Monthly Archives: novembre 2015

Auguri L.M. Montgomery, auguri Anna dai capelli rossi!

Oggi Google ci ricorda che è l’anniversario della nascita di Lucy Maud Montgomery, la “mamma” di “Anna dai capelli rossi”.

L’autrice

L.M. Montgomery è una canadese la cui storia personale è molto simile a quella di Anna. Anche lei orfana ha affrontato numerose difficoltà e la scrittura la ha aiutata nei momenti più difficili. Anna dai capelli rossi è stata la sua opera di maggior successo, anche se nel tempo ha preferito creare storie con personaggi più adulti che rispecchiavano di più la sua età e il suo  stato d’animo. Morì forse suicida nel 1942 dopo aver regalato alcune delle opere per ragazzi più significative del periodo.

Anna dai capelli rossi

Anna dai capelli rossi è un’opera letteraria scritta principalmente per un pubblico dagli 8 ai 16 anni, ma grazie al successo della serie animata è stato accolto con piacere anche dai più grandi.

Abbiamo conosciuto tutti Anna, la prima volta, quando avevamo più o meno la sua età (10 anni) e Matthew la va prendere alla stazione, dove arrivava dall’orfanotrofio. Tuttavia quando giunge alla “casa dal tetto verde” Anna scopre l’amara verità: in realtà Matthew e la sorella Marilla volevano un ragazzo che aiutasse Matthew nei lavori dei campi e non una ragazzina pallida magra e chiacchierona. Tuttavia il carattere vivace e solare di Anna conquista i due fratelli.

Più passano gli anni più i due fratelli si affezionano ad Anna e questo per due motivi: per il suo carattere solare  e per l’impegno che mette nello studio che le farà guadagnare una borsa di studio.

Oltre ai due fratelli i co-protagonisti sono: la migliore amica di Anna, Diana che diventa da subito l’amica del cuore, e Gilbert il suo “antagonista” nello studio.

Anna e Diana si giurano eterna amicizia

Anna e Diana si giurano eterna amicizia

Anna dai capelli rossi è una icona pop anni ’80, se così possiamo definirla. Il cartone animato (o meglio anime) è stato prodotto nel 1979 dal Nippon Animation con il titolo Akage no An ed è stato trasmesso per la prima volta nel 1980 in Italia con la sigla che tutti noi conosciamo dei “Ragazzi dei capelli Rossi”.

Non ci sorprende che la storia di Anna sia stata appetibile per il popolo nipponico. Infatti presenta gli stilemi classici che tanto piacciono al popolo giapponese. In primo luogo Anna è un’orfana, e il tema del “bambino orfano” che affronta le difficoltà da solo è molto presente nell’immaginario giapponese: Remì e Heidi ne sono gli esempi più famosi.

Questa predilezione per i bimbi orfani negli anime era dovuta al fatto che i genitori, soprattutto il padre, spesso rimanevano fuori tutto il giorno per lavoro, lasciando così i figli soli a lungo come se fossero orfani. Gli anime in questo caso facevano identificare i bambini davanti allo schermo con i loro protagonisti preferiti.

Il secondo tema molto caro ai giapponesi è quello dell’impegno nello studio e nel lavoro. Anna è una ragazzina che deve studiare duramente per superare il suo rivale Gilbert e vincere la borsa di studio e accedere all’università. Per questo motivo con il passare degli anni studierà sempre più duramente, fino ad arrivare quasi a compromettere la sua salute e a rovinarsi il sonno a causa di incubi terribili. Questo impegno forsennato nello studio è tipico dei giovani giapponesi: in Giappone infatti per accedere alle scuole più prestigiose si deve passare un test di ammissione molto severo, non passarlo vuol dire non accedere alla scuola migliore e avere delle ridotte possibilità di avere un lavoro ben remunerato e appagante. Ed ecco quindi la funzione pedagogica dell’anime “ragazze studiate perché il test d’ammissione lo dovete passare con tutte le vostre forze”.

Il terzo tema forse lo vedo solo io ed è quello della “rinuncia”. Anche se Anna ha superato l’esame decide di prendersi cura di Marilla che è molto malata e di diventare una “semplice” maestra elementare. E qui anche l’avvertimento un po’ misogino tipico giapponese “Ragazze viaggiare è bello ma la casa è più bella ancora”.

Il mangaAnna Matthew e Marilla nel manga

Oltre alla trasposizione del cartone animato (anime), nel 1997 in Giappone Yumiko Igarashi (autrice dell’indimenticabile Georgie)  fa una trasposizione manga del libro. In Italia è edito da Planet Manga nel 2003 ed è formato da 3 volumi che coprono solo il primo arco narrativo.

Mentre l’anime è più “occidentalizzato”, la Igarashi nel suo manga usa tutto il suo stile fatto di occhioni luccicanti, capelli morbidi nasini alla francese e sorrisi, rendendo l’opera prettamente nipponica e orientata ad un pubblico di ragazze. Il manga è molto fedele al romanzo originale e Igarashi riesce con il suo tratto a trasmettere moltissime emozioni nelle sue lettrici più giovani, che sicuramente apprezzeranno questa trasposizione.

