler, per elaborare uno schema unitario di lettura dell’opera narrativa (su qualunque vecchio o nuovo media).

Arco di trasformazione del personaggio di Dara Marks.

Il grafico con l’Arco di trasformazione del personaggio di Dara Marks: si tratta di una teoria della narrazione molto complessa e dettagliata che non si limita assolutamente a questo schemino. Per maggiori informazioni si consiglia la lettura del saggio della Marks Inside Story: The Power of the Transformational Arc edito anche in traduzione italiana.

L’Arco contempla due svolgimenti della trama: uno legato allo sviluppo della vicenda (fuori dal personaggio), e l’altro all’evoluzione psicologica dell’eroe (dentro il personaggio); lo sviluppo degli step delle due storie e soprattutto la loro fusione armonica determina il buon funzionamento della trama. In Tarzan tutti gli step sono contemporanei: gli eventi della trama influenzano sia l’interiorità sia l’esteriorità del protagonista. Nello schema riassuntivo sottostante, chiameremo fuori gli eventi che accadono nella natura intorno al protagonista o comunque in relazione con elementi esterni a lui, e dentro gli eventi che accadono nella sua psicologia.

ATTO I – Tarzan vuole integrarsi nella natura
Tarzan soccombe ai numerosi attacchi della natura cosmica e della natura sociale finché non risponde con la morte.

  • Incipit // un galeone brucia, muore l’intero equipaggio e riesce a salvarsi miracolosamente solo una coppia col loro bambino
  • Incidente scatenante // fuori: il leopardo Sabor uccide i genitori di Tarzan, la gorilla Kala lo salva / dentro: Tarzan resta orfano della sua vera famiglia
  • Chiamata all’azione // fuori: Tarzan viene ignorato dal gruppo / dentro: Tarzan cerca la propria identità
  • Momento definente // fuori: Tarzan recupera un totem (rito di passaggio dall’infanzia all’adolescenza) / dentro: Tarzan ottiene un posto nella micro-società amicale
  • Risveglio // fuori: Tarzan uccide Sabor (rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta) / dentro: Tarzan ottiene un posto nella macro-società familiare

Tutto andrebbe bene, se non fosse che…

ATTO II – Tarzan scopre una nuova natura
Tarzan scopre il bello e il brutto di una nuova natura sociale, quella degli uomini, che hanno come esito l’amore e la morte.

  • I turning point // fuori: arriva la spedizione inglese / dentro: Tarzan scopre che esiste l’uomo
  • Fase di resistenza // Tarzan scopre gradualmente la società umana
  • Midpoint // fuori: Tarzan e Jane si innamorano / dentro: Tarzan capisce di essere un uomo
  • Fase di rilascio // Tarzan abbandona gradualmente la società animale
  • Visita alla morte // fuori: ferimento del re Kerchak / dentro: Tarzan visita la casa familiare

Tutto andrebbe male, se non fosse che…

ATTO III – Tarzan fonde le sue due nature
Tarzan assiste alla morte della natura cosmica e della natura sociale, ne eredita i patrimoni e li fonde insieme → vita come risposta alla morte → happy end.

  • II turning point // fuori: Tarzan combatte con Clayton, che muore / dentro: Tarzan accetta la sua natura umana
  • Momento di trasformazione // fuori: Kerchak accetta Tarzan come suo successore, poi muore / dentro: Tarzan diventa il nuovo re
  • Climax // fuori: gli inglesi decidono di restare nella natura / dentro: Tarzan decide di restare nella natura
  • Excipit // Tarzan e la sua nuova famiglia umana vivono nella natura

Applicando lo schema dell’Arco di trasformazione si realizza con estrema chiarezza che, a ben vedere, gli eventi che definiscono il fuori e il dentro del film sono praticamente tutti o realmente o metaforicamente luttuosi: oltre alla carneficina di morti vere e proprie dell’equipaggio della nave, dei genitori di Tarzan, di Sabor, di Clayton, di Kerchak (tutte “naturali”, nel senso di accettabili nell’ordine naturale delle cose), ce ne sono altre non esplicitate, come nel Momento definente che si concretizza in una scena in cui Tarzan per errore devia un branco di elefanti verso la radura dei gorilla; il fatto che non siano mostrati esplicitamente gorilla uccisi e schiacciati dalla carica degli elefanti nulla toglie al fatto che Tarzan fuori abbia provocato un disastro ambientale e dentro sia stato retrocesso nella macro-società familiare: è un lutto. Allo stesso modo, il bracconiere Clayton caccia e rapisce i gorilla provocando un disastro ambientale, e infatti anche lui riceverà una punizione: il castigo in seguito al delitto della rottura degli equilibri ambientali è un atteggiamento narrativo molto simile a quello dei film di Miyazaki, dove violando la natura bisogna aspettarsene le conseguenze, che nei film del cineasta giapponese sono generalmente rappresentate in maniera più o meno metaforica dall’inquinamento.

Fotogramma di "Tarzan".

