20 cose (di cui forse non vi importava niente) su Spider Man! – Parte 2, (6-10)

Eccoci giunti alla seconda parte di questo viaggio enciclopedico dietro le quinte della storia del nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Giunti a metà strada ci rendiamo conto di come la storia di Spider-Man sia emblematica della storia della Marvel tutta.

6- L’arrivo di John Romita coincise quindi con un cambiamento del carattere di Peter e di tutti i comprimari. Peter entrò a far parte del gruppone e poco poco ci mancava che si mettesse lui a fare le smutandate ai secchioni. Soprattutto Gwen Stacy smise di essere un’algida stronza (copyright di DocManhatthan) per diventare la ragazza dallo stivaletto a mezza gamba che tutti quanti amiamo.

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Romita la vestì alla moda, le ficcò un cerchietto nero in testa e voilà, eccoti servito l’unico vero amore di Peter. Essì, perché, nelle intenzioni di Stan Lee, Gwen doveva rimanere l’unico vero amore di Peter.

D’altra parte Lee aveva un certo debole per le stanghe bionde, visto che ne aveva sposata una: Joanie Lee, a detta di molti, era una specie di incrocio tra Susan Storm e, appunto, Gwen Stacy. Quando Lee e Romita decisero di svelare il volto della misteriosa Mary Jane Watson, quindi, era soltanto perché mancava il vertice del classico triangolo amoroso puzzone che piaceva tanto agli adolescenti dell’epoca.

Praticamente, se negli anni ’60 avevano questa

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… noi negli anni 2000 abbiamo questo:

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Mala tempora!

E infatti, Mary Jane finì fidanzata con quello sfigato, drogato ed esaurito dai capelli a tapparella (però milionario) di Harry Osborn.

7- Quando leggi le storie della Marvel è tutto un chiedersi perché Kirby lasciò pinco, perché Ditko lasciò pallino, persino perché Herbe Trimpe lasciò caio e sempronio. Pochissimi si sono chiesti perché Stan Lee lasciò la scrittura dei fumetti pressoché definitivamente in quel 1972.

La verità è che Stan Lee lavorava nel campo dei fumetti da tantissimo tempo. Nato nel 1922, aveva iniziato prestissimo attraversando la guerra, la crisi economica, sempre dentro la Marvel, mettendoci la faccia anche quando doveva licenziare. Nel ’72 aveva 50 anni e quella è un’età in cui cominci a fare dei bilanci della tua vita.

A leggere alcuni suoi interventi dell’epoca ci si rende conto che il bilancio che l’Uomo doveva aver fatto sembrava fortemente in deficit. Ecco cosa diceva parlando del lavoro nei fumetti:

“Anche se hai successo, anche se raggiungi il vertice del successo nei comics, sarai comunque meno famoso e con minori certezze e minor potere di un professionista qualunque della televisione, alla radio, nel cinema o in qualsiasi altro settore. È un ambiente in cui il creatore… non è proprietario di ciò che crea.[…] Ciò che direi ad un cartoonist con un’idea è di pensarci due volte prima di darla ad un editore”.

Proprio in quel periodo il suo ufficio si stava svuotando delle facce che aveva amato. Kirby aveva mollato per un contratto più remunerativo alla DC; Ditko, come abbiamo visto, era alla Charlton; la mitica segretaria Flo Steinberg aveva cambiato lavoro; Sol Brodsky era andato a dirigere una rivista in bianco e nero. Tutti crescevano, tutti andavano altrove, e le pareti di quell’ufficio dovettero sembrare improvvisamente una prigione per il cinquantenne Stanley Lieber.

Il favoloso Bullpen... oh mio Dio, ma Herb Trimpe era Frankenstein!
Il favoloso Bullpen… ditemi se Don Heck non è uguale a Frankie di Carletto Principe dei mostri

Lee, alla fine, prese il coraggio a due mani e decise di provarci. Lasciò le serie che ancora scriveva (Thor, Capitan America, Fantastic Four, Spider-Man) e si mise a scrivere una sceneggiatura con il suo amico Alan Resnais, regista di un certo calibro. The Monster Maker, storia di uno scrittore di titoli-spazzatura che decide di dedicarsi a qualcosa di culturalmente più profondo, sarà una sceneggiatura vagamente autobiografica. Lee riuscirà a venderla per 25000 dollari, anche se poi non se ne farà nulla.