Intervista a Emiliano Mammucari

Emiliano Mammucari non ha bisogno di presentazioni. È forse il disegnatore “ammiraglio” della nuova generazione di autori che stanno rivoluzionando la Sergio Bonelli Editore e abbiamo il piacere di averlo per una breve intervista.07 NuovoMondo

Salve Emiliano, ti ringraziamo per il tempo concesso, visto che sei pieno di impegni, e iniziamo con una domanda semplice: tu, Recchioni, Uzzeo ecc…. siete la generazione di autori che più di ogni altra ha buttato giù certi schemi tipici della Bonelli (il bianco e nero; la gabbia delle vignette ecc…). Come mai proprio ora? E come siete riusciti a imporvi in questo modo?
Forse perchéEmi_7 (2) ci siamo formati giovanissimi nell’editoria indipendente, dove lo spirito di iniziativa è una componente fondamentale. E anche, direi soprattutto, perché arrivati alla Bonelli abbiamo trovato un bel fermento. Non dovrei dirlo ma considero alcune delle persone che lavorano nella casa editrice una seconda famiglia.
Sul buttare giù gli schemi non è del tutto vero: adoro gli schemi, perché sono un processo formidabile di analisi, ma odio le formule, che sono una sintesi banale e senza poesia. Quello che cerchiamo di fare è eliminare le formule e i cliché che si sono incrostati negli anni, per restituire smalto a quella forma di linguaggio straordinaria che è il fumetto Bonelli.

In effetti, obiettivamente la Bonelli ha del miracoloso in tutta l’editoria italiana, soprattutto se la vediamo in generale, al di fuori del fumetto. Una casa editrice che ancora vende migliaia di copie senza pubblicità, ricavando solo ed esclusivamente dalle vendite effettive, rimanendo sempre in fermento e senza fermarsi. Credi che in questo periodo si creda di più06 Dylan Dog - colori di annalisa leoni nell’autore? Che lo si lasci fare con più libertà?
“Lasciare fare all’autore” è una contraddizione: “autore” è uno che si prende delle responsabilità. Se pensi che quello che hai in testa sia buono non aspetti che qualcuno ti dia una possibilità.

Come vedi il contatto diretto con i lettori oggi, grazie ai social network e al proliferare di mostre sul fumetto?
È difficile gestirlo su larga scala. Per fare un esempio, nei giorni in cui è uscito L’alba dei morti viventi – il remake, mi sono arrivate centinaia di mail. Alla fine ho rinunciato a rispondere a tutti (e me ne scuso), ma è un abbraccio e uno scambio di energie forte. Secondo me i fumetti sono un dialogo tra chi scrive e chi legge. Agli autori che declamano sul pulpito non ho mai creduto.

Come ricordi i tuoi esordi con la Montego, passando per L’Editoriale Aurea (che allora si chiamava Eura Editoriale) fino all’approdo alla Bonelli?
È stato un momento così rapido, ed è passato così tanto tempo, che ricordo poco. Le persone sì. C’erano ragazzi che sono diventati grandi artisti e con alcuni ho la fortuna di lavorare insieme ancora adesso.

In effetti siete un gruppo che si è mosso più o meno assieme, divenendo una specie di famiglia. Come ti comporti quando devi lavorare con un perfetto sconosciuto, rispetto a quando sei con chi hai confidenza, anche al di fuori dell’ambito lavorativo? Preferisci un contatto diretto o anche una collaborazione a distanza è nelle tue corde? Se sì, una proposta dall’estero la gradiresti?
È un serio 08 NuovoMondoproblema per me. Non mi è mai capitato di non avere un rapporto personale con le persone con cui collaboro, e arrivati a questo punto, non so se sarei in grado. L’idea di una storia che non mi sia stata “cucita” addosso mi spaventa.

Se non erro, hai il record italiano di “Numeri 1” disegnati. Com’è iniziare a disegnare un numero 1 rispetto a uno seguente?
Questa cosa mi fa molto ridere, ci scherzo spesso. Quando disegni il primo numero di una serie hai un problema: non c’è niente a cui rifarsi e sei tu che devi trovare il “carattere” di una serie. Mille strade davanti e devi sceglierne una. Anche qui c’è un grosso lavoro di squadra, se ho una fortuna è quella di lavorare in mezzo a un mucchio di gente in gamba.

In un tuo post su Facebook dichiaravi la tua ammirazione e ispirazione verso Attilio Micheluzzi (recentemente la Bonelli ha ristampato alcune delle sue migliori storie). Quanto c’è di lui nel tuo stile?
Forse il segno sottile e alcune soluzioni di luce. Sicuramente l’amore per la mitteleuropa e le zone di confine, i personaggi fuori contesto, i pionieri.

Personalmente ritengo che quando disegni Dylan Dog lo rendi espressivo e quasi malinconico nello sguardo, a differenza di quando disegnavi John Doe, che rendevi più dist09 NuovoMondo
accato e freddo. Quanto è importante disegnare lo sguardo di un personaggio rispetto all’azione e alla dinamica delle vignette?

Cerco di immaginarmi una personalità e di far recitare i personaggi di conseguenza. Sguardi, espressioni, ma soprattutto la gestualità del corpo, che è una roba che osservo tanto e che mi incuriosisce da morire.

Cinema, televisione, pittura, illustrazione, il fumetto… Se sei in cerca di stimoli, dove preferisci attingere?
La forma di racconto che amo di più è il romanzo. Gli sceneggiatori di cinema dicono che quando smetti di parlare inizi a comunicare… mettiamola così: quando non ci sono le immagini inizi a immaginare.
I fumetti sono stati il grande amore della mia adolescenza. Sto riscoprendo il piacere di leggerli da pochi anni, grazie a nuovi autori che stanno facendo cose incredibili. Del resto gli anni zero, editorialmente parlando, sono stati anni difficili.

Questa tua improvvisa popolarità come ha cambiato la tua vita?
Ma non esageriamo, mica sono Eiichiro Oda. Ho maggior credibilità nel proporre le mie idee, questo sì. E mi diverto a lavorare come un ragazzino.