Lo straordinario animatore Glen Keane, protagonista di tutta la stagione Disney anni ’90 e Disney Legend, ha dichiarato che «Tarzan è il Michelangelo dell’animazione». Keane era conscio che la stagione nota come Rinascimento Disney stava finendo e decise di investire nel film la massima perizia tecnica per ottenere il livello definitivo dell’animazione non in computer graphic. Ci riuscì: a distanza di quasi venti anni, la qualità tecnica di Tarzan è ancora insuperata e probabilmente insuperabile. Ne è un ottimo esempio la straordinaria scena dell’inseguimento dei babbuini in cui, oltre alla bellezza, eleganza e fluidità dei movimenti dei corpi di Tarzan, di Jane e delle decine di scimmie animate rigorosamente a mano, si ammirano gli sfondi della giungla con i loro giochi di luci e ombre, e soprattutto l’uso del Deep Canvas, una tecnica di pittura digitale clamorosamente lunga e complessa che consente di lavorare sugli oggetti 3D non applicando una texture, ma bensì dipingendoli a mano foglia per foglia ottenendo un risultato stupefacente; il Deep Canvas è così follemente difficoltoso da essere stato abbandonato dalla Disney stessa dopo soli tre film.

Data la scia di sangue di Tarzan, appare evidente che nei film Disney la natura non è affatto “buona”: la natura dà la vita e la morte, solo che mentre l’immagine della vita viene mostrata con particolare enfasi, l’immagine della morte viene invece visivamente limitata e resa astratta (ad esempio in Tarzan non è inquadrato il corpo morto impiccato di Clayton, ma la sua ombra penzolante). In pratica, quello che manca nei film Disney non è la natura “cattiva”, ma bensì l’exploitation della natura “cattiva”, il mostrare davanti alla cinepresa la morte, la malattia, le fratture esposte, le mosche sulla carne frollata, il sangue.

Proprio l’uso del sangue è un indicatore di exploitation. In Tarzan, l’intero film è completamente basato su una precisa palette cromatica che va dai marroni ai gialli per finire ai verdi con l’esclusione totale del colore rosso, usato molto simbolicamente in un’unica singola occasione: le zampate di sangue lasciate dal leopardo Sabor dopo l’uccisione dei genitori di Tarzan. Il fatto che Miyazaki invece indugi nelle quantità ematiche, dalle gocce rosse dei colpi di tosse tisica di Si alza il vento fino ai litri di sangue in Principessa Mononoke, non lo rende necessariamente più adulto: lo rende più smaliziato verso il tema della natura che, come suddetto, è affrontata come un “altro da sé” e quindi è mostrabile platealmente senza il pudore che il regista riserva alle vicende del cuore umano, che sono “in sé” e quindi più delicate e sfumate. Nei film Disney, invece, essendo il fuori una parte del dentro (e viceversa), questo trattamento diversificato non è presente.

Al contempo, nemmeno «si guarda alla natura come un’utopia positiva, capace di riconoscere ad esempio i “buoni” e di accoglierli, [una natura] pacificata e pacificante» come dice Fresia, perché non è la natura che riconosce i “buoni”, bensì sono i “buoni” che si fanno riconoscere dalla natura nel momento in cui operano la sintesi fra fuori e dentro e sostituiscono la morte con la vita. Per citare un film Disney in cui quest’ultimo concetto è esplicitato, in Pocahontas la personificazione della natura Nonna Salice accetta John Smith solo quando lui gli si pone da pari a pari e sostituisce sia fuori sia dentro di sé la morte con la vita, che non vuol dire necessariamente essere “buoni”: come spiega Pocahontas nella canzone I colori del vento, entrare in rapporto con la natura significa accettare il ciclo naturale della vita e della morte. In conclusione, i personaggi Disney sono “buoni” proprio perché sono calati in una natura “cattiva”: sentendo dentro che fuori c’è uno squilibrio fra vita e morte a favore di quest’ultima, operano di conseguenza per riequilibrare la situazione.

Le diverse nature di Disney e Miyazaki

A questo punto diventa chiaro uno maggiori punti di differenza fra la filmografia disneyana e quella di Miyazaki: il rapporto di attività e passività fra gli umani e la natura.

La situazione iniziale tipica nei film del cineasta giapponese è che c’è una natura in stato realmente o metaforicamente conflittuale, e dei personaggi che ne sono estranei o comunque non ne subiscono influenze negative; costoro, di loro spontanea iniziativa e senza nessuna effettiva necessità vitale, decidono di affrontare la natura: è un atteggiamento attivo, perché sono i personaggi che scelgono. Lupin potrebbe benissimo dedicarsi a un altro furto, ma decide di andare a Cagliostro; Kiki potrebbe benissimo scegliere un posto in campagna, ma decide di svolgere il suo noviziato in una grande città; Howl potrebbe benissimo ignorare il mondo in guerra viaggiando altrove col suo castello, ma decide di intervenire; Ponyo potrebbe benissimo restare con le sue sorelline, ma decide di emergere, e più tardi Sosuke potrebbe benissimo restare a casa come gli aveva ordinato la mamma, ma decide di andarla a cercare. La Chiamata all’azione dell’Arco di trasformazione non avviene per uno stimolo esterno, ma interno, da una personale volontà del dentro del protagonista di intervenire sul fuori, e non potrebbe essere diversamente perché in Miyazaki il fuori e il dentro non si toccano e quindi, senza una specifica volontà di una delle due parti, non ci sarebbe mai conflitto. Anche in questo caso l’atteggiamento narrativo di Miyazaki è figlio della sua cultura, dove dentro e fuori, cioè hon’ne e tatemae, cioè quello che una persona pensa davvero all’interno e quello che una persona mostra all’esterno, sono rigidamente distinti e separati da un muro psicologico, lo stesso muro che in Neon Genesis Evangelion diventa metaforicamente l’AT-Field degli Eva e che è anche la ragione della celebre cortesia e accoglienza dei giapponesi. In pratica, in Miyazaki non è la natura che sceglie i personaggi, sono i personaggi che scelgono la natura.