Più ricco, ma sconfitto, Lee tornò a scrivere Spider-Man dopo l’interregno di Roy Thomas, ma non durò a lungo. Per sua fortuna, forse, qualcosa poi cambiò. La Marvel aveva venduto i diritti di sfruttamento dei suoi personaggi ad un tal Lemberg, il quale mise in atto una campagna promozionale faraonica che faceva di Stan Lee l’uomo di punta. Fu organizzato addirittura un evento alla Carnegie Hall con momenti imbarazzanti come Herbe Trimpe, Barry Smith e Roy Thomas che suonano, l’uomo più alto del mondo, lettura di poesie di Lee e Brian Wilson dei Beach Boys.

La locandina però era fighissima
La locandina però era fighissima

Lee non ci fece una gran bella figura, ma il ruolo di uomo-immagine gli piacque molto. La Cadence, società che aveva acquistato la Marvel da Goodman, aveva una grossa divisione di riviste e una cosa tira l’altra, Lee finì ad occuparsi del settore Hollywood con la direzione della rivista Celebrity. Hollywood gli piacque così tanto che, beh, ci rimase fino ai giorni nostri.

8- Ma lasciamo Stan Lee e torniamo al nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. Dopo la seconda e definitiva fuga dell’Uomo, Amazing finì sorprendentemente nelle mani del poco più che ventenne Gerry Conway, che aveva già lavorato su Ka-Zar e Thor. erano cose che accadevano in America negli anni ’70.

Conway, come molti giovanotti impertinenti, si ritrovò per le mani la seconda serie più venduta (all’epoca il primato era ancora di Fantastic Four) con il desiderio di spaccare il mondo. Anzi, più precisamente, con il desiderio di spaccare zia May.

Sì, perchè Conway prese in mano la serie con il preciso intento di far fuori zia May. Chi poteva dargli torto? Quella vecchia scassamaroni aveva avuto così tanti infarti in manco 100 numeri che tutti sapevano che persino Peter, sotto sotto, sperava di togliersela di torno il prima possibile. Pare che la filastrocca “ammazza la vecchia col crick” sia stata inventata da fan di Spider-Man.

Così Conway propone la cosa a Romita che invece aveva un’idea migliore. Ammazzare la vecchia potrà anche essere liberatorio, ma quanto sarà drammatico? Tutti la vogliono vedere morta. Ammazziamo qualcun altro. Ammazziamo qualcuno che non sia già con un piede nella fossa!

Ora, le testimonianze si fanno confuse. Romita qualche volta dice di essere stato lui a proporre Gwen, altre volte che l’idea sia stata di Conway. Fatto sta che a quest’ultimo scatta un meccanismo mentale e comincia a gasarsi. Ammazzare Gwen? Ma certo!

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Conway disse in diverse interviste che a lui Gwen non era mai piaciuta. Come già detto, Gwen era la tipica donna dei fumetti di Lee: fondamentalmente una sciacquetta lamentosa e anche un po’ ottusa, completamente dipendente dagli uomini. Conway invece non aveva occhi che per Mary Jane.

e come dargli torto?
e come dargli torto?

«Avevamo un personaggio esplosivo come Mary Jane» disse «e Stan l’aveva relegata a fare la fidanzata del migliore amico. Non ebbi più dubbi: era Gwen che doveva andarsene».

E così, Gwen se ne andò.

9- I fan non la presero poi così bene. Erano tempi pioneristici, quando coraggiosi ricercatori come Conway sperimentavano la tenuta della sanità mentale dei nerd, e facevano scoperte che non piacevano a nessuno. Tipo che qualcuno può minacciarti di morte perché hai ucciso un personaggio inesistente.

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Quando la realtà supera la fantasia

Dice: ma Conway sarà stato difeso dalla Marvel tutta, che intanto contava i dollaroni delle vendite senza precedenti del numero 121 di Amazing. O no? Beh, no. Stan Lee stava tenendo una conferenza all’Università quando gli chiesero conto della morte di Gwen. L’Uomo cadde dalle nuvole e rispose:

«Se lo hanno fatto, io dovevo essere fuori città».

Stan Lee se l’era fatta addosso.