A Lucca ti abbiamo visto al padiglione Sky… puoi dirci cosa bolle in pentola oltre Monolith?
Ero lì in occasione della presentazione di “The Editor is in”, la serie che uscirà su Sky Arte e che mescola animazione
e riprese dal vero, co-prodotta da Bonelli.
È solo una delle tante cose a venire. Le grandi case editrici mondiali si stanno trasformando da produttori di carta stampata a gestori di proprietà intellettuali. In Europa, in questo momento, la Sergio Bonelli Editore è all’avanguardia.11825138_10207500284004799_2341224539906360327_n

Grazie Emiliano e spero che tornerai dalle nostre parti molto presto!

 

Addio a Shigeru Mizuki

Shigeru Mizuki

Questa notte, durante la prima mattina nipponica, si è spento all’età di 93 anni Shigeru Mizuki (水木しげる Mizuki Shigeru) (Sakaiminato, 8 marzo 1922) Noto soprattutto per la serie per Kitaro dei cimiteri (Gegege no Kitarō) è riconosciuto come Maestro del genere horror e specializzato nei racconti di yōkai (mostri della tradizione nipponica) è stato anche un apprezzato autore di manga a sfondo storico sulla seconda guerra mondiale:  Hitler: Una biografiaNonNonBâVerso una nobile morte (pubblicati in Italia da Rizzoli).

 

Superman: Godfall, una recensione estorta

Il lunghissimo processo che porta alla scrittura di una recensione inizia solitamente in due modi ben distinti.

Il primo modo vede l’abile recensore comprare (o farsi prestare, che è meglio) un albo, e poi leggerlo. L’abile recensore si trova in questi casi a dire praticamente se le sue aspettative su quel fumetto sono state più o meno soddisfatte. È il caso “minonna”, perché pure mia nonna è in grado di scrivere la recensione di una cosa che ho comprato e che quindi, in linea di massima, sapevo già mi sarebbe piaciuta.

Il secondo modo invece vede l’abile recensore trovarsi sullo schermo del pc una lettera minatoria del Megadirettore Gagliardi che ti chiede di recensire il tale albo altrimenti ti metterà a scrivere news sui fumetti di Paw Patrol (chiunque abbia figli in età prescolare sa, ahilui, di cosa sto parlando). In questi casi è davvero dura, perché:

A- il rischio che non ti piaccia è alto;

B- il rischio è che non ti piaccia non perché il fumetto sia brutto, ma perché non è il tuo genere.

Se poi parliamo di Superman: Godfall, recentemente edito per i tipi della RW Lion, il problema si fa veramente grosso.

Michael Turner ci dimostra tutta la sua incapacità nel disegnare i vestiti: ecco perchè predilige le donne nude

Michael Turner ci dimostra tutta la sua incapacità nel disegnare i vestiti: ecco perchè predilige le donne nude

In primo luogo, io non ho mai amato Superman come personaggio: e non tanto perché, come dicono suoi banali detrattori, è troppo fortissimo che nessuno può batterlo. No, non l’ho mai amato perché non ho mai letto una sua storia che mi sia piaciuta (fate rarissime eccezioni, come All star Superman di Morrison e le storie di Alan Moore, perché mi piace vincere facile). Sarà colpa mia?

In secondo luogo, perché si tratta di una storia del 2000, che non ho capito bene perché sia stata pubblicata in questi anni. E, ragazzi, chi leggeva supereroi nel 2000 sa di cosa parlo quando dico che non è certo un’epoca in cui si può andar fieri.

Cioè, mi sono spiegato?

Cioè, mi sono spiegato?

Fatto sta che, sarà stato il mio buon cuore, sarà stato il freddo contatto con la canna della pistola sulla tempia, ho deciso di accontentare il Megadirettore Gagliardi e scrivere questa recensione. Nel farlo, mi atterrò al manuale base del recensore chiedendomi se, in ultima analisi, la storia funziona nel senso supereroistico del termine.

Chiarimento: una storia che funziona nel senso supereroistico del termine deve essere coerente con il protagonista, presentare un supernemico, attingere dalla continuity, presentare un dramma e uno scioglimento.

Dunque, la storia funziona? La risposta è che la storia avrebbe potuto funzionare.

Joe Kelly non è certo uno scrittore sprovveduto, per quanto nella storia ci metta lo zampino anche il compianto Michael Turner, che quando si trattava di titillare l’adolescente libidine era un genio, ma quando doveva titillare l’intelligenza di chicchessia era un pluriripetente fuoricorso. La storia è sceneggiata con intelligenza, partendo come un elseworld per poi virare all’improvviso in modo piacevolmente inaspettato.

Dell’elseworld Kelly conserva il vantaggio di esplorare meglio le caratteristiche di un personaggio per contrasto, ovvero mettendolo in un contesto diverso dal solito e andando a guardare come reagisce. Superman ci appare nella sua forma più pura, come un Dio infinitamente umano.

Ci sono anche i grandi temi, ancorché semplificati e accennati per esigenze di contesto: la segregazione razziale, la fede religiosa, la perdita dell’innocenza, le responsabilità di un Dio. Kelly ci prova con tanta buona lena che quasi gli perdoniamo l’odiosissimo ricorso alla voce fuori campo.

 

...Nietzsche è morto, e neanche io mi sento tanto bene

…Nietzsche è morto, e neanche io mi sento tanto bene

D’altra parte, quando la storia riprende una direzione più canonica, l’impressione è che tutto il potenziale accumulato si perda come lacrime nella pioggia. Il cattivo è un banale superforzuto senza appeal e la coprotagonista, versione reboottata di un vecchio personaggio pre-crisis, fa la fine più stereotipata della storia dei comics. Detto ciò, però, non si può rimproverare a Kelly se non ha trasformato la storia in una riflessione filosofica su Feuerbach: se l’avessimo voluta, avremmo direttamente comprato in libreria una riflessione filosofica su Feuerbach, no? Io ne ho una sul comodino da circa 3 anni e non ho ancora avuto il coraggio di aprirla.

Il problema di questa storia però sta tutta dall’altro lato. Sta nell’annus domini 2000.