Fotogramma de "Il castello errante di Howl".

Il castello errante di Howl è tra i film più affascinanti di Miyazaki e probabilmente il più bello visivamente, con le sue scenografie spettacolari e l’uso pervasivo del colore rosa. È però anche uno dei più narrativamente sgangherati e la trama non è chiarissima fin dalla prima visione. Quello che appare chiarissimo fin da subito invece è l’eccezionalità e la complessità del personaggio di Howl, il quale non solo possiede un fuori e un dentro, ma all’interno del dentro ha un ulteriore fuori e dentro; in quest’ultimo intimo livello Howl nasconde la sua bellissima casa d’infanzia, dipinta dallo straordinario artista Kazuo Oga che collabora stabilmente con Miyazaki a partire da Il mio vicino Totoro.

La narrazione disneyana è totalmente opposta. La situazione di solito inizia con la natura in condizione serena, il che determina che anche i personaggi siano in condizione serena, finché un evento esterno precipita la situazione fuori e quindi, automaticamente, anche dentro, costringendo i personaggi ad affrontare la natura; è un atteggiamento passivo perché non sono i personaggi che scelgono. Biancaneve vorrebbe passare le giornate a cantare con le colombe, ma non può ignorare di essere minacciata dalla Regina Grimilde; i dalmata vorrebbero starsene a casa a guardare Rin Tin Tin, ma non possono ignorare di essere stati rapiti; Belle vorrebbe continuare a leggere i suoi libri, ma non può ignorare che suo padre è stato rinchiuso nelle segrete di un castello; Tiana vorrebbe allestire il suo ristorante, ma non può ignorare di essere stata trasformata in ranocchia. La Chiamata all’azione dell’Arco di trasformazione non avviene per uno stimolo interno, ma esterno, però ecco il punto: essendo nei film Disney il fuori e il dentro comunicanti, automaticamente le motivazioni esterne si fanno interne: Biancaneve si dedica alla cura dei sette nani; i dalmata e con loro tutti gli animali si impegnano per tornare a casa; Belle cerca di scoprire il segreto di Bestia; Tiana affronta il viaggio per andare da Mamma Odie. Nel momento in cui il destino è avverso, il personaggio Disney cerca di cambiarlo per ristabilire quell’equilibrio che era saltato e quindi da passivo diventa attivo, perché cercare di cambiare il fuori corrisponde a cambiare il dentro, operazione che devono svolgere con le unghie e con i denti perché ne va della loro sopravvivenza essendo generalmente questioni di vita o di morte (fisica o metaforica). In pratica, in Disney non sono i personaggi che scelgono la natura, ma la natura che sceglie i personaggi, e una volta che sono stati scelti loro riscelgono la natura.

La natura buonissima nei film non Disney

Per capire ancora di più quanto nei film Disney i personaggi siano messi di fronte a una natura “cattiva”, che non li aiuta in alcun modo e che li costringe a impegnarsi profondamente e a trasformarsi da passivi in attivi, riportiamo qui di seguito i soggetti di alcuni celebri film non Disney in cui i personaggi combattono con l’ambiente circostante.

• Uomo inerme sopravvive all’attacco fatale di una fiera, alla malattia, al ghiaccio, al fuoco, alla fame, agli stenti, alle rapide della corrente, e riesce pure a vendicarsi di un torto subito. / Revenant – Redivivo (2015)

• Astronauta sperduta viene ripescata al volo e torna a casa saltando di astronave in astronave, l’ultima delle quali guidata premendo tasti a caso. / Gravity (2013)

• Vittima di stalker riuscirà a liberarsene grazie all’aiuto ricevuto da ogni singolo personaggio, compresi quelli apparentemente e/o inizialmente ostili. / Harry Potter (2001~2011)

• Funzionario pubblico viaggia per lavoro nei luoghi più esclusivi del mondo popolati solo da donne bellissime e disponibilissime. / 007 (1962~in corso)

• Disadattato forza la natura con la scienza fino alle estreme conseguenze; ristabilirà l’ordine solo usando ancora più scienza. / Piovono polpette (2009)

• Ingegnere si oppone alla teoria dell’evoluzione e si adopera per far tornare indietro il mondo di secoli. / Matrix (1999)

• Omino naïf è affiancato nella sua missione da otto compagni che letteralmente ribaltano la natura pur di aiutarlo. / Il Signore degli Anelli (2001~2003)

Al confronto con questi casi in cui gli eventi sembrano drammatici e la natura “cattiva”, e poi comunque fila tutto per il verso giusto, appare ancora più palese quanto invece nei film Disney le vicende vertano proprio sull’accettazione che la natura sia fuori sia dentro presenta aspetti “buoni” e “cattivi” e che il loro sbilanciamento è la causa di ogni problema: non deve prevalere un aspetto, devono bilanciarsi. In Fantasia il demonio Chernabog non viene punito per il suo sabba, perché è naturalmente accettabile che di notte ci sia il buio/male, e di giorno la luce/bene: bilanciamento. Ne Il gobbo di Notre Dame il giudice Frollo è l’unico personaggio che vive nell’ombra sia di notte sia di giorno (è molto simbolicamente l’unico sotto una pensilina durante la Festa dei Folli): sbilanciamento. Si tratta quindi di una visione molto diversa da quella di Miyazaki che tratta il fuori e il dentro in maniera distinta, e anche da quella di molte opere rivolte ai bambini come I Puffi citati da Scandolin, in cui l’intero cosmo è buonissimissimo e tutta la cattiveria del mondo è concentrata in un solo individuo (o meglio due, Gargamella e il suo gatto Birba).