Conway ci rimase malissimo. Praticamente l’azienda lo aveva scaricato, lasciandolo tutto solo a prendersi gli insulti e le lettere minatorie dei fan che non ci stavano troppo con la testa. Ma era davvero possibile che Lee non sapesse della morte di Gwen Stacy? Il punto è che in quel periodo Lee faceva sì da supervisore capo, ma era anche impegnatissimo con le sue sgambate a Hollywood, e stava diventando sempre più distante dai fumetti. È emblematico il caso del naso di Iron Man.

Un giorno gli mostrarono i disegni di Mike Esposito di Iron Man, e Lee, che chissà a cosa pensava, chiese agli assistenti dove fosse il naso. Ad oggi nessuno sa cosa volesse dire, ma gli assistenti corsero a far disegnare il naso sull’armatura di Iron Man.

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Qualche mese dopo, Stan vide quel naso e disse: «Ma che è sta roba? Chi ce l’ha messa?», «Ma Stan, ce l’hai detto tu!» gli rispose un assistente. «Non dite stupidaggini. Levate questa roba.»

Lee se l’era semplicemente dimenticato. La sua attenzione per i fumetti andava scemando di giorno in giorno, così come la sua memoria.

10- Flash forward. Il povero Stan Lee perse il pelo ma non il vizio, e fece la stessa identica cosa molti anni dopo.

Si era in piena seconda saga del clone (che approfondiremo tra un po’) e nello staff dedicato a Spider Man era scattata una sorta di furia iconoclasta. L’idea di uccidere zia May stavolta non trovò nessun Romita a rilanciare, e così la decisione fu presa. L’albo scelto fu Amazing Spider-Man 400, scritto da Jean Marc DeMatteis e disegnato da Mark Bagley. Ancora oggi ce lo ricordiamo con le bruschette nell’occhio.

Seconda stella a destra... DeMAtteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia
Seconda stella a destra… DeMatteis quando voleva sapeva darci dei cazzotti in faccia

L’albo raggiunse le edicole, tra l’altro, dietro questa copertina che, nell’intenzione dei grafici Marvel, doveva essere una sparafleshante figata e invece risultò essere la cosa più rattusa mai vista anche per gli standard degli anni ’90.

E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini la ripropose tale e quale. Ricordo ancora che il mio edicolante ci mise due ore a capire che quello era un numero dell'Uomo Ragno
E pensate che per una cover del genere ebbero il coraggio anche di aumentare il prezzo. La Panini ovviamente evitò di riproporla, dimostrando ancora una volta che l’Italia è meglio dell’America

Fatto sta che la vecchia tirò le cuoia, e ovviamente molti fan corsero da Wallmart a comprare torce e forconi per fare la pelle alla Marvel. Stan Lee passava per una convention e in un istante fu circondato da gente inferocita.

E indovinate cosa disse?

«Io non ne so nulla. Se me lo avessero detto, l’avrei impedito!»

E invece Bob Budiansky, allora editore capo del settore Spider-Man (in quegli anni la Marvel era stata essenzialmente divisa in 5 sotto-case editrici), aveva lasciato un memo per l’Uomo. Semplicemente non se l’era sentita di fare una cosa del genere senza avvertirlo; o forse aveva parlato con Conway, chissà.

Fatto sta che numerosi testimoni riportano della risposta “da gentleman” di Stan che gli aveva augurato buona fortuna dandogli la sua benedizione.

Alla faccia del gentleman!

(2- continua)

Nota: le fonti da cui sono tratte le notizie per questi articoli sono troppe per essere elencate minuziosamente. Principalmente ho utilizzato svariate interviste pubblicate su riviste come The Comics Journal, Comic Collector, Back Issue; su siti come Comic Book Resources, Newsarama, Bleedin’Cool; e svariati blog tra cui Dial B for Blog, The Ben Reilly Tribute, Spiderfan.org; e infine libri come Marvel, una storia di eroi e supereroi di Sean Howe e pubblicato in Italia da Panini.

Ci tengo inoltre a citare una fonte preziosissima per chiunque voglia scrivere articoli di approfondimento sui comics in Italia, ovvero l’archivio di ComicsBox.

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Francesco Pone

Francesco Pone legge fumetti da troppo tempo. La sua principale occupazione è tentare di far servire a qualcosa la sua laurea in filosofia.

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