Cioè, come si può pretendere di poter anche solo minimamente prendere sul serio una qualsiasi storia se è disegnata in questo modo? Talent Caldwell, disegnatore famoso soprattutto per Fathom, ha preso tutto il peggio degli anni ’90 e lo ha reso un marchio di fabbrica. Tutte le sue donne sono delle gnocche allucinanti, bambole fredde fatte di silicone e botox con l’espressività del mio forno a microonde.

gnocca 1

Partitina a bocce?

Poi ci chiediamo perché mai le ragazze non leggono fumetti di supereroi.

Notare l'abilità con cui sono stati disegnati gli occhi a cazzo di cane

Notare l’abilità con cui sono stati disegnati gli occhi a cazzo di cane

 

Questa immagine è un'esca. Chiunque non sia in grado di andare oltre l'effetto sbrilluccicoso è pregato di abbandonare questa recensione

Questa immagine è un’esca. Chiunque non sia in grado di andare oltre l’effetto sbrilluccicoso è pregato di abbandonare questa recensione

 

E gli uomini? Ecco un’immagine emblematica.

gnocca 5

“Talent” Caldwell sembra volerci dire una cosa ben precisa: o sei una gnocca, o sei un fusto, oppure sei un mostriciattolo. Quartum non datur.

Ora, sul serio, davvero: ma come si può soltanto pensare di poter prendere minimamente sul serio una qualsiasi storia a fumetti; anche fosse scritta da un incrocio tra Alan Moore, Hugo Pratt e Osamu Tezuka, se poi è disegnata in questo modo? Queste sono braccia rubate al porno, con tutto il rispetto per il porno.

Cosa resterà di questi anni 2000? Per fortuna non “Talent” Caldwell.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Midnighter #6

Seconda puntata di “Quel gran pezzo dell’Ubalda” la rubrica di Dimensione Fumetto dedicata all’analisi delle singole tavole.

Stavolta prenderemo in esame una tavola di Aco presa da Midnighter #6 scritto da Steve Orlando e con i colori di Romulo Fajardo Jr.

Midnighter 06

In questa pagina viene evidenziato uno dei vantaggi che il “linguaggio fumetto” ha nei confronti degli altri media: la possibilità di una lettura sincronica e contemporaneamente diacronica di un segmento narrativo. Detta in maniera semplice le vignette, in particolar modo quella centrale, possono essere essere lette sia in modo sequenziale (quindi diacronico) rispettando i tempi dettati dall’ordine di lettura da-sinistra-a-destra, che in modo simultaneo (e quindi sincronico) guardando contemporaneamente tutta la pagina.

Racchiusa tra delle vignette introduttive e conclusive più “canoniche” c’è la vignetta centrale che ha un impatto dinamico di grande effetto.

Tutta l’azione della pagina viene racchiusa in un’unica immagine che però non è statica, non cristallizza un unico momento ma ne racconta diversi contemporaneamente. Il movimento di Midnighter viene sottolineato da due elementi: la divisione della vignetta in sotto-vignette, tramite i tipici spazi bianchi, e l’inchiostrazione del protagonista (insieme all’uso del colore) che diventa sempre più marcata man mano che lo stesso si avvicina alla conclusione dell’azione.

Midnighter parte da un contesto più sfocato per arrivare al finale più marcato

Midnighter parte da un contesto più sfocato per arrivare al finale più marcato.

Altro elemento peculiare del fumetto in questa tavola è la raffigurazione, sempre sincronica, dei singoli dettagli evidenziati anche cromaticamente dallo sfondo rosso. La funzione delle vignette più piccole anche qui è doppia: la prima è quella di evidenziare dei singoli momenti dell’azione (piatti che si rompono, oggetti che volano ecc…) che il lettore può leggere nell’ordine che più preferisce, la seconda consiste nella disposizione delle vignette stesse, caotica, scomposta, che acuisce l’intento dinamico di tutta la pagina.

le vignette con i dettagli "precipitano" lungo la tavola contestualmente col caos descritto nella vignetta principale

Le vignette con i dettagli “precipitano” lungo la tavola contestualmente col caos descritto nella vignetta principale.

Tramite questi espedienti Aco mette in scena il movimento in un modo che nessun film d’azione riuscirebbe mai a fare. Perché qui buona parte della regia del film è nella testa del lettore.

Uno sguardo al passato: “Princess Tutu”

Io dovevo scrivere di “Fairy Tail”, poi ho cambiato idea. Perché? Perché nonostante lo segua da anni, nonostante le calde lacrime versate più volte nel corso della serie e nonostante l’eccitazione nel sapere che verrà presto trasmesso in Italia, c’era e c’è adesso qualcosa di cui mi preme parlare di più: le opere sottovalutate. Il mondo è pieno di cose belle che ogni giorno ci sfuggono perché non messe abbastanza in luce, o sono un po’ datate o semplicemente a una prima occhiata non lasciano intendere il loro vero valore. Per questo oggi lascerò che sia qualcun altro a parlarvi di cose famose come “Fairy Tail” (che comunque fareste bene a leggere e/o vedere eh) dedicandomi a una piccola perla passata inosservata. PT 01

Al tempo degli dei dell’edicole, dei signori dei magazine e degli editori che spadroneggiavano su una terra senza internet, mio fratello comprava “Benkyo!”, una rivista con annesso CD che conteneva le ultime uscite nel paese del Sol Levante; fu in uno di questi che vidi per la prima volta uno spezzone di Princess Tutu (in italiano “Magica Ballerina”, come se il titolo originale non fosse già abbastanza un repellente per il cromosoma Y), serie diretta da Jun’ichi Sato, stesso regista  di “Sailor Moon” e “Keroro”, da cui è stato tratta anche una mini-serie a fumetti di due volumi.