L’effetto razzle-dazzle su Walt Disney storicamente non si limita ai film, ma si estende anche alla sua azienda e persino a lui stesso, con i celeberrimi racconti sulle sue simpatie naziste, sulle condizioni lavorative scadenti e sul razzismo verso le persone di colore, tutte storie ampiamente smentite dalla storiografia recente. Indipendentemente dalle parabole artistiche e commerciali più o meno interessanti che da sempre attraversano la casa di produzione di Burbank, alla vigilia dell’80esimo anniversario della nascita dei lungometraggi animati si fa sempre più importante riconoscere il ruolo che Disney ha avuto nell’elaborazione di una visione della natura in cui l’armonia con l’essere umano è fondamentale, tema che è poi diventato uno dei principali di Miyazaki in una ideale staffetta in cui cambiano modi e linguaggi, ma non il messaggio centrale: questo sì che sarebbe davvero un happy end.

Confermato il nuovo anime per Blue Exorcist

Qualche giorno fa avevamo riportato la notizia riguardante un misterioso countdown apparso sulla pagina ufficiale dell’anime di Blue Exorcist. Ovviamente tutti gli indizi portavano a credere che fosse in produzione una nuova serie animata dedicata alla creatura di Kazue Katou.

Blue-Exorcist-Anime

Proprio ieri la Shueisha, nel trentunesimo volume di Shonen Jump, ha annunciato che uscirà il nuovo anime dedicato a Rin Okumura e soci.

Ancora non sono stati comunicati altri dettagli in merito alla produzione.

Canale Mussolini approda in Francia

* Comunicato stampa *

canale_montata_STOREReduce da un importantissimo successo di vendite e prossimo a una nuova edizione cartonata, il graphic novel Canale Mussolini, della casa editrice Tunué, arriverà in Francia, grazie a un accordo raggiunto con l’editore Steinkis.
Il volume della collana «Prospero’s Books» è l’adattamento dell’omonimo romanzo, vincitore del premio Strega, di Antonio Pennacchi, e proprio grazie al fondamentale supporto dello scrittore latinense è stato rielaborato in graphic novel, sceneggiato con abilità da Graziano e Massimiliano Lanzidei e disegnato da Mirka Ruggeri.
Il fumetto della Tunué ha attratto il mercato editoriale francese per il suo stile asciutto e concreto, per la capacità di mantenere un’impronta letteraria altissima, restando fedele all’impalcatura del romanzo originale.
L’opera racconta l’esodo della famiglia Peruzzi dalla Pianura Padana all’Agro Pontino, attraverso mezzo secolo di storia: la rivoluzione fascista, le due guerre mondiali, l’aggressione coloniale e tutta una serie di conflitti storici e individuali che coinvolgono i protagonisti. Elementi, questi, che hanno consentito ad Antonio Pennacchi di vincere il premio letterario più importante d’Italia nel 2010, aprendo poi la strada a un successo editoriale con pochi precedenti.
L’uscita francese è prevista per la prima metà del 2017.

Mitsuru Adachi Chronicle: Katsu!

La Nobile arte, la Boxe, lo sport per cui due uomini si affrontano sopra un ring armati solo della propria forza e della propria determinazione, senza strumenti se non i pugni, mettendosi alla prova lealmente, non solo per dimostrare chi è migliore, ma per sentirsi migliori.

Copertina dell'edizione giapponese di Katsu!, identica a quella italiana

Copertina dell’edizione giapponese di Katsu!, identica a quella italiana

È di questo nobile sport che parla Katsu!, il manga di Mitsuru Adachi serializzato in Giappone dal 2001 e in Italia, per Flashbook edizioni, l’anno seguente, in sedici volumetti. Data la mia impreparazione sul tema, visto anche la recente scomparsa del grande Muhammad Ali, ho chiesto un’opinione al nostro esimio collaboratore, il Gentleman V. (che, come ogni nobile, pratica davvero questo sport) che così ha risposto:

È un viaggio senza aereo, ma coi treni nelle mani. Non sale nessun passeggero ma scendono tutti. Sul tappeto. Se va bene. Sennò è come la spiaggia. […]La pugilistica è l’unione di tutti gli sport e con loro ha in comune il nulla. Le bocce, per le sfere, come il basket per il cestino, il giavellotto per la punta, il sollevamento caci per la puzza, il bombardamento aereo per il feo fetore, ed è, come ogni reparto dell’esercito, superfluo perché tutti hanno votato Gandhi.

Ritengo che il nostro sia riuscito in qualche modo a rappresentare anche questo nella sua opera che resta, a grandi linee, una commedia scolastica, ma con tanto, tanto in più.

Protagonista ufficialmente riconosciuto della storia è Katsuki Satoyama, un quindicenne, che insieme al suo amico Kyota decide di iscriversi nella palestra di Boxe Mizutani perché innamorato della figlia del titolare, anche lei, Katsuki (stesso nome, scritti con caratteri diversi…)

Katsukichan

La ragazza, che chiameremo per chiarezza Katsuki-chan (chesignificacheèfemmina) è lei stessa una pugile, bravissima, fortissima, abilissima, che stende anche gli omaccioni grandi il triplo di lei, e ama davvero la Boxe. Invece  Katsuki-kun (chesignificacheèmaschio) tira il suo primo pugno per un motivo estremamente superficiale (appunto cercare di avvicinarsi a Katsuki-chan) ma da quel momento rimane conquistato da questo sport e in una girandola di colpi di scena scoprirà che il pugilato scorre nel suo sangue ed è di prima qualità, e si appassionerà così tanto da non tirarsi più indietro e arrivare a vincere affrontando avversari sempre più forti e agguerriti. Perché non basta l’amore per una ragazza a farti sputare sangue sul ring, devi amarlo quel quadrato, i guantoni che indossi, e devi crederci, come dimostra l’epico scontro nel numero finale, che deciderà anche il suo futuro.