Chiaramente decisi di vedermelo tutto (altrimenti non sarei qui). C’è da precisare che ero nel mio momento “maschiaccio” in cui bruciavo tutto ciò che trovavo di rosa e rifiutavo ogni espressione di femminilità, nonostante ciò mi sono guardata (più volte) e ho amato alla follia questa serie piena di balletti e fronzoli. Alla fine volevo fare la ballerina, ma questa è un’altra storia… meglio dedicarsi a quella dell’opera.

Un uomo scrive un libro ma muore prima di concluderlo; approfittando della situazione l’antagonista della storia incompiuta, un corvo malvagio,  esce dalle pagine invadendo il mondo reale. Il protagonista, ovvero un principe, lo segue ma non riesce a sconfiggerlo e decide di imprigionarlo trafiggendosi il cuore e usando i suoi frammenti come sigilli.

Anni dopo un’apprendista ballerina un po’ goffa di nome Ahiru incontra Mhyto, affascinante e bravissimo ballerino monoespressivo che è proprio il principe della storia privato dei sentimenti insieme al cuore. Decisa a far tornare il sorriso al bel ragazzo, Ahiru accetta di diventare Princess Tutu, una portentosa ballerina capace di trovare e restituire i frammenti di cuore perduti. Comincia così la ricerca, ma niente è mai facile come sembra: ad ostacolare la protagonista ci sono Fakir e Rue, rispettivamente migliore amico e fidanzata di Mhyto, oltre ad un piccolo ma decisivo dettaglio: Ahiru è in realtà una papera che torna alla sua vera forma di tanto in tanto!PT 02

Ma non finisce certo qui, perché più si va avanti più la storia si intreccia, rivelando risvolti inaspettati lasciando tutti (o quantomeno me) a bocca aperta.

Questo è solo un assaggio di ciò che è la serie, ondeggiando armoniosamente fra comicità e dramma su note di musica classica, che non fa solo da sfondo ma è parte integrante dell’opera. Un cast di personaggi ben studiati fra cui spiccano, oltre ai protagonisti, l’esilarante professor Gatto che tenta disperatamente di sposare chiunque gli capiti a tiro, la dolce Edel per cui io ho versato una lacrimuccia e l’inquietante Drosselmeyer.

Che dire di più? Fossi in voi mi lascerei tentare da quest’opera che esce un po’ dagli schemi, stupisce e commuove. Entrate nella città di Kinkan dove il principe è solo una storia, la principessa è solo una papera, il cavaliere è solo un ragazzo e la cattiva… chi sarà davvero la cattiva?

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Charles Schulz e le strisce dei Peanuts dedicate alla sua amante.

Leggenda metropolitana vuole che Charles Schulz, il creatore dei Peanuts, avesse un’amante alla quale mandava messaggi “in codice” tramite le strisce quotidiane dedicate a Snoopy & Co.

Sebbene la notizia sia falsa ha però un fondamento. Schulz infatti ebbe, tra il 1960 e il 1970, un’amante alla quale mandava regolarmente lettere con disegni dei suoi personaggi.

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Questa corrispondenza, una volta scoperta, portò alla fine del primo matrimonio di Schulz. Nel 2012 Tracey Claudius (l’amante in questione) ha anche messo all’asta le lettere d’amore del cartoonist tramite la nota casa d’aste Sotheby’s ricavandone circa 350.000 dollari.

Schulz e la sua prima moglie

Schulz e la sua prima moglie

Si tratta di circa 44 lettere, che includevano 22 disegni originali di Charlie Brown, Snoopy e Lucy.

Lettere 2

Nelle strisce del Luglio 1970 Snoopy affronta una storia d’amore a lunga distanza. Questa è probabilmente la cosa più vicina a un “messaggio nascosto” nelle strip dei Peanuts.

La breve storia d’amore a distanza di Snoopy, ostacolata da Charlie Brown che non gli permette di andare al suo vecchio canile né di fare chiamate interurbane, termina quando la cagnolina viene venduta. Chissà se anche Schulz si è consolato con una mangiata alla fine della relazione…

Je suis Wertham

6 Maggio 1856. Braunau, 20 aprile 1889. Monaco, 20 Marzo 1895.

Cosa hanno in comune queste tre date? Apparentemente niente, eppure il mondo, forse, sarebbe un posto migliore se non ci fossero mai state.

Il 6 Maggio 1856 nacque Sigmund Freud. Il suo lavoro fondamentale come medico ottenne in sostanza tre risultati principali:

1- L’introduzione della cocaina in Europa

2- La nascita della psicoanalisi

3- La convinzione che qualsiasi cazzata detta da un tizio qualsiasi con una laurea e l’accento tedesco sia giusta.

"Zalve, io non ezzere d'akkordo con kvesto artikolo"

“Zalve, io non ezzere d’akkordo con kvesto artikolo”

Il 20 Aprile 1889 nasce Adolf Hitler. Questo c’entra poco con il resto dell’articolo, ma serve a far capire che in Germania, di quei tempi, bisognava stare attenti a chi si concepiva.

Il 20 Marzo 1895, a Monaco di Baviera, nasce Friedrich Ignatz Wertheimer. Di buona famiglia, studia tanta fuffologia all’Università di Monaco, tiene una corrispondenza con il succitato Freud. Dal Maestro apprende che le menti deboli possono essere facilmente manipolate da un uomo con l’accento tedesco, e decide di trasferirsi nel più grande bacino di menti deboli del mondo, gli Stati Uniti.

Qui cambia il proprio nome in Frederich Wertham e comincia a studiare i giovani criminali rinchiusi nei riformatori. Dopo sette anni di studi, fa una serie di scoperte sensazionali.

"Ach! Kvesti essere nemici ti popolo amerikano! Raus!"

“Ach! Kvesti essere nemici ti popolo amerikano! Raus!”

1- Ai ragazzini piacciono i fumetti con le donne nude e le pistole

2- Nei riformatori giovanili ci sono dei ragazzini

Da queste due premesse deriva aristotelicamente la conclusione:

3- Nei riformatori giovanili si leggono i fumetti con le donne nude e le pistole.

Fin qui Aristotele non avrebbe avuto niente da ridire. Freddie però non ci sta e con il suo accentone aggiunge una strabiliante conclusione:

4- “Ach! Fumetti kon tonne nute und pistole kausano viulenza ti rakazzini!”

Ovviamente in un paese normale un uomo del genere avrebbe al massimo partecipato a qualche talk-show di Barbara d’Urso, ma non dimentichiamo che siamo in America.

In America basta che scrivi un libro e metti un titolo con parole come “Torbido”, “Seduzione”, “Sfumatura” o “Innocente” e puoi star sicuro di vendere milioni di copie. Se poi ce ne metti due, tipo “Seduction of the Innocent” e puoi star tranquillo che al Congresso leggeranno il tuo testo come la Bibbia.

E Wertham fa proprio questo.

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D’altra parte, facendo una gitarella nelle edicole americane in quegli anni era facile trovare copertine come queste:

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trova l'intruso

Trova l’intruso

 

Ecco cosa ci dice Freddie nel suo libro (traduzione nostra):

«L’effetto più subdolo e pervasivo dei fumetti polizieschi (crime comics) sui bambini si può esprimere con una singola frase: spoliazione morale. Ho studiato questo effetto in bambini che non commettono atti di evidente delinquenza, che non mostrano nessuno dei sintomi più lampanti di disordine emotivo e che non hanno difficoltà a scuola. Più subdola è questa influenza, più è dannosa.»

(Praticamente ci sta dicendo che meno l’influenza si vede, più c’è. Con tanti saluti al metodo scientifico.)

«È un’influenza sul carattere, sulle capacità, sulle funzioni superiori della responsabilità sociale, sulla formazione del super-io e sulla consapevolezza intuitiva del bene e del male. Per metterla più concretamente, essa consiste principalmente in un indebolimento dei sentimenti migliori della coscienza, della pietà, dell’empatia e del rispetto per le donne in quanto donne e non in quanto meri oggetti sessuali da sfoggiare in giro o lussuosi premi per cui combattere. I fumetti polizieschi sono esche talmente prelibate che influenzano i bambini nel loro gusto per le migliori influenze educative, per l’arte, per la letteratura e per le relazioni decenti e costruttive tra gli esseri umani e specialmente tra i sessi.»

(Erano anni difficili, quelli in cui Freddie scriveva. Il crollo di Wall Street aveva abbattuto i consumi e a quanto pare bisognava essere sparagnini anche sulle virgole e i punti. Il punto e virgola, poi, era roba da ricchi!)

Segue, qualche pagina più un là, un realistico squarcio sul ragionamento tipico della testa di un bambino che legge fumetti:

«Un ragazzino di undici anni che legge i propri fumetti polizieschi e i fumetti romantici della sorella ha questa concezione delle ragazze: -Nei fumetti romantici le ragazze hanno vestiti eleganti e abbigliamento. Nei fumetti polizieschi invece le ragazze stanno sempre dalla parte dei gangster. Cioè, le vanno a prendere. Poi vanno semplicemente in giro con i gangster. Hanno sempre vestiti nuovi; comprano nuovi vestiti praticamente ogni giorno. I vestiti hanno la scollatura a V. Le ragazze sono nella stanza. Fanno qualcosa di cattivo, o che, e poi un uomo le schiaffeggia e le picchia-.»

Esattamente il modo di pensare e ragionare di un undicenne.

Ecco il tipico undicenne negli anni '50

Ecco il tipico undicenne negli anni ’50

In un altro articolo, pubblicato qualche mese dopo, Wertham scrive:

«Il danno più grande causato dai fumetti è nel campo della lettura. Essi interferiscono con i meccanismi elementari dell’apprendimento a leggere e con l’acquisizione delle tecniche percettive essenziali. I bambini non pensano che leggere un fumetto sia come quando “leggono un libro”. Essi “guardano” un fumetto. Diventano degli acchiappa-immagini, perchè essi possono capire i fulcro delle storie basandosi solo sulle immagini, senza doversi preoccupare di leggere le parole. Il danno emergerà anni dopo nella difficoltà – o nell’incapacità – di leggere un intero libro dall’inizio alla fine.»

Secondo questa teoria, io, che fino agli undici anni non facevo che leggere storie di Paperino, di cui ero un grande fan, ora dovrei essere un analfabeta di ritorno, irascibile, che va in giro senza pantaloni e abbandona i nipoti per giorni interi.

Per farla breve, il libro è una successione di affermazioni di questo tono senza uno straccio di dato, di esperimento, di gruppo di controllo. Se lo si legge dando alle parole un accento tedesco, però, fa il suo porco effetto. D’altra parte, però, bisogna sfatare un mito: Freddie non fu la causa di cotanto odio, ma l’effetto. Già da anni in America si era a corto di comportamenti idioti, e così, tanto per occupare il tempo, si era deciso di prendersela coi fumetti.

Su Time Magazine e altri giornali che non leggeva nessuno erano già iniziati a comparire articoli di questo tipo (il primo risale all’Aprile del 1948). Gli americani, da sempre molto pragmatici, si diedero al loro sport nazionale: bruciare cose in roghi pubblici.

Foto del Dicembre 1948. Questi non avevano manco i soldi per mangiare però la benzina per bruciare i fumetti si compra comunque

Foto del Dicembre 1948. Questi non avevano manco i soldi per mangiare però la benzina per bruciare i fumetti si compra comunque eh!