Adachi ci propone di nuovo un racconto con personaggi ben definiti e amabili, che non si possono odiare per quanto la trama li metta di fronte all’eroe, che portano sulla scena i propri drammi e le proprie ragioni. Lo sfondo sportivo anche in questo caso è appassionante e cattura la fantasia alla lettura. Ma questo è anche uno dei titoli più drammatici della produzione del Nostro, non solo per i retroscena che mano a mano veniamo a scoprire, ma proprio per il personaggio, bellissimo, di Katsuki-chan.

Divertente esempio di autoironia adachiana: Katsuki-chan chiama Katsuki-kun con i nomi di altri protagonisti di altre sua opere...

Divertente esempio di autoironia adachiana: Katsuki-chan chiama Katsuki-kun con i nomi di altri protagonisti di altre opere dell’autore…

Nata da un padre pugile professionista, egoista e preso solo da se stesso, allenata fin da piccola a tirare pugni al sacco e ad affinare la tecnica, si ritrova ad essere un’adolescente dai genitori separati, costretta ad odiare ufficialmente la Boxe, ma interiormente profondamente innamorata della stessa. Si rende conto che nella sua condizione di donna, per quanto abile e veloce, non potrà mai opporsi alla forza di un uomo, e ripiega il suo sogno di diventare un campione su Katsuki-kun, di cui di innamora e affiancherà durante la sua ascesa. Nei primi quattro volumetti della storia la vera protagonista è lei, la sua ambizione, il suo fascino, (io trovo che sia anche esteticamente una delle creature più belle disegnate dal Nostro) ed anche se poi l’intreccio si concentra di più sulla parte maschile, rimane lei il perno della storia. Ne è la motivazione, lo stimolo, la ricompensa.

Si ha la sensazione che Adachi dopo averla creata ne sia rimasto rapito, tanto da renderla la vera protagonista, anche se nascosta. A dimostrazione, non tanto che l’amore, ma l’ardore interiore, la passione, la curiosità, sono le vere  motivazioni per cui si vive, si agisce, si lotta, si vince.

katsu

Parte l’alleanza tra POErtraits e Grimorio

Oggi, i crowdfunding POErtraits (di Marco Rocchi e ManFont) e Grimorio (coordinato da Ariel Vittori e Laura Guglielmo) si sono alleati.
Cosa significa?
Significa che sulle pagine di entrambi i progetti, il primo su kickstarter e il secondo su indiegogo, potrete trovare un identico perk che permette l’acquisto combinato dei due volumi: il cartonato di POErtraits e il pdf di Grimorio (più i rispettivi gadget), al costo di 20€ più spese di spedizione. Un fatto inusuale, mai accaduto prima tra crowdfunding fumettistici italiani, specialmente se presenti su due piattaforme differenti; ma anche una scommessa e una dichiarazione di stima reciproca per il lavoro proposto al pubblico.

Poertrais-e-Grimorio

“L’idea mi è balenata nella mente” ci confessa Camillo Bosco, editor ManFont del progetto POErtraits “dopo l’articolo di Cristiano Fighera sul blog delle 110 Pillole, che parlava di entrambi i progetti. Ho controllato subito per casi già esistenti, trovando delle interessanti collaborazioni tra crowdfunding nel mondo della moda… il minuto dopo ho contattato Ariel per proporle un “alliance perk”. La sua risposta entusiastica mi ha convinto che era la via giusta.”

cover-1“La proposta di Camillo mi ha stupito per la mancanza di precedenti italiani, ma mi è subito piaciuta,” continua Ariel Vittori, curatrice di Grimorio “e a giudicare dai social piacerà anche ai nostri backer, che sembrano apprezzare molto entrambi i progetti.”

POErtraits è il primo crowdfunding della ManFont: un libro cartonato di respiro internazionale (i giochi di parole possono essere letti sia in italiano che in inglese) che ha raccolto il 20% della somma richiesta, 5500€, nelle prime 24 ore. Al momento una quarantina di colleghi artisti  hanno dato la propria personale interpretazione del poeta americano per supportare il progetto su facebook, e artisti internazionali come Sara Pichelli hanno condiviso la pagina kickstater.

Grimorio a poco più di una settimana dall’apertura del Crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo ha già raggiunto e superato il suo obiettivo. Sarà quindi certamente a Lucca Comics&Games 2016 per il suo esordio, con un volume Soft Cover tutto a colori che raccoglie fumetti e illustrazioni di più di venti autori sulla Stregoneria.COPERTINA_GRIMORIO_CF-smaller

Non ha però intenzione di fermarsi qui: andando avanti potrà arrivare al primo stretch goal di €5,000 che porterà a più pagine per lo stesso prezzo (125 invece di 100), con nuovi autori ancora da svelare.