 

Una delle donne qui raffigurate è mia madre il giorno dopo aver scoperto che avevo buttato tutte le mutande per far spazio ai fumetti nel cassetto dell'armadio

Una delle donne qui raffigurate è mia madre il giorno dopo aver scoperto che avevo buttato tutte le mutande per far spazio ai fumetti nel cassetto dell’armadio

 

Ben presto la cosa arriva su su (oppure giù giù, dipende dai punti di vista) fino alla Camera dei Rappresentanti, la quale decide di dedicare parte del suo prezioso tempo ad investigare sull’effetto dei crime comics sull’aumento della criminalità organizzata negli Stati Uniti.

È a questo punto che Freddie, dotato di fiuto per gli affari, pubblica la sua Seduction of the Innocent, vendendo uno scatafascio di copie. Scoppia la psicosi, Satana si annida tra le pagine dei fumetti, Batman è gay e pedofilo e Superman è Superman. La E.C. Comics praticamente chiude i battenti; le case editrici rimanenti, per sfuggire all’accusa di essere il Demonio, inventano una delle sue manifestazioni più ridicole e subdole.

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L’infame francobollo del Comics Code Autority comincia a comparire su tutti gli albi a fumetti. L’Autorità è finanziata dalle case editrici e serve ad auto regolamentare i contenuti. Le regole che le case editrici si impongono sono incredibili: sono vietate la nudità, le parole “Horror” o “Terror”, le parolacce, qualsiasi riferimento al sesso. Il risultato è qualsiasi fumetto diventa un incrocio tra Peppa Pig e la Pimpa: Pimpa Pig!

Il Comics Code sopravviverà al libro di Wertham: più di 50 anni. La cosa più ironica è che, probabilmente, se le case editrici avessero aspettato un po’, come ogni scandalo che si rispetti, anche questo avrebbe fatto il suo tempo. In due o tre anni gli americani avrebbero cominciato a bruciare qualcos’altro e morta lì.

Questa la storia come è più o meno nota ai più. Quello che non molti sanno, però, è che anche l’Italia, ad un certo punto, aveva deciso che Satana albergava nel disegno di una tetta. E ben prima che Freddie pubblicasse il suo libro.

È il 19 Dicembre 1949 quando un gruppo di deputati, capeggiati da Maria Federici, propone una legge.

«La proposta di legge che presentiamo alla vostra approvazione nasce dalla constatazione, suffragata da educatori, da genitori, da medici, e da magistrati, che alla base di ogni deviazione, di ogni delitto commesso dai giovani in questi anni si può sicuramente rintracciare la suggestione di una certa stampa eccitatrice.»

Urca. Praticamente “ogni deviazione” dal buoncostume deriva dai fumetti. Persino l’abitudine di scaccolarsi in pubblico probabilmente trae la sua origine da una vignetta ambigua. Per prevenire questa mattanza morale i deputati propongono l’istituzione di una commissione in grado di bloccare la pubblicazione di fumetti sgraditi.

Ovviamente anche questa proposta bislacca viene rigettata ma i malvagi deputati ci riprovano così spesso che agli editori inizia a venire una certa paura. Forse avevano sentito della triste dipartita della E.C. Comics? Fatto sta che hanno anche loro l’originalissima idea di riunirsi in un consorzio di censura preventiva, il Comics Code italiano, ovvero la Garanzia Morale (MG per gli amici).

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Con tanto di bollino

Nelle ristampe, Tex parla più educato, le scollature diventano girocolli e le pistole si trasformano in randelli. È il 1969. Mentre noi ci occupavamo di questi grandi problemi, gli USA sbarcavano sulla luna.

 

Dopo questa piccola storia delle censure a fumetti, però, ci sentiamo di dover aggiungere qualcosa.

Sintetizzeremo quel qualcosa con una formula: Je suis Wertham.

Je suis Wertham perché la nostra galassia morale è stata influenzata dai fumetti. E dai libri, e dal cinema, e dai telefilm.

Je suis Wertham perché le persone che siamo oggi dipendono in qualche misura dalle storie a fumetti che abbiamo letto.

Je suis Wertham perché… ognuno dei redattori di Dimensione Fumetto ci racconterà come un fumetto, una storia, un personaggio hanno contribuito a definire le persone che sono oggi.

Il Raggio nero – Quarta (ed ultima) Parte

Paperinik legge Dimensione Fumetto. O lo fanno i suoi autori. È l’unica spiegazione.

Perché in questa ultima parte de “Il Raggio Nero”, sembra letteralmente che sia stato preso quanto di marginalmente negativo si sia analizzato nella recensione della terza parte, per eliminarlo e confezionare un episodio incredibilmente bello, accattivante, dove tutta la somma dei pregi degli episodi passati viene condensata in una manciata di pagine da leggere tutte d’un fiato. E non ci crederete, ma siamo sulle pagine di Topolino (il numero 3131 per la precisione) e ci scappa anche il morto. Anzi, svariati “morti”. Oltretutto giustificati, per non spaventare i lettori più giovani.

Pikappa 1

Lo SPOILER fino ad ora:

Pk è tornato alle rovine della Ducklair Tower, per fare mente locale e prepararsi all’imminente contrattacco di Moldorock, trovando anche, nel frattempo, il modo per recuperare uno dei suoi alleati precedentemente disperso, ossia Raksaka.

All’interno della torre si sta cercando una maniera per tornare alla dimensione Paperopolese che tutti noi conosciamo, e proprio per questo arriva in aiuto il nostro amico Tre che, pieno di nozioni e conoscenza, cerca di spiegare a PK e ai lettori come le batterie tachioniche possano attivare il dislocatore utile per il ritorno in patria.

E cerca di farlo, senza riuscirci, non tanto perché la spiegazione è ardua e difficile, ma perché è proprio il nostro eroe a zittirlo con un secco:

«Niente spiegoni spaccameningi, per favore.»

Cioè, lo capite? PK non vuole più sentire parlare di spiegazioni: per gli ultimi due episodi è stato soverchiato da tutte le informazioni su piani pentadimensionali, sul perché Moldorock senta le voci nella sua testa, sulle motivazioni del cattivo che oramai vuole solo agire. Gli prudono letteralmente le mani. E così anche al lettore, che arrivato a questo vuole le botte da orbi, vuole il confronto finale.

E Moldorock invece? Ragiona, pensa, si confronta con tutte le voci nella sua testa, e alla fine decide di non riappacificarsi con il nostro eroe, ovviamente.

Ed è proprio prendendo questa decisione, quasi scontata, che lo vediamo ergersi dal suo trono per lanciarsi in battaglia.

Un’unica splash-page.

Un unico personaggio a occuparla.

E non ci sono parole per descriverla. In tutta la sua maestosità, resa ancora maggiore da una ripresa dal basso verso l’alto, Moldorock si erge e la sua determinazione è palpabile in modo incontrovertibile. Merito di Lorenzo Pastrovicchio e di Max Monteduro, ovviamente.

Bastano una manciata di pagine, per vederlo in azione. Dopo qualche tafferuglio con gli evroniani potenziati, dove Artibani fa pronunciare al papero mascherato ancora dei dialoghi bellissimi e quasi spiazzanti, entra in scena di nuovo Moldorock. Indovinate come? Con un’altra splash-page letteralmente da mascella slogata.

E lì inizia il combattimento vero e proprio.

Venti pagine dense di azione, di colpi di scena, dove accade di tutto. E non sto scherzando. Finalmente vediamo un Paperinik unleashed, arrabbiato e determinato.

Per citare solo un piccolo particolare, io mi sono ritrovato catapultato praticamente 19 anni indietro, in uno dei momenti più belli di tutto PKNA, ossia lo scontro con Trauma.

Dopo rimane solo l’epilogo dell’avventura del nostro eroe, che potrebbe essere tirato via, magari aggiungendo solo un semplice raccordo per la prossima storia in uscita da Aprile 2016: e invece no. Il nostro sceneggiatore preferito prepara la fine con calma, ce la fa gustare come fosse la conclusione di un buon bicchiere di Rum, quando si rimane ad assaporare il retrogusto di quanto bevuto.

Ancora vita Paperopolese, addirittura lo spazio per un battibecco fra Paperone e Rockerduck, e…..chissà. Forse è il caso di correre in edicola a leggerlo.

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CONCLUSIONI

Bisogna necessariamente dividere le considerazioni finali in due distinti filoni. Il primo per l’episodio in corso, il secondo per l’analisi finale di tutta la saga, e di tutti e quattro gli episodi.

Per quanto riguarda questa quarta parte si può solo che essere soddisfatti. C’è tutto, davvero, TUTTO quello che magari ci si poteva aspettare da quanto visto precedentemente. Dialoghi brillanti e disegni spettacolari, con colori sempre perfetti.

L’unico scivolone è dato dalla campagna marketing che hanno fatto su Topolino, poiché proprio questo numero viene venduto con il PK mecha, che non si è mai visto fino ad ora, e i lettori più smaliziati avranno già capito perché venga donato proprio in questo numero.

Insomma, uno spoiler neanche poco involontario

Il giudizio complessivo è molto semplice:

 Questa è la saga di PK che stavo aspettando.

Dall’inizio alla fine, i tre tenori di Topolino hanno architettato una storia complessa, elaborata e strutturata. Al di là dei meriti puramente tecnici di ognuna delle tre voci impegnate in questo “Il raggio nero”, uno degli elementi sicuramente più apprezzabili è l’avere calato di nuovo PK in una dimensione totalmente Paperopolese, ricordandoci che PK è innanzitutto Paperino, e non un altro personaggio (cosa che andava a sparire negli albi spillati degli anni ’90), con i suoi affetti, con i suoi difetti e con tutto quello che ne consegue. A questo si aggiunge l’enorme pregio di avere veramente preparato una continuity coesa e ben determinata per quanto riguarda la prossima strada che verrà percorsa dal nostro eroe; in “Potere e Potenza” (che recensiremo) si sfruttava molto l’effetto nostalgia, con personaggi già visti, a cui si era inevitabilmente affezionati, ne “Gli argini del tempo”  (la meno riuscita a mio parere), si ritornava a narrare una storia quasi parallela a quella vista in precedenza, con buoni spunti, ma un po’ troppo incasinata. Qui invece si sperimenta, vengono introdotte tematiche nuove e personaggi incisivi e non banali.

Non so quali siano i dati di vendita di questi ultimi 4 numeri, e se questi siano aumentati per la presenza del papero mascherato, ma sicuramente qualcuno in casa Panini/Disney dovrebbe drizzare le orecchie e capire che forse i tempi sono maturi per ritornare in edicola con un nuovo spillato dedicato a PK. Probabilmente si correrebbe il rischio di avere storie più deboli, è vero, ma leggere storie così belle, a distanza di mesi l’una dalle altre è un assoluto peccato. Attendo con ansia il volume cartonato, perché alcune scene me le voglio gustare davvero in formato “gigante”, svincolato dalla paginetta del Topo.

Il mio plauso va sicuramente a Pastrovicchio, Artibani e Monteduro che hanno dimostrato davvero cosa significa amare un personaggio, perché per realizzarlo così bene puoi solo considerarlo un vecchio amico, uno di quelli che ti piombano in casa quando meno te lo aspetti, e di cui non vedi l’ora di sentire le ultime avventure, soprattutto se dalle tue parti “…ci sono poche ragazze”.

 

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