La copertina è realizzata da Antonio de Luca e Mirko Failoni, con in lavorazione una Variant di due nominati al Premio Boscarato di quest’anno, Greta Xella (al disegno) e Walter Baiamonte (al colore). Tra gli autori, la cui lista completa si può trovare sulla pagina della campagna, troviamo Julia Sardà, Isabella Mazzanti, Giopota, Eleonora Bruni, Silvia Vanni.

Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay – di Francesco Chiatante

– Comunicato Stampa – Il tour del documentario Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay, di Francesco Chiatante

animeland poster (web)Presentato in anteprima mondiale a Roma, nell’ambito della nona edizione del Roma Fiction Fest, il documentario Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay, opera prima diretta da Francesco Chiatante.

Il documentario è ideato e interamente realizzato in low budget dal regista Francesco Chiatante, che ne ha curato anche montaggio, fotografia e post produzione. Il documentario è stato quindi proiettato in numerosi festival e rassegne tra cui il Lecce Film Fest, la rassegna Nomadica di Firenze, il Far East Fest 2016 di Udine e il Festival dell’Oriente di Roma. Una proiezione privata è stata quindi organizzata per i dipendenti della Rainbow, che produce il cartone animato Winx. Animeland è stato quindi presentato al BGeek – BariGeekFest e al festival Etna Comics di Catania, in entrambe le occasioni alla presenza del regista.

Animeland è un vero proprio viaggio tra cartoni animati giapponesi e non, manga, anime e cosplay, attraverso ricordi, aneddoti e sogni di personaggi degli ambiti più disparati il cui immaginario e la cui vita sono stati influenzati da fumetti e cartoni animati. Da Heidi a Goldrake, da Jeeg Robot a Dragonball e Naruto, passando per Holly e Benji, L’incantevole Creamy e Ken il guerriero, dalla fine degli anni Settanta è iniziata in Italia una vera e propria invasione “animata” giapponese. Animeland, più che un film è un “documento” che intende ricostruire e ripercorrere tutto quello che erano e sono poi diventati manga, anime e cosplay in Italia, segnando l’intero immaginario ‘pop’ delle generazioni degli ultimi quarant’anni con robot, maghette e orfanelli!

Numerosi gli intervistati nel film, dall’animatrice e mangaka Yoshiko Watanabe, già assistente di Osamu Tezuka, allo stilista Simone Legno alias Tokidoki, da cantanti come Caparezza, che nelle canzoni spesso introduce citazioni tratte da manga giapponesi, ad attori come Paola Cortellesi – che canta la sigla di un cartone animato della propria infanzia – e Valerio Mastandrea. Ma anche i racconti di Giorgio Maria Daviddi del Trio Medusa e una esclusiva intervista al misterioso cosplay Goldy.

Registi italiani quali Maurizio Nichetti e Fausto Brizzi e registi stranieri come Shinya Tsukamoto e il Premio Oscar Michel Gondry, ma anche Masami Suda, animatore di cartoni animati quali Ken il guerriero, Kiss Me Licia e Yoichi Takahashi, autore di Holly e Benji.

Tra i nomi italiani spiccano quelli dei giornalisti Luca Raffaelli, filo conduttore del racconto e di Vincenzo Mollica, ma c’è spazio anche per un sociologo, Marco Pellitteri, per un saggista come Fabio Bartoli e per la squadra dei Kappaboys, che per primi importarono i manga giapponesi in Italia. Il tutto con le musiche originali di Simone Martino, la consulenza artistica di Fabio Anastasio Zucchi e l’ufficio stampa di Carlo Dutto.

“Ho sempre sognato  – sottolinea il regista – di raccontare i mondi di manga, anime e cosplay a modo mio. E quale idea migliore del farlo coinvolgendo tutti i miei “miti”, creando un film da tutti i loro racconti? Con Animeland ho trovato il modo di poter contribuire a questi immaginari fantastici che hanno influenzato i ragazzi, per generazioni, da fine anni ’70 ad oggi!”

IL REGISTA

Francesco Chiatante nasce a Taranto nel 1981, videomaker di cortometraggi, documentari, backstage e video. Studia all’Accademia di Belle Arti di Macerata “Teoria e Tecnica della Comunicazione Visiva Multimediale” e si specializza in “Arti Visive – Scenografia”.

Approda a Roma nel 2007 per un Master in Effetti Speciali per il cinema. Negli ultimi anni ha lavorato per post-produzioni di film e fiction, collaborato come operatore video e montatore per una serie di progetti documentaristici prodotti e diretti da Franco Zeffirelli, diretto l’episodio ‘Iride’ del film indipendente a capitoli ‘Amores’ (Italia, 2013) e realizzato backstage dei film diretti da Ivano De Matteo ‘Gli equilibristi’ e ‘I nostri ragazzi’ (vincitore del Premio Miglior Backstage 2015 – Festival del Cinema Città di Spello) e della serie TV RAI ‘Il sistema’ diretta da Carmine Elia. Animeland – Racconti tra Manga, Anime e Cosplay, del 2015, è il suo esordio nel lungometraggio.

Suicide Squad è il film più discusso sui social

L’autorevole sito Deadline nella giornata di ieri, 27 Giugno, riporta i ComScore’s PreAct relativi alle menzioni sui social network (Facebook e Twitter) dei principali blockbuster hollywoodiani per la settimana dal 17 al 23 Giugno.

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Risulta che Suicide Squad, il prossimo film della Warner Bros e DC Films, abbia totalizzato circa 66000 menzioni: circa 1.65 volte rispetto al remake di Ghostbusters e tre volte tante rispetto al nuovo film di Star Trek diretto da Justin Lin che ne saranno i diretti concorrenti.

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Interessante notare che la pellicola di Ayer sta surclassando anche titoli altrettanto attesi come Rogue One: A Star Wars Story (che ha guadagnato diverse migliaia di menzioni grazie alla news del ritorno di Darth Vader) e lo spin-off di Harry Potter Fantastic Beasts and Where to Find Them. Questi due titoli devono comunque ancora entrare nel vivo della loro campagna mediatica in quanto usciranno a rispettivamente Dicembre e Novembre 2016.

Sebbene questi dati non siano indicativi delle possibilità di successo al botteghino (e men che meno siano in grado di determinare la qualità del film) sono utili per giudicare il lavoro di marketing fatto finora.

Il dato parrebbe smentire anche i sostenitori della teoria che vedeva il filone dei cinecomics, in particolare quelli legati alla DC Comics, in grave crisi a seguito delle critiche negative subite da Batman V Superman: Dawn of Justice.

Suicide Squad

Diretto da David Ayer con il premio Oscar Jared Leto, Will Smith, Margot Robbie, Jai Courtney, Cara Delevingne, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Joel Kinnaman, Adam Beach, Karen Fukuhara e Viola Davis uscirà al cinema ad Agosto 2016 basato sull’omonimo fumetto edito dalla DC Comics

Mark Gruenwald, il creatore dell’Omniverso

Una decina di anni fa i lettori di comics erano tutto un brodo per una saga di recente pubblicazione, in cui una coppia di scrittori, Dan Abnett e Andy Lanning, rivitalizzava il settore cosmico della Marvel, mettendo in campo un’operazione di recupero e razionalizzazione capace di rinvigorirne il brand in modo davvero magnifico. Quella saga si chiamava Annihilation.

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In Italia il primo numero uscì nel Febbraio del 2007, per mano, ovviamente, della Panini Comics, in un’edizione in volumetti davvero valida. Ancora straconsigliata, quella saga portò alla serie Guardians of the Galaxy che ha fatto guadagnare alla Marvel una pacca di soldi sotto forma di film. Oggi Abnett e Lanning non se li ricorda nessuno, visto che alla Marvel hanno ben pensato di togliere loro la serie e affidarla a Bendis. Un grosso applauso.

Non siamo qui riuniti, però, per parlare delle ingiustizie del comicdom. Siamo qui invece per parlare del numero 4 di Annihilation Nova, il prologo della saga, dove accade una cosa che ancora oggi a ripensarci mi piglia un coccolone.

Agevoliamo il filmato.

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Chi vediamo schiattare è Quasar, protagonista di una splendida serie dedicata a cavallo tra gli anni ’90 e il 2000, durata un’ottantina di numeri e disegnata, tra gli altri, da un esordiente Greg Capullo. Oltre ad essere avvincente e intelligente, oltre a tratteggiare la figura di un eroe puro ma fallibile, Quasar fu un vero e proprio manifesto della filosofia autoriale del suo scrittore.

All’epoca di Annihilation, però, andava abbastanza di moda uccidere personaggi minori per dare più drammaticità alle storie. Credo che la maggior parte dei lettori abbia reagito alla dipartita di Quasar con una scrollata di spalle: in fondo, saranno stati almeno dieci anni che nessuno si filava più questa specie di versione Marvel di Lanterna Verde.

Giusto?

Sbagliato. Io ci rimasi letteralmente di sasso. Perché Quasar era, in fondo, l’ultimo segno della presenza, nell’Universo Marvel, del suo Creatore: Mark Gruenwald.

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Sì, avete letto bene: Mark Gruenwald fu il creatore dell’Universo Marvel. E non solo. Ma per spiegare meglio questa sconcertante affermazione, abbiamo bisogno di fare un passo indietro e uno di lato.

Un passo indietro

Gruenwald è generalmente noto come “quello che ha fatto mischiare le sue ceneri all’inchiostro di un fumetto”. È vero, lo ha fatto, dopo la sua tragica e prematura morte a quarantadue anni per uno scompenso cardiaco. Questo episodio ci dice sicuramente qualcosa dell’uomo, e della sua passione per il mondo dei comics; ma non scalfisce nemmeno lontanamente la sostanza del suo apporto al fumetto statunitense.

Un apporto che inizia molto prima che Gruenwald diventi scrittore di fumetti. Laureato in letteratura all’Università del Wisconsin (e sì, c’è gente che vive e lavora nel Wisconsin), il buon Gru inizia a farsi conoscere grazie ad un trattatello il cui nome è tutto un programma: A Treatise on Reality in Comic Literature (un Trattato sulla Realtà nella Letteratura a fumetti).

In questo testo del 1976 Gruenwald discute, con piglio da accademico, dei vari universi paralleli del Multiverso Marvel, sistemandoli secondo un ordine logico. Non entreremo nel dettaglio, per il momento. Poco dopo, però, Gruenwald fonda una fanzine che avrà storia breve ma imperitura importanza:

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In queste pubblicazioni, che varranno a Gruenwald l’attenzione della Marvel Comics, che a breve lo assumerà, per la prima volta in assoluto si guarda agli universi fittizi della Marvel e DC come a dei sistemi coerenti governati, nella loro molteplice manifestazione attraverso i singoli albi, da leggi generali e sempre valide. I viaggi nel tempo, le dimensioni magiche e mitologiche, persino gli errori di continuity e le storie immaginarie rientrano nello schema di Gruenwald.

Nasce l’Universo Marvel come un luogo governato da leggi. Un luogo che, in qualche modo, gode di una qualche forma di realtà (“la realtà nella letteratura a fumetti”, ricordate?) Una realtà che può essere analizzata e studiata con la stessa serietà con cui si studia il nostro mondo.

Con Gruenwald nasce il concetto di Universi Fumettistici. La DC ha un proprio universo, la Marvel un altro; anzi, la Marvel e la DC possiedono dei propri Multiversi, ovvero un insieme di universi paralleli somiglianti ma diversi per alcuni particolari.

Ad un livello più alto, afferma Gruenwald, esiste uno spazio che contiene tutti questi Multiversi. Non solo il Multiverso DC, non solo il Multiverso Marvel, ma le realtà dove sono ambientate tutte le storie letterarie mai inventate dal genio umano: l’Universo Disney, l’Universo di Harry Potter, l’Universo del Trono di Spade, eccetera.

Questo luogo si chiama Omniverso, e, a quanto pare, è possibile viaggiarci dentro.

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Per comprendere il piglio accademico di Gru basta guardare l’articolo dove ci si chiede da quale Universo provenga Howard the Duck.

Howard viene risucchiato dal suo mondo natale durante uno scontro pandimensionale tra l’Uomo Cosa e un supercattivo; si ritrova nella Terra Marvel senza possibilità di tornare indietro. I redattori di Omniverse dedicano un intero articolo a dimostrare che Howard non può arrivare dall’Universo Disney dove vive Paperino. I motivi sono molti, e qui ve li risparmieremo. Nell’articolo, comunque, i redattori perdono un po’ di tempo a definire le caratteristiche del mondo Disney, cercando di spiegare come sia possibile che in un solo pianeta possano coesistere città moderne come Paperopoli e i castelli medioevali di Biancaneve e soci (non è forse vero, infatti, che i topolini di Cenerentola si sono trasferiti nella fattoria di Nonna Papera?).

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La soluzione logica sta nella Foresta Incantata (o Foresta Nera), il nesso di ogni realtà, un luogo di potenti forze magiche che permettono ai personaggi di viaggiare tra i diversi mondi Disney. 

Il concetto di “nesso di tutte le realtà” non è nuovo: ne esiste uno nella palude della Florida dove vive Man Thing, perché non dovrebbe essercene un altro nella Black Forest? In fondo, ci insegna Gru, siamo pur sempre nello stesso Omniverso!

Un passo di lato

Tutto un delirio da nerd fanboy? Forse. O forse no.

Alan Moore prese molto sul serio le teorie di Gruenwald. Fu proprio il Bardo a dare consistenza alla teoria del Multiverso Marvel sulle pagine di Captain Britain, quando ci mostra tutti i Capitan Bretagna del Multiverso e dà un numero persino alla Realtà principale (Marvel 616, ovvero 61-6, Giugno 1961, mese di uscita del primo numero di Fantastic Four!)

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In realtà Alan Moore è molto affascinato dall’idea che i mondi fittizi coesistano in qualche forma e abbiano un loro grado di realtà, tanto da basare una delle sue serie più acclamate a affascinanti, Promethea, esattamente su questo concetto.

Non solo. Un altro autore di livello come Grant Morrison ritiene che i mondi fittizi siano in qualche modo reali, anche se fatti di inchiostro e a due dimensioni, e noi abbiamo accesso a essi tramite i fumetti e i libri. La nostra realtà ha tre dimensioni, e probabilmente siamo guardati da qualche lettore a quattro dimensioni… e tutto appartiene all’Hypertime. Praticamente tutte le serie di Morrison sviscerano in qualche modo questo concetto, a partire da quella che gli ha dato la notorietà.

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Per concludere la carrellata, lo stesso Warren Ellis, nella sua magnifica Planetary, ci descrive l’Omniverso raffigurandolo così:

Questa è la forma della realtà. Un fiocco di neve teoretico che esiste in 196.833 dimensioni spaziali. Il fiocco di neve ruota. Ogni elemento del fiocco di neve ruota. Ogni rotazione descrive un intero nuovo universo. Il numero totale di rotazioni è uguale al numero totale di atomi che compongono la Terra. Ogni rotazione crea una nuova Terra. Questo è il Multiverso.

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Certo, se lo dicono Moore, Morrison ed Ellis, suona veramente fico.

Ma il primo a dirlo è stato Mark Gruenwald. Che dite, possiamo ancora chiamarlo “il tizio che ha fatto mischiare le proprie ceneri ad un fumetto?”

Io preferisco chiamarlo “colui che creò l’Omniverso”.

1- Continua

Gruenwald fu, fino alla morte, una figura importantissima nella redazione della Marvel, come editore capo, scrittore e supervisore. Le sue idee hanno permeato per decenni l’intero panorama del fumetto in lingua inglese.

Ma Gruenwald non è stato solo un teorico. È stato anche uno scrittore pregevole. In futuro ci occuperemo delle sue opere più rappresentative, come Squadron Supreme, DP7, Quasar e Capitan America.

Anteprima Dark Knight III: Master Race #5

Mercoledì prossimo 29 Giugno 2016 la DC Comics pubblicherà il quinto albo di Dark Knight III: Master Race. Scritto da Frank Miller e Brian Azzarello e disegnato da Andy Kubert e Klaus Janson.

DK3-5-Cover Frank Miller

L’albo uscirà con le variant cover disegnate da Andy Kubert, Karl Kerschl, Klaus Janson, Paul Pope, Jim Lee e Frank Miller.

Qui potete leggere qualche tavola in anteprima:

 